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    Leone Augusto PERUSSIA
     
    TORINO 1871-1872
     
    Parte Seconda
     

     
    Capo 5°

    Intervallo dopo il sogno

    1867 - 1870

    I

    L'anno 1866 - '67 io frequentai il 1° anno della scuola Tecnica di Monviso: ma al fine dell'anno non ebbi la volontà di sostenere gli esami: perocchè quell'istruzione superficiale, fredda, tutta teorica, tutta triste realtà, senza un lampo di poesia, non è a dire quanto mi tediasse.
    Allora cambiai pensiero; e con impulso di mio zio, il quale avrebbe desiderato, che io seguitassi la sua carica di notaio, nell'anno 1867 - '68 intrapresi il corso Ginnasiale.
    Mi capitò il professore Gandolfi, il quale non tardò a non più curarsi della scuola: perocchè essendosi dato al giornalismo ministeriale, coll'assumere la direzione del giornale il conte Cavour, in iscuola non faceva che rabberciare quel foglio quotidiano, copiando gli articoli da centomila giornali.
    Uomo venduto ... e tanto basta!
    Infine, non so se gli rimordesse la coscienza, oppure ne fosse costretto: fatto è che ci diede un supplente, il quale ci trovò ai verbi dopo cinque mesi di scuola: e non ebbe poco a fare, affine di presentarci agli esami.

    II

    Questo supplente fu il professore Gioacchino Ponzio giovane tutto animo, di cui conserverò sempre dolce ricordanza ed indelebile gratitudine. Fui promosso more solito, col premio di 1° grado: e così anche nell'anno 2°, ch'io feci sotto la guida del medesimo professore Ponzio.

    III

    Questi nelle vacanze susseguenti m'incoraggiò a studiare per l'esame al 4° anno: e s'io accogliessi con volontà quella proposta, non è da dubitare. Studiai sotto la sua direzione, ed agli Ognissanti mi presentai agli esami dal 3° al 4° anno e fui promosso.

    IV

    Anche dopo che sono uscito dalla guida del professore Ponzio, questi m'ha continuata la sua amicizia veramente leale. Si scorge bene ch'egli mi stima, e quanto ciò mi conforti lascio pensare a quelli, che sono destinati in questa vita allo sprezzo degli ignoranti.
    Forse il professore Ponzio avrà compreso quel recondito, che giace sepolto nell'anima mia, quella sovrabbondanza di affetti condannati a tacere muti freddi, insensibili anche dinanzi alla virtù e alla bellezza.
    Poveretti infatti quei pochi, che non pensano che in questo mondo l'aritmetica, la gretta aritmetica e non la poesia predominano: sì che si calcola persino il matrimonio, quel nodo misterioso, che decide della pace di un uomo?
    A Te
    Vaghissima fra le rose
    Di cui vada adorna
    La mia Italia
    Offro
    Con purissimo e riconoscente affetto
    O sacra rimembranza, o della mia Prima felicità tenera imago,
    ...
    Vieni: tu vedi solitario e vago Il giovin vate, che, piangendo, porta
    Ahi! d'affanni più gravi il cor presago!
    Ugo Foscolo
    Ho scritto queste pagine nelle ore di sconforto, allorchè il mio pensiero affranto da dolorosi disinganni, ritraevasi contristato dalla contemplazione di questa squallida terra.
    Ho scritto per obliare tante cose ... , per cercare quel conforto,cui m'ha negato quasi sempre l'invidia degli uomini ...
    A Te, che sola mi hai compreso, giunga soave la mia malinconica nota: e se a leggere questa storia, tenue immagine dei miei affanni, una lagrima imperlasse la nera tua pupilla ...
    oh! essa per il mio povero cuore sarà come la stilla di rugiada, che cade sullo stelo avvizzito!
    Dio ti conservi bella e virtuosa.
    Tuo Augusto
    Torino, 6 Marzo 1871

    Amore e Sacrifizio. Racconto di C. Leone Augusto Perussia.
    Cominciato addì 6 Marzo 1871


    Capo 6°

    Secondo sogno

    1870 - '71

    I

    Nell'anno 1870 io entrai nella classe 4°, dove ebbi a stringere amichevole confidenza col professore Ferreri, giovane ardente ed onesto in tutta l'estensione del termine.
    Egli pose tosto la sua maggior cura su me, e quindi incominciò una relazione fra noi, che mai non venne meno. Infatti egli al fine dell'anno mi premiava col premio di 1° grado; quindi mi animava a studiare nelle vacanze per l'esame di Licenza Ginnasiale: ciocchè io feci in appresso con ottimo successo.
    Anche al professore Ferreri rendo pubblica testimonianza di affetto:perchè egli fu uno di quelli che veramente mi hanno amato; perchè sempre mi sovvenne di consigli e di conforti; perchè si dimostrò sempre gentile e leale, quando ebbe da trattare meco; perchè alfine mi fece un gran bene, e ora ancor mi fa un grandissimo bene colla tua presenza tranquilla ed affabile.
    Possano queste poche linee, vergate ed improntate dalla notte del dolore, che oggidì mi priva della luce del mondo; possano queste testimonianze di affetto essergli care, siccome lo sono al cuore del suo Augusto!
    Sera 12 Maggio 1871 ore 10 e mezza.

    II

    Ho sognato, ho nuovamente sognato; ed, ohimè, quanto fu crudele il mio sogno!
    Ho sognato fiori e gigli; ho sognato belle aurore e fulgidi tramonti, ho sognato il palpito di un cuore che palpitava col mio, la stretta di una mano delicata, che stringeva la mia, il sospiro di una bocca rosea che si confondeva con il sorriso di un angelo ... Ma ... ho sognato ... Oh Dio ci sei veramente? Si ... e perchè lasci ch'io soffra sì atrocemente?
    Io sperava, anzi era fiducioso, che Primo amore e non Secondo sogno avrei intitolato questo capitolo, ed invece? ...
    Invece l'ho intitolato Secondo Sogno
    Oh bella? Niente di più reale. Se sono destinato a sognare sempre, da mane a sera se io vivo in mondo astratto, immaginario, ed anche, se vuolsi ammettere (almeno io lo credo) alcun po' migliore di questo ... Ebbene, ho sognato ma quando la luce della realtà venne a svegliarmi ... oh allora ... allora credetti di morire. Io diceva: un altro disinganno ... e il mio cuore scoppiava dal dolore. Le mie mani, le mie braccia si prostesero per l'ultima volta verso l'angelo che si dileguava ai miei occhi, poi mi cadevano ai fianchi affralite, il mio volto impallidì ed un amaro sorriso mi sfiorò le labbra.
    Era stato un sogno, un crudele sogno il mio!
    Sabbato, 13 Maggio 1871 ore 10 mattina.

    III

    Senti, Venanzia, le ultime parole di un cuore ucciso forse per sempre all'amore per tua mano stessa.
    Racconterò la mia storia, il mio sogno colla maggior pacatezza che mi sarà possibile, comanderò al cuore di non sanguinare ... ma, se la mia mano tremerà, se le mie parole saranno interrotte, scomposte come i singulti di un moribondo?
    Oh Venanzia, un dì forse ti verranno sotto gli occhi queste pagine impregnate di amare lacrime che sentono un odore di sangue; forse una tua lacrima solitaria ... Ma no, tu non piangerai.
    Altri casi, altri piaceri, altre voluttà ti avranno allora scancellato dal cuore quel po' d'affezione, quel pò di compassione, che forse hai sentito per me ... tu non piangerai ... piuttosto riderai ...
    Oh ti perdono, Venanzia: ridi pure ...
    Il pianto rattenuto potrebbe scomporre il fiore di tua bellezza, spegnere la fiamma dei tuoi occhi d'angelo: ridi pure e sii felice.
    Sii felice, e tutto ti sorrida d'intorno, e si canti l'inno della voluttà; alla tua vista le rose chinino il capo confuse; sii felice ...
    Io non lo sarò mai, io forse non godrò più un'ora di gioia, ed anche fra il frastuono delle feste mi sentirò il cuore oppresso da un affanno, che mai non si farà muto.
    Ma tu sii felice: e non curarti di me poveretto anche allora che una forza avrà accolto nell'eterno riposo le mie stanche ossa, ed una lapide rammenterà ai posteri il mio nome sventurato.

