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L'anno 1866 - '67 io frequentai il 1°
anno della scuola Tecnica di Monviso: ma al fine dell'anno non
ebbi la volontà di sostenere gli esami: perocchè
quell'istruzione superficiale, fredda, tutta teorica, tutta triste
realtà, senza un lampo di poesia, non è a dire
quanto mi tediasse.
Allora cambiai pensiero; e con impulso di
mio zio, il quale avrebbe desiderato, che io seguitassi la sua
carica di notaio, nell'anno 1867 - '68 intrapresi il corso Ginnasiale.
Mi capitò il professore Gandolfi,
il quale non tardò a non più curarsi della scuola:
perocchè essendosi dato al giornalismo ministeriale, coll'assumere
la direzione del giornale il conte Cavour, in iscuola non faceva
che rabberciare quel foglio quotidiano, copiando gli articoli
da centomila giornali.
Uomo venduto ... e tanto basta!
Infine, non so se gli rimordesse la coscienza,
oppure ne fosse costretto: fatto è che ci diede un supplente,
il quale ci trovò ai verbi dopo cinque mesi di scuola:
e non ebbe poco a fare, affine di presentarci agli esami.
II
Questo supplente fu il professore Gioacchino
Ponzio giovane tutto animo, di cui conserverò sempre dolce
ricordanza ed indelebile gratitudine. Fui promosso more solito,
col premio di 1° grado: e così anche nell'anno 2°,
ch'io feci sotto la guida del medesimo professore Ponzio.
III
Questi nelle vacanze susseguenti m'incoraggiò
a studiare per l'esame al 4° anno: e s'io accogliessi con
volontà quella proposta, non è da dubitare. Studiai
sotto la sua direzione, ed agli Ognissanti mi presentai agli
esami dal 3° al 4° anno e fui promosso.
IV
Anche dopo che sono uscito dalla guida del
professore Ponzio, questi m'ha continuata la sua amicizia veramente
leale. Si scorge bene ch'egli mi stima, e quanto ciò mi
conforti lascio pensare a quelli, che sono destinati in questa
vita allo sprezzo degli ignoranti.
Forse il professore Ponzio avrà compreso
quel recondito, che giace sepolto nell'anima mia, quella sovrabbondanza
di affetti condannati a tacere muti freddi, insensibili anche
dinanzi alla virtù e alla bellezza.
Poveretti infatti quei pochi, che non pensano
che in questo mondo l'aritmetica, la gretta aritmetica e non
la poesia predominano: sì che si calcola persino il matrimonio,
quel nodo misterioso, che decide della pace di un uomo?
A Te
Vaghissima fra le rose
Di cui vada adorna
La mia Italia
Offro
Con purissimo e riconoscente affetto
O sacra rimembranza, o della mia Prima felicità
tenera imago,
...
Vieni: tu vedi solitario e vago Il giovin
vate, che, piangendo, porta
Ahi! d'affanni più gravi il cor presago!
Ugo Foscolo
Ho scritto queste pagine nelle ore di sconforto,
allorchè il mio pensiero affranto da dolorosi disinganni,
ritraevasi contristato dalla contemplazione di questa squallida
terra.
Ho scritto per obliare tante cose ... ,
per cercare quel conforto,cui m'ha negato quasi sempre l'invidia
degli uomini ...
A Te, che sola mi hai compreso, giunga soave
la mia malinconica nota: e se a leggere questa storia, tenue
immagine dei miei affanni, una lagrima imperlasse la nera tua
pupilla ...
oh! essa per il mio povero cuore sarà
come la stilla di rugiada, che cade sullo stelo avvizzito!
Dio ti conservi bella e virtuosa.
Tuo Augusto
Torino, 6 Marzo 1871
Amore e Sacrifizio. Racconto di C. Leone
Augusto Perussia.
Cominciato addì 6 Marzo 1871
Capo 6°
Secondo sogno
1870 - '71
I
Nell'anno 1870 io entrai nella classe 4°,
dove ebbi a stringere amichevole confidenza col professore Ferreri,
giovane ardente ed onesto in tutta l'estensione del termine.
