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    Leone Augusto PERUSSIA
     
    TORINO 1871-1872
     
    Parte Quarta
     


    Domenica, 9 Settembre

    Stassera ho da confidare in queste pagine memorie che interessano vivamente il mio avvenire.
    Stamane mio fratello Giuseppe partiva verso la Villa Tasca.
    "Finalmente" sclamai al mio cuore.
    E presolo in disparte gli dissi:
    "Avrei d'uopo di un tuo favore"
    "Dì su"
    "Ho finito un volume delle mie Poesie, che intendo dare alle stampe: non ci mancano che poche dediche ... e siccome fra queste ne avrei una per ..."
    "La famiglia Tasca ..."
    "Appunto: per la signora Tasca ... così ti pregherei di farle per me l'offerta"
    "Come?"
    "Guarda (e gli diedi la lettera), qui è tutto spiegato: tu non hai che a consegnarle da mia parte questo biglietto, in modo però che non dia nell'occhio agli altri, per cui mi riservo per altre dediche"
    "Così farò"
    "Grazie"
    Egli partì ed io sclamai con giubilo:
    "Finalmente!"
    Due ore dopo io, con mia sorella, mio padre, mio fratello Vittorio mi avviava alla Villa del Cav. Rostagno Gottardo.
    E' inutile dire, che passai una giornata inquieta, piena di timore e di speranze a tal punto che, mentre pranzava, avendomi assalito il pensiero che mio fratello Giuseppe non avesse per avventura fatta la commissione ... n'ebbi una tale fitta, che sentii un peso al cuore ...
    Allegando il pretesto di respirare una boccata d'aria, uscii all'aperto ... e passeggiai concitato ben cinque minuti.
    Il soave aspetto della natura soridente nel fulgore di sua variopinta vegetazione, un gentile aleggiare del venticello, e quella calma universale, contribuirono non poco a far sì che lo sforzo, ch'io avea fatto colla volontà per iscacciare il pungente pensiero, che mi torturava avesse buon effetto.
    Ritornai più calmo nella sala da pranzo: seguitando nondimeno a pranzare con una mala voglia, un'inappetenza, che dimostrava il mio malessere generale.
    Intanto si finì il pranzo, e fu proposto di andare a far visita alla famiglia Tasca, prendendo la strada dei boschi.
    Si prepararono, e quando furono per andarsene, si accorsero ch'io non mi era mosso.
    "Su, Augusto, vieni"
    No, non ci vado"
    "Oh perchè?"
    Perchè ... io debbo trovarmi stassera alle 7 a casa ... e se vi seguitassi, ciò mi sarebbe impossibile.
    "Oh vieni dunque, che cosa hai per Torino, su, non farci aspettare"
    No, che non posso veramente andarci ... mi rincresce moltissimo ... anzi fate le mie scuse a casa Tasca.
    Li vidi partire, li sentii a scherzare, ridendo forte; ed il suono di quell'allegria mi produsse uno strano effetto, mi fece pensare seriamente al passo risoluto, ch'io aveva fatto.
    "Chi sa se a quest'ora avrà già letta la lettera? ... Mah ... credo di sì ... a meno che mio fratello non avesse adempiuto l'incarico ... oh ... ma l'avrà consegnata ... me l'ha promesso. Non ci mancava altro, che io avessi avuto l'imprudenza di cascarle là oggi,proprio per distruggere nella madre di lei, tutta l'impressione che le avrà prodotta la lettura della mia lettera ... Oh! ... ma ... se non ci sono andato io ... è andato mio padre ... purchè non gli narri il tutto: mi spiacerebbe.
    Mio padre è una buonissima creatura; ma certe cose non le capisce ... son sicuro, che mi prenderebbe in voce di pazzo spedito, se sapesse ch'io a' miei 17 anni penso già ad accasarmi ... egli non potrebbe credere alla serietà della mia proposta, non potrebbe immaginarsi come si possa essere così innamorati ... Oh purchè non rompa le uova nel paniere col mostrargli la lettera.
    Eppoi ... se anche ... vada tutto in malora purchè io m'abbia spiegato ..."
    E mi alzai furioso ...
    Dove vado ora? ... Oh mio sospiro ... come diventi sempre più debole ... mio povero cuore ... povera mia salute ... ci vorrebbe bronzo, non carne umana, per resistere a queste lotte d'inferno ...
    Ed alzai le mani al cielo, quasi ad implorare, che mi si concedesse tanta forza da sopportare ancora il resto del dolore che ...
    Non so perchè ... ma un triste presentimento ...
    Chi sa, che cosa si avrà immaginato la mia signora cugina a leggere quella benedetta lettera ...?
    Pure dovrebbe pensarci che un imperioso dovere mi costrinse a questo passo risoluto ... E Lei, Lei che amo troppo ... chi sa se l'avrà letta? Oh forse avrà riso ... riso? oh è impossibile! Ridere della mia passione, del mio sogno di due anni, dei miei dolori: ridere del mio amore, ch'è santo ed immacolato ... credermi indegno di farla felice ... mentre io, purchè potesse ottenere un suo sguardo affettuoso, l'adorerei, come adoro la tomba di mia madre ... io che le ho fatto offerta del mio avvenire, che non mi prenderei un sollazzo solo in quei cinque anni d'aspettativa ... per comperarle una gioja ... d'oro ... un diamante! ... per procurarle un'ora di vera feclicità ...
    Pazienza se mi rifiutasse ... ma ridere di questo cuore, che batte solo per lei, che ha sofferto atroci pene per lei due anni continui ... eppure non la può obliare un solo istante ... o volgerle un rimprovero! ...
    Quest'idea tormentosa finì di farmi male ... Io mi sentii spossato, cominciai a barcollare ... e fu un miracolo, se ebbi tanta forza ed intelligenza da potermi trascinare sopra al primo piano ed abbandonarmi sopra un letticciuolo ...
    Fui tosto assopito in un sonno profondo
    Io aveva corso la strada assegnatami dal destino, e mentre mi trovava spesso a toccare la meta, a prendere una decisione ... non ne poteva più ... Dormii due ore ... alle 5 1/2 mi svegliai non guarito, ma calmo ...
    Scesi abbasso, bevvi un bicchiere d'acqua, quindi salutata la buona vecchierella, che fa da massaja, me ne andai verso Torino, cercando di non pensare a Lei ...
    Tutto inutile ...
    Un'ora dopo era a Torino ...
    Allora, per dimenticare mi avviai in Piazza d'Armi alla Passeggiata.
    La musica militare, la varietà delle persone accorse, mi divagarono un momento, finchè la vista e la compagnia di alcuni amici, che mi tengono veramente caro valsero a trasportare il mio pensiero in regioni meno tetre.
    Vidi la Poetessa ... ma con indifferenza.
    Vidi la nero vestita,la vergine bruna come Lei ... e pensai.
    Finalmente venni a casa: erano le 9 1/2: fra mezz'ora sarebbero giunti i miei.
    Io trovai prudente il coricarmi, e fingere di dormire, per sentire se alle volte, o mio padre, o qualcun altro, avesse saputo qualcosa dalla famiglia Tasca, e l'avesse detto ...
    Quando giusero, sentii una stretta al cuore.
    Ma nessuno diede mostra di saper qualcosa! Ond'io appena mi venne fatto, interrogai mio fratello:
    "C'era nessuno alla Villa?"
    Tutta la famiglia Tasca, tranne Luigi, il padre, ed Edoardo, i quali due sono rimasti a Torino.
    "Sei andato solo?"
    No, in compagnia di Corpazzo Alberto.
    "Hai fatto bene; meglio ancora se le avrai consegnato la lettera alla signora ..."
    Sì gliel'ho data appena entrato. Ella ci lasciò tosto, salì le scale e si ritrasse a leggerla nella sua stanza di sopra.
    Dopo non poco tempo scese e, chiamata Emilia, stette in lungo colloquio con lei di sopra.
    "Chi sa perchè?"
    Avrà voluto scegliere la dedica migliore ... e perciò le avrà chiesto il parere, almeno io la penso così.
    Sorrisi:
    "Ed infatti non la può darsi altrimenti"
    Scherzammo tutto il giorno.
    "Lì? Ed anche la signora Tasca, e Venanzia?"
    Sì, quest'ultima si mostrò in preda a una grande allegria.
    "E' sempre così - pensai - non fa specie"
    Ma la risposta non l'ha voluta dare a me.
    "Come? cosa t'ha detto?"
    Quando fummo per partire, l'avvicinai dicendole sommesso: "E la risposta?"
    Ed Ella: Non l'ho potuta scrivere, gli dirai che gliela manderò alla prima occasione.
    Dalla a me; fa lo stesso; così avanzi la fatica di scrivere.
    No desidero scrivergliela ...
    Certamente, se mio fratello avesse saputo di che si trattava non l'avrebbe così sollecitata. Intanto aspetterò ... oh ma fa presto, per carità!

