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    Leone Augusto PERUSSIA
     
    TORINO 1871-1872
     
    Parte Prima
     
     

    Prefazione alle mie rimembranze

    Scrivo queste Rimembranze senza presunzione alcuna o speranza che vengano date alla stampa: cosicchè s'ingannerà di gran lunga chi volesse cercarvi la peregrinità dello Stile e la vaghezza del puro linguaggio italico.
    Scrivo semplicemente, come mi detta il cuore, questo gran maestro dell'umana vita, affinchè nei giorni di sventura le ricordanze di poche gioje, che abbia goduto per avventura lungo la mia vita affannata, non mi permettano d'imprecare alla fortuna.
    Io ho sempre tenuto per fermo che valga assai a lenire un dolore, il contrapporvi i piaceri goduti no, ma sfiorati: così almeno credo di me, il quale non ho mai trovato un fiore sul calle di mia vita, che tosto mille punture non mi abbiano fatto pentire d'averlo colto.
    Queste rimembranze racchiudendo i segreti più reconditi dell'anima mia mi piacerebbe non fossero lette da altri, fuorchè da quelli ai quali io per istima e sicurezza di fedele amore, le avessi commesso. Questa è la mia volontà: onde, se mai si avessero a pubblicare, non lo si faccia senza cambiare i nomi delle persone sopravvissute alla mia morte: acciocchè non ne abbiano per avventura a ricevere sfregio od onta, o noja.
    A Te, Venanzia Tasca, che m'inspirasti per modo arcano a questa impresa; a te intendo dedicate queste Ricordanze, nelle quali tu hai gran parte e certamente non indecorosa.
    Perdona, se ho ardito di dedicarti cosa di sì lieve conto, senza avertene richiesta, ma tu sei buona, buona più di quante donzelle io conosca, onde non ti recherai a noja quest'effusione del mio povero cuore.
    Leone Augusto Perussia
    Scrissi a' 17 Marzo 1871

    Capo 1°

    Mia fanciullezza

    1855-1857

    ... Oh! mi ridona,

    Mi ridona, o Signore, un'ora sola

    Di mia fanciullezza! ...

    Aleardi


    I

    Non so bene, se, morendo, l'ira degli uomini e della fortuna mi avrà lasciato compire alcunchè di grande, di veramente giovevole alla mia cara Italia, ch'io amo tanto: e questo dico affinchè chiunque legga queste Rimembranze, non mi voglia già biasimare, se io ho sempre desiderato la libertà d'Italia.
    Si, io ho avuto in cima de' miei intenti la libertà di mia patria, l'ho amata ardentemente colla fede de' martiri; e per lei sacrificherò tutti i miei averi. Io amo l'Italia, disinteressatamente, l'amo perchè mi fu primo nido, l'amo perchè è sventurata, tradita, patteggiata da sozzi manipolatori, che osano chiamarsene ministri.
    Oh lo so purtroppo, sono ministri nel mal fare a chi ne dà esempio turpissimo, con la sua vita imbrattata di turpi voluttà; a chi per vergognoso piaggio al caduto Imperatore di Francia, non esitava un istante a tradire il Piemonte, dal quale uscirono i primi martiri dell'Indipendenza Italiana: ed egli, egli lo rimunerava col decretare il trasporto della capitale da Torino a Firenze.
    Ma viva Dio, ogni potenza, come dice Dante si conosce dai suoi effetti,
    La qual senza operar non è sentita
    Nè si dimostra ma' che per effetto,
    Come per verdi frondi, in pianta, vita: e la virtù dei semi si conosce da' suoi germogli: onde quest'atto d'ingratitudine, di sconoscenza sarà sufficiente a dannare ad eterna infamia il nome di Vittorio Emanuele, cognominato, non so se per ironia, o per adulazione d'Italiani, il re galantuomo.
    Dunque io aspirai alla Repubblica Italiana, perchè ho fermo convincimento che la Repubblica sola possa dare uomini veramente grandi e spiegarci la virtù dell'Italia: e so per esperienza, che onestà è sinonimo di una buona Repubblica: e questo è dimostrato dalle storie si antiche, come moderne.
    Ho desiderato e desidererò la Repubblica, perchè il nome di re mi fa arricciare i capelli, perchè un re, come disse già Salomone è un castigo di Dio, e chi si assoggetta al governo di un re, o è pazzo, oppure è tradito: imperocchè egli si smozza volontariamente le mani per la turpe beatitudine di un solo, di cui l'ultimo pensiero sarà per la patria, il primo peril proprio interesse.
    O Italia, sorriso del cielo, fulgore di primavera eterna, destati ormai dal tuo sonno: mirati d'attorno, non vedi? Profanati i tempi tuoi; calunniati i migliori cittadini, o per lo meno, desiri; traditi i patrioti od oppressi, od esiliati: e questo è affermato dalla intera vita incontaminata di Garibaldi e Mazzini.
    Questi due nomi saranno un'eterna maledizione pei re, e dovrebbero cambiare in fortezze di petti Italiani ogni città. L'uno, prode non meno di mano, che di consiglio, con pochi generosi dona al re d'Italia una gran parte del regno: e questi lo rimunerava col mandargli ad Aspromonte all'incontro Italiani, i quali lo feriranno e lo rilegheranno in Caprera.
    L'altro, profeta della Repubblica, tenta di riaccendere la fiaccola della libertà. Ne freme il tiranno; e carcere, esiglio, processi infamanti sono tutti posti in opera, per far apparire nero ciò che è candido, per ammaestrare gl'Italiani di inventate mire d'Interesse ... Oh infamia!
    Questa verità basti a distruggere, a maledire ogni accusa, che si vorrebbe opporre dai nemici a questo gran Martire: cioè, ch'egli da' processi, dalle carceri infamanti, uscì sempre purissimo; che lo seguì nell'esiglio la fede e l'amore dei generosi; che, per quanto male siano riuscite le imprese sue, tuttavia la sua voce scosse sempre centinaia d'Italiani, pronti a morire per la libertà d'Italia.
    Ogni Italiano, che abbia fede nell'avvenire, oh tenga a mente che il lavoro solo porrà fine a questo stato di miseria; l'onestà solo ci potrà ridonare l'affetto e la stima delle nazioni sorelle; il sacrificio alfine potrà ridonarci la perduta libertà. Ascolta, o Italia, il canto del poeta d'oltre Alpi, di Geibel:
    "Eppur sotto i più fulgidi colori,
    Amaro disinganno!
    S'asconde, come angue in mezzo a' fiori,
    Un lungo acerbo affanno
    Che mai non si fa muto
    Per la già spenta ahimè, virtù degli avi,
    Per lo splendor perduto,
    Per un popol d'eroi cangiato in schiavi!"
    Ma, dopo la voce accusatrice, ascolta anche il suono della fede:
    "Verrà l'Ulisse tuo; piangi, ma spera".
    Oh sì, Italia mia, verrà chi potrà alfine redimerti dalla tua schiavitù: ma se vuoi che non tardi troppo, oh, scaccia da te le superstizioni, ritemprati alla fonte del sapere, cerca di decifrare l'enigma della vita; pensa alfine, pensa molto: e se conservi ancora le traccie del lungo sonno, oh queste spariranno tosto, che la voce dei generosi ti avrà ridestata del tutto e verrà ad illuminarti, la luce della Libertà, della fede e della Scienza!"
    Di casa, 18 Marzo 1871
    II