Egli pose tosto la sua maggior cura su me,
e quindi incominciò una relazione fra noi, che mai non
venne meno. Infatti egli al fine dell'anno mi premiava col premio
di 1° grado; quindi mi animava a studiare nelle vacanze per
l'esame di Licenza Ginnasiale: ciocchè io feci in appresso
con ottimo successo.
Anche al professore Ferreri rendo pubblica
testimonianza di affetto:perchè egli fu uno di quelli
che veramente mi hanno amato; perchè sempre mi sovvenne
di consigli e di conforti; perchè si dimostrò sempre
gentile e leale, quando ebbe da trattare meco; perchè
alfine mi fece un gran bene, e ora ancor mi fa un grandissimo
bene colla tua presenza tranquilla ed affabile.
Possano queste poche linee, vergate ed improntate
dalla notte del dolore, che oggidì mi priva della luce
del mondo; possano queste testimonianze di affetto essergli care,
siccome lo sono al cuore del suo Augusto!
Sera 12 Maggio 1871 ore 10 e mezza.
II
Ho sognato, ho nuovamente sognato; ed, ohimè,
quanto fu crudele il mio sogno!
Ho sognato fiori e gigli; ho sognato belle
aurore e fulgidi tramonti, ho sognato il palpito di un cuore
che palpitava col mio, la stretta di una mano delicata, che stringeva
la mia, il sospiro di una bocca rosea che si confondeva con il
sorriso di un angelo ... Ma ... ho sognato ... Oh Dio ci sei
veramente? Si ... e perchè lasci ch'io soffra sì
atrocemente?
Io sperava, anzi era fiducioso, che Primo
amore e non Secondo sogno avrei intitolato questo capitolo, ed
invece? ...
Invece l'ho intitolato Secondo Sogno
Oh bella? Niente di più reale. Se
sono destinato a sognare sempre, da mane a sera se io vivo in
mondo astratto, immaginario, ed anche, se vuolsi ammettere (almeno
io lo credo) alcun po' migliore di questo ... Ebbene, ho sognato
ma quando la luce della realtà venne a svegliarmi ...
oh allora ... allora credetti di morire. Io diceva: un altro
disinganno ... e il mio cuore scoppiava dal dolore. Le mie mani,
le mie braccia si prostesero per l'ultima volta verso l'angelo
che si dileguava ai miei occhi, poi mi cadevano ai fianchi affralite,
il mio volto impallidì ed un amaro sorriso mi sfiorò
le labbra.
Era stato un sogno, un crudele sogno il
mio!
Sabbato, 13 Maggio 1871 ore 10 mattina.
III
Senti, Venanzia, le ultime parole di un
cuore ucciso forse per sempre all'amore per tua mano stessa.
Racconterò la mia storia, il mio
sogno colla maggior pacatezza che mi sarà possibile, comanderò
al cuore di non sanguinare ... ma, se la mia mano tremerà,
se le mie parole saranno interrotte, scomposte come i singulti
di un moribondo?
Oh Venanzia, un dì forse ti verranno
sotto gli occhi queste pagine impregnate di amare lacrime che
sentono un odore di sangue; forse una tua lacrima solitaria ...
Ma no, tu non piangerai.
Altri casi, altri piaceri, altre voluttà
ti avranno allora scancellato dal cuore quel po' d'affezione,
quel pò di compassione, che forse hai sentito per me ...
tu non piangerai ... piuttosto riderai ...
Oh ti perdono, Venanzia: ridi pure ...
Il pianto rattenuto potrebbe scomporre il
fiore di tua bellezza, spegnere la fiamma dei tuoi occhi d'angelo:
ridi pure e sii felice.
Sii felice, e tutto ti sorrida d'intorno,
e si canti l'inno della voluttà; alla tua vista le rose
chinino il capo confuse; sii felice ...
Io non lo sarò mai, io forse non
godrò più un'ora di gioia, ed anche fra il frastuono
delle feste mi sentirò il cuore oppresso da un affanno,
che mai non si farà muto.