    IV

    Era il 20 Marzo 1870. Quella sera a casa mia si dava la solita rappresentazione colle marionette. Numerosissimo l'uditorio, nel quale splendeva una stella ... Era sì bella! Io l'ammirai! Oh Venanzia! se sapessi come palpitò il mio cuore al baglior di tua bellezza. Sciagurato! Io non pensavo che a quel fuoco mi sarei bruciate l'ali, mi avrei ucciso il cuore.
    Chiome nerissime, fronte spaziosa e serena come un'aurora di primavera; occhi ardenti; rosea bocca; sorriso d'angelo! Eri bella Venanzia, troppo bella!
    Io ti parlai di mille cose indifferenti: la tua melanconia e melodiosa voce mi scendeva nel profondo dell'animo, mi pioveva nel cuore una dolce amarezza, un che fin'allora ignoto, un affanno indistinto; mi suscitava la fantasia colle ali dorate ... Oh Venanzia! Mi parve allora che s'effettuasse il mio sogno ... le mie vaghe idee presero una forma distinta e a poco a poco ti concepii colla mia immaginazione.
    Trovava il mio ideale realizzato in te ... non lottai ... , e come avrei potuto? Io aveva trovato il tesoro che cercava con tant'ansietà: sarebbe stata follia il rigettarlo ... Quando ti lasciai sentii un vuoto nel mio cuore ... i miei occhi ti seguirono finchè venne lor fatto di vederti.
    Oh Venanzia! Io t'amava ... io t'amai!

    V

    Si, Venanzia, io t'amai; ti amai come si amerebbe una creatura del cielo, t'amai di amore sovrumano, non concepibile quaggiù.
    Oh tu non potresti farti un'idea dell'affetto, ch'io nutrii per te: ti amai più di me stesso, più dei miei fratelli più di mia sorella, più di mio padre, più dell'estinta mia madre, più di Dio.
    Venanzia ed Italia! Questo sognai sarebbe stato il mio grido di vittoria, l'impulso ad ogni opera gentile. Venanzia ed Italia!
    E, perdonami Venanzia, sognai che un dì, coronata di gigli ti avrei condotta all'altare ... ed una corona splendeva sulla mia fronte ... una corona di lauro, il serto della gloria del poeta.
    E nell'atto di unirci in nodo eterno, io rammentava tutti i travagli sostenuti, tutti i disinganni fortemente sopportati; rammentava le lunghe notti vegliate sui libri al debol lume di una lucerna, le lunghe notti vegliate studiando intensamente ... ed allora, quando balenava per sonno uno sguardo ad alcuni fiori appassiti, tuo dono, mi ridonava vigoria. In quel punto io rammentava con piacere tutte le fatiche sofferte: in quel punto io era felice ... , l'Italia aveva, benedetto il mio studio, e tu, o Venanzia, l'avevi santificato ... Mia sposa! ...
    Oh perdonami Venanzia, io era ardente di mia giovinezza: io sognava quando feci quel sogno dorato ... fu un sogno il mio!

    VI

    Sento il cuore battermi sì forte da scoppiarne, una febbre ardente consuma i miei polsi, e tuttora il mio cervello pensa, si attacca brancolante dietro una parvenza indistinta di rosei sogni, un labirinto di misteriosi sensi. Non voglio più pensarci a Venanzia, e sempre la sua immagine mi perseguita tremenda, come l'ora in cui nacqui. Non vorrei più scrivere di lei, vorrei scordarla, vorrei seppellire me stesso nel mare dell'oblio, vorrei che oggi stesso una fossa accogliesse il mio cadavere: eppure ...
    Ma farò cuore: piangerò scrivendo, è vero; tuttavia non voglio già tralasciare di scrivere ...
    Oh se almeno le lagrime, ch'io spargo, potessero rimarginare, lavare la mia piaga ... Ma no, Venanzia io non ti dimenticherò mai ... E' destino ch'io debba amarti, finchè un sospiro potrà uscirmi dal petto esulcerato: io non ti vedrò più, ma forse ti amerò sempre, sempre, finchè viva, o almeno ogni volta che mi cadrà la tua immagine, sorridente vanti agli occhi, io rammenterò la mia infelicità.
    Oh se almeno, persa la mia felicità di un'ora, mi restasse la pace del cuore, potessi ancora sorridere ... Ma no, anche questo conforto m'è tolto: io debbo essere un sacrificato, e non altro, io morirò ucciso dai sacrifizii, dalla ingratitudine del mondo: e tutto ciò per averti troppo amato!
    Domenica 14 Maggio 1971. Ore 5 pom.

    VII

    Ti amai, o Venanzia, senza ricercare se il tuo cuore palpitasse ai palpiti del mio: ti amai, perchè una forza prepotente mi spinse. Tu mi eri sempre al fianco col tuo sorriso d'angelo ... ed io t'amai di amore degno di te, non di amor sensuale: perocchè non è il tuo corpo divino, ch'io vagheggiassi; era il tuo sentimento, la tua anima gentile, ingenua.
    Non mai ti richiesi d'amore! temeva di turbare il sereno dei tuoi giorni, dei giorni che tu sfioravi nel fulgore di tua innocenza, di tua bellezza.
    Aspettai, persuaso che la consonanza di affetti, di pensieri, di sentimenti avrebbe un dì echeggiata in un suono solo.
    Oh sì, tu mi riamasti ... ricordo un dì, che ti fissai negli occhi, nel dipartirmi da te, e tu li volgevi a terra arrossendo ... Scesi le scale e guardai in su ... Tu mi sorridevi dalla finestra ...
    Un dì mi donasti alla Villa tua un mazzolino di garofani, simbolo del puro amore ... Oh, come li tenni cari. Oggi sono inariditi, come inaridito si è il tuo amore ... Oggi hanno perso persino il colore, così anche ...
    Io li miro, e Venanzia, li miro questi fiori del mese di Luglio 1870, e sorrido amaramente: ma non piango; ho già troppo pianto.
    Ma, durante i dì dell'amore, o Venanzia, in quelle ore tremende, in cui l'anima sembra rotta, affralita, in cui il pensiero rimane fisso, inchiodato a quel po' di materia, che lo circonda e tenta contenerlo nei suoi limiti di creta, in cui la disperazione mi bolliva fieramente nell'animo; in quelle ore che io malediva la vita e colla vita Iddio, e mi pareva cosa possibile un'eternità di pene materiali: in quegli angosciosi istanti, che cieco, brancolante cercava un porto, a cui salvarmi, e le mie mani cadevano spossate ai fianchi: che io non sognava più un vincolo casto, un mutuo contraccambio di affetti e di speranze, un amore illibato ... perchè il sogno era stato scancellato dal disinganno ... : oh Venanzia allora mirava quei fiori di Luglio, e tosto, come d'incanto mi sentiva più calmo, riprendeva lo studio, rinascevano le speranze, e tornava a' miei sogni!..
    Le tre poesie per nozze, che feci stampare in men di due mesi, furono la conseguenza di questi combattimenti, in cui, colla speranza tornava la poesia, colla poesia l'ambizione della gloria, di rendermi degno di te.
    E, senti, Venanzia nell'ultima ode, ch'io composi per lo sposalizio di tua sorella, io feci il tuo ritratto, presi le ispirazioni da te, non dall'Emilia! ... Oh sognava allora! ...
    E mi sembrò possibile il tuo amore, la sera, che lessi a' tuoi l'ode per Emilia. Tu sul finire, mi sorridesti ... era il sorriso tuo che mi rianimava ... quel sorriso mi svelò un idillio, l'idillio dell'avvenire, l'aurora dorata, che sarebbe apparsa per me!
    Oh ... ma sognava allora?