    Ma è tempo ormai, ch'io venga a dire della mia nascita, avvenuta a Torino.
    Nacqui a '20 di Febbraio dell'anno 1855 di Felice Perussia e Angela Perussia Tasca, sposi da 4 anni (1851) e già genitori di mio fratello Giuseppe e mia sorella Rosalia.
    Nato da genitori cattolici, fui battezzato nella parocchia di S. Teresa; abitando allora i miei parenti in via Alfieri, n. 24 p. 1°.
    Ecco quanto so di mia nascita: se vogliasi ancora aggiungere che mi tennero al fonte battesimale, il fratello di mio padre, Augusto Perussia e Carolina Tasca.
    Mia madre non volle già ch'io fossi consegnato a mani mercenarie; ma com'Ella aveva già allevato Giuseppe e Rosalia miei fratelli, così volle ancora allattare me.
    E di questo ti siano rese eterne grazie; e non s'abbia mai a dire, ch'io abbia sconosciuto quest'atto di vera affezione.
    Si ricordino le madri Italiane, che ad esse incombe il dovere, di dare alla patria uomini forti: e che però fa d'uopo di fornirne col proprio latte i primi germi.
    Come rallegra il vedere una madre allattare il suo bimbo; così, credo, nessuno vi sarà che non biasimi la donna, che per voglia di sollazzarsi trascura il primo dei suoi doveri, la maternità, e consegna il frutto delle sue viscere a mani mercenarie.
    Oh, non è questo il maggiore sfregio che si possa fare all'adempimento dei propri doveri?
    Inoltre un figliuolo cresce difficilmente amoroso alla madre, se da bimbo non fu sempe l'oggetto delle premure di lei; se la madre non può rammentargli le notti vegliate, i mille sacrifizi, che richiede l'età giovanile.
    Tornando a me, fu mia madre, che addestrommi a' primi passi; fu mia madre, che m'insegnò a balbettare le prime parole, le parole che racchiudono un idillio di pure gioje: Mamma, Papà, ... Dio.
    Ed io, grazie alla premura dei miei genitori, cresceva sano e robusto; nè mai sopravennemi alcuna forte malattia, se si eccettui una continua rufa, che mi costrinse a settimane di fastidi.
    Qui debbo fare pubblica testimonianza, ad altra donna, che mi amò sempre con vero affetto: a Luigia Gay, che mi curò sempre senza stancarsi; perocchè mia madre fosse già malferma in salute.
    Ma, fatta astrazione a quei piccoli fastidi necessarii, dirò, all'età bambina, nulla turbava la pace di nostra famiglia: mio fratello Giuseppe cresceva vispo fin troppo, così dicasi anche di Rosalia e della mia personcina; gli affari di mio padre prosperavano: tutto alfine sembrava promettere una bella giornata, quando ...
    Di casa, 19 Marzo 1871
    III

    Quando un colpo inaspettato, terribile venne a troncare ogni speranza di pace nella mia famiglia; e questo colpo mi scese profondo nel cuore e vi lasciò un voto che ...
    Ma Dio, dimmi, ci sei? E se ci sei, perchè non sei buono con le creature tue? Che ti ho fatto io perchè, nel mettermi al mondo, tu mi sovraponessi un carico sì grave di dolori? Ti ho io chiamato ricchezze, piaceri, voluttà? No, nulla di tutto ciò. Io ho sempre esclamato: Un sorso di amore, un sorso di amore vero, che mi consoli, che disseti il mio cuore inaridito! E l'amore? L'amore mi sorrise da lungi sulle ale della speranza, l'amore mi mostrò tutte le delizie, tutti i puri diletti, che conteneva: poi mi abbandonò.
    Le mie mani si volsero d'attorno brancolanti in cerca di una felicità: oh Dio, che vuoto!
    Nulla, tenebre e dolore. Dio, rispondi a un tuo figliuolo, se ci sei: oh perchè mi davi tanta forza d'intelligenza, un cuore sì espansivo, sì assettato di amore; perchè mi allattasti con sogni sì ridenti: e poi, appunto quando io cercava ansioso un cuore che rispondesse ai palpiti del mio cuore, un viso che riflettesse il mio viso, un sospiro che si confondesse col mio ... comandasti alla mia intelligenza di spaziare sol per le vie del dolore, di sperimentarle tutte, tutte dalla prima all'ultima, al cuore comandasti di tacere muto, freddo, insensibile?
    E la mia intelligenza si ribellò a questa legge che le parve dura, e volle spaziare nei misteri dell'idealità, ne trasse solo un desiderio più ardente insoddisfatto: il mio cuore non volle tacere e si compiacque di un amore, ch'egli sperava, fosse del padre, del fratello, della madre; ed il cuore non ebbe che crudi disinganni.
    E mentre scrivo queste parole, che mi costano ciascuna cento lagrime, sanguina il mio cuore, la mia intelligenza erra incerta nel dubbio e le mani mi tremano. O leggi divine come siete inesorabili! Ma siete voi veramente divine?
    E allora perchè lasciate che il fratello trucidi il fratello, che la sposa tradisca il marito, che la madre sia tolta a' bambini innocenti?
    Sì, che la madre sia rapita a' suoi figliuoli, e questi in giovinissima età si trovino privi di quell'affetto delicato, soave, proprio soltanto della madre?
    Oh Dio, perchè mi hai colpito sì severamente?
    Io aveva bisogno del cuore della madre, che questo mi fosse stato sempre al fianco, mi avesse corrisposto: io aveva bisogno della Sua corrispondenza d'affetto: e tu mi rapisti la madre, o Dio?
    Tu me la rapisti per sempre, mi negasti l'unico conforto, l'unica stilla di amor di donna gentile ch'io avrei potuto assorbire.
    No, non sono bestemmie le mie, sono grida, che mi prorompono dall'anima, e sclamano:
    "Oh Dio, se ci sei, perchè hai uccisa la madre mia, l'unica mia consolazione?"