Ma tu sii felice: e non curarti di me poveretto
anche allora che una forza avrà accolto nell'eterno riposo
le mie stanche ossa, ed una lapide rammenterà ai posteri
il mio nome sventurato.
IV
Era il 20 Marzo 1870. Quella sera a casa
mia si dava la solita rappresentazione colle marionette. Numerosissimo
l'uditorio, nel quale splendeva una stella ... Era sì
bella! Io l'ammirai! Oh Venanzia! se sapessi come palpitò
il mio cuore al baglior di tua bellezza. Sciagurato! Io non pensavo
che a quel fuoco mi sarei bruciate l'ali, mi avrei ucciso il
cuore.
Chiome nerissime, fronte spaziosa e serena
come un'aurora di primavera; occhi ardenti; rosea bocca; sorriso
d'angelo! Eri bella Venanzia, troppo bella!
Io ti parlai di mille cose indifferenti:
la tua melanconia e melodiosa voce mi scendeva nel profondo dell'animo,
mi pioveva nel cuore una dolce amarezza, un che fin'allora ignoto,
un affanno indistinto; mi suscitava la fantasia colle ali dorate
... Oh Venanzia! Mi parve allora che s'effettuasse il mio sogno
... le mie vaghe idee presero una forma distinta e a poco a poco
ti concepii colla mia immaginazione.
Trovava il mio ideale realizzato in te ...
non lottai ... , e come avrei potuto? Io aveva trovato il tesoro
che cercava con tant'ansietà: sarebbe stata follia il
rigettarlo ... Quando ti lasciai sentii un vuoto nel mio cuore
... i miei occhi ti seguirono finchè venne lor fatto di
vederti.
Oh Venanzia! Io t'amava ... io t'amai!
V
Si, Venanzia, io t'amai; ti amai come si
amerebbe una creatura del cielo, t'amai di amore sovrumano, non
concepibile quaggiù.
Oh tu non potresti farti un'idea dell'affetto,
ch'io nutrii per te: ti amai più di me stesso, più
dei miei fratelli più di mia sorella, più di mio
padre, più dell'estinta mia madre, più di Dio.
Venanzia ed Italia! Questo sognai sarebbe
stato il mio grido di vittoria, l'impulso ad ogni opera gentile.
Venanzia ed Italia!
E, perdonami Venanzia, sognai che un dì,
coronata di gigli ti avrei condotta all'altare ... ed una corona
splendeva sulla mia fronte ... una corona di lauro, il serto
della gloria del poeta.
E nell'atto di unirci in nodo eterno, io
rammentava tutti i travagli sostenuti, tutti i disinganni fortemente
sopportati; rammentava le lunghe notti vegliate sui libri al
debol lume di una lucerna, le lunghe notti vegliate studiando
intensamente ... ed allora, quando balenava per sonno uno sguardo
ad alcuni fiori appassiti, tuo dono, mi ridonava vigoria. In
quel punto io rammentava con piacere tutte le fatiche sofferte:
in quel punto io era felice ... , l'Italia aveva, benedetto il
mio studio, e tu, o Venanzia, l'avevi santificato ... Mia sposa!
...
Oh perdonami Venanzia, io era ardente di
mia giovinezza: io sognava quando feci quel sogno dorato ...
fu un sogno il mio!
VI
Sento il cuore battermi sì forte
da scoppiarne, una febbre ardente consuma i miei polsi, e tuttora
il mio cervello pensa, si attacca brancolante dietro una parvenza
indistinta di rosei sogni, un labirinto di misteriosi sensi.
Non voglio più pensarci a Venanzia, e sempre la sua immagine
mi perseguita tremenda, come l'ora in cui nacqui. Non vorrei
più scrivere di lei, vorrei scordarla, vorrei seppellire
me stesso nel mare dell'oblio, vorrei che oggi stesso una fossa
accogliesse il mio cadavere: eppure ...
Ma farò cuore: piangerò scrivendo,
è vero; tuttavia non voglio già tralasciare di
scrivere ...