    VIII

    Nei momenti della disperazione io vergai alcuni fogli, che ho conservato, e trascriva in queste pagine, perchè essi riflettono il combattimento, il dubio dell'animo mio.
    "... Ott. 1870
    "Va, giovanetta, col sorriso sulle labbra tue di corallo:
    "lambisci ogni fiore: va, e godi nel farti desiare.
    "La vita è un nulla, è un lampo, un vuoto immenso, e
    "da lei provengono tutti i mali. O Dio! Perchè farmi
    "nascere? E se pur così volesti, perchè amareggiarmi le
    "ore della giovinezza, perchè accasciarmi sotto il peso
    "delle disillusioni, perchè farmi sospirare la morte?
    "Che ti chiesi io alfine? Pace, pace.
    "E miei fratelli avvelenarono la mia esistenza: i miei
    "amici mi tradirono ... Che ti chiesi alfine? Pace.
    "E la mia mente fu del continuo turbata da sogni
    "affannosi, e le mie mani si tesero verso una
    "lontana felicità, il mio cuore palpitò di amore ...
    " ... ; ma, va, o verginella, col sorriso sulle tue
    "labbra di corallo; lambisci ogni fiore: va e godi
    "nel farti desiare. Non curare la virtù, negletta ora
    "da tutti gli uomini, vestiti della vanità, e con
    "essa allaccia tutto il mondo. E se alcuno ti chiede
    "amore, e tu gli dona odio: e se alcuno ti desidera,
    "e tu sprezzalo ... Aggirati in danze vorticose, passa
    "in cento braccia, scorda tutto ... no, non tutto,
    "ricorda soltanto che tua missione è di sconvolgere
    "il mondo. S'altri ti parla di virtù, e tu
    "ridi, s'altri ti loda, e tu donagli il volubile
    "core. Ma non tollerare la voce della verità:
    "scostatene come da precipizio, reputala pervertimento
    "Giovinetta! Non credere nemmeno all'uomo
    "Egli è traditore: epperò amareggiagli del continuo
    "l'esistenza, respingi le sue proteste ... giovinetta
    "non distinguire il veritiero: chiamalo traditore.
    "E s'egli a te lega la sua pace, e tu togliela collo
    "scandalo: e s'egli t'ama sinceramente, e tu non volerti
    "a lui affidare: reputalo traditore.
    "Non porgere ascolto ai sospiri del giovane artista,
    "che, sulla via del sapere, tentenna e tende a te
    "affannoso le braccia: non degnare d'uno sguardo
    "il poeta che t'immortala co' suoi versi: ma
    "tienlo per istravagante, tienlo avvilito, costringilo
    "a fermarsi fermo al suolo il guardo, dai suoi
    "slanci nell'infinito e nell'idealità.
    "Sed satio ... La mente è ormai stanca di questo
    "delirio ... Quando verrà, o Signore, la mia ora?
    "mandala presto: fa solamente ch'io muoia
    "degno di lei; e poi, mandami qualsiasi croce,
    "ch'io l'abbraccierò con trasporto e a lei consacrerò
    "tutta la mia esistenza. Gran Dio!
    "Fa ch'io muoia non inonorato; fa ch'io muoia;
    "ma ..."
    E qui finisce questa memoria, ch'io vergai in un momento di delirio. Ma, allora, trovava ancora un conforto, trovava ancora una speranza da riaccendere; allora credeva ancora in Dio ... ed ora invece ...
    Il dolore e lo sconforto hanno spenta la mia fede: ed è tutto detto.
    "... Gennaio 1871
    "La mia Musa canterà di dolore: infatti quale
    "speme può ancora sorridere al cuor mio?
    "Canterà di un infelice amore, di tradite speranze
    "di un cuore affranto dalla sua generosità.
    "E del volgo la vile schiera beffarda insulterà al mio dolore: ma, insulti pure, egli è volgo.
    "Fanciulla, com'eri bella! La tua persona spirava
    "voluttà e candore: il cuor mio ne fu preso ... e tu?
    "Perchè tu non tenesti in conto i miei affetti,
    "perchè mi sprezzasti e fingesti di non avvedertene?
    "Intanto io languiva, e tu mi negavi amore.
    "E scordai Dio, obliai la preghiera dell'innocenza,
    "ed il cuor mio esultò nel dolore.
    "E sperai che presto morte troncherebbe i miei
    "dì; e che tu non avresti pianto: così non
    "avresti offuscato il fiore di tua bellezza! ...
    Da questa memoria traspira tutta l'amarezza del disinganno, tutta l'indifferenza di un cuore ormai spento dall'amore. Queste linee sono il risultato di quelle lotte tremende fra la realtà, che mi negava l'amore di Venanzia; ed il mio cuore, che straziato si lacerava nel dubbio: di quelle lotte, in cui il mio pensiero trovava aver monche le ali dall'inesorabile falce del tempo, che tutto uccide, genio, speranze, aspirazioni, bellezza e pace.
    Trascrivo un'ultima memoria, che data da poco tempo, e mi costa due mesi di profondi dolori di quei dolori che non t'uccidono, ma ti limano l'animo a poco a poco, come la ruggine il ferro.
    Sera Marzo 1871 - ore 11

    Oh Dio! io non dovrei più rivolgermi a te: perchè,
    "se ci sei, fai il sordo ai miei lamenti.
    "Ma ancora una volta ti domando: Che ti ho mai
    "fatto io, io, povero sacrificato, vittima della mia
    "onestà, della mia fede; che ti ho mai fatto, acciocchè
    "tu mi dannassi ad eterno dolore? Dio, rispondimi,
    "se puoi.
    "Io venni al mondo, senz'avertene richiesto, e tosto
    "mi mancò il conforto della madre: la madre tu
    "mi hai inesorabilmente tolta. Poi studiai, studiai
    "e nutrii la speranza di avere nel seno della
    "famiglia un cuore che mi comprendesse, mi confortasse
    "dallo strazio del disinganno.
    "Ebbene, non lo trovai questo cuore. Allora mi
    "aggirai fuori delle mura paterne, in cerca di una
    "felicità, del mio ideale: ebbene, anco questa
    "volta fui disingannato, tradito dalla mia fede,
    "dal mio amore.
    "Bella fanciulla, che nel volto rifletti l'angelica
    "virtù dell'anima, che negli sguardi hai impressa
    "dolce mestizia: oh come ti amai, ti adorai con
    "tutta la fede di mia esuberante giovinezza.
    "Ahimè! Tu alle volte sembrasti premurosa di me,
    "alle volte non mi degnasti pure d'uno sguardo.
    "E stassera? ... Le lagrime m'impediscono di scrivere.
    "Stassera fosti a casa mia per ben due ore ...
    "in questo frattempo, non un dolce sguardo, non
    "un sorriso, nulla ...
    "Ma Dio, se ci sei, perchè mi fai soffrire sì
    "atrocemente?"