    IV

    Madre! oh nome divino, che racchiude in se quanto ha il mondo di veramente durevole!
    Si dimenticano le passioni, i piaceri, i dolori, ma non si dimentica l'amore della madre.
    Madre, in questo nome io vedo dipingersi tutta la felicità, che è dato di conseguire all'uomo.
    Vedi quelle due anime innamorate, che non parlano, perchè la favella umana è troppo inferiore a quel che sentono: le vedi vagare sulla natura, che sorride nel bacio di primavera nel profumo delle viole, nel canto degli uccelli, nell'alitare del venticello: vedi quelle anime spaziare per i misteri dell'idealità, palpitare l'una sull'altra, confondersi insieme in un idillio di voluttà. E' un istante, che fugge come il lampo: è un istante, ma in esso l'uomo si mostra divino, la donna divina: essi preparano i germi di un nuovo essere.
    Quell'istante fugge veloce come un sogno; eppure le due anime non cessano di amarsi, assorte in un'estasi di felicità indescrivibile, nel bacio dell'amore; esse si amano in una segreta corrispondenza, per un moto arcano che li spinge a confondersi assieme.
    Quella felicità appartiene solamente agli sposi, e non è gustata che dalle anime delicate: le altre si accontentano della voluttà momentanea, simile ai bruti, e sono quelle, che cercano il piacere nelle braccia di una prostituta.
    Quella felicità sola fu il mio sogno, il sogno dei miei 16 anni: la raggiungerò io? (o forse no).
    E questo forse mi piomba nel profondo del cuore come una mazza di piombo. La conseguirò io?
    Oh ditelo voi disinganni, dolori, dubbi, convulsioni del mio cuore dilaniato!
    Sposi, parola poetica, che rivela un mondo di gioje ancora ignote, di vere gioje. Prima l'amore vagava come farfalla su' fiori: e se fermavasi su qualche rosa prediletta, n'era tosto punto dalle spine del dubbio e del disinganno.
    Ma quando due anime, che si amano, si sono pronunciato quel Sì, quel sì, che suona si dolce in tutte le favelle: l'animo tace ed ammira. E sorge finalmente un mattino beato.
    In quel mattino la sposa si sente affannata: qualcosa d'insolito la investe; il petto le batte più violentemente Oh esulta, avventurata, tu sei per divenire madre; esulta, avventurata, e taci.
    Uomini, ch'io chiamo mostri, torvono il guardo dinanzi alla sposa fecondata; i loro occhi balenano di una luce diabolica: essi premeditano un delitto, un aborto: essi, che considerano la donna come un solo strumento di piacere.
    Per questi uomini dovrebbe esservi una giustizia ben più tremenda di quella, che li castiga ordinariamente in questo mondo di calcolo.
    Ma un'anima gentile, alla sposa, che le dice: io sono per diventar madre: è compresa da un senso di venerazione e rispetto.
    Lo sposo allora ama la donna del suo cuore di un amore più profondo; tale, che se non nascesse il figliuolo, egli non potrebbe espanderlo tutto sulla sposa.
    Egli allora considera la sposa come cosa sacra; non ardisce più toccarla per tema, che non si estirpino i germi della nuova esistenza.
    Il mondo stolto ed infingardo e vile ed infame, sì sette volte infame, ride turpemente dinanzi ad una donna incinta: io mi levo il berretto, come se passasse una divinità e la venero.
    Finalmente comparisce quel giorno, quell'ora in cui viene alla luce un'altra creatura, un figliuolo. Madre, madre! esclamo, e la natura mi risponde colle sue armonie.
    Madre! più divina delle esistenze di questo mondo: nè l'aspostolo del vero si scombuja alla mia esclamazione: il bigotto solo e l'ipocrita inorridisce come ad una bestemmia.
    Allora una voce parla al cuore della madre, e questa voce è l'eco di quelle parole dell'infelice Leopardi:
    "O miseri o codardi
    figliuoli avrai. Miseri eleggi. Immenso
    Tra fortuna e valor dissidio pose
    Il corrotto costume ...
    ... a te nel petto sieda
    Questa sovr'ogni cura,
    Che di fortuna amici
    Non crescano i tuoi figli, e non di vile
    Timor gioco o di speme ..."
    Madre!, certo sono crude queste parole, ma vere.
    "O miseri, o codardi
    "Figliuoli avrai. Miseri eleggi ..."
    Si, miseri, se vuoi che siano grandi e generosi.
    E' dura, lo confesso, è dura questa legge sociale, ma è pur vera. Su questa terra di calcolo, dove l'affetto, il puro amore è deriso o fuggito come un'inutile sacrifizio; dove i matrimonii sono rabberciati coll'oro, non sanciti coll'amore; dove l'onestà deve sempre soggiacere alle insolenze della malvagità, dove la religione persino è fatta strumento di vile commercio... chi è sì generoso da guardare alteramente questa turba sfacciata e codarda, ed ha il nobile ardimento di rinfacciarle i suoi vizi nefandi; ebbene questi sarà misero!
    Egli sarà vilipeso, calunniato, e rimarrà certamente vittima del suo onesto e generoso proponimento.
    Si, è ormai tempo di strappare la maschera a questo sepolcro imbiancato, che si chiama società, a questo cadavere puzzolento che si chiama religione cattolica: è ormai tempo di gridare all'uomo:
    "O tu, che fosti creato a grandi cose, che hai fronte ed anima divina: o tu, che ti dici creato ad immagine di un Dio, vile bestemmiatore, rispondi:
    "E' Dio che ti comanda di far traffichi delle cose sacre; è Dio che t'invita ad adorar l'oro; è Dio che ti dice: O uomo, tu sei creato per guardare il cielo, ma tu devi sozzarti nel fango; tu sei creato per amare la natura e le sue bellezze, e invece guai a te, se ardirai se ne ammiri gli stupendi prodotti; nulla di tutto ciò: devi non cercare la felicità nel sacrosanto vincolo del matrimonio, ma nel seno della prostituta; e se vuoi ammogliarti, v'è tempo a pensarci, quando sarai consunto, mezzo morto: allora cercati una sposa avvenente, giovine, e costringila a marcire vicino al tuo fracido carcame, sotto l'impressione di quelle tue turpi e raffinate carezze; così da questi congiungimenti, se pure lo permetterai, nascerà una prole scrofolosa, rachitica, che non vedrà il cielo della primavera di lor sua vita!
    "E' Dio che comanda alla donna, di non istudiare, per non parere saccente, ma di adornarsi solamente di un'ambizione e di una vanità infame? E' Dio che le dice: O donna, io ti ho dato grazia e bellezza senza limiti, affinchè tu ne facessi traffico, e spegnessi negli uomini la sacra fiamma della gioventù. Se un giovanetto, che non voglia insozzarsi in quelle brutture, ti domanda non un sorso di piacere, ma un sorso di puro amore; tu irridilo, e chiamalo stravagante.
    Se ipocritamente ti mostri più dignitosa della prostituta, col non far getto del tuo pudore; sia questo non un dovere, ma un laccio teso agl'incanti. A chi ti ama, rispondi coll'indifferenza, colla ritrosia; a chi ti loda, colla grazia, coi sorrisi; chi non ti cura perseguita colla seduzione di tua bellezza, affinchè ne resti preso.
    Allora non volgigli più uno sguardo benigno; allora lascialo consumare in un fuoco lento, divoratore, in una passione non corrisposta!
    E, fremo a scrivere questa verità, se una donzella, uno di quegli angioli prediletti, che esistono su questa diabolica terra: un angiolo corrisponde al puro affetto del giovane poeta, lo sorregge sullo spinoso calle della vita, lo conforta dell'invidia degli uomini; o donne, congiurate tutte contro lei; essa sia vilipesa, calunniata, tradita da quelle, che le si professano amiche, soltanto per carpirne i segreti da propalare..!
    Oh Dio, rispondi, perchè permetti che l'uomo, tua fattura, si trucidi nelle guerre, si consumi nell'odio, nell'invidia, nella supertia, si contamini di tanta bruttezza?"
    O Madre, eleggi figliuoli miseri, educali alle maschie virtù, al sentimento del bello e del buono, fa che essi portino secoloro una coscienza tranquilla, incontaminata, che all'umanità vigliacca e persecutrice possano rispondere con dignità:
    "Via sozza ciurmaglia, via di qua: io sprezzo il tuo oro, sprezzo le tue turpi voluttà; via a' miei passi, io sdegno di brattarmi nel fango dei tuoi vestiti lussureggianti".
    Di casa, 28 Marzo 1871