Oh se almeno le lagrime, ch'io spargo, potessero
rimarginare, lavare la mia piaga ... Ma no, Venanzia io non ti
dimenticherò mai ... E' destino ch'io debba amarti, finchè
un sospiro potrà uscirmi dal petto esulcerato: io non
ti vedrò più, ma forse ti amerò sempre,
sempre, finchè viva, o almeno ogni volta che mi cadrà
la tua immagine, sorridente vanti agli occhi, io rammenterò
la mia infelicità.
Oh se almeno, persa la mia felicità
di un'ora, mi restasse la pace del cuore, potessi ancora sorridere
... Ma no, anche questo conforto m'è tolto: io debbo essere
un sacrificato, e non altro, io morirò ucciso dai sacrifizii,
dalla ingratitudine del mondo: e tutto ciò per averti
troppo amato!
Domenica 14 Maggio 1971. Ore 5 pom.
VII
Ti amai, o Venanzia, senza ricercare se
il tuo cuore palpitasse ai palpiti del mio: ti amai, perchè
una forza prepotente mi spinse. Tu mi eri sempre al fianco col
tuo sorriso d'angelo ... ed io t'amai di amore degno di te, non
di amor sensuale: perocchè non è il tuo corpo divino,
ch'io vagheggiassi; era il tuo sentimento, la tua anima gentile,
ingenua.
Non mai ti richiesi d'amore! temeva di turbare
il sereno dei tuoi giorni, dei giorni che tu sfioravi nel fulgore
di tua innocenza, di tua bellezza.
Aspettai, persuaso che la consonanza di
affetti, di pensieri, di sentimenti avrebbe un dì echeggiata
in un suono solo.
Oh sì, tu mi riamasti ... ricordo
un dì, che ti fissai negli occhi, nel dipartirmi da te,
e tu li volgevi a terra arrossendo ... Scesi le scale e guardai
in su ... Tu mi sorridevi dalla finestra ...
Un dì mi donasti alla Villa tua un
mazzolino di garofani, simbolo del puro amore ... Oh, come li
tenni cari. Oggi sono inariditi, come inaridito si è il
tuo amore ... Oggi hanno perso persino il colore, così
anche ...
Io li miro, e Venanzia, li miro questi fiori
del mese di Luglio 1870, e sorrido amaramente: ma non piango;
ho già troppo pianto.
Ma, durante i dì dell'amore, o Venanzia,
in quelle ore tremende, in cui l'anima sembra rotta, affralita,
in cui il pensiero rimane fisso, inchiodato a quel po' di materia,
che lo circonda e tenta contenerlo nei suoi limiti di creta,
in cui la disperazione mi bolliva fieramente nell'animo; in quelle
ore che io malediva la vita e colla vita Iddio, e mi pareva cosa
possibile un'eternità di pene materiali: in quegli angosciosi
istanti, che cieco, brancolante cercava un porto, a cui salvarmi,
e le mie mani cadevano spossate ai fianchi: che io non sognava
più un vincolo casto, un mutuo contraccambio di affetti
e di speranze, un amore illibato ... perchè il sogno era
stato scancellato dal disinganno ... : oh Venanzia allora mirava
quei fiori di Luglio, e tosto, come d'incanto mi sentiva più
calmo, riprendeva lo studio, rinascevano le speranze, e tornava
a' miei sogni!..
Le tre poesie per nozze, che feci stampare
in men di due mesi, furono la conseguenza di questi combattimenti,
in cui, colla speranza tornava la poesia, colla poesia l'ambizione
della gloria, di rendermi degno di te.
E, senti, Venanzia nell'ultima ode, ch'io
composi per lo sposalizio di tua sorella, io feci il tuo ritratto,
presi le ispirazioni da te, non dall'Emilia! ... Oh sognava allora!
...
E mi sembrò possibile il tuo amore,
la sera, che lessi a' tuoi l'ode per Emilia. Tu sul finire, mi
sorridesti ... era il sorriso tuo che mi rianimava ... quel sorriso
mi svelò un idillio, l'idillio dell'avvenire, l'aurora
dorata, che sarebbe apparsa per me!