    Caro padre,
    Ti lascio col cuore straziato dal dolore: ma vi sono costretto per evitare maggiori sventure.
    L'aria e la vista di Torino mi pesano troppo gravemente; la vista poi di questa popolazione, in cui è spenta omai ogni scintilla di libertà, mi fa rabbrividire.
    Corro in luoghi lontani, dove ferve l'amor di patria e l'odio contro il tiranno; in luoghi, dove non si ama per interesse, dove tutto si fa col cuore alla mano, e nessuno tradisce il fratello.
    Corro in luoghi, dove è il più bel sorriso del cielo d'Italia,dove il mare adiacente mi parlerà cose ignote alle anime volgari; dove ognuno ama la virtù, perchè ell'è virtù; non perchè ha paura dell'Inferno!
    Caro padre, certamente suoneranno strani al tuo orecchio questi accenti; certamente tu crederai a mala pena alla mia risoluzione: ma che vuoi? Così è ...
    Forse questo svago mi renderà quella pace, che credeva perduta per sempre.
    Caro padre, poni una mano sul cuore e poi rispondi:
    Era possibile, che io partissi con tua licenza, con tua volontà? No, perchè, se io ti avessi richiesto di ciò, tu mi avresti trattato come un pazzo.
    Inoltre, tu avresti dovuto soggiacere a spese rilevanti, se anche avessi aderito al mio desiderio.
    Io invece parto, coi miei libri, che ho comperati co' miei denari, parto con voglia di lavorare; e sta tranquillo, non mi mancherà un tozzo di pane.
    Volontà ed ingegno non mi difettano; e io nella mia povertà saprò raddrizzare un edifizio di gloria e gioverò a questa povera Italia.
    Oh Italia! Ecco un tuo nuovo martire!
    Oh perchè nelle vene dei tuoi figli non iscorre che lurida linfa ... perchè ognuno ti vende allo straniero ed al tiranno, come più gli riesce?
    Vedi, che persino i tuoi figli si vilipendono tra loro!
    Senti, padre, io sortii da natura un cuore forte, risoluto ed amorosissimo nello stesso tempo.
    Io amai, amai tale fanciulla, e, s'Ella mi avesse corrisposto, l'avrei resa immortale coi miei scritti.
    Questa fu una bolla di sapone.
    Amai i miei fratelli, e da loro fui retribuito, debbo dirlo? con basse invidie; e questa è verità. Io cercava affannoso un cuore, che raccogliesse il tesoro dei miei affetti: non trovai, che cuori di pietra, tranne il tuo e quello di Luigia.
    Inoltre ... ma che dico? Illusioni.
    Tutto è illusione quaggiù, tranne il dolore; perchè io so pur troppo quanto soffro ... Ma il dado è tratto.
    Padre, permetti ch'io ti supplichi di un ultimo favore?
    Tuo figlio studierà lungi dalla casa paterna, finchè abbia obliato tante cose dolorose: ed in questo frattempo vivrà de' suoi sudori.
    Ma il tuo Augusto deve prendere la Licenza Liceale al fine di quest'anno, e tu, allora, dì, gli manderai gli 80 franchi, che gli occorrono?
    E' l'unica spesa che ti voglio far fare. E so che tu la farai, almeno per non vedermi rovinato e sempre più infelice.
    Appena io sarò forte abbastanza, ebbene, se tu mi aprirai le braccia, allora sarò io il primo a gettarmi dentro: ma pel momento, oh lasciami libero, se non vuoi uccidermi.
    Tremo a scrivere questa parola; ma pur troppo sarà così, se tu non mi lasci alle mie Muse e alla mia Libertà.
    Oh Libertà! Mia sola Musa!
    Sta tranquillo, che nulla sarà fatto da me di vile o di meno dignitoso.
    Torno a scongiurarti, per quanto ho di più sacro, per la libertà di mia patria, per le ceneri di mia madre: oh non cercare di sapere ove sono, non incrudelire contro tuo figlio; perchè allora non mi ameresti più.
    Tu solo sii partecipe del segreto del cuor mio; a quei di casa, ai conoscenti dì, ch'io sono corso a Genova fra le braccia di un amico, Gianolio, per istudiare con maggior tranquillità.
    Addio, caro padre, rispondi alle mie lettere, a Torino, fermo in posta.
    Vi sarà chi avrà cura di mandarle a mia destinazione. Addio, un bacio di tutto cuore, addio.
    Augusto
    Di casa, 17 Marzo 1871

    IX

    Come si scorge, da questi brani la diffidenza, lo sconforto di essere riamato cominciavano a padroneggiare il mio cuore esulcerato. Venanzia un tempo m'aveva amato, n'era certo; i suoi sorrisi, le sue occhiate mi parlavano un linguaggio misterioso, ch'io interpretava secondo la mia fantasia. Si, m'avea amato. Ma non tardò di mostrarsi fredda, come si vede nei brani commisti nelle pagine superiori alla storia degli anni trascorsi.
    Oh quanto soffrii per questo cambiamento!
    L'aria di Torino mi pesava sullo stomaco quasi massa di piombo: ed in un momento disperato, io scriveva la qui annessa lettera a mio padre, volendo fuggirmene di casa.
    Per fortuna fui forte, e non posi in opera il mio insensato progetto.
    In quel frattempo feci una commedia "Non tutto il male vien per nuocere".. Non la si volle rappresentare, perchè, come diceva mia sorella, v'era troppo intreccio amoroso.
    Quella commedia l'ho data a leggere a Venanzia, e mi fu restituita due settimane fa.
    Così non poteva andare.
    Allora concepii il pensiero di svelarle la mia passione! Ed in un momento di speranza composi quella lettera, che non volli in appresso consegnarle, perchè temeva di non nuocere alla sua ventura felicità: e in un'ora disperata, le indirizzai quell'elegia, che pongo dopo la lettera in questo quaderno.
    Durante queste lotte tremende, dell'ideale ch'io vagheggiava e della realtà, che lo soffocava, mi balenò alla mente un'idea, terribile ...
    Scrissi le mie ultime disposizioni: ma non le condussi a fine.
    No, non la morte, sclamai disperato, l'arte e l'Italia.
    Arte ed Italia! parole divine, che mi salvarono dal commettere un suicidio!
    Un'ultima parola, o Venanzia, e poi la mia stanca penna finirà questa dolorosa storia.
    In questi supremi istanti, in cui io ho rotto tutti i legami che a te mi univano, fò un voto solo, e quest'è per la tua felicità.
    Sii felice, o Venanzia, quanto lo si può essere su questa valle di pianto!
    Possa tu essere felice con altri, se non con me; possa tu essere il decoro dei tuoi, di tuo futuro sposo, e della patria. Sii felice.
    Ho sofferto, molto sofferto, o Venanzia, per il tuo cambiamento: tuttavia ti perdono: tu non hai colpa veruna: fui io lo stolto, che dimenticai essere l'amore disinteressato un'ironia.
    Io non ti vedrò più: almeno finchè non abbia sepolto il mio amore nell'egoismo, che mi viene imposto. Ma tu sii felice.
    Che il tuo sorriso d'angelo non s'abbia mai ad oscurare: abbi ricchezze, voluttà, onori, tutto quanto desideri. Questo è il mio voto supremo, questo è l'ultimo voto ch'io faccio.
    Addio Venanzia sorriso del cielo addio!
    Di casa, 15 Maggio 1871 ore 7