    Lunedì 4 Settembre

    Mio padre non mi ha detto nulla ... è segno che non gli fu detto nulla ... oh grazie mia buona cugina. Oggi soffro orrendamente: ieri sera tardai ad addormentarmi, e questa mattina la febbre mi consuma ...
    Luigia mi ha chiesto, come andava ch'io fossi stravolto in viso ... tre giorni come questo ed io vado certo a riposare a fianco della mia madre, eternamente.
    Siccome oggi è la festa di mia sorella Rosalia così le sono giunti i singoli regali della famiglia Tasca ... Venanzia le inviava uno scrignetto ricamato ... con un biglietto ... ch'io ho rapito furtivamente e conservo fra le mie lettere di quest'anno ... E pensare che fu scritto dalla sua mano adorata ? ... Oh Dio ... fa che presto io abbia la mia sentenza ... io muojo.

    Martedì 5 Settembre

    E la risposta non giunge! Ed io che l'aspetto con l'ansia di un condannato a morte ... mentre la febbre mi divora. Oggi ho appena assaggiato un po' dei cibi recati in tavola, sono ammalato, nel cuore e nella persona. Non so ... ma un presentimento!

    Mercoledì 6 Settembre

    Una strana malattia s'è imposssessata di me.
    Ho la lingua bianca, come un cencio lavato, e tutta screpolata, gonfia e rossa in punta; gli occhi mi dolgono non poco, la testa pesa orrendamente ed è battuta da acute sfitte dietro la cassa del cervello; sono debolissimo di corpo, sì che fatti due passi, mi fermo sfinito ... eppure il viso non è molto pallido, l'intelligenza non attutita gran fatto, l'appetito alle volte non manca; benchè mangi con poca volontà; e più per sostenermi su ...
    Oggi ho dormito due ore; perchè cadeva sfinito ... Ora, che scrivo, è poco tempo ch'io mi sono alzato, e mi sento addosso un malessere generale, un triste presentimento, che non mi posso spiegare.
    Io temo che non giunga in tempo la risposta, che non avrò fiato e vista a leggerla, come ho sognato stanotte che la risposta verrà a trovare un moribondo. Ed infatti niente di più probabile.
    Non mi spiace per me; chè anzi sono stanco di vivere e soddisfattissimo di volare a riposar al fianco di mia madre, in quel luogo ove non c'è odio ed Amore: mi rincresce solamente per la patria, a cui avrei in qualche causa degna, consacrata la mia esistenza, per cui sarei morto col sorriso sulle labbra ... mi rincresce per i miei parenti, che lascierò in cordoglio profondo, principalmente mio padre ... oh, m'ama così nella sua austerità! Decisamente, temo d'impazzire.
    In caso, che questa sia l'ultima pagina vergata dal mio cuore sfinito, prego coloro che veramente mi amano, a dar compimento a queste ultime disposizioni de' libri, che mi sono comperato co' miei risparmi, acciocchè nessuno stia senza un mio ricordo.
    Lascio tutte le Storie delle Letterature vuoi Latine vuoi Italiane, e Grammatiche rispettive e tutti i poeti vuoi originali, vuoi tradotti ... al prof. Ferreri.
    I Libri legati o di premio a' miei.
    Parte dei romanzi di Bottero, le mie lettere a papà, i miei manoscritti a Venanzia.
    I libri latini autori di testo, al prof. Ponzio.

    Giovedì 7 Settembre

    Oggi sto meglio: e colla salute tornano a rifiorire le care rose della speranza ...
    Ma, questo cuore che sanguina sempre, che non può posare questo sopra un seno, che mi ami veramente, questo cuore arido d'emozioni, che si strugge in un dubbio terribile, tremendo, come l'ora in cui sono venuto al mondo addossandomi un'esistenza ... sconsolata ... funesta ... senza conforti?

    Venerdì 8 Settembre 1871

    Nè giunge la risposta.
    Torno a sentirmi malissimo disposto di salute.
    Mi spiace ... perchè vorrei, vorrei aver la forza di leggere quella risposta, che verrà alfine, vorrei leggerla imperterrito ... e poi, se sarà d'uopo, vorrei poter dare un addio alle larve di questo mondo, vorrei seppellire nell'oblio i misteri dell'anima mia, acciocchè agitati non perdano il loro profumo ... di sepoltura ...
    Oh l'amore uccide! Sì, lo sento, che strazia le mie viscere, le rode ad una ad una, sento che mi strappa il cuore dal seno, sento che mi soffoca il grido del dolore nel singulto della disperazione.
    Oh si! L'amore uccide! Tremenda è questa verità ... Si vive un giorno, si ama si spera si ride anco un istante ... poi si langue, poi si sente spezzarsi, scomparire l'idolo dei vostri sogni ... almeno io sì ... io forse vedrò tutto ciò.., sarà la fine del dramma ... ma il dramma finisce nel sangue e nella morte.