Oh ... ma sognava allora?
VIII
Nei momenti della disperazione io vergai
alcuni fogli, che ho conservato, e trascriva in queste pagine,
perchè essi riflettono il combattimento, il dubio dell'animo
mio.
"... Ott. 1870
"Va, giovanetta, col sorriso sulle
labbra tue di corallo:
"lambisci ogni fiore: va, e godi nel
farti desiare.
"La vita è un nulla, è
un lampo, un vuoto immenso, e
"da lei provengono tutti i mali. O
Dio! Perchè farmi
"nascere? E se pur così volesti,
perchè amareggiarmi le
"ore della giovinezza, perchè
accasciarmi sotto il peso
"delle disillusioni, perchè
farmi sospirare la morte?
"Che ti chiesi io alfine? Pace, pace.
"E miei fratelli avvelenarono la mia
esistenza: i miei
"amici mi tradirono ... Che ti chiesi
alfine? Pace.
"E la mia mente fu del continuo turbata
da sogni
"affannosi, e le mie mani si tesero
verso una
"lontana felicità, il mio cuore
palpitò di amore ...
" ... ; ma, va, o verginella, col sorriso
sulle tue
"labbra di corallo; lambisci ogni fiore:
va e godi
"nel farti desiare. Non curare la virtù,
negletta ora
"da tutti gli uomini, vestiti della
vanità, e con
"essa allaccia tutto il mondo. E se
alcuno ti chiede
"amore, e tu gli dona odio: e se alcuno
ti desidera,
"e tu sprezzalo ... Aggirati in danze
vorticose, passa
"in cento braccia, scorda tutto ...
no, non tutto,
"ricorda soltanto che tua missione
è di sconvolgere
"il mondo. S'altri ti parla di virtù,
e tu
"ridi, s'altri ti loda, e tu donagli
il volubile
"core. Ma non tollerare la voce della
verità:
"scostatene come da precipizio, reputala
pervertimento
"Giovinetta! Non credere nemmeno all'uomo
"Egli è traditore: epperò
amareggiagli del continuo
"l'esistenza, respingi le sue proteste
... giovinetta
"non distinguire il veritiero: chiamalo
traditore.
"E s'egli a te lega la sua pace, e
tu togliela collo
"scandalo: e s'egli t'ama sinceramente,
e tu non volerti
"a lui affidare: reputalo traditore.
"Non porgere ascolto ai sospiri del
giovane artista,
"che, sulla via del sapere, tentenna
e tende a te
"affannoso le braccia: non degnare
d'uno sguardo
"il poeta che t'immortala co' suoi
versi: ma
"tienlo per istravagante, tienlo avvilito,
costringilo
"a fermarsi fermo al suolo il guardo,
dai suoi
"slanci nell'infinito e nell'idealità.
"Sed satio ... La mente è ormai
stanca di questo
"delirio ... Quando verrà, o
Signore, la mia ora?
"mandala presto: fa solamente ch'io
muoia
"degno di lei; e poi, mandami qualsiasi
croce,
"ch'io l'abbraccierò con trasporto
e a lei consacrerò
"tutta la mia esistenza. Gran Dio!
"Fa ch'io muoia non inonorato; fa ch'io
muoia;
"ma ..."
E qui finisce questa memoria, ch'io vergai
in un momento di delirio. Ma, allora, trovava ancora un conforto,
trovava ancora una speranza da riaccendere; allora credeva ancora
in Dio ... ed ora invece ...
Il dolore e lo sconforto hanno spenta la
mia fede: ed è tutto detto.
"... Gennaio 1871
"La mia Musa canterà di dolore:
infatti quale
"speme può ancora sorridere
al cuor mio?
"Canterà di un infelice amore,
di tradite speranze
"di un cuore affranto dalla sua generosità.
"E del volgo la vile schiera beffarda
insulterà al mio dolore: ma, insulti pure, egli è
volgo.
"Fanciulla, com'eri bella! La tua persona
spirava
"voluttà e candore: il cuor
mio ne fu preso ... e tu?