    Venanzia,
    Nella mia esistenza, già funestata da tanti dolori e disinganni, v'ha una sera, ch'io non iscorderò mai: il 20 Marzo 1870. Quella sera, discorsi teco del ballo di casa Pellizza: ed ora che la rimembro, il cuore mi batte fortemente: avvegnachè essa segni un periodo novello del viver mio, il periodo della poesia, della speranza e delle illusioni!
    Oh! com'eri bella! Quel volto di perla, quelle sembianze di paradiso, quella tua chioma lucente e nera come l'ala del corvo, quegli sguardi affascinanti, quel sorriso d'angiolo ... e poi la tua voce, che mi parve divina, e, quasi fremito d'arpa mossa dal vento mi commosse profondamente, e parlommi per modo arcano un linguaggio misterioso, ancora ignoto al mio cuore! ...
    Mi discostai da te, commosso, con l'anima piena del fulgore di tue pupille, della melodia di tue labbra e d'allora in poi ti riverii, quasicchè tu fossi celeste emanazione ... ti amai. Sì, ti amai e di tale amore che non avrebbe fatto arrossire gli angioli stessi.
    Senti, Venanzia: io, strappato in tenera età all'affetto di una madre amorosissima, costretto a riempire lo straziante vuoto del mio cuore con remote reminescenze; vidi in te una donzella d'anima non comune, capace di commoversi al bacio di primavera, al profumo della viola, al sospiro dell'usignuolo all'alitare del venticello; sperai che in te fosse per realizzarsi l'aspirazione dei miei 16 anni, l'età del sorriso e delle illusioni ... il mio ideale, che vagheggiava un nido tutto pace, tutto confidenza, tutto profumi, e divinizzato da un affetto sovrumano! Oh! Ti amai Venanzia, immensamente ti amai, sognando, che noi fossimo nati in due per vivere in un'anima!
    Tu fosti per me quasi l'angiolo tutelare, l'inspirazione allo studio, ad ogni opera gentile; tu mi dettasti i primi versi, che segnarono l'iniziamento di mia carriera letteraria!
    Ora il dado è tratto: a 21 anno al più io sarò Notaio ed Avvocato ... e forse avrò già raggiunta una bella fama: volontà ed ingegno non mi scarseggiano, e Dio compenserà i miei sudori.
    Allora, o Venanzia, se tu mi avrai corrisposto, prenderò tuttte le ricchezze radunate, ogni gloria acquistata ... e deponendo tutto a' tuoi piedi, ti dirò:
    "Venanzia, tutto è tuo; vuoi provarti ad essere felice meco?"
    E se allora, tu mi farai un sorriso, mi volgerai uno sguardo affettuoso, oh io sarò abbastanza reintegrato dei miei travagli!
    Senti, Venanzia: io ho bisogno del tuo amore; ho bisogno che la tua voce mi conforti dell'invidia degli uomini, ho bisogno che la tua mano mi sorregga sullo spinoso calle della gloria.
    Epperò ho deciso di confessarti il mio affetto francamente: ora tu sai tutto: che mi rispondi?
    Dimmi, o Venanzia, mi stimi degno di te? Puoi ... vuoi amarmi?
    Su ciò attendo una tua sincera risposta, sia pur crudele; una risposta, che tu mi vergherai almeno per debito di squisita gentilezza, che troverai modo di consegnarmi celatamente, domani sera, a casa mia.
    Ancora due parole, e finisco.
    Se non mi riami, avrai la delicatezza di restituirmi questo foglio assieme alla risposta tua: ma se mi riami conserva il tutto, lungi dagli occhi invidi del mondo: perocchè guai, se la malignità riesce a penetrare nei più reconditi pensieri dell'anima!
    Se mi riamerai, il nostro affetto sia limpido, come l'azzurro dei cieli; affetto, che ci sollevi dalle tristizie di questa terra ai misteri dell'idealità; che ci educhi l'ingegno ed il cuore; che prepari i santi costumi della famiglia nuova, senza turbamenti, senza gelosie: onde, seguendo il matrimonio, i nostri cuori vi giungano immacolati, e veruno di noi non porti all'altare un cuore ingombro di memorie meno sante.
    Addio, sorriso dei cieli, fulgore di giovinezza eterna!
    Augusto
    Di casa, 28 di Marzo 1871

    Questa lettera, che non gliela consegnai, conservo a ricordanza del mio amore, come conservo i fiori inariditi del tempo felice.
    Addio, Venanzia, addio!
    Torino, di casa, 15 Maggio 1871

    A te

    Elegia

    Sai, Venanzia, perchè continue l'ore Del viver mio trascino in muto duolo?
    Perchè di gaudio più non balza il core
    Nel già fervido mio petto, ed al suolo
    Mie luci intente ognora ed affannose
    Affiso? Sai, perchè nel mio cor solo
    Omai regna il dolore? ... e le giocose
    Danze, e le variopinte aiuole, e il canto
    Garrulo d'usignuolo, e le amorose Muse, un dì predilette mie, e quanto
    Di più sfolgoreggiante il mondo aduna,
    Non han di rianimar mia speme il vanto?
    Perchè? ... oh Venanzia! tu sei, tu quell'una
    Che mi facesti disperato amante;
    Sei tu, che ad imprecar la mia fortuna
    Ahi! ... m'astringesti ... e dal divin sembiante
    Tuo spiccarsi i rai ch'arsero il mio core
    Di eterna inestinguibil fiamma! Oh quante
    Quante fur quelle interminabil'ore
    Che incerti passi in solitaria parte
    Scorsermi a volger, sol, col mio dolore?!
    Quante fiate sclamai: "Deh, se ad amarte
    "fia che di eterna angoscia i' faccia prova ...
    "Oh! perchè dagli sguardi tuoi non pare
    "Anco un sol raggio lenitor? Ahi, trova
    "Chiuse tuttora del tuo cor le porte
    "L'affetto mio, che ogni pensier rinnova?
    "Tal, che sospira invan più lieve sorte
    "Lo schiavo mio core, e ad un sol consiglio
    "Miglior non fia già ch'ei s'appiglie? Oh Morte
    "Chè non mi traggi alfin di tal periglio?
    Carlo Leone Augusto Perussia
    Torino, 15 di Marzo, 1871.

    Venanzia,
    Scrissi questa elegia in un'ora di profondo abbattimento, mentre allo sconforto dell'avvenire si aggiungeva l'incertezza di non essere riamato da te, ormai unica mia speranza.
    Augusto.
    Di casa, 28 di Marzo 1871

    Quest'Elegia, destinata a passare nelle mani adorate, e che non volli in appresso consegnarle, sia una testimonianza di quello che ho sofferto per Lei, di quello che ho perso per lei!
    Addio, Venanzia, l'arte colle sue grandi ali sarà per l'avvenire forse la sola mia ispiratrice: non mai avverrà forse più, ch'io riami un'altra fanciulla.
    E' dura l'esperienza, che ho fatto, o Venanzia, ma è salutare di gravi ammaestramenti: m'insegna come fatale sia la seduzione della bellezza, come il generoso, può abbracciarvi le ali del pensiero, come l'amore è quasi impossibile, se, invece di un cuor puro, non si fa subito offerta della mano, di centomila franchi e di molte vanità.
    Ed infatti non c'è da meravigliarsi, se questo è un mondo di calcolo!
    Non è molto, che tu, o Venanzia, sei partita di casa mia, ti ho sentita entrare, mi è giunto al cuore infermo il suono di tua voce: non ti ho più voluto rivedere; non ti vedrò più. Il mio sogno è svanito, l'incanto è cessato: come la gioia dei miei primi anni, come quasi tutte le mie aspirazioni. Ho amato sovrumanamente ... e non fui riamato.
    Addio, Venanzia, ancora una volta addio.
    Augusto.
    Torino, di casa 19 Maggio 1871

    Ultime disposizioni

    I

    Non invoco il nome di Dio; perocchè, s'Egli esiste, non si cura punto delle cose di quaggiù: altrimenti egli non soffrirebbe che in questo mondo il generoso sempre soccomba al tristo, chi ama sia pagato d'ingratitudine, ed altre simili ingiustizie, ch'io non voglio rammentare, perchè, mentre sono per gettarmi nella notte dell'eternità, più non voglio tediarmi a ricordare queste brutte faccende, ch'io ho dovuto sopportare dalla prima all'ultima.
    So che queste disposizioni, attesa la giovane mia età, non hanno forza di legge: tuttavia le scrivo, pensando che mio padre vorrà adempierle scrupolosamente in nome dell'affetto vivissimo, che ha sempre nutrito per me, e di cui gli rendo infiniti ringraziamenti: perchè forse Egli è il solo che mi ha immensamente amato.
    Nè pianga veruno la mia morte prematura.
    Io ho compiuto la mia giornata dianzi sera: ho riso un istante, poi ho amato, ho pianto, ho sofferto dolori inauditi, per cui mi venne in fastidio questa vita.