    Sabbato 9 Settembre 1871

    Oh! un ben triste dono è questa esistenza!
    Tutte le sere, che vado a letto, con quale sfinimento Dio solo lo sa, ebbene tutte le sere ... io sento che anche le ultime speranze, a cui m'attaccava febbricitante ... anch'esse se ne vanno ... ad una da una ... una dopo l'altra ... continue ... inesorabili ...
    E la risposta non giunge ancora! ...
    Oh cugina! possibile che fra le delizie della tua villeggiatura, fra i fiori, la luce del sole sfolgoreggiante, l'amore ed il sorriso de' tuoi ... possibile che non abbi avuto un pensiero per me ... per me che attendo invano una tua parola decisiva ... per me ... che soffro orrendamente le torture di un condannato a morte!
    Possibile, o cugina, che non ti sia giunto al cuore il mio grido sconsolato ... il grido dell'anima mia, che ama troppo ... spera troppo poco ... desidera troppo ... ed invano attende una risoluzione!
    E' deciso ... io dovrò sempre soffrire.
    Quest'anno ho già tutto sopportto: ... amore senza speranza, sconforto, dubbio, disinganni, tradimenti, oblio, desiderio infinito di sepoltura, sconfitte, fiacchezza dell'anima, malattia del corpo ...
    Oh Dio! E trovi tu un più terribile flagello?
    Che ti ho fatto io alfine?
    Solo ... solo ... sempre solo ... e si sdegna persino di rispondermi, quando, un pie' sull'orlo della fossa sepolcrale, io supplico, io scongiuro una risposta!

    Domenica 10 Settembre 1871

    Mi sembra impossibile che debba tardare così una risposta, vieppiù maggiormente che questa debbe aggirarsi su cose che debbono al più presto decidersi e toccano da presso le sorti di due.
    Pazienza se fosse solamente per me questo ritardo ... Ma e Lei? ... Lei?
    Eppure un presentimento ... lo stesso che pochi giorni fa mi profetizzava la morte, ora mi fa dubitare che questa risposta m'abbia a portare il colpo di grazia.
    Sarebbe tempo!"
    M'è venuto un dubbio, che ha scacciato quel rimasuglio di speranza, che brucicchiava ancora nel mio cuore.
    Mia signora cugina ha detto nulla a mio padre ... Io sulle prime ne ebbi a rallegrarmene ... ma, ora che ci penso ... mi sembra, che se avesse avuta l'intenzione di rispondermi favorevolmente, non avrebbe taciuto a mio genitore una cosa di sì capitale importanza ... tanto più che questo avvenimento avrebbe sempre più stretti i legami che ora avvincono le nostre due famiglie.
    Ed invece ... invece non ha avuto il cuore di dirgli ... che a suo figlio supplicante Ella uccideva l'anima con un no ... Allora la catena della nostra amicizia avrebbe avute tale scossa, che ne oscillerebbe per non poco tempo.