    V

    In questo punto delle mie Rimembranze, la mano mi trema fortemente, sanguina il cuore: perocchè ho da sorpassare sovra la morte di mia madre.
    S'Ella fosse vissuta, oh quanta pace io avrei potuto assaporare da un suo bacio! E invece?
    Il 10 Marzo, mia madre dava alla luce un quarto figliuolo, mio fratello Vittorio.
    Non si alzò più dal letto del dolore.
    Le sovraccolse tosto una malattia lenta, ma divoratrice: invano si fecero consulte mediche, invano ell'ebbe da sostenere i più atroci dolori, ella ben tosto trovassi in fin di vita, e ...
    A Luigia, che la curava con indefessa cura, raccomandò nei supremi istante, che vegliasse ognora sopra i figliuoletti, consegnarle ella il suo tesoro, lo serbasse a migliori destini...
    Quindi spirava tranquilla, sorridente, come colei, che sa di aver compiuto un grande dovere, e che non s'affanna, se questo le costa il sacrifizio della vita.
    Spirava, volgendo i suoi ultimi pensieri, al marito, cui lasciava per sempre; ai figliuoletti che abbandonava all'ira del mondo, orfani, senza madre!
    Morì il 2 Aprile 1897, e al domani una bella, ma ihimè, quanto straziante sepoltura, ne recava la salma esamine al Campo sacro.
    Colà, le si alzò una tomba nel tombino di casa Tasca, e due cipressi sembravano volessero occultare agli occhi profani quest'iscrizione:
    Alla Cara Memoria
    Di Angela - Perussia - Tasca
    Moglie e Madre Affettuosissima
    Nata il 6 Gennaio 1830
    Sposa il 4 Gennaio 1851
    Morta il 1 Aprile 1857
    Il Consorte e quattro teneri figli
    Dolenti
    Semplicissima è questa epigrafe, e dettata dallo stesso mio padre: eppure sotto quelle parole e sotto quelle date ... quanto dolore!
    Oh! dinanzi alla tua tomba, o madre mia, io mi prostro riverente! ... Io adoro quella salma che viva mi diede la vita; morta, la morte del cuore.
    Si, madre mia, tu, morendo, mi costringesti a dolori inauditi; nè io potei contraccambiare i tuoi benefizi, nè dimenticare in un tuo bacio il mio triste destino. Ora sono costretto a mendicare un sorso di amore, mentre in te avrei trovato di che saziare la mia sete. Ora quando la fortuna mi reca forti dolori, l'invidia degli uomini mi colpisce con crudi disinngani; io debbo soffrir solo, circondato da fratelli, che non mi amano, da un padre buonissimo sì, ma che non può darmi quell'unica consolazione, che sola tu avresti potuto impartirmi!
    Addio, madre mia, ci rivedremo una volta? Non so.
    Si, ira di Dio, colpisci tuo figlio con maggiori pene, se il puoi. Toglimi i beni, toglimi il sonno, toglimi quelle poche speranze di un amore intemerato che uniche oramai tengono desta in me la scintilla della fede: toglimi tutto quel che potrai ...
    Io starò fermo al mio posto: perocchè, se tu mi hai condannato ad eterno dolore, io ne beverò l'amara tazza fino all'ultima goccia.
    Nè mi brutterò di alcuna infamia; perocchè avrò sempre dinanzi l'immagine di mia madre.
    Si, Angela, io troverò nel tuo sepolcro quel connforto, che non trovo altrove: sulle tue ceneri incontaminate io mi temprerò a generosi sensi, al tuo sepolcro attingerò il compenso di una coscienza tranquilla; di un cuore, che sembra condannato a desiderare sempre e mai non essere soddisfatto; di un cuore, che dovrà forse spegnersi nella notte del dolore e del disinganno, senza che un'alba dorata venga a rischiararlo.
    Si, Angela, madre mia, la tua ricordanza mi salverà dallo sconforto dell'avvenire: e se pure qualche sorso di amore mi sarà dato di gustare da qualche cuore gentile, che batta ai battiti del mio petto; ebbene io codurrò costei dinanzi alla tua tomba, e le dirò:
    "Se io ti amo tanto, ringraziane mia madre. Ella, morendo, mi lasciò in un amaro egoismo, costretto a vivere senz'amore: tu mi hai compreso, ebbene io ti amo doppiamente, coll'amore e colla riconoscenza: ma di questo ringrazia il sacrifizio di mia madre. Si, ella morendo mi lasciò tanta forza di amore da versare, che te felice, la quale non hai sdegnato di accettarne il profumo e la scintilla vivificatrice. Io ti amerò sempre di amore sovrumano, ti benedirò ed il tuo nome pronunzierò unito a quello della madre, com'essi siano due astri fulgentissimi che m'impediscano di cadere, la notte, nel precipizio della malvagità".
    Ma quando sarà giunto questo dì, in cui io possa espandere il tesoro dei miei affetti?
    Dillo tu, o Venanzia, ormai solo mio sospiro, unica mia speranza! ...
    Due giorni fa, ho scritto una lettera e la dirigeva a te; ma non mi fu dato ancora di consegnartela.
    In essa, io invocava un sorso di amore, un conforto che mi facesse obliare un istante che sono senza madre: ti chiamava mia ispiratrice, al cui incontaminato tribunale sarebbero ricorsi tutti i miei affetti, tutti i miei dolori: io ti amo e ti avrei amata per l'avvenire più che creatura mortale e terrestre ...
    Eppure non ho ancor avuto l'occasione di cosegnarti quella lettera, dalla cui risposta dipende il mio avvenire: ma questa sera creerò io l'occasione, e guai a me se non te l'avrò finalmente consegnata. Il dubbio m'uccide ed io debbo cercare un'oasi, che mi disseti alfine nel deserto di questa vita infocata.
    Di casa, 31 Marzo 1871.
    (Non l'ho ancor potuta consegnare. 2 Aprile 1871)

    VI

    Di mia madre non un ritratto, non una lontana reminiscenza, che mi ricordi la figura.
    Ella dipingeva, e ne restano alcuni quadri ad olio e moltissimi disegni di paesaggi fatti colla matita; ma non una lettera scritta da lei.
    Una sola ricordanza ho di un giorno, che, mentre io stava solazzandomi con un montone di legno, mio fratello Giuseppe me lo guastò, e mia madre, che, stava lavorando ad una finestra, lo ammonì che stesse zitto e mi lasciasse in pace.
    Da quanto mi racconta Luigia, ell'aveva occhi azzurri, capelli castagni scuri, dei quali connserviamo la treccia, maso aquilino, viso rosso, piccola statura. Geloso affetto per il marito, grandissimo amore e cure indefesse pei figliuoletti pronta all'ira ma pronta anche a rappacificarsi, poco curante di piaceri, ma gelosa del suo decoro, non molto espansiva cogli estranei, amorosissima con quei di casa, religiosa senza superstizione; essa nella famiglia cercava la felicità, non nei salotti di conversazione, nei circoli eleganti. Sposa fin dal 1851, nei sei anni che passò con suo marito, non mai per causa sua fu turbata la tranquillità della famiglia: ond'essa scendeva nel sepolcro sicura del suo avvenire, con una coscienza tranquilla ed illibata, compianta veramente da quanti la conoscevano, lasciando al marito ed ai figliuoli dolce ricordanza del suo affetto! Vale!
    Di casa, 31 Marzo 1871

    Capo 2°

    Mia fanciullezza

    1857 - 1862

    I

    Morta mia madre, io crebbi in un coi miei fratelli, sotto lo sguardo amorosissimo di mio padre; il quale allora mi fece veramente scordare la grande perdita, ch'io aveva fatta. Dico allora, perchè nel punto in cui scrivo queste Rimembranze sono già troppi i dolori, che ho dovuto sopportare da me, senza poter aprire il mio cuore, versarlo tutto, dentro il seno affettuoso di una madre.
    L'amore, che un padre porta al figliuolo per quanto grande sia, non è però tale, che questi gli sveli i segreti più reconditi del'anima sua. E invece una madre? Una madre, che, quando ti vede afflitto, ti è tosto attorno; e con una grazia tutta sua ti seduce a svelarle ogni cosa; e poi, qualunque sia la tua passione, ti conforta e cerca ridonarti all'usata tranquillità: una madre, che va altera, se fai alcunchè di grande, e tosto ti conforta dell'invidia altrui, con uno sguardo ti spinge sulla via della gloria..: oh è, ben altra persona, che il padre!
    Ma che vale ora lamentarsi di una felicità, che mi è forse sfuggita per sempre? Che vuole l'inacerbire con questa cruda rimembranza una piaga già si profonda? Pazienza! Imperocchè sembra mio destino l'incontrare pel calle di mia vita non rosa alcuna, ma solo spine, spine e sterpi. Ma pazienza, dico; pazienza e coraggio! Vedremo un pò chi si stancherà il primo: io o il destino infame, che mi perseguita. La vedremo.