    II

    Dei miei libri
    Lascio i romanzi a mio fratello Giuseppe
    Le opere latine e Greche, grammatiche etc. al professore Ferreri; le storie della letteratura etc, dei quali farò un elenco specificato, acciocchè non si sbaglino.
    C. Leone Augusto Perussia
    A Venanzia l'anima mia.
    Sera, 18 Aprile 1871





    Capo 7°

    Dopo il sogno

    I


    Mi sono svegliato da un sogno terribile: prima tutto profumi, tutto luce, tutto delizie; poi schermevole, sanguinolento, spaventevole.
    Mi sono svegliato da poco tempo; ed ancor la stanchezza mi opprime: vorrei lavorare da disperato, vorrei tuffarmi nella gora delle voluttà: e la mia mente vaga altrove, quando fisso gli occhi su di un libro; il mio cuore non batte più dinanzi alla bellezza, e sdegno divertirmi un solo istante.
    Sono indifferente a tutto il mondo esterno: un sorriso glaciale, amaro, mi posa continuo sul labbro. Questo sorriso è là ad attestare i miei patimenti ed il mio sconforto.
    Che farò? Questa è la domanda, che mi faccio ad ogni istante; senza rispondervi alcunchè.
    Se fossi un giovane di comune intelletto, procurerei di bere l'oblio dei miei mali al nappo del piacere, e travolto nella polvere del mondo, non ci vedrei più nè il bene, nè il male.
    Ma io non posso, non voglio rinnegare tutte le mie rimembranze: voglio conservarle preziose, come un ricordo di un'estinta.
    Che farò? Piaceri sdegno; inerzia abborro; egoismo tollero a mala pena ...
    Che farò?


    II

    Arte ed Italia!
    Si, voi, sarete i miei supremi conforti, in voi cercherò il compenso di un cuore disingannato, alla vostra fonte io berrò la medicina dei miei mali.
    Mi metto per una strada spinosa: ma non importa. Ormai tutti i legami, che mi tenevano avvinto a questa terra sono rotti.
    Non mi resta che il conforto di amare l'arte, coll'arte la gloria, e la mia Italia.
    La prima causa da far trionfare, che si presenti, mi avrà per suo sacrificato propugnatore.
    Morrò anche, purchè risplenda incontaminata e vivida la stella dell'Arte, la stella d'Italia.
    Avanti adunque: non voluttà, non egoismo. arte e Italia.
    Ad esse sole sian volte tutte le mie aspirazioni, finchè un sogno non venga di nuovo a turbare i miei dì.
    Arte ed Italia!
    Avanti!
    Torino, di casa martedì 16 Maggio 1871
    Ore 10 antimeridiane
    Augusto Perussia

    Post Prefatio

    A Te, Venanzia Tasca, aveva io dedicate queste rimembranze, nei dì che la speranza confortava ancora il mio sogno.
    Ora ogni speranza è morta.
    Tuttavia non mi pento di quanto ho fatto: queste Rimembranze ti siano adunque dedicate; e ti ricordino, che io ti amava col più puro disinteresse; che anche non riamato da te, non posso non amarti; che forse ti amerò finchè mi resti un sospiro in petto.
    Arte ed Italia!
    A queste parole sovrumane, o Venanzia non isdegnerai, ch'io arda per l'avvenire i miei incensi: esse sono cose sacre, tanto e forse più del primo amore.
    Addio, Venanzia, e sii felice.
    Scrissi a' 16 Maggio 1871
    C. Leone Augusto Perussia

    A te, Luise Grégoire
    Che fanciulla
    Non isdegnasti di accogliere
    Nel tuo bel core
    La scintilla del mio innocente
    E primo affetto
    Che giammai mi negasti un sorriso
    Consacro questi fiori inariditi
    Staccati dallo stelo di mia vita
    Estenuata e infelice
    Torino, 21 Maggio 1871


    Giovedì Maggio 18 - Ore 11 Sera

     

    Oggi è stato il giorno onomastico di Lei.
    Mio padre, mia sorella, i miei fratelli, in segno di congratulazione,le hanno offerto alcuni regalucci. Ella avrà sorriso, li avrà ringraziati colla sua vocina delicata, colla sua grazia affascinante ...
    Ma io non ho mirato il suo sorriso, non mi sono commosso alla melodia di sue rosee labbra, io non ammirai, non subii il suo fascino ... no, io vide partirsi di casa i miei ed avviarsi a casa di Lei; li vidi partire col ciglio asciutto ...
    Ma il cuore? Oh! il cuore si contrasse orribilmente nel mio seno, mi sentii mancare ...
    Uscii di casa: ho gironzolato tutto il dì per le vie di Torino, senza scopo, senza direzione ...
    Alle sei giunsi a casa stanco, scomposto, cogli occhi stralunati ... Mangiai, bevetti: e poi uscii di nuovo. Mi sentiva nel capo un vulcano ardente: una folla di idee senz'ordine, di risoluzioni strane mi danzavano tumultuosamente nel cervello. Ora che ci penso, non so quale fosse realmente il mio stato: non naturale, perchè io mi sentiva confuso; non indifferente, perchè, malgrado gli opposti pareri, in cui tenzonava, pure sentiva nel cuore un vuoto, un vuoto immenso, sconfinato ...
    Oh Venanzia! Un vuoto crudele, che mi straziava ... Aveva bisogno di obliare, fumai dieci sigari, che mi fecero uno strano effetto ... Tutto mi girava d'attorno in danze fantastiche, fra cui scorgeva sempre una rimembranza, la vista di due occhi sfolgoreggianti di venustà, un sorriso d'angelo ...
    Eri tu, o Venanzia!
    Nemmanco, nell'oblio di tutto il resto, io non ti aveva potuto scordare un solo istante.
    Mi trascinai a casa per istinto, dove ebbi a soffrire di un forte mal di stomaco.
    Coricato sul letto, io soffriva e taceva, sorridendo amaramente.
    La natura s'era vendicata del mio abuso.

    Venerdì, 19 Maggio 1871

    In questa mia infelicità, in questo deserto di mia vita sento un vuoto immenso, orribile ...
    Come ricompensarlo ... Non so.
    In Dio non ci credo più, o almeno ne dubito molto e molto ... le rose, che mi furono offerte un istante, sono appassite ... l'albero di mia vita sfruttato ... lo studio mi presenta sempre maggiori aridità ...
    Oh, Venanzia! come mi fai soffrire!
    E forse credi, che io ti abbia dimenticata, perchè ieri non ti donai neppure un mazzolino di fiori ...
    E come poteva io, se aveva deciso di non più vederti ... E inoltre tu non mi ami ... forse non avrai nemmeno ricordato, che io esisto ancora su questo deserto ... Oh! Ti perdono!

    Sabbato, 20 Maggio Ore 12

    Sono di ritorno or ora da una serata musicale, a cui sono intervenuto coll'amico Luigi Bottero e alcune signore di sua conoscenza.
    Mi sono annojato sufficientemente.
    Si rappresentava dalla società filodrammatica Ermione un operetta comica in due atti del maestro Marioni.
    Soggetto semplice, ma assai bello; musica graziosa: eppure mi sono annojato, come mi annojo da mattina a sera, dovunque mi trovi.
    Bella fanciulla la Luisa B ...che venne con sua madre alla rappresentazione ... Bellissima fanciulla, ma civetta e poco ingenua ... E' inutile ... dopo quanto ho sofferto sono divenuto molto schifiltoso ... Per quanti pregi s'abbia una donzella, pure io ci ho sempre a ridire ... di una sola non avrei mai parlato meno rispettosamente ... ma codesta è morta pel mio cuore! ... Oh! Quali angosce mi fa soffrire la mia generosità! E pensare, che non posso, nè voglio diventare egoista! Chi sa però quel che mi resta a soffire?