"Perchè tu non tenesti in conto
i miei affetti,
"perchè mi sprezzasti e fingesti
di non avvedertene?
"Intanto io languiva, e tu mi negavi
amore.
"E scordai Dio, obliai la preghiera
dell'innocenza,
"ed il cuor mio esultò nel dolore.
"E sperai che presto morte troncherebbe
i miei
"dì; e che tu non avresti pianto:
così non
"avresti offuscato il fiore di tua
bellezza! ...
Da questa memoria traspira tutta l'amarezza
del disinganno, tutta l'indifferenza di un cuore ormai spento
dall'amore. Queste linee sono il risultato di quelle lotte tremende
fra la realtà, che mi negava l'amore di Venanzia; ed il
mio cuore, che straziato si lacerava nel dubbio: di quelle lotte,
in cui il mio pensiero trovava aver monche le ali dall'inesorabile
falce del tempo, che tutto uccide, genio, speranze, aspirazioni,
bellezza e pace.
Trascrivo un'ultima memoria, che data da
poco tempo, e mi costa due mesi di profondi dolori di quei dolori
che non t'uccidono, ma ti limano l'animo a poco a poco, come
la ruggine il ferro.
Sera Marzo 1871 - ore 11
Oh Dio! io non dovrei più rivolgermi
a te: perchè,
"se ci sei, fai il sordo ai miei lamenti.
"Ma ancora una volta ti domando: Che
ti ho mai
"fatto io, io, povero sacrificato,
vittima della mia
"onestà, della mia fede; che
ti ho mai fatto, acciocchè
"tu mi dannassi ad eterno dolore? Dio,
rispondimi,
"se puoi.
"Io venni al mondo, senz'avertene richiesto,
e tosto
"mi mancò il conforto della
madre: la madre tu
"mi hai inesorabilmente tolta. Poi
studiai, studiai
"e nutrii la speranza di avere nel
seno della
"famiglia un cuore che mi comprendesse,
mi confortasse
"dallo strazio del disinganno.
"Ebbene, non lo trovai questo cuore.
Allora mi
"aggirai fuori delle mura paterne,
in cerca di una
"felicità, del mio ideale: ebbene,
anco questa
"volta fui disingannato, tradito dalla
mia fede,
"dal mio amore.
"Bella fanciulla, che nel volto rifletti
l'angelica
"virtù dell'anima, che negli
sguardi hai impressa
"dolce mestizia: oh come ti amai, ti
adorai con
"tutta la fede di mia esuberante giovinezza.
"Ahimè! Tu alle volte sembrasti
premurosa di me,
"alle volte non mi degnasti pure d'uno
sguardo.
"E stassera? ... Le lagrime m'impediscono
di scrivere.
"Stassera fosti a casa mia per ben
due ore ...
"in questo frattempo, non un dolce
sguardo, non
"un sorriso, nulla ...
"Ma Dio, se ci sei, perchè mi
fai soffrire sì
"atrocemente?"
Caro padre,
Ti lascio col cuore straziato dal dolore:
ma vi sono costretto per evitare maggiori sventure.
L'aria e la vista di Torino mi pesano troppo
gravemente; la vista poi di questa popolazione, in cui è
spenta omai ogni scintilla di libertà, mi fa rabbrividire.
Corro in luoghi lontani, dove ferve l'amor
di patria e l'odio contro il tiranno; in luoghi, dove non si
ama per interesse, dove tutto si fa col cuore alla mano, e nessuno
tradisce il fratello.
Corro in luoghi, dove è il più
bel sorriso del cielo d'Italia,dove il mare adiacente mi parlerà
cose ignote alle anime volgari; dove ognuno ama la virtù,
perchè ell'è virtù; non perchè ha
paura dell'Inferno!
Caro padre, certamente suoneranno strani
al tuo orecchio questi accenti; certamente tu crederai a mala
pena alla mia risoluzione: ma che vuoi? Così è
...
Forse questo svago mi renderà quella
pace, che credeva perduta per sempre.