    II

    Mio padre, che mi amava veramente, mi circondò di tante cure, che io in quel tempo fui felice. Dico felice, perchè allora non un pensiero mi preoccupava dell'avvenire; non una di quelle ore crudeli, in cui il disinganno di lacera l'anima, non una era venuta a turbare il sereno dei miei giorni.
    Ed ora che a quella pace contrappongo la tempesta delle mie passioni, una lagrima sola non mi cade dagli occhi: sono troppo stanco, ne ho già versate troppe.
    O primi anni della mia vaga gioventù, come siete belli! Voi mi sorridete da lungi, e mi sclamate: Coraggio, coraggio: perocchè io tentenno nel mio cammino, ma ... non cado e non cadrò ...
    Addio, prime dolci illusioni non svanite dalla fredda mano del tempo: addio, e che la vostra ricordanza m'infonda il coraggio di cui abbisogno, per ridere, per sprezzare la miseria, che mi circonda!
    Oh certo nessunno v'ha, che non si rianimi al pensare ai sogni passati, ai sogni dell'innocente fanciullezza; quando si crede ancora nella fede, nell'amore, in Dio, e quel che più importa, nella pace.
    Quando il fanciullo non pensa ancora all'abisso, che fra poco vivo dovrà ingoiarlo, e sorridente si lancia nel mondo, senza che un sol pensiero molesto gli amareggi quei momenti.
    Comprendo ora, perchè in quel tempo pregava con tanto fervore Iddio, e lo chiamava buono. Ahimè! Allora era felice ... e adesso ? Ora sono infelice, infelice in tutto, nell'amore, nella fede, in tutto.
    Allora non aveva segreti da confidare, e però era soddisfatto dell'affetto di mio padre.
    Ma ora? Ora, che sono costretto di tacere muto, freddo, insensibile, dinanzi a fratelli che non mi amano; ad amici, che non potranno mai comprendere per metà quel che soffro e però sono incapaci di confortarmi: ora che debbo nascondere e custodire con gelosia quel segreto, che più mi pesa, l'amore.
    Amare e non sapere se si è riamato?
    E quel ch'è peggio, perdere miseramente il tempo in lamenti inutili! ...
    Oh! Venanzia! ecco una vittima di tua bellezza, di tua grazia. Ed ancora non ho avuto cuore di consegnarti quella lettera, in cui ti svelo quel che sento per te.
    Ma, per la libertà di Italia, se appena ne avrò l'occasione, non ne approfitterò: ebbene, allora io mi dichiaro stupido, imbecille e quanto di più babbuazzo può ritrovarsi su questo suolo fertile d'asinità.
    Infatti, dopo aver tanto sofferto, voler soffrire ancora; quando si potrebbe cessare da questo stato diabolico!
    Ma, prima di Domenica 9 Aprile 1871 voglio ch'Ella abbia quella lettera: e poi ... ? poi risponda quel che si vuole.
    Pazienza! Almeno saprò se debbo credere ancora nell'amore; saprò se debbo ancora sperare in men cruda sorte.
    Torino, di casa, Giovedì 6 Aprile 1871.

    III

    Ieri sera, Giovedì, non ho potuto consegnarle quella lettera, dimodochè oggi son sfinito ognor più. Eppure spero, spero ancora ... forse domani sera, Sabbato, in cui Ella verrà, ne avrò l'occasione, e non lascierolla già sfuggire. Qualunque cosa possa accadermi, nulla, credo, sarà peggiore di questo dubbio tremendo, che mi lacera l'anima, mi ha rapita la pace, non mi lascia quieto un solo istante!
    Ho sempre la memoria sua dianzi agli occhi: dovunque io sia, al passeggio, in casa, in conversazione: essa mi perseguita inesorabile come il fato, che immaginarono gli antichi. E quando penso al grande, immenso amore ch'io le porto; e poi riguardo la triste realtà, il disinganno, che mi tortura: ahimè! sento, come una massa di piombo mi piombasse sul cuore.
    Io l'amo tanto! Ed Ella?
    Ella, o non m'ama, o m'ama: e allora perchè tace? Prima mi sorrideva, ed allora io mi credeva nel paradiso. ed ora? Ora non mi sorride più, oppur di raro: e questa indifferenza mi uccide.
    Perchè darmi ragione d'infinite speranze, e poi togliermele d'un tratto con quel sepolcrale silenzio? Perchè ripromettermi con un sorriso il compenso dei travagli miei e poi cessare tosto dal sorridermi, mostrarti ritenuta con me, quasi schiva?
    Oh Venanzia! rispondimi tu. Mi ami? E allora, perchè hai cessato di sorridermi! Non mi ami? Dunque, perchè mi hai sorriso tanto tempo? Che tu fingessi; allora o adesso? E perchè fingere? No, questo non può essere: più alti fini debbono aver generato questo subitaneo cambiamento.
    A calmare il mio dubbio tremendo, fa d'uopo di una spiegazione,e questa l'avrò, ... e fra pochi giorni! ...
    Di casa, sera 7 Aprile 1871

    Capo 3°

    Prima istruzione

    1862 - 1866

    I

    Poichè io fui pervenuto all'età di sette anni, mio padre mandommi alla scuola pubblica Monviso in Torino, dove ricevetti la prima istruzione.
    Io era d'ingegno sveglio e desideroso di schiudermi alla scienza, ed ancor adesso m'è grato il rifarmi col pensiero a quel tempo, in cui io vergine d'idee e d'anima attendeva allo studio con mente serena, lucida, senza un turbamento, senza un affanno!
    Non tardai a farmi via tra i miei coetanei, e di questo debbo rendere grazie infinite ai cari insegnanti, i quali accrebbero il mio zelo con adeguate lodi ed incoraggiamenti.
    Finito l'anno scolastico, io nelle vacanze andavo colla mia famiglia a villeggiare in una campagna di mio nonno posta nel paese di Lombriasco. Là respirai un'aura veramente sana e benefica, ed io in quella solitudine mi stimava più felice, che tra le feste e la calca tumultuosa di Torino.
    Io era pieno di vita; epperò non poteva star fermo un istante: sembrava avessi il diavoletto indosso.
    Correva tuttodì pei prati colla lieta spensieratezza della mia fanciullezza: correva senza pensare al precipizio, che fra poco mi avrebbe accolto nelle sue voragini.
    Affè, che, quando ci penso, la vita umana mi sembra da paragonarsi ad una farfalla.