    Domenica, 21 Maggio, ore X sera

    Stassera l'ho incontrata due volte sotto il viale di Piazza d'Armi. Era bella, supremamente bella. Non so quel che sentissi alla sua vista. L'ho salutata, senza ch'Ella mi rendesse il saluto.
    Ma di questo non gliene fo colpa, perchè io le passai accanto di sorpresa, senza nemmeno far vista di vederla.
    Sua madre, Emilia e Gustavo non mi scorsero.
    Ella sola mi notò.
    Addio, Venanzia!
    Sento una tale spossatezza, che mi vien meno il cuore a notare quel che ho sofferto ... .
    Appena fosti involata ai miei occhi dalla folla, io mi sentii una stretta al cuore, un peso enorme, che sembrava soffocarmi ... Mi assale una congerie di rimembranze scompigliate.
    Infine, io non ci vedo più.
    Mi spiace di averla riveduta. Pazienza!
    Comincerò da domani a rinunziare anche alla passeggiata: così eviterò il pericolo di incontrarla nuovamente.
    Perocchè questi intoppi, che si frappongono alla mia risoluzione, mi scoraggiano troppo.
    Domani intraprenderò lo studio per l'esame di Licenza Liceale. Mi restano due mesi. Procurerò di bere al fonte della scienza e della letteratura filosofica l'oblio de' miei mali.
    Certo converrà che il mio cordoglio diminuisca sotto l'incubo di tutto lo scibile umano.
    Ma nelle voluttà non voglio assolutamente tuffarmi perchè questo mi confonde maggiormente, mi abbruttisce: ed io mi sono formato con ideale troppo splendido di questa vita.
    Lavorerò indefessamente da mattina a sera, se non più per la persa per me Venanzia, almeno per l'Arte e l'Italia. Coraggio adunque, coraggio e speranza.

    Martedì, 23 Maggio 1871

    Questa sera l'ho riveduta ... Ella, sua sorella Emilia col marito Gustavo Pellizza ... L'ho riveduta in via Nuova, per cui passava, avviandomi a casa, dopo una passeggiata.
    Non le mirai il volto, mi bastò adocchiare le treccie nerissime, perchè tosto il cuore mi facesse avvertito di chi mi stava dinnanzi. Feci finzione di non vedere: passai frettolosamente accanto a loro, senza rivoltarmi addietro ...
    Mi avrà Ella visto? ... Non so ... Ad ogni modo poco deve importarmene ... E' inutile, io cerco persuadermi, che Ella non mi ama più; pure ogni qualvolta le passo accanto, mi scorga o no, tuttavia una voce sempre mi parla al cuore: "No, non ti ha posposto ad alcun altro, ti ama ..."
    Mi ama? Ella mi ama? Oh fallaci illusioni di un cuore si atrocemente tradito! Mi ama? E perchè allora mi ha torturato per lunghe settimane con la sua freddezza?
    Ed intanto che mi dibatto tra questi timori, il tempo fugge veloce, e ad ogni istante mi rapisce una scintilla di quel fuoco sacro, che ho alimentato finora nel mio cuore ... .
    La fede in Dio s'è spenta: la fede nell'amore ormai anch'essa ... Oh dunque, che mi resterà? E' così. Io debbo soffrire, dovrò soffrire, e soffrirò. Oh Venanzia, io non ti vedrò più tu non mi vedrai più a qualunque costo: perchè la tua vista mi accende l'anima.

    Sabbato 27 Maggio 1871 Ore 2 pom.

    In questo punto un organo suona nel cortile melodie divine. Oh qual balsamo reca la musica nel mio povero core! Oh morissi in questo punto! Mi sento felice ... Sì felice in questo punto! Quelle note armoniose mi scendono soavemente nel cuore, mi rallegrano ... Sento il bisogno di piangere. Oh Dio! Se ci sei, come ti amo ora! Tu m'hai fatto soffrire atroci dolori: eppure sento che torna a rinascere nel mio petto l'amore per te. Iersera senza accorgermi, nel pormi a letto, spossato dagli studi giornalieri e notturni, mormorai la preghiera, che, prima del disinganno, mi era sì cara!
    Tu m'hai fatto soffire, o Dio, ed io ho esclamato a Te: Perchè mi fai soffrire, eternamente soffrire? ... Ma ora ... ora sento il bisogno di ricongiungermi a te. No, il disinganno non ha uccisa la mia anima, no: essa risorge in me fiera di sua fortezza, anzi più forte ancora. Io vedo lungi una croce, la croce dell'Arte e dell'Italia: io l'abbraccierò questa croce, la farò mia ...
    O tu, che ho sì amato, che amo tuttora benchè deciso di non più rivederti, se un dì leggerai queste linee ... deh! non una lagrima ti scenda dagli occhi! Sii felice, felice eternamente.
    Tu.

    Lunedì, 29 Maggio

    Ieri sera ho assistito alla radunzanza pubblica della letteraria Società Dante Alighieri.
    Si discusse vivamente del Materialismo e dello Spiritualismo.
    Parlarono:
    Socio Eandi, razionalista; definì il Materialismo confondendolo però coll'Epicureismo, perocchè diceva quello portar l'insegna "Mangia, bevi e godi - il resto è nulla - cosa non vera: infatti si può essere materialista e uomo allo stesso tempo probo, morigerato; naturalmente si richiede per ciò un'anima sdegnosa ed altamente educata.
    Socio Galateo, professandosi materialista. Diceva: Io non ho che una fede, nel progresso avvenire della società: per me la vita e la morte sono due misteri che non posso spiegarmi, e però non mi vi torturo attorno.
    Socio Faldella, spiritualista. Negava con Eandi essere Galateo materialista. Asseriva che tutto il materialismo del Galateo si riduceva a negare il Sillabo e la infallibilità del Papa. Galateo era così materialista come Pellico, Manzoni, il Vescovo Dupanloup D'Orleans.
    Socio Camerana. Pregava si tralasciassero quelle questioni, che seminano il dubbio e col dubbio accrescono i dolori di questa vita già troppo affannosa. Asseriva ch'egli era felice di avere una fede, e questa custodiva con gelosa cura, quasi fosse il supremo conforto, che avrebbe potuto trovare nella notte del disinganno.
    La questione si faceva molto seria. Sorse allora socio Alloati, professandosi spiritualista non solo, ma Christiano ancora! Con l'eloquenza dei fatti, del Comunismo, che in questo punto strazia sì orrendamente tutto quanto v'ha di sacro in Francia, faceva spiccare i danni che ne derivano alla società, da quella parte d'uomini che fu chiamata la massa, la zavorra della società, che non suderebbe da mane a sera, senza una fede nell'avvenire, senza la religione.
    Allora il socio Giacosa si alzò, pregando i disputanti di diradare le tenebre del suo intelletto. Egli confessava di non sapere che fosse materialismo. L'ingenuo!
    Parlò dopo lui il socio Termidoro, dicendo che inutile sarebbe continuare una questione in cui, tutti, e materialisti e spiritualisti, hanno i loro argomenti per sostenere la propria causa. Diceva che era cosa non giovevole il disseminare fra il popolo lo sconforto: il dubbio, colla teoria del materialismo. Che chi si sentiva la urpe del dubbio lacerargli le viscere, doveva tenersela racchiusa sul seno, e guardarsi bene, che altri ne avesse a sentire il morso velenoso. Diceva, contro l'Alloati, che avrebbe fatto una prossima lettura, in cui proverebbe che vi può esistere una morale suprema indipendente da qualunque sistema religioso.
    Sorse allora socio Nicetti materialista. Era di parere che non si dovesse celare la verità anche al popolo, che più di tutti aveva necessità di aprire gli occhi. Prometteva una lettera in cui avrebbe provato, che l'uomo nasce, vive, e muore, soltanto per l'azione immediata dei 64 Elementi Atomici, che lo costituiscono.
    Si chiuse la seduta: ed io me ne venni a casa colla testa in confusione, col dubbio nell'anima, come al solito, soddisfatto tuttavia che si agitassero queste grandi questioni.