    Lunedì 11 Settembre 1871

    Dopo una settimana di penosa aspettazione mi è giunta alfine la risposta ... Avrei voglia di piangere ... per tante cose ... ma siccome non ho più lagrime ... tanto è profonda l'angoscia, che non può prorompere fuori dal cuore, dove sta serrata ... così scriverò ... mi sfogherò in quel modo, che m'offre la mia posizione!
    Mia gentil cugina, veniamo alla tua risposta, che mi ha prodotto una veramente spiacevole impressione.
    In primo luogo debbo lamentarmi della ghiacciale freddezza della tua intestazione. "Cugino" ecco la parola, con cui cerchi di procacciarti la mia amorevole attenzione ... Oh se avessi compreso questo cuore, che ha uno straziante bisogno di conforto ... avresti esordito con un "Mio caro Augusto" e non con un freddo "cugino" gettato là in capo della lettera ad attestare la freddezza del vostro animo verso di me.
    Mia gentil cugina, compatiscimi se proseguo a commentare la tua amabile letterina: è l'unico conforto, che mi resta: poi tacerò per sempre. "Le intezione che tu mi manifestasti te ne "Son grata". Non parlo della ortografia, non parlo della costruzione grammaticale, che in questo esordio è come l'Araba fenice ...
    Che vi sia, tu me lo dici
    Dove sia, nessun lo sa
    no, voglio limitare le mie osservazioni al senso delle tue parole.
    Oh! che cosa sono queste intenzioni (nota bene le parole che hanno e al singolare, fanno i al plurale) che tu vuoi ch'io abbia manifestato? Io non ho avuta nessuna intenzione, a scriverti quella lettera, tranne quella di veder decidersi alfine la mia sorte.
    Sarebbe veramente da contare, se io avessi invece avuta con ciò l'intenzione di volerti sposare per forza e ipso facto tua figliuola. Se mi avessi compreso, ti saresti accorta, ch'io mi fermava alla pura aspirazione ... ma ... tu hai capito ch'io la volessi ad ogni costo tua figlia ... ed è perciò che mi parli di "intenzioni manifestate" e siccome hai paura della mia volontà, così da principio cerchi di pormi lo zuccherino in bocca, con profonderti nella tua gratitudine: "te ne son grata". Diavolo! Dove si rinviene questa tua gratitudine nella famosa risposta?
    Io l'ho cercata in ogni cantuccio ... e, senza la mia ignoranza, non ho trovata ombra di gratitudine da capo a fondo della tua lettera, ma piuttosto un tantino d'indifferenza, e dirò anche, di irascibilità ... Ma tu dici, che me ne sei grata ... e così sia ... non avrò il cervello a posto oggi ... e posso anch'io sbagliarmi ... perdonami ... humanum est errare.
    ... e da quanto m'esponesti, si tratterebbe di "vincolare per un termine sufficientemente lungo l'avvenire tuo e quello di Venanzia," ... ci siamo alla gratitudine ... si tratterebbe di vincolare il nostro avvenire ... ma siccome ..la mia cugina vuol dimostrarmi la sua gratitudine per le mie intenzioni, così continua imperterrita e trionfante: "e mi pare ciò non poter essere nell'interesse di nessuno, tante essendo le peripezie che possono succedere in cinque anni da dover forse anche tu per il primo a cangiare d'idea".
    Ci siamo caduti, mia amabile cugina; la volpe perde il pelo e non il vizio ... Appena lette due righe della tua risposta, m'era già venuto al naso un certo odor di freddezza muffita e plasmata, che mi aspettava di vedervi comparire questo sublime "Interesse" che, volere o non volere, ficca il capo dappertutto ... persino nelle risposte a me dirette. Hai da sapere, che quando m'è venuta sotto gli occhi la mostruosa parola ... io ho tosto esclamato: " L'è fatta, vatti a far friggere" ... e non mi sono sbagliato, perchè si vedrà in appresso che l'Interesse ha proprio preso il cuore della mia bella cugina, e l'ha gettato, soffocato sotto un gruzzolo di forse 20 mila franchi ... Io le parlo di amore, di fiori, di luce, di speranze immortali, ed Ella mi vien fuori coll'Interesse ... L'Interesse! Mandalo al diavolo con te e tutta la tua famiglia! L'Interesse! ... Me la faresti dir grossa, o amabilissima cugina ... ma tua è la colpa ... è inutile ... sarà effetto di simpatie ... ma non posso digerirla questa parolaccia ... mi pesa orrendamente sullo stomaco. Sul serio, o mia cugina, ti pare, non dirò conveniente, ma dignitoso; ti pare dignitoso dirispondere alla mia lettera, piena di poesia, piena di amore con due sgrammaticature, che non partono dal cuore, ma da un gretto interesse? Ed io che ti favellava dell'innocenza, della Grazia, che traspira dai soavi costumi di tua Venanzia ... io che ti svelava il grande amore, che ci avrebbe immortalati ambedue, del mio avvenire, in cui mi sarei gettato confidente dopo di aver accolto sulle ali del vento un sorriso, un bacio di tua figliuola ... e li avrei racchiusi gelosamente nei profumati misteri dell'anima mia? Rispondi, cugina, ti pare dignitosa questa indifferenza a tutto ciò, che non è se non interesse, denaro, biglietti di banca, vesti, smanigli d'oro, robe sì luccicanti da innamorare solo a vederle?
    E poi, quell'ingiuriosa supposizione ch'io abbia forse ad essere il primo a mutar pensiero?