    II

    Infatti la farfalla sboccia tra il sorriso di primavera e l'olezzo dei fiori: e tutta lieta svolazzando sen va da calice a calice, libando il prezioso dei fiori ed inebbriandosi di quei profumi.
    Parimenti l'uomo, quando nasce, è benedetto dall'intiera famiglia; quindi nel seno della madre respira un'aria salutare, tutta sorriso, tutta poesia. Poi, il bambino, fatto grandicello, gode dei fenomeni, che ci presenta questa natura sì feconda; s'inebria delle sue dolcezze e non pensa al dimani.
    Ma, ahimè, che come la farfalla, si abbruccia le ali al fuoco del disinganno; ed allora non è più vita la sua, ma lunga, interminabile agonia.
    La farfalla, che si abbrucciò le ali alla fiamma di uno splendido lume, cade morta a terra: e l'anima dell'uomo parimenti langue smorta; tanto peso di dolori, di doveri, di delusioni la tengono costretta a terra! Ahimè vita umana! ... Lampo di un istante, e non altro!
    Di casa, sera 7 Aprile 1871

    III

    Così passarono 4 anni veloci come un sogno nè in questo frattempo veruna cosa non venne a turbare l'allegria, in cui io era continuamente, io, fanciullo e di pensieri e di fatti, epperò incapace non solo di decifrare ma nè anche di pensare l'enigma doloroso di questa vita mortale.
    Mio padre aveva per me singolare predilezione, di cui diedemi vera prova, quando, nel Luglio del 1864, essendomi sopravvenuta una violenta febbre tifoidea, che mi tolse per molti giorni fuor di sentimento; egli vegliò le lunghe notti accanto al mio letto; e con quale angoscia, se l'immagini chi abbia cuore di vero padre.
    E appunto in questa malattia occorse un caso, che rivelò la mia grandissima inclinazione allo studio.
    Quando caddi ammalato già aveva sostenuto gli esami in iscritto della 2° classe elementare, rimanevano ancora le prove orali.
    Ebbene io non volli adattarmi a rimaner privo del 1° premio, che era presso a raggiungere: dimodochè mio padre fu costretto di condurmi vacillante a sostenere quell'esame.
    E tanta fu la mia volontà e forza d'animo, che, in quel supremo istante, raccolsi tutti i miei pensieri, risposi chiaramente a tutti i quesiti, che mi furono posti da rispondere sulla Aritmetica e grammatica Italiana cosicchè superai tutti i miei emuli, ed ottenni il 1° premio, come al solito.
    Ed a quell'età io aveva letta la vita di Dante: perocchè andassi pazzo per sapere la vita dei grandi uomini: e la ricordanza del suo vergine amore colla Bice non svanì mai dalla mia mente.
    Tanto son potenti le impressioni, che il fanciullo riceve nei suoi primi anni!

    IV

    Dal che apparisce evidente, quanto danno poss'arrecare a giovani cuori la lettura di certi romanzi mistichi, in cui si dipinge il vizio con tale una splendidezza, con tale una lusinga, che gl'incauti ne restano facilmente accalappiati.
    Quindi si fanno un ideale falso della vita terrena; e non pensano che a darsi il bel tempo: l'oro adorano quasi supremo idolo: la gioventù e la bellezza non istimano se non in quanto può esser loro di più o meno intenso diletto.
    Incapaci di forte sentire e di sensi generosi, alla donna non amore, ma voluttà dei sensi domandano gli uomini così fatti; le donne all'uomo non si chieggono se non piaceri momentanei, soddisfazione personale, vanità e vanità!
    10 Aprile 1871
    Non ho voluto consegnare la lettera a Venanzia ier sera Domenica, per ragioni che vedremo appresso!

    V

    Quando penso ai miei primi anni, conosco che io fui sempre spinto allo studio da un desiderio intenso di gloria, ma più particolarmente, dalla voglia di giovare alcun poco a questa povera Italia, una volta già sì altera, ed ora caduta in sì basso loco.
    Amare di corrisposto amore, far qualche cosa di grande: questo fu il solo mio sogno, la sola mia aspirazione: nè mi curai di piaceri, nè di ricchezze.
    Però, fin da giovanetto, spesi tutto il tempo nella lettura, di qualunque libro mi venisse alle mani, purchè col mio cervello potessi intenderlo.
    Ma come ho detto di sopra su tutte le letture mi fece somma impressione la vita di Dante.
    Io mi figurai questo poeta immortale ai piedi della Bice, cinto il capo dell'alloro sempre verde: figurai questa vaga donzella alzarlo da terra d'un mover di ciglia, spingerlo sulla via della gloria, preparargli i trionfi, che più tardi avrebbe ricevuto dopo morte.
    Dico dopo morte: perchè Dante, il divino poeta, il gran cittadino, in vita non ebbe che poche consolazioni, infiniti dolori, esilio, ingiuria, ignominiose offerte, compagnia scempia e trista: come accadde per lo più agli uomini veramente di genio, che hanno il coraggio d'imporsi alla rozza e scostumata plebaglia, che li circonda.
    Fin d'allora io sclamava: Oh se potessi far qualche cosa di grande, e poi morire!
    E non pensavo quanto cara costi una foglia d'alloro strappata dal Parnaso: non pensavo che essere grande presuppone essere infelice.
    Dicevo fra me e me: se potessi trovare la Bice di Dante, ed io avessi il suo ingegno!
    Se potessi essere riamato da tale, che mi comprendesse! ...
    E quando io faceva questi castelli in aria, non aveva che 10 anni, e già sognava cose poetiche infinite.
    La felicità ch'io sognava credetti trovarla per allora nello studio: e studiai, studiai, cercando di rendermi ragione di tutto, senza nulla omettere, che potesse tornare utile al mio perfezionamento.
    Quindi cominciarono in me a battere i primi palpiti: ed indi la mia vita si trasmutò come d'incanto, e prese una via più larga, benchè più spinosa: cioè l'intraprese; perchè, ora soltanto che scrivo, sono entrato nella via della gloria e del forte amore. (E del crudo disinganno 13 Maggio 1871)
    Di casa, 10 Aprile 1871. Ore 6 di sera. Lunedì.

    Capo 4°

    Primo sogno

    1866

    I

    Ho scritto Primo sogno in capo a questo capitolo, non perchè io creda un sogno il mio primo amore, non perchè io voglia rinnegare quella felicità, che allora mi credetti gustare: ma perchè questo mio primo amore fu rapido a fuggire al par di un sogno, e come un sogno dorato lasciommi un vuoto nell'anima insoddisfatta.
    Soggiungerò inoltre, che io, essendo allora fanciullo e non ancor dotato di quel forte sentire, che oggidì è la prima cagione della mia infelicità, non amai con quell'ardore, con quella veemenza, che ora mi spingerebbe ad adorare la mia unica speranza, il solo mio sospiro, la Venanzia, ahimè, troppo bella e troppo gentile!
    Tuttavia amai con tutta quella fede quell'entusiasmo, di cui era suscettibile la mia giovanissima età: ed ora, che rimembro quei pochi istanti felici, che mi offrì questo purissimo amore, e penso a quel che soffro presentemente ... Ma, bando a queste melanconie. Non voglio più pensarci ... almeno per ora, chè debbo raccontare quel mio sogno.

    II

    Nell'inverno del 1866 vennero a Torino la compagnia francese Gregoires, a dare loro rappresentazioni consistenti in operette vaudevilles, spettri, giuochi di prestigiazioni, etc.
    Costruirono il teatro apposito in piazza Solferino, ed affittarono un alloggio al piano terreno nella casa stessa, ch'io abitava, Via Alfieri n° 24.
    In questa famiglia, tra le altre giovanette vaghissime ed intelligenti, ve n'era una di 16 anni all'incirca, per nome Luisa, la quale recitava colle sorelle nelle pubbliche serali rappresentazioni.
    Al vedere quella giovinetta bella ed intelligente, io ne restai subitamente preso.
    Ora che ci penso, non so come nacque la mia passione, non so nemmanco in qual punto io comincia a parlarle: perocchè la fredda mano del tempo ha cancellato nella mia mente ogni dolce ricordanza; affinchè non mi restasse che il dolore ed il gelo dei disingani. Pazienza!.
    So tuttavia, ch'io l'amai con quell'affetto innocente e verginale, l'amai come una sorella, non come un'amante: perocchè in quell'età io non conosceva che la tranquillità di un amore infantile!

