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Scrivo queste Rimembranze senza presunzione
alcuna o speranza che vengano date alla stampa: cosicchè
s'ingannerà di gran lunga chi volesse cercarvi la peregrinità
dello Stile e la vaghezza del puro linguaggio italico.
Scrivo semplicemente, come mi detta il cuore,
questo gran maestro dell'umana vita, affinchè nei giorni
di sventura le ricordanze di poche gioje, che abbia goduto per
avventura lungo la mia vita affannata, non mi permettano d'imprecare
alla fortuna.
Io ho sempre tenuto per fermo che valga
assai a lenire un dolore, il contrapporvi i piaceri goduti no,
ma sfiorati: così almeno credo di me, il quale non ho
mai trovato un fiore sul calle di mia vita, che tosto mille punture
non mi abbiano fatto pentire d'averlo colto.
Queste rimembranze racchiudendo i segreti
più reconditi dell'anima mia mi piacerebbe non fossero
lette da altri, fuorchè da quelli ai quali io per istima
e sicurezza di fedele amore, le avessi commesso. Questa è
la mia volontà: onde, se mai si avessero a pubblicare,
non lo si faccia senza cambiare i nomi delle persone sopravvissute
alla mia morte: acciocchè non ne abbiano per avventura
a ricevere sfregio od onta, o noja.
A Te, Venanzia Tasca, che m'inspirasti per
modo arcano a questa impresa; a te intendo dedicate queste Ricordanze,
nelle quali tu hai gran parte e certamente non indecorosa.
Perdona, se ho ardito di dedicarti cosa
di sì lieve conto, senza avertene richiesta, ma tu sei
buona, buona più di quante donzelle io conosca, onde non
ti recherai a noja quest'effusione del mio povero cuore.
Leone Augusto Perussia
Scrissi a' 17 Marzo 1871
Capo 1°
Mia fanciullezza
1855-1857
... Oh! mi ridona,
Mi ridona, o Signore, un'ora sola
Di mia fanciullezza! ...
Aleardi
I
Non so bene, se, morendo, l'ira degli uomini
e della fortuna mi avrà lasciato compire alcunchè
di grande, di veramente giovevole alla mia cara Italia, ch'io
amo tanto: e questo dico affinchè chiunque legga queste
Rimembranze, non mi voglia già biasimare, se io ho sempre
desiderato la libertà d'Italia.
Si, io ho avuto in cima de' miei intenti
la libertà di mia patria, l'ho amata ardentemente colla
fede de' martiri; e per lei sacrificherò tutti i miei
averi. Io amo l'Italia, disinteressatamente, l'amo perchè
mi fu primo nido, l'amo perchè è sventurata, tradita,
patteggiata da sozzi manipolatori, che osano chiamarsene ministri.
Oh lo so purtroppo, sono ministri nel mal
fare a chi ne dà esempio turpissimo, con la sua vita imbrattata
di turpi voluttà; a chi per vergognoso piaggio al caduto
Imperatore di Francia, non esitava un istante a tradire il Piemonte,
dal quale uscirono i primi martiri dell'Indipendenza Italiana:
ed egli, egli lo rimunerava col decretare il trasporto della
capitale da Torino a Firenze.
Ma viva Dio, ogni potenza, come dice Dante
si conosce dai suoi effetti,
La qual senza operar non è sentita
Nè si dimostra ma' che per effetto,
Come per verdi frondi, in pianta, vita:
e la virtù dei semi si conosce da' suoi germogli: onde
quest'atto d'ingratitudine, di sconoscenza sarà sufficiente
a dannare ad eterna infamia il nome di Vittorio Emanuele, cognominato,
non so se per ironia, o per adulazione d'Italiani, il re galantuomo.
Dunque io aspirai alla Repubblica Italiana,
perchè ho fermo convincimento che la Repubblica sola possa
dare uomini veramente grandi e spiegarci la virtù dell'Italia:
e so per esperienza, che onestà è sinonimo di una
buona Repubblica: e questo è dimostrato dalle storie si
antiche, come moderne.
Ho desiderato e desidererò la Repubblica,
perchè il nome di re mi fa arricciare i capelli, perchè
un re, come disse già Salomone è un castigo di
Dio, e chi si assoggetta al governo di un re, o è pazzo,
oppure è tradito: imperocchè egli si smozza volontariamente
le mani per la turpe beatitudine di un solo, di cui l'ultimo
pensiero sarà per la patria, il primo peril proprio interesse.
O Italia, sorriso del cielo, fulgore di
primavera eterna, destati ormai dal tuo sonno: mirati d'attorno,
non vedi? Profanati i tempi tuoi; calunniati i migliori cittadini,
o per lo meno, desiri; traditi i patrioti od oppressi, od esiliati:
e questo è affermato dalla intera vita incontaminata di
Garibaldi e Mazzini.