    Io che adoro tua figliuola ... io che la faceva dono del mio avvenire, della mia libertà, del mio cuore, i soli miei tesori ... io mutar pensiero?
    O cugina, in questo punto, che sto per rompere decisamente tutti i vincoli, che a voi tutti mi tengono avvinto, io fo una preghiera per voi ... "che non avvenga mai che voi vi abbiate a pentire di non avermi voluto comprendere" ... perchè allora sarebbe vano il vostro pentimento ... inutili sarebbero i vostri rimorsi.
    Inoltre tu sei Italiana, hai grazia e spirito, e grande gentilezza ... ne convengo: ma ti pare che si affaccia con queste prerogative il non conoscere nemmeno la grammatica della lingua patria ... Mi salti a piè pari il verbo essere in quel periodo, dell'idea, e poi scrivi non in modo Italiano, ma in piemontese. Vergogna!
    "Secondo me, parmi cosa più conveniente il mantenerci tutti la nostra libertà d'azione".
    Questo periodo vale un Perù: siccome nella mia proposta tu cercavi il filo dell'Interesse ... e di questa roba non hai trovato nemmeno un'ombra, così salti di piè pari ogni mia offerta, e mi vieni a parlare di ciò che conviene ... Evviva l'Interesse! Ecco, ch'io mi prostro a' tuoi piedi ed adoro quello straccio di 20.000 franchi, che la mia donna mi avrebbe recato in dote! ... Oh che piacere, che voluttà, o mia gentil cugina, stringersi al seno 20.000 franchi ... che domani un soffio di vento ti cambia in un mucchio di cenere ... Ma non importa ... le doti dell'ingegno e del cuore, e della Mente sono un nulla a rimpetto di un gruzzolo di dindini!
    Lo so, o cugina, che mi sarebbe convenuto il conservare la mia libertà d'azione: così mi sarei divertito, avrei riso, non avrei pensato a malinconie, avrei fatto il capo scarico ... ti piacciono così i giovaloni, gli scapestrati, che, con un mellifluo sorriso sulle labbra rosee, scoccano una grandine di complimenti nei crocchi dell'Alta società, sussurrano dolci parolette nell'orecchio, porgono il braccio con tale una disinvoltura da farsi valere come uomini di genio, strisciano una polka con tutte le regole delle celesti danze.
    E poi, tua figliuola, se conserva la sua libertà di azione, può prodursi in tutti i circoli eleganti, fare un vero macello di cuori ingenui, e presentarteli straziati come il io, acciocchè tu li infili nella lancia dell'Interesse.
    O cugina, è sublime quest'Idillio ... Mi sembra già di vederti trionfante in mezzo alla colta società, e presentare tua figliuola ... e seguitare: "Sono due, sono tre, sono quattro i partiti, che mi furono già offerti ... ma io li ho rigettati: mi scherzate voi, babbuini ... l'interesse ... e la libertà d'azione ... così cara ... Eh! lo so io ... ho fatto bene ... Pensino che il primo a chiederni la sua mano l'è stato quel matto deciso d'un cugino, Augusto ..."
    Oh sì! Quel che sta sempre solo ... sempre malinconico, piagnoloso?
    Già e pensino, che mi faceva offerta del suo avvenire ... l'avrebbe adorata ... come una cosa santa ..., o come diceva lui, emanazione celeste ... ma sì ... l'interesse".
    Eh già! E così fino alla fine!
    Ah cugina, per Dio, guardati bene!
    Chi giudica, sarà giudicato, chi respinge, sarà respinto. Ma seguitiamo a commentare questo questo bijou di lettera. " ... Tu studierai col solito ardore, cercherai di farti una posizione che ti permetta il matrimonio, ed accertati che quanto ha decretato la Provvidenza, si compierà".
    Ben obbligato, cara cugina! ... Io studierò col solito ardore, cercherò di farmi una posizione che mi permetta il matrimonio ... ed allora, se tua figliuola è già ammogliata coll'Interesse, s'intende, io starò a becco asciutto e piegherò il capo ai decreti della Provvidenza! Ah! Ah!
    Graziosa codesta| Eppoi, come poss'io studiare col solito ardore: io che assisto in questo punto al patatrach generale dell'edefizio, che aveva innalzato col mio entusiasmo giovanile? Ti pare, ah? Che cosa è codesta Provvidenza che mi metti in campo per gettarle addosso il fardello di tutto il male, che mi ha recato la tua indifferenza? Sta a vedere, ch'è la Provvidenza che parla per la tua bocca ... Io invece ci vedo un gretto, uno spudorato interesse. Io non pretendo già, o cugina, che tu rinneghi di sacrificare a quest'idolo comune; no, io non pretendo l'abnegazione dei tuoi sentimenti. Ma, per Dio, un pò più di amorevolezza verso chi ti apriva il segreto più recondito dell'anima sua, un segreto che da due amici formò tutto il mio pensiero, tutto lo scopo dela mia esistenza.
    "Ti ripeto ancora che non vorrei essere vincolata come non intendo vincolarti" ... Cessa! deh! cessa! ho già capito ... l'Interesse non ti permette di vincolare nè tua figlia, nè me, perchè io potrei tirare la catena e trascinarmi dietro l'avvenire di tua figlia ... Per buona ventura, che non vuoi mettermi in prigione, per la mia insolenza. Sarebbe bella che tu potessi domani farmela in barba di micio, ed io invece fossi vincolato e guai a muovermi, ad alzare un dito senza la licenza de' superiori.