    III

    Io la vedeva spessissimo, di giorno a passare nel cortile per avviarsi a casa, di sera nel teatro, dove andava a recitare.
    Quante volte l'aspettai di sera, che passava sulla piazza per la recita: e poi, al primo vederla, m'involava furtivo e mi nascondeva ai suoi occhi! ...
    Io l'amava, ed ogni dì era sul terrazzo intento, e quando passava veloce nel cortile, io era felice.
    Non tardai a far conoscenza co' suoi fratelli, presso a poco della mia età; dimodochè, trovandomi con essi ove accadesse, ch'Ella ci passasse accanto, io era presto a salutarla.
    Ella gentilissima, mi rendeva il saluto: e così per mezzo dei nostri sguardi ci parlammo cose infinite.
    Li, (e ora che lo rammento un melanconico sorriso sfiora le mie labbra, ed i miei occhi si gonfiano per le lacrime) si, le nostre anime s'intesero reciprocamente, senza che una parola svelasse il nostro affetto; e si stabilì fra noi una cotale infantile confidenza, che doveva durare fino all'ultimo momento della sua dimora in Torino.
    Oh! sii benedetta tu,che non isdegnasti di riamarmi, che non temesti di dimostrarmi il tuo affetto, che sempre mi consolasti con parole e con isguardi, e mai mi negasti un sorriso, un'occhiata come ... come tu, o Venanzia, ieri sera.

    IV

    Si, iera sera, o Venanzia, tu ti mostrasti crudele molto crudele con me.
    Ed ora, che scrivo queste linee gli occhi sono pregni di lagrime, la testa mi gira vorticosa ed un sogno, un crudo sogno e non altro mi sembra questa mia frale esistenza.
    Ieri sera, tu venisti a casa mia, per le prove del Matrimonio Occulto e della farsa La Neuja, che noi rappresenteremo Domenica 16 sera.
    Sorridente con tutti gli altri, a me un saluto per etichetta e non altro. Loquace con gli altri, a me non una parola, non uno sguardo.
    Oh Venanzia! Non puoi capire quanto ho io sofferto, quanto soffro tuttora!
    Che vale la simulazione! Tu mi hai amato una volta, si tu m'hai amato: non lo negare, l'ho conosciuto e tu stessa me l'hai dato ad intendere prima coi tuoi sorrisi, ed ora con il tuo cambiamento.
    Ma, Venanzia! Che ti ho fatto io infine, perchè tu mi disingannassi tanto atrocemente?
    Che ti ho fatto? Rispondi se'l puoi.
    Ti amai, ti amai sempre più, e se questa è una colpa, perchè allora darmi ragione di sperare?
    Ti amai, e tutte le sere, che tu venisti a casa mia, ti preparai un mazzolino di fiori del pensiero: tu mostrasti sempre di aggradirlo.
    Ma ieri sera! Oh, ieri sera fosti troppo crudele!
    E' tutta la settimana, che soffro, soffro atrocemente: e se tu potessi entrare col pensiero nel mio cuore, oh certo non mi pagheresti di tale ingratitudine!
    Martedì non mi volgesti un solo sguardo, una sola parola. Io ti accompagnai a casa in un con mio fratello, e nel dividerci, tu, mentre mi salutavi, torcesti l'occhio altrove. Oh! questo è troppo!.
    Per istrada io feci una forte risoluzione.
    Appena che fummo soli, mi rivolsi a mio fratello e a Copasso e gli dissi: Domenica non posso recitare, cerca un altro che sostenga la mia parte di amoroso.
    Mi furono attorno, l'uno minacciandomi, ed era quello sciagurato di mio fratello Giuseppe, l'altro supplicandomi, non volessi mancare alla data parola, mandare a monte quella rappresentazione.
    Io rispondeva semplicemente: Non ho data parola alcuna: voi mi deste quella parte: io ora vi avverto che non ho più volontà di sostenerla.
    "Ma perchè?"
    Perchè non voglio.
    E mio fratello: "Farò ben io che papà ti costringa."
    Io sorrisi mestamente: "E che valgono per me le minaccie, i castighi, quando si vorrebbe legare la mia libertà?"
    Soggiunsi, che "senza un'importante cagione non avrei preso quel partito, che questa ragione non poteva dirla loro, perchè era intima e riguardava cose risguardanti la mia posizione, e non altro,di cui potesse importar loro.
    E intanto pensava fra me e me: Non la vedrò più, sì, non la vedrò più. E' ben vero che questa privazione mi costerà dolori inauditi: ma col tempo spero di lenire il mio cordoglio ..."
    Mio fratello, a venir su con questa sciocchezza: "Già, coi tuoi amori ... buffone che sei ..."
    Io non risposi: e prego il lettore a rispondermi qual sia il buffone io, od egli.
    Almeno io nelle commedie sostengo la parte seria dell'amoroso, ed egli fa il buffone: questo nelle commedie. Ora non è giusto il proverbio che al paragon si conosce l'oro? Similia similibus ... e non dico altro, per non entrare in particolarità di questa commedia reale, che si chiama vita, ed in cui mi tocca sostenere tutt'altra parte, che quella del buffone.
    Buffone a me? Sciagurato!
    E come non gli bastesse questo titolo, volendo nostrarmi con altre parole la sua affezione, sclamava: "Uh, che se potessi, ti sfracellerei il capo contro il muro"!
    Ed io: "Oh, oh! fa pure, che ti aspetto".
    Ed era deciso veramente di non più sostenere la mia parte. Ma, coricandomi, un pensiero venne a turbare, a sconvolgere la mia risoluzione: "E s'Ella ti amasse, se non facesse che fingere, per non dare nell'occhio agli altri!"
    Tant'è, ch'io diedi ascolto alla ragione e decisi di rivederla, di consegnarle quella benedetta lettera, appena me ne venisse l'occasione, acciò Ella, se mi amasse, non avesse a lamentarsi di me.
    E mutai pensiero, la rividi Mercoledì, la rividi Giovedì, ed Ella sempre fredda con me: le diedi il solito mazzolino di pensieri, ed Ella a ringraziarmi con un grazie aspro, che mi scese nel cuore come punta di pugnale. Giovedì sera, essendo seduti vicino, il mio piede venne a toccare il suo. Non so dire quel ch'io provassi in quell'istante. Il sangue mi fluì al cervello, e finchè fui al contatto di quel piede, rimasi senza parola, come assorto in un sogno. Oh, s'io fossi morto allora! Ed Ella in quel momento rideva con mia sorella, ed io? Tutte le sere feci quella stessa risoluzione, e sempre me ne distrasse il pensiero, ch'Ella mi amasse in suo segreto.
    Ma ier sera poi, Venerdì, il mio dolore giunse al colmo. Di giorno, aveva già avuto a questionare con mia sorella, sulle vessazioni, a cui andavo sottomesso per il loro odio. La chiave del Piano-forte era scompasa. Anche quest'unica consolazione m'era tolta: e questa mattina seppi che fu mio fratello Giuseppe a rinchiuderlo.
    E poi dice di amarmi? Ma, non voglio parlare di lui: perchè l'invidia lo accieca; gli perdono: Pazienza!: ma non dimentico!
    Ieri sera, tranne il saluto di etichetta, non mi disse verbo. Non fosse che questo!
    Non mi volse uno sguardo, e cogli altri sorrideva, scherzava: e me mostrava di sprezzare.
    Quando titubante gli offersi il mazzetto consueto non se lo mise alla cintura, ma lo depose sul tavolo con indifferenza.
    Mi arruffai le chiome per il dolore. Il disprezzo ancora? Questo è troppo.
    E tutto perchè ti amo troppo.
    Nel vederla recitare sorridente con mio fratello, mi venne tanta ira, che,se non fosse stato degli altri, avrei preso quel mazzetto di sul tavolo e pestatolo coi miei piedi. Mi contenni,e vacillante venni nella mia camera e mi coricai.
    Li sentii a partire. Ella non chiese di me.
    Salutò mia sorella, mio fratello Vittorio: però sembrommi che la sua voce non fosse allegra.
    Per questo mi decisi di rivederla stassera, e la rivedrò.
    Oh Venanzia! Se mi ami, perchè dilaniarmi il cuore con quella tua indifferenza: perchè mostrarti sì crudele. Stamane, cercai del mazzetto e non lo rividi nel tavolo. Forse l'avrai preso!
    Oh! potessi darti quella lettera! Almeno verrei a una spiegazione; almeno saprei alfine qual sorte n'è serbata.
    Giovedì le ho data la mia commedia. Non tutto il male vien per nuocere, acciocchè la leggesse.
    Oh Venanzia! Se tu vedessi che la Elvira sei tu, e nell'Ugo ho rappresentato me stesso!
    Ma forse, tu riderai a quelle tenere espressioni, forse tu prenderai gioco della mia fede nell'amore. Pazienza!
    Ma saprò alfine togliermi da questa incertezza!
    Di casa, Sabbato 15 Aprile 1871 mattina.