Questi due nomi saranno un'eterna maledizione
pei re, e dovrebbero cambiare in fortezze di petti Italiani ogni
città. L'uno, prode non meno di mano, che di consiglio,
con pochi generosi dona al re d'Italia una gran parte del regno:
e questi lo rimunerava col mandargli ad Aspromonte all'incontro
Italiani, i quali lo feriranno e lo rilegheranno in Caprera.
L'altro, profeta della Repubblica, tenta
di riaccendere la fiaccola della libertà. Ne freme il
tiranno; e carcere, esiglio, processi infamanti sono tutti posti
in opera, per far apparire nero ciò che è candido,
per ammaestrare gl'Italiani di inventate mire d'Interesse ...
Oh infamia!
Questa verità basti a distruggere,
a maledire ogni accusa, che si vorrebbe opporre dai nemici a
questo gran Martire: cioè, ch'egli da' processi, dalle
carceri infamanti, uscì sempre purissimo; che lo seguì
nell'esiglio la fede e l'amore dei generosi; che, per quanto
male siano riuscite le imprese sue, tuttavia la sua voce scosse
sempre centinaia d'Italiani, pronti a morire per la libertà
d'Italia.
Ogni Italiano, che abbia fede nell'avvenire,
oh tenga a mente che il lavoro solo porrà fine a questo
stato di miseria; l'onestà solo ci potrà ridonare
l'affetto e la stima delle nazioni sorelle; il sacrificio alfine
potrà ridonarci la perduta libertà. Ascolta, o
Italia, il canto del poeta d'oltre Alpi, di Geibel:
"Eppur sotto i più fulgidi colori,
Amaro disinganno!
S'asconde, come angue in mezzo a' fiori,
Un lungo acerbo affanno
Che mai non si fa muto
Per la già spenta ahimè, virtù
degli avi,
Per lo splendor perduto,
Per un popol d'eroi cangiato in schiavi!"
Ma, dopo la voce accusatrice, ascolta anche
il suono della fede:
"Verrà l'Ulisse tuo; piangi,
ma spera".
Oh sì, Italia mia, verrà chi
potrà alfine redimerti dalla tua schiavitù: ma
se vuoi che non tardi troppo, oh, scaccia da te le superstizioni,
ritemprati alla fonte del sapere, cerca di decifrare l'enigma
della vita; pensa alfine, pensa molto: e se conservi ancora le
traccie del lungo sonno, oh queste spariranno tosto, che la voce
dei generosi ti avrà ridestata del tutto e verrà
ad illuminarti, la luce della Libertà, della fede e della
Scienza!"
Di casa, 18 Marzo 1871
II
Ma è tempo ormai, ch'io venga a dire
della mia nascita, avvenuta a Torino.
Nacqui a '20 di Febbraio dell'anno 1855
di Felice Perussia e Angela Perussia Tasca, sposi da 4 anni (1851)
e già genitori di mio fratello Giuseppe e mia sorella
Rosalia.
Nato da genitori cattolici, fui battezzato
nella parocchia di S. Teresa; abitando allora i miei parenti
in via Alfieri, n. 24 p. 1°.
Ecco quanto so di mia nascita: se vogliasi
ancora aggiungere che mi tennero al fonte battesimale, il fratello
di mio padre, Augusto Perussia e Carolina Tasca.
Mia madre non volle già ch'io fossi
consegnato a mani mercenarie; ma com'Ella aveva già allevato
Giuseppe e Rosalia miei fratelli, così volle ancora allattare
me.
E di questo ti siano rese eterne grazie;
e non s'abbia mai a dire, ch'io abbia sconosciuto quest'atto
di vera affezione.
Si ricordino le madri Italiane, che ad esse
incombe il dovere, di dare alla patria uomini forti: e che però
fa d'uopo di fornirne col proprio latte i primi germi.
Come rallegra il vedere una madre allattare
il suo bimbo; così, credo, nessuno vi sarà che
non biasimi la donna, che per voglia di sollazzarsi trascura
il primo dei suoi doveri, la maternità, e consegna il
frutto delle sue viscere a mani mercenarie.
Oh, non è questo il maggiore sfregio
che si possa fare all'adempimento dei propri doveri?
Inoltre un figliuolo cresce difficilmente
amoroso alla madre, se da bimbo non fu sempe l'oggetto delle
premure di lei; se la madre non può rammentargli le notti
vegliate, i mille sacrifizi, che richiede l'età giovanile.
Tornando a me, fu mia madre, che addestrommi
a' primi passi; fu mia madre, che m'insegnò a balbettare
le prime parole, le parole che racchiudono un idillio di pure
gioje: Mamma, Papà, ... Dio.