    "Io non parlai di nulla con mia figlia e con nessuno ... " Con tua figlia manco malaccio ... Avrebbe potuto palpitare ... o che so io ... avrebbe potuto ridersi dell'Interesse e della tua Provvidenza in una parola, non ti conveniva parlargliene ... pazienza! ... non voglio parlare di tua figlia benchè tu m'imponga non solo di scordarla, ma sì ancora di rinnegare tutto il mio passato, ciocchè io non sono vile a fare. Ma con Emilia non ne hai parlato? Va! Che me la conti lunga e madornale ... Noi c'intendiamo, e tantum sufficit.
    " ... E le idee tue puoi calcolare che sono soltanto da me conosciute e da mio marito il quale mi consiglia a riguardare la cosa come non avvenuta, e così ti restituisco il tuo scritto, come tu desideri, lasciando al tempo le ulteriori azione"
    Evviva alle mie idee! ... Ti ripeto ancora, ch'io non intendo nulla, non ho avuta nessuna delle tue idee, nello scriverti la lettera.
    Per buona ventura, che siete in tre: Tu, tuo marito, la Provvidenza se non altri, sul cui capo peseranno inesorabili gli affanni che mi avete cagionato ...
    Tremate, o pigmei, che questo giorno non è lonatno. Chi ha responto, sarà respinto.
    Su, rispondete, quando le ulteriori azione del tempo, per usare una vostra frase, vi avranno fatto conoscere il male irreparabile, che avete recato al mio ingegno; dite, come potete allora alzare il guardo fin sopra la mia fronte scoperta e serena, senza sentirvi il rimorso nell'intimo della coscienza? Su, dite, che farete allora? ... Arrossirete vergognosamente? Ma troppo tardi. Vi ricordo che voi siete responsabili della rovina del mio avvenire, responsabili verso Dio verso la patria verso la società e verso voi stessi.
    Ricordivi, che lo scritto mio, che voi mi avete restituito sarà conservato entro la vostra risposta, e sarà lì ad accusare la vostra indifferenza.
    Vergogna! Considerare come non avvenuto un atto, che decide dell'avvenire di due, che si amavano, si amavano, hai capito? ... Tua figliuola non avrà certo il coraggio di negare che un dì m'ha amato e non poco ... si m'ha amato. Sono ormai stanco delle spiacevoli cose che fui costretto a vergare: su ... presto ... finiamola con questa infamia.
    "Non vorrei però che questa circostanza alterasse per nulla la intimità nostra e delle due famiglie; e fatti persuaso, che se non posso accedere a' desideri tuoi, tu sarai sempre per me e per tutti i miei ugual cugino affezionato e che ascriverò sempre a favore quando potrò averti fra noi
    Tutta tua aff.ma Cugina
    Venanzia Tasca Musso

    Moncalieri 10 Sett. 1"

    Ti ringrazio, o mia grata cugina, che, in grazia, delle intenzioni, che ti espressi, e delle mie idee conosciute soltanto da te, da tuo marito e dalla Provvidenza, che ha decretato e decreterà ... io non sono messo alla porta e fuori di casa per aver osato alzare gli sguardi sino a tua figlia e a' suoi 20000 franchi.
    Dormiti pure tranquilli i sogni, che non procurerò di alterare minimamente l'armonia delle due famiglie ma pretenderesti, tu, che al dimani della totale rovina delle mie aspirazioni, io mi presentassi a voi? Oh no! cugina. Un tremendo baluardo s'innalza fra me e voi: la lettera tua del 10 settembre 1871.
    Cugina, la mia anima in questo punto è occupata di tristizia insino alla morte, il mio avvenire è rovinato; io non sogno più: le ali del pensiero che dianzi si libravano in regioni sublimi, ora lambono il fango della terra agonizzanti.
    Non potrei dirvi tutto il male che mi avete fatto per un gretto interesse: voi avete spenta la mia fede nell'avvenire; voi avete ucciso un cuore, che pure palpitava di nobili sentimenti; voi avete spenta la fiamma del mio ingegno, che era sacro alla patria ed all'Umanità.
    Il mio pensiero ... il mio cuore ... seppelliamoli anche loro ... poveri morti!
    Che Dio vi perdoni, come vi perdono io: ma voi non mi rivedrete mai più, se non posso dimenticare il passato.
    Addio ... forse per sempre addio!

    Torino, 11 Settembre 1871


    Di casa, 11 Sett. 1871 ore 1 pom.


    Riepilogo.

    Anco la Rimembranza di questi quattro mesi è grave di grandi ammaestramenti.
    M'impone un egoismo, ch'io non voglio assolutamente accogliere nel mio seno; perchè allora il mio genio poetico sarebbe spento all'istante.
    Vivrò, cercando il conforto de' miei disinganni in tutte le occasioni, che m'offre la via della mia esistenza; deciso di non tornare ad ogni costo a' miei sogni.
    E' chiaro perciò, che l'Arte e la Libertà e l'Indipendenza d'Italia mi daranno quell'Egida, che mi nega il mondo: ed io sarò felice se l'amore, ch'io alimenterò per esse, mi farà scordare, che io ho il diritto di maledire un passato, reso tremendo dalla mano egoistica degli uomini.
    Carlo Leone Augusto Perussia

    All'interesse

    All'interesse
    che trionfante
    Passeggia e diguazza
    Tirannicamente
    Sulla scena di questo mondo
    Trascinandosi dietro
    Arrivisti e agonizzanti
    Amore - Fede - Onestà - Sacrificio
    Vae victis!
    Giù il cappello
    largo all'Eroe del giorno
    Il suo passo
    E' maestoso sublime onnipossente
    il Genio o Divinità
    Anch'io mi prostro e ti adoro
    nella tua lucida maestà
    Ma ... vade retro Satana
    Che il tuo fetido fiato
    Non ammorbi
    Il sereno della mia Coscienza

    Mercoledì, 13 Settembre 1871

    Decisamente, quella cara lettera della mia amorosissima cugina, ha prodotto un effetto sulle mie intenzioni ovvero idee, un effetto dissolvente ... Colla stizza, che m'è saltata, e collo sdegno, che s'accese in me, nel veder chiaramente di non essere stato compreso; se aggiungi l'ira, che mi venne pel sospetto ingiurioso, ch'Ella mi lasciò trapelare, ch'io non fossi il primo a mutar pensiero ... tutto ciò mescolato con una buona dose d'Interesse ... ha contribuito certamente a scemare la stima, in che io tenevo la mia obbligatissima cugina ... in una parola, se non la lontananza, almeno lo sdegno della mia trafitta dignità ... mi ha già fatto scordare un pochino. Avanti così, ed io forse riuscirò a sottrarmi dalle catene di ferro, che Amore, in mancanza d'altre catene di rosa, ha saputo ammanire per me.
    Intanto ... come quei che con lena affannata
    Uscito fuor del pelago alla riva
    Si volge all'acqua perigliosa ... e guata, così l'animo mio, che ancor mi fugge da tutti i pori, si volge indietro a rimirare il passo risoluto che ho fatto e tutti i suoi antecedenti, e tutti i conseguenti che ne verranno. E conosco la gran perdita, che ho fatto in questi giorni; perchè assieme a Lei, ho perso tante altre cose; e tra esse anche la volontà di studiare.

    Giovedì, 14 sett. 1871

    Mia obbligatissima cugina, perdono, se torno a battere lo stesso chiodo, che per le sue carni delicate, ne convengo, deve essere certamente molto acuto e doloroso.
    Ma che vuoi? Non mi fu ancora possibile il firmar la pace con quell'Interesse, che mi hai messo in campo.
    Dianzi tutto, mi fa veramente stupire, che tu non abbia immaginato, che a guadagnare la rendita di 20.000 franchi, che doni in dote a tua figlia, è cosa facilissima per uno, che abbia le mie intenzioni: dimodoché anche l'interesse nel nostro matrimonio, che per ora deve stare ai decreti della Provvidenza, non ci avrebbe avuto nulla affatto a ridire.
    Nè io avrei fatto quel passo risoluto e decisivo, se non avessi avuto la coscienza, di portarmi, all'età di 21 anno, in grado di formarmi una posizione, che mi renda non solo 2 ma ancora 3 o 4000 franchi all'anno.
    E in quanto all'Interesse, a questo caro Interesse, credo ... tantum sufficit.
    Dimodochè apparisce evidente, che, se tu, o amabilissima cugina, non volevi fare di tua figliuola una contessa, o regina, o che so io; non dovevi esitare un istante a rispondermi alquanto più umanamente, con una parola che mi avesse incoraggiato, se non altro, a proseguire la strada, ch'io aveva intrapreso.

    Venerdì, 15 Settembre 1871

    Sono di nuovo con te, mia dilettissima cugina, e, non avertelo per male; perchè la tua lettera m'ha innamorato così fortemente, che io penso sempre ... a te e, s'intende, al tuo amato Interesse. Io non so che farci: sai, che la lingua batte là dove il dente duole, e ogni stagione mena i suoi frutti; ed io in questa catastrofe non ci vedo altro da discorrere, che di te e della tua lettera. Questa mattina, adunque, mentre io passava in piazza S. Carlo, ed un raggio di splendida luce solare illuminava le chiuse imposte del vostro alloggio presentemente disoccupato ... sulle prime, bisogna lo confessi, mi venne sulle labbra un sospiro, agli occhi una lagrima ... poi mi salì il sangue al cervello ... ma ricomponendomi, esclamai:
    Come è bello essere offeso nelle proprie aspirazioni, nella propria dignità, e stendere amichevolmente la mano all'offenditore in grazia di una soave rimembranza ... vuoi d'amicizia ... vuoi d'amore o di comuni speranze!
    Così, o mia cugina, oggi sono proprio deciso di mostrarmi generoso con te.
    Pronuncio nuovamente, sul male, sul grande male, che mi hai fatto, la santa parola del perdono: acciocchè io possa guardarti alteramente in volto: oltracciò, prometto di lasciare da parte quell'ironia, che finora ho adoperato a tuo indirizzo, e di cessare di commentar la tua lettera. Amen!



    Sabbato, 16 