    Oggi, dopo colazione, ebbi ad accertarmi di una ben triste realtà; e fu mia sorella Rosalia, che me ne dié la bella notizia.
    Io credei che ier sera Venanzia avesse la volontà di lasciare sul tavolo il mazzetto di pensieri: dimostrando con questa sua noncuranza che poco le importava dei miei doni.
    E questo mi venne accertato da mia sorella questa mattina. Essa infatti mi raccontò, come, sul momento di uscire, mio Padre avvesse chiesto forte di chi fossero i pensieri abbandonati. Nessuno rispose.
    Ridomandò; senza che Venanzia fiatasse.
    Allora la signorina Talucchi Alessandra disse: Sono della madamigella Tasca.
    Venanzia soggiungeva tosto: "Oh sì, me ne dimenticava ..." E forse in quello istante stesso avrà ricercato me cogli occhi, per vedere qual colpo avessemi recato la sua crudeltà. Si, questa una crudeltà, una vera crudeltà!
    Stassera invece io mi sono mostrato freddo con lei; non le ho più donato il mazzolino, perchè Ella non avesse di nuovo un pugnale da ricacciarmi nel cuore.
    Ed Ella? Non mi sorrise, ma mi sogguardò due volte, benchè con aria indifferentissima.
    Del resto io ho deciso. Se prima di Domenica sera non so la mia sorte, non la vedrò più.
    L'arte e la patria me lo impongono.
    Di casa, sera 15 Aprile 1871 ore 10 e un quarto
    (mentre Ella sta con gli altri ridendo nella sala)




    V

    Dopo questo sfogo dell'animo mio addolorato mi sento più calmo assai, sento in me una voce, che mi grida: Povero giovane, tu sei vittima di un amore non corrisposto! e tuttora non posso scordarlo un solo istante.
    In questo punto ho dovuto interrompere la mia nota: perchè essi sono passati nella stanza d'entrata per partire.
    Io mi sono fatto all'uscio di mia stanza, e la signora Tasca fu la prima a tendermi la mano. Gliela strinsi con effusione: mi ha fatto bene.
    Sua figlia, Venanzia, mi disse: Addio, Augusto, prima ch'io le avessi detto una sola parola.
    Io gli porsi la mano e strinsi la sua, mentre Ella volgeva altrove il capo.
    Ed eccomi di nuovo nel dubbio, eccomi di nuovo incapace di farmi un vero concetto della mia presente situazione.
    S'Ella mi amasse? E allora, perchè ha volto altrove il capo nel salutarmi?
    Non mi ama? E perchè dunque fu la prima a salutarmi?
    Alfine, essa non deve essere indifferente: qualche cosa, o disprezzo, od amore, sente per me.
    Domani sera, Domenica, se mi verrà fatto, procurerò di sapere la verità.
    Non ne supplico Dio: perchè sventuratamente oggi ho poca fede in lui.
    Di casa, 15 Aprile 1871 sera ore 10 e tre quarti.

    VI

    Oggi avrei da vergare le impressioni di profondi dolori cagionati da colei che amo tanto, che ho troppo amato: ma aspetterò ad accennarli dopo che avrò compiuta la narrazione del mio primo sogno.
    Di casa, 17 Aprile 1871 ore 10 1/2 antim.

    VII

    Luigia, bellissima fanciulla, oh quanto ti sono grato dell'affetto che non disdegnasti di aver pel povero orfano! Almeno tu corrispondesti a' miei sogni dell'innocenza, tu mi sorridesti sempre ... invece ora!. Oh Dio, qual tremenda realtà, quale abisso profondo divide l'oggi dal ieri!
    Noi ci amavamo, o Luigia, le nostre amine si erano comprese per modo arcano, i nostri cuori innocenti si sentirono attratti l'un verso l'altro senza che una parola sola svelasse i nostri affanni.
    Ed io, tutti i giorni ti aspettava, o mentre adavi a recitare, o al passeggio, e ti donava dolci ed aranci, felice troppo se tu li aggradivi.
    Un giorno ti regalai una bella immagine; un altro dì, un fantoccio, ch'io aveva comperato da alcuni anni, con cui mi sollazzava.
    Te lo regalai, e tu lo accettasti con un sorriso, non nostrasti di sprezzarlo.
    Oh te ne siano rese grazie infinite.
    Si, tu mi amasti: ed una sera da terra mi gettasti sul terrazzo un pacco di dolci in contraccambio dei miei doni. Buona fanciulla!

    VIII

    Poco tempo dopo lasciavi Torino, e rompevi il mio sogno dorato.
    Mi ricordo dell'ultima serata, che ivi offriste al pubbico torinese, a cui venni ancor io.
    Era commosso, profondamente commosso: quando mi si avvicinò Luigia e strinsemi la mano.
    Al domani partiva: al dimani io piansi.
    Addio, vaga fanciulla, che fosti sì cortese con me, che mi amasti senza arrossire.
    Addio, la tua ricordanza almeno mi starà sempre impressa dolcemente nel cuore: e se non posso più amarti, almeno ti benedirò sempre per tutta la vita.
    Addio, bel sogno di un'ora, sì diverso ahimè dalla triste realtà, che oggidì mi soffoca, mi dilania il cuore. Addio.
    Luigia, due anni or sono ti ho riveduta in un teatro di Torino: mi assalirono in quel punto tutte le rimembranze antiche: ma il cuore tacque muto, quasi insensibile alla tua bellezza.
    Il mio fu un sogno, non un forte amore: fu un sogno dell'innocente giovinezza: quindi non è a stupire, se, rottosi appena, mai più non ricomparve.
    Io l'ho narrato semplicemente quale lo vidi: senza particolari, senz'ordine:perchè difficilmente si ritengono i particolari di un sogno. Addio!
    Torino, 17 Aprile 1871, ore 11 ant.
     
     
     
     
     
    _______________________________
     
     
     
     
    Carlo Leone Augusto PERUSSIA
     
    TORINO 1871-1872
    Una giovinezza in Italia

    Prefazione del curatore

    PARTE PRIMA

    Parte SECONDA

    Parte TERZA

    Parte QUARTA

    Parte QUINTA

    Parte SESTA

    Parte SETTIMA

     

     

     

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