Ed io, grazie alla premura dei miei genitori,
cresceva sano e robusto; nè mai sopravennemi alcuna forte
malattia, se si eccettui una continua rufa, che mi costrinse
a settimane di fastidi.
Qui debbo fare pubblica testimonianza, ad
altra donna, che mi amò sempre con vero affetto: a Luigia
Gay, che mi curò sempre senza stancarsi; perocchè
mia madre fosse già malferma in salute.
Ma, fatta astrazione a quei piccoli fastidi
necessarii, dirò, all'età bambina, nulla turbava
la pace di nostra famiglia: mio fratello Giuseppe cresceva vispo
fin troppo, così dicasi anche di Rosalia e della mia personcina;
gli affari di mio padre prosperavano: tutto alfine sembrava promettere
una bella giornata, quando ...
Di casa, 19 Marzo 1871
III
Quando un colpo inaspettato, terribile venne
a troncare ogni speranza di pace nella mia famiglia; e questo
colpo mi scese profondo nel cuore e vi lasciò un voto
che ...
Ma Dio, dimmi, ci sei? E se ci sei, perchè
non sei buono con le creature tue? Che ti ho fatto io perchè,
nel mettermi al mondo, tu mi sovraponessi un carico sì
grave di dolori? Ti ho io chiamato ricchezze, piaceri, voluttà?
No, nulla di tutto ciò. Io ho sempre esclamato: Un sorso
di amore, un sorso di amore vero, che mi consoli, che disseti
il mio cuore inaridito! E l'amore? L'amore mi sorrise da lungi
sulle ale della speranza, l'amore mi mostrò tutte le delizie,
tutti i puri diletti, che conteneva: poi mi abbandonò.
Le mie mani si volsero d'attorno brancolanti
in cerca di una felicità: oh Dio, che vuoto!
Nulla, tenebre e dolore. Dio, rispondi a
un tuo figliuolo, se ci sei: oh perchè mi davi tanta forza
d'intelligenza, un cuore sì espansivo, sì assettato
di amore; perchè mi allattasti con sogni sì ridenti:
e poi, appunto quando io cercava ansioso un cuore che rispondesse
ai palpiti del mio cuore, un viso che riflettesse il mio viso,
un sospiro che si confondesse col mio ... comandasti alla mia
intelligenza di spaziare sol per le vie del dolore, di sperimentarle
tutte, tutte dalla prima all'ultima, al cuore comandasti di tacere
muto, freddo, insensibile?
E la mia intelligenza si ribellò
a questa legge che le parve dura, e volle spaziare nei misteri
dell'idealità, ne trasse solo un desiderio più
ardente insoddisfatto: il mio cuore non volle tacere e si compiacque
di un amore, ch'egli sperava, fosse del padre, del fratello,
della madre; ed il cuore non ebbe che crudi disinganni.
E mentre scrivo queste parole, che mi costano
ciascuna cento lagrime, sanguina il mio cuore, la mia intelligenza
erra incerta nel dubbio e le mani mi tremano. O leggi divine
come siete inesorabili! Ma siete voi veramente divine?
E allora perchè lasciate che il fratello
trucidi il fratello, che la sposa tradisca il marito, che la
madre sia tolta a' bambini innocenti?
Sì, che la madre sia rapita a' suoi
figliuoli, e questi in giovinissima età si trovino privi
di quell'affetto delicato, soave, proprio soltanto della madre?
Oh Dio, perchè mi hai colpito sì
severamente?
Io aveva bisogno del cuore della madre,
che questo mi fosse stato sempre al fianco, mi avesse corrisposto:
io aveva bisogno della Sua corrispondenza d'affetto: e tu mi
rapisti la madre, o Dio?
Tu me la rapisti per sempre, mi negasti
l'unico conforto, l'unica stilla di amor di donna gentile ch'io
avrei potuto assorbire.
No, non sono bestemmie le mie, sono grida,
che mi prorompono dall'anima, e sclamano:
"Oh Dio, se ci sei, perchè hai
uccisa la madre mia, l'unica mia consolazione?"
IV
Madre! oh nome divino, che racchiude in
se quanto ha il mondo di veramente durevole!
Si dimenticano le passioni, i piaceri, i
dolori, ma non si dimentica l'amore della madre.
Madre, in questo nome io vedo dipingersi
tutta la felicità, che è dato di conseguire all'uomo.
Vedi quelle due anime innamorate, che non
parlano, perchè la favella umana è troppo inferiore
a quel che sentono: le vedi vagare sulla natura, che sorride
nel bacio di primavera nel profumo delle viole, nel canto degli
uccelli, nell'alitare del venticello: vedi quelle anime spaziare
per i misteri dell'idealità, palpitare l'una sull'altra,
confondersi insieme in un idillio di voluttà. E' un istante,
che fugge come il lampo: è un istante, ma in esso l'uomo
si mostra divino, la donna divina: essi preparano i germi di
un nuovo essere.
Quell'istante fugge veloce come un sogno;
eppure le due anime non cessano di amarsi, assorte in un'estasi
di felicità indescrivibile, nel bacio dell'amore; esse
si amano in una segreta corrispondenza, per un moto arcano che
li spinge a confondersi assieme.
Quella felicità appartiene solamente
agli sposi, e non è gustata che dalle anime delicate:
le altre si accontentano della voluttà momentanea, simile
ai bruti, e sono quelle, che cercano il piacere nelle braccia
di una prostituta.
Quella felicità sola fu il mio sogno,
il sogno dei miei 16 anni: la raggiungerò io? (o forse
no).
E questo forse mi piomba nel profondo
del cuore come una mazza di piombo. La conseguirò io?
Oh ditelo voi disinganni, dolori, dubbi,
convulsioni del mio cuore dilaniato!
Sposi, parola poetica, che rivela un mondo
di gioje ancora ignote, di vere gioje. Prima l'amore vagava come
farfalla su' fiori: e se fermavasi su qualche rosa prediletta,
n'era tosto punto dalle spine del dubbio e del disinganno.
Ma quando due anime, che si amano, si sono
pronunciato quel Sì, quel sì, che suona
si dolce in tutte le favelle: l'animo tace ed ammira. E sorge
finalmente un mattino beato.
In quel mattino la sposa si sente affannata:
qualcosa d'insolito la investe; il petto le batte più
violentemente Oh esulta, avventurata, tu sei per divenire madre;
esulta, avventurata, e taci.
Uomini, ch'io chiamo mostri, torvono il
guardo dinanzi alla sposa fecondata; i loro occhi balenano di
una luce diabolica: essi premeditano un delitto, un aborto: essi,
che considerano la donna come un solo strumento di piacere.
Per questi uomini dovrebbe esservi una giustizia
ben più tremenda di quella, che li castiga ordinariamente
in questo mondo di calcolo.
Ma un'anima gentile, alla sposa, che le
dice: io sono per diventar madre: è compresa da un senso
di venerazione e rispetto.
Lo sposo allora ama la donna del suo cuore
di un amore più profondo; tale, che se non nascesse il
figliuolo, egli non potrebbe espanderlo tutto sulla sposa.
Egli allora considera la sposa come cosa
sacra; non ardisce più toccarla per tema, che non si estirpino
i germi della nuova esistenza.
Il mondo stolto ed infingardo e vile ed
infame, sì sette volte infame, ride turpemente dinanzi
ad una donna incinta: io mi levo il berretto, come se passasse
una divinità e la venero.
Finalmente comparisce quel giorno, quell'ora
in cui viene alla luce un'altra creatura, un figliuolo. Madre,
madre! esclamo, e la natura mi risponde colle sue armonie.
Madre! più divina delle esistenze
di questo mondo: nè l'aspostolo del vero si scombuja alla
mia esclamazione: il bigotto solo e l'ipocrita inorridisce come
ad una bestemmia.
Allora una voce parla al cuore della madre,
e questa voce è l'eco di quelle parole dell'infelice Leopardi:
"O miseri o codardi
figliuoli avrai. Miseri eleggi. Immenso
Tra fortuna e valor dissidio pose
Il corrotto costume ...
... a te nel petto sieda
Questa sovr'ogni cura,
Che di fortuna amici
Non crescano i tuoi figli, e non di vile
Timor gioco o di speme ..."
Madre!, certo sono crude queste parole,
ma vere.
"O miseri, o codardi
"Figliuoli avrai. Miseri eleggi ..."
Si, miseri, se vuoi che siano grandi e generosi.
E' dura, lo confesso, è dura questa
legge sociale, ma è pur vera. Su questa terra di calcolo,
dove l'affetto, il puro amore è deriso o fuggito come
un'inutile sacrifizio; dove i matrimonii sono rabberciati coll'oro,
non sanciti coll'amore; dove l'onestà deve sempre soggiacere
alle insolenze della malvagità, dove la religione persino
è fatta strumento di vile commercio... chi è sì
generoso da guardare alteramente questa turba sfacciata e codarda,
ed ha il nobile ardimento di rinfacciarle i suoi vizi nefandi;
ebbene questi sarà misero!
Egli sarà vilipeso, calunniato, e
rimarrà certamente vittima del suo onesto e generoso proponimento.
Si, è ormai tempo di strappare la
maschera a questo sepolcro imbiancato, che si chiama società,
a questo cadavere puzzolento che si chiama religione cattolica:
è ormai tempo di gridare all'uomo:
"O tu, che fosti creato a grandi cose,
che hai fronte ed anima divina: o tu, che ti dici creato ad immagine
di un Dio, vile bestemmiatore, rispondi:
"E' Dio che ti comanda di far traffichi
delle cose sacre; è Dio che t'invita ad adorar l'oro;
è Dio che ti dice: O uomo, tu sei creato per guardare
il cielo, ma tu devi sozzarti nel fango; tu sei creato per amare
la natura e le sue bellezze, e invece guai a te, se ardirai se
ne ammiri gli stupendi prodotti; nulla di tutto ciò: devi
non cercare la felicità nel sacrosanto vincolo del matrimonio,
ma nel seno della prostituta; e se vuoi ammogliarti, v'è
tempo a pensarci, quando sarai consunto, mezzo morto: allora
cercati una sposa avvenente, giovine, e costringila a marcire
vicino al tuo fracido carcame, sotto l'impressione di quelle
tue turpi e raffinate carezze; così da questi congiungimenti,
se pure lo permetterai, nascerà una prole scrofolosa,
rachitica, che non vedrà il cielo della primavera di lor
sua vita!
"E' Dio che comanda alla donna, di
non istudiare, per non parere saccente, ma di adornarsi solamente
di un'ambizione e di una vanità infame? E' Dio che le
dice: O donna, io ti ho dato grazia e bellezza senza limiti,
affinchè tu ne facessi traffico, e spegnessi negli uomini
la sacra fiamma della gioventù. Se un giovanetto, che
non voglia insozzarsi in quelle brutture, ti domanda non un sorso
di piacere, ma un sorso di puro amore; tu irridilo, e chiamalo
stravagante.
Se ipocritamente ti mostri più dignitosa
della prostituta, col non far getto del tuo pudore; sia questo
non un dovere, ma un laccio teso agl'incanti. A chi ti ama, rispondi
coll'indifferenza, colla ritrosia; a chi ti loda, colla grazia,
coi sorrisi; chi non ti cura perseguita colla seduzione di tua
bellezza, affinchè ne resti preso.
Allora non volgigli più uno sguardo
benigno; allora lascialo consumare in un fuoco lento, divoratore,
in una passione non corrisposta!
E, fremo a scrivere questa verità,
se una donzella, uno di quegli angioli prediletti, che esistono
su questa diabolica terra: un angiolo corrisponde al puro affetto
del giovane poeta, lo sorregge sullo spinoso calle della vita,
lo conforta dell'invidia degli uomini; o donne, congiurate tutte
contro lei; essa sia vilipesa, calunniata, tradita da quelle,
che le si professano amiche, soltanto per carpirne i segreti
da propalare..!
Oh Dio, rispondi, perchè permetti
che l'uomo, tua fattura, si trucidi nelle guerre, si consumi
nell'odio, nell'invidia, nella supertia, si contamini di tanta
bruttezza?"
O Madre, eleggi figliuoli miseri, educali
alle maschie virtù, al sentimento del bello e del buono,
fa che essi portino secoloro una coscienza tranquilla, incontaminata,
che all'umanità vigliacca e persecutrice possano rispondere
con dignità:
"Via sozza ciurmaglia, via di qua:
io sprezzo il tuo oro, sprezzo le tue turpi voluttà; via
a' miei passi, io sdegno di brattarmi nel fango dei tuoi vestiti
lussureggianti".
Di casa, 28 Marzo 1871
V
In questo punto delle mie Rimembranze, la
mano mi trema fortemente, sanguina il cuore: perocchè
ho da sorpassare sovra la morte di mia madre.
S'Ella fosse vissuta, oh quanta pace io
avrei potuto assaporare da un suo bacio! E invece?
Il 10 Marzo, mia madre dava alla luce un
quarto figliuolo, mio fratello Vittorio.
Non si alzò più dal letto
del dolore.
Le sovraccolse tosto una malattia lenta,
ma divoratrice: invano si fecero consulte mediche, invano ell'ebbe
da sostenere i più atroci dolori, ella ben tosto trovassi
in fin di vita, e ...
A Luigia, che la curava con indefessa cura,
raccomandò nei supremi istante, che vegliasse ognora sopra
i figliuoletti, consegnarle ella il suo tesoro, lo serbasse a
migliori destini...
Quindi spirava tranquilla, sorridente, come
colei, che sa di aver compiuto un grande dovere, e che non s'affanna,
se questo le costa il sacrifizio della vita.
Spirava, volgendo i suoi ultimi pensieri,
al marito, cui lasciava per sempre; ai figliuoletti che abbandonava
all'ira del mondo, orfani, senza madre!
Morì il 2 Aprile 1897, e al domani
una bella, ma ihimè, quanto straziante sepoltura, ne recava
la salma esamine al Campo sacro.
Colà, le si alzò una tomba
nel tombino di casa Tasca, e due cipressi sembravano volessero
occultare agli occhi profani quest'iscrizione:
Alla Cara Memoria
Di Angela - Perussia - Tasca
Moglie e Madre Affettuosissima
Nata il 6 Gennaio 1830
Sposa il 4 Gennaio 1851
Morta il 1 Aprile 1857
Il Consorte e quattro teneri figli
Dolenti
Semplicissima è questa epigrafe,
e dettata dallo stesso mio padre: eppure sotto quelle parole
e sotto quelle date ... quanto dolore!
Oh! dinanzi alla tua tomba, o madre mia,
io mi prostro riverente! ... Io adoro quella salma che viva mi
diede la vita; morta, la morte del cuore.
Si, madre mia, tu, morendo, mi costringesti
a dolori inauditi; nè io potei contraccambiare i tuoi
benefizi, nè dimenticare in un tuo bacio il mio triste
destino. Ora sono costretto a mendicare un sorso di amore, mentre
in te avrei trovato di che saziare la mia sete. Ora quando la
fortuna mi reca forti dolori, l'invidia degli uomini mi colpisce
con crudi disinngani; io debbo soffrir solo, circondato da fratelli,
che non mi amano, da un padre buonissimo sì, ma che non
può darmi quell'unica consolazione, che sola tu avresti
potuto impartirmi!
Addio, madre mia, ci rivedremo una volta?
Non so.
Si, ira di Dio, colpisci tuo figlio con
maggiori pene, se il puoi. Toglimi i beni, toglimi il sonno,
toglimi quelle poche speranze di un amore intemerato che uniche
oramai tengono desta in me la scintilla della fede: toglimi tutto
quel che potrai ...
Io starò fermo al mio posto: perocchè,
se tu mi hai condannato ad eterno dolore, io ne beverò
l'amara tazza fino all'ultima goccia.
Nè mi brutterò di alcuna infamia;
perocchè avrò sempre dinanzi l'immagine di mia
madre.
Si, Angela, io troverò nel tuo sepolcro
quel connforto, che non trovo altrove: sulle tue ceneri incontaminate
io mi temprerò a generosi sensi, al tuo sepolcro attingerò
il compenso di una coscienza tranquilla; di un cuore, che sembra
condannato a desiderare sempre e mai non essere soddisfatto;
di un cuore, che dovrà forse spegnersi nella notte del
dolore e del disinganno, senza che un'alba dorata venga a rischiararlo.
Si, Angela, madre mia, la tua ricordanza
mi salverà dallo sconforto dell'avvenire: e se pure qualche
sorso di amore mi sarà dato di gustare da qualche cuore
gentile, che batta ai battiti del mio petto; ebbene io codurrò
costei dinanzi alla tua tomba, e le dirò:
"Se io ti amo tanto, ringraziane mia
madre. Ella, morendo, mi lasciò in un amaro egoismo, costretto
a vivere senz'amore: tu mi hai compreso, ebbene io ti amo doppiamente,
coll'amore e colla riconoscenza: ma di questo ringrazia il sacrifizio
di mia madre. Si, ella morendo mi lasciò tanta forza di
amore da versare, che te felice, la quale non hai sdegnato di
accettarne il profumo e la scintilla vivificatrice. Io ti amerò
sempre di amore sovrumano, ti benedirò ed il tuo nome
pronunzierò unito a quello della madre, com'essi siano
due astri fulgentissimi che m'impediscano di cadere, la notte,
nel precipizio della malvagità".
Ma quando sarà giunto questo dì,
in cui io possa espandere il tesoro dei miei affetti?
Dillo tu, o Venanzia, ormai solo mio sospiro,
unica mia speranza! ...
Due giorni fa, ho scritto una lettera e
la dirigeva a te; ma non mi fu dato ancora di consegnartela.
In essa, io invocava un sorso di amore,
un conforto che mi facesse obliare un istante che sono senza
madre: ti chiamava mia ispiratrice, al cui incontaminato tribunale
sarebbero ricorsi tutti i miei affetti, tutti i miei dolori:
io ti amo e ti avrei amata per l'avvenire più che creatura
mortale e terrestre ...
Eppure non ho ancor avuto l'occasione di
cosegnarti quella lettera, dalla cui risposta dipende il mio
avvenire: ma questa sera creerò io l'occasione, e guai
a me se non te l'avrò finalmente consegnata. Il dubbio
m'uccide ed io debbo cercare un'oasi, che mi disseti alfine nel
deserto di questa vita infocata.
Di casa, 31 Marzo 1871.
(Non l'ho ancor potuta consegnare. 2 Aprile
1871)
VI
Di mia madre non un ritratto, non una lontana
reminiscenza, che mi ricordi la figura.
Ella dipingeva, e ne restano alcuni quadri
ad olio e moltissimi disegni di paesaggi fatti colla matita;
ma non una lettera scritta da lei.
Una sola ricordanza ho di un giorno, che,
mentre io stava solazzandomi con un montone di legno, mio fratello
Giuseppe me lo guastò, e mia madre, che, stava lavorando
ad una finestra, lo ammonì che stesse zitto e mi lasciasse
in pace.
Da quanto mi racconta Luigia, ell'aveva
occhi azzurri, capelli castagni scuri, dei quali connserviamo
la treccia, maso aquilino, viso rosso, piccola statura. Geloso
affetto per il marito, grandissimo amore e cure indefesse pei
figliuoletti pronta all'ira ma pronta anche a rappacificarsi,
poco curante di piaceri, ma gelosa del suo decoro, non molto
espansiva cogli estranei, amorosissima con quei di casa, religiosa
senza superstizione; essa nella famiglia cercava la felicità,
non nei salotti di conversazione, nei circoli eleganti. Sposa
fin dal 1851, nei sei anni che passò con suo marito, non
mai per causa sua fu turbata la tranquillità della famiglia:
ond'essa scendeva nel sepolcro sicura del suo avvenire, con una
coscienza tranquilla ed illibata, compianta veramente da quanti
la conoscevano, lasciando al marito ed ai figliuoli dolce ricordanza
del suo affetto! Vale!
Di casa, 31 Marzo 1871
Capo 2°
Mia fanciullezza
1857 - 1862
I
Morta mia madre, io crebbi in un coi miei
fratelli, sotto lo sguardo amorosissimo di mio padre; il quale
allora mi fece veramente scordare la grande perdita, ch'io aveva
fatta. Dico allora, perchè nel punto in cui scrivo
queste Rimembranze sono già troppi i dolori, che ho dovuto
sopportare da me, senza poter aprire il mio cuore, versarlo tutto,
dentro il seno affettuoso di una madre.
L'amore, che un padre porta al figliuolo
per quanto grande sia, non è però tale, che questi
gli sveli i segreti più reconditi del'anima sua. E invece
una madre? Una madre, che, quando ti vede afflitto, ti è
tosto attorno; e con una grazia tutta sua ti seduce a svelarle
ogni cosa; e poi, qualunque sia la tua passione, ti conforta
e cerca ridonarti all'usata tranquillità: una madre, che
va altera, se fai alcunchè di grande, e tosto ti conforta
dell'invidia altrui, con uno sguardo ti spinge sulla via della
gloria..: oh è, ben altra persona, che il padre!
Ma che vale ora lamentarsi di una felicità,
che mi è forse sfuggita per sempre? Che vuole l'inacerbire
con questa cruda rimembranza una piaga già si profonda?
Pazienza! Imperocchè sembra mio destino l'incontrare pel
calle di mia vita non rosa alcuna, ma solo spine, spine e sterpi.
Ma pazienza, dico; pazienza e coraggio! Vedremo un pò
chi si stancherà il primo: io o il destino infame, che
mi perseguita. La vedremo.
II
Mio padre, che mi amava veramente, mi circondò
di tante cure, che io in quel tempo fui felice. Dico felice,
perchè allora non un pensiero mi preoccupava dell'avvenire;
non una di quelle ore crudeli, in cui il disinganno di lacera
l'anima, non una era venuta a turbare il sereno dei miei giorni.
Ed ora che a quella pace contrappongo la
tempesta delle mie passioni, una lagrima sola non mi cade dagli
occhi: sono troppo stanco, ne ho già versate troppe.
O primi anni della mia vaga gioventù,
come siete belli! Voi mi sorridete da lungi, e mi sclamate: Coraggio,
coraggio: perocchè io tentenno nel mio cammino, ma ...
non cado e non cadrò ...
Addio, prime dolci illusioni non svanite
dalla fredda mano del tempo: addio, e che la vostra ricordanza
m'infonda il coraggio di cui abbisogno, per ridere, per sprezzare
la miseria, che mi circonda!
Oh certo nessunno v'ha, che non si rianimi
al pensare ai sogni passati, ai sogni dell'innocente fanciullezza;
quando si crede ancora nella fede, nell'amore, in Dio, e quel
che più importa, nella pace.
Quando il fanciullo non pensa ancora all'abisso,
che fra poco vivo dovrà ingoiarlo, e sorridente si lancia
nel mondo, senza che un sol pensiero molesto gli amareggi quei
momenti.
Comprendo ora, perchè in quel tempo
pregava con tanto fervore Iddio, e lo chiamava buono. Ahimè!
Allora era felice ... e adesso ? Ora sono infelice, infelice
in tutto, nell'amore, nella fede, in tutto.
Allora non aveva segreti da confidare, e
però era soddisfatto dell'affetto di mio padre.
Ma ora? Ora, che sono costretto di tacere
muto, freddo, insensibile, dinanzi a fratelli che non mi amano;
ad amici, che non potranno mai comprendere per metà quel
che soffro e però sono incapaci di confortarmi: ora che
debbo nascondere e custodire con gelosia quel segreto, che più
mi pesa, l'amore.
Amare e non sapere se si è riamato?
E quel ch'è peggio, perdere miseramente
il tempo in lamenti inutili! ...
Oh! Venanzia! ecco una vittima di tua bellezza,
di tua grazia. Ed ancora non ho avuto cuore di consegnarti quella
lettera, in cui ti svelo quel che sento per te.
Ma, per la libertà di Italia, se
appena ne avrò l'occasione, non ne approfitterò:
ebbene, allora io mi dichiaro stupido, imbecille e quanto di
più babbuazzo può ritrovarsi su questo suolo fertile
d'asinità.
Infatti, dopo aver tanto sofferto, voler
soffrire ancora; quando si potrebbe cessare da questo stato diabolico!
Ma, prima di Domenica 9 Aprile 1871 voglio
ch'Ella abbia quella lettera: e poi ... ? poi risponda quel che
si vuole.
Pazienza! Almeno saprò se debbo credere
ancora nell'amore; saprò se debbo ancora sperare in men
cruda sorte.
Torino, di casa, Giovedì 6 Aprile
1871.
III
Ieri sera, Giovedì, non ho potuto
consegnarle quella lettera, dimodochè oggi son sfinito
ognor più. Eppure spero, spero ancora ... forse domani
sera, Sabbato, in cui Ella verrà, ne avrò l'occasione,
e non lascierolla già sfuggire. Qualunque cosa possa accadermi,
nulla, credo, sarà peggiore di questo dubbio tremendo,
che mi lacera l'anima, mi ha rapita la pace, non mi lascia quieto
un solo istante!
Ho sempre la memoria sua dianzi agli occhi:
dovunque io sia, al passeggio, in casa, in conversazione: essa
mi perseguita inesorabile come il fato, che immaginarono gli
antichi. E quando penso al grande, immenso amore ch'io le porto;
e poi riguardo la triste realtà, il disinganno, che mi
tortura: ahimè! sento, come una massa di piombo mi piombasse
sul cuore.
Io l'amo tanto! Ed Ella?
Ella, o non m'ama, o m'ama: e allora perchè
tace? Prima mi sorrideva, ed allora io mi credeva nel paradiso.
ed ora? Ora non mi sorride più, oppur di raro: e questa
indifferenza mi uccide.
Perchè darmi ragione d'infinite speranze,
e poi togliermele d'un tratto con quel sepolcrale silenzio? Perchè
ripromettermi con un sorriso il compenso dei travagli miei e
poi cessare tosto dal sorridermi, mostrarti ritenuta con me,
quasi schiva?
Oh Venanzia! rispondimi tu. Mi ami? E allora,
perchè hai cessato di sorridermi! Non mi ami? Dunque,
perchè mi hai sorriso tanto tempo? Che tu fingessi; allora
o adesso? E perchè fingere? No, questo non può
essere: più alti fini debbono aver generato questo subitaneo
cambiamento.
A calmare il mio dubbio tremendo, fa d'uopo
di una spiegazione,e questa l'avrò, ... e fra pochi giorni!
...
Di casa, sera 7 Aprile 1871
Capo 3°
Prima istruzione
1862 - 1866
I
Poichè io fui pervenuto all'età
di sette anni, mio padre mandommi alla scuola pubblica Monviso
in Torino, dove ricevetti la prima istruzione.
Io era d'ingegno sveglio e desideroso di
schiudermi alla scienza, ed ancor adesso m'è grato il
rifarmi col pensiero a quel tempo, in cui io vergine d'idee e
d'anima attendeva allo studio con mente serena, lucida, senza
un turbamento, senza un affanno!
Non tardai a farmi via tra i miei coetanei,
e di questo debbo rendere grazie infinite ai cari insegnanti,
i quali accrebbero il mio zelo con adeguate lodi ed incoraggiamenti.
Finito l'anno scolastico, io nelle vacanze
andavo colla mia famiglia a villeggiare in una campagna di mio
nonno posta nel paese di Lombriasco. Là respirai un'aura
veramente sana e benefica, ed io in quella solitudine mi stimava
più felice, che tra le feste e la calca tumultuosa di
Torino.
Io era pieno di vita; epperò non
poteva star fermo un istante: sembrava avessi il diavoletto indosso.
Correva tuttodì pei prati colla lieta
spensieratezza della mia fanciullezza: correva senza pensare
al precipizio, che fra poco mi avrebbe accolto nelle sue voragini.
Affè, che, quando ci penso, la vita
umana mi sembra da paragonarsi ad una farfalla.