    Mercoledì, 31 Maggio ore 9 sera

    Sono stanco, sono spossato: ho il cuore fermo, i polsi ardenti, il sospiro affannato ... sono stanco, sono spossato.
    Non ho più volontà di nulla; agitato dal dubbio, dal disinganno, senza illusioni, con poche speranze che se ne vanno l'una dopo l'altra, che si spengono sul mattino di mia vita come i ceri di un mortorio ... io passo in questo mondo, inconscio di tutti, perfino di me stesso.
    Non ho che un solo scopo, il quale mi spinga ancora al lavoro: anche questo vedo dileguarsi dai miei occhi ...
    O Arte, o Italia! io vi chiamai, v'invocai nel dì del disinganno, mentre mi trovava solo in questo deserto, solo e spossato. Io sperava in voi: pur troppo forse anche voi mi sarete tolte. Ebbene? Così sia.
    Sono stanco, sono spossato: mi manca perfino la volontà di piangere. Non piangerò; sorriderò piuttosto del riso della disperazione, del riso ghiacciale del pazzo.
    Forse quest'anno non mi presenterò nemmeno all'esame di Licenza Liceale: non pochi intoppi si frappongono a questo mio voto. Sono stanco, sono spossato.
    Oh Venanzia, tutto questo per causa tua. Io t'amava, t'ho amata, ti amo tuttora in te sperava, per te imprendeva l'ardua carriera letteraria ... E tu mi sei mancata.
    Mi sei mancata, appunto in quel tempo, che io abbisognava maggiormente del conforto di tua voce, dello sguardo de' tuoi occhi.
    Tu mi sei mancata: mi manca ora il conforto dell'Arte e dell'Italia ... io sono solo, eternamente, sconfinatamente solo ...
    Oh Venanzia! no tu non mi hai mai amato ... Oggi t'ho vista in via Alfieri, mentre stavi ferma con tua madre a discorrere con un signore ...
    Fresca come una rosa, sorridente nel fulgore di tua bellezza, vestita del color della gioja ... era l'Eliso che s'aperiva al tuo sguardo ... no, tu non mai mi amasti ... perchè forse non t'è venuta nemmeno l'idea del mio disinganno.
    Senti, Venanzia, in questo momento in cui vedo dileguarsi tutti i conforti, tutti, capisci? ebbene non ho che una preghiera, che un voto per te. Sii felice, ignora per tutta la tua vita i dolori, che per te ho sofferto, che io ti perdono.
    Tu sii felice ... ed io, io che sarò?
    Io? Ah!
    Sono stanco, sono spossato: il cuore non palpita, la voce è un singulto, il respiro è un peso, il sangue è una lava infuocata, e la vita, oh la vita è un deserto sconfinato deserto, una tomba ... Oh l'ho pronunziata quella parola ... una tomba!

    Giovedì, 1 Giugno 1871 ore 8 sera

    I miei sono andati al teatro Alfieri: io non ho voluto ... Io sono stanco, sono sfinito. Tutto questo giorno ho corso come un pazzo per i Viali di Piazza d'Armi, per il giardino del Valentino: non ho potuto studiare. Ora piove a dirotto, tuona, balena ... Oh! cadesse un fulmine su di me! Sono stanco, sono sfinito.

    Venerdì, 2 Giugno ore 8 3/4

    Auf! Possibile che non una possa andarmi a bene. Auf! Sono pieno di sdegno contro questa grama vita, che mi conviene trascinare. Che vale far risoluzioni, quando vanno a monte l'una dopo l'altra?
    Non voleva più riveder Venanzia; ed ecco or ora, mentre i miei erano andati a trovarla, ecco vedermela entrare con sua madre ed Edoardo nella stanza dov'io stava, parlando parole disperate sul mio avvenire a Luigia.
    Ella aveva il velo tirato sul volto rosso, la camera era oscura, senza lume, perchè ci si vedeva ancora alquanto ...
    Entrò, chiedendo s'era permesso, e nello stesso tempo io mi rizzai come spinto da una molla elettrica. Mi disse: Addio, Augusto; ed io a lei: Addio.
    Luigia dicevale come i miei si fossero andati a trovarla.
    Si rivoltarono tosto indietro, e la signora Tasca andava esclamando concitata a sua figliuola: "Se lo diceva, se te lo diceva ... Ed Ella: "Che ne posso io? ... non lo sapeva, credeva ci fosse". E se n'andarono, nè io li accompagnai alla porta. Intanto l'ho dovuta rivedere.
    Alla malora ogni mio proponimento, alla malora ogni scopo, alla malora il mio avvenire intiero. Oramai incomincio ad essere indifferente di tutto.
    L'ho riveduta, l'ho salutata, mi ha salutato, se n'è andata senza dirmi asino, se n'è andata, ed io sono rimasto fermo nella stanza come una pietra, come colpito da un fulmine.
    Buona sera, Venanzia; ridi tutta la sera con mia sorella; buona sera.
    Io andrò a coricarmi, senza più aver fede in alcuna cosa.
    Io ti ho troppo amato; tu non mii hai mai amato: ora non voglio più amarti e forse il mio avvenire è rovinato, per te, ed di ciò ti rendo infiniti ringraziamenti. Scusa, mi sono illuso: non voleva credere che tu, con tutta la tua grazia, con tutta la tua ingenuità, avessi un cuor di sasso. Ma non parliamo più di ciò, almeno finchè non mi tocchi nuovamente di rivederti: perocchè io non ne posso più.
    Sento uno stretto bisogno di cambiar aria, di lasciare Torino vicina e Piazza di San Carlo mai più non passare. Sento uno stretto bisogno di obliare. Ubriacarmi perciò non voglio; uccidermi nemmeno, perchè mi farei dare del vigliacco da certi moralisti che di morale non sanno un'acca, se non in quanto riguarda il loro egoismo.
    Finirò dal fuggire di casa; e allora a rivederci. Qualche cosa avverrà. Forse quest'anno non prenderò l'esame di Licenza Liceale, per causa altrui, per mancanza di scopo; anzi, m'è venuta una pazza idea, d'impiegarmi nei Telegrafi del regno d'Italia.
    Si lavora tutto il dì colla schiena e colla mano e fare lo scriba; e si guadagna tanto da vivere modestamente. Sono indifferente: sono capace di seppellire tutto il mio avvenire dorato, i miei sogni fantastici tra le pareti di uno scrittoio. E chi sa?
    Alla sera scriverei commedie, drammi, etc., e le darei a rappresentare. Così provvederei a farmi tener per uomo di genio etc. etc. Ah! la bella vita! Ah Venanzia. Sta sicura, che non ti chiederei in isposa. Diavolo!! Tu sposa d'uno scriba da dozzina!
    Sta certa, che questa idea non mi frullerebbe per il capo di sicuro ... Tu sposa di uno scriba! Questo sogno mi pareva possibile un dì: ma allora io aveva uno splendido avvenire, che mi attendeva; allora aveva speranze, fede, e il conforto di una tua occhiata, o Venanzia!.
    Nega ora che io non sia generoso: io che per un tuo sorriso,per una tua stretta di mano, per una tua occhiata, avrei dichiarata guerra al padre Eterno!
    Ma, sono pazzo, e Venanzia, sono pazzo, come lo sono sempre stato. Credo, finirò al manicomio, dove avrò la fortuna di far conoscenza con tanti miei fratelli. E là voglio raccontar loro la mia passione, da pazzo s'intende, voglio che piangano con me.
    Meglio fra i pazzi al manicomio, che fra gli egoisti in questo mondo. Intanto, lo ripeto per la centesima volta: sono rovinato e starò rovinato.
    Ah! ah! Ma alla malora tutto,perfino me stesso.
    Povero Augusto! E non sapevi che sul cuore della donna sta scritta quella fatale sentenza, che Dante pone al di sopra della porta dell'Inferno:
    "Lasciate ogni speranza, o voi ch'entrate ivi e buona sera, a te, perchè io, mi rincresce il profetizzarlo, io non potrò dormire".

     
     
    _______________________________
     
     
     
     
     
    Carlo Leone Augusto PERUSSIA
     
    TORINO 1871-1872
    Una giovinezza in Italia

    Prefazione del curatore

    PARTE PRIMA

    Parte SECONDA

    Parte TERZA

    Parte QUARTA

    Parte QUINTA

    Parte SESTA

    Parte SETTIMA

     

     

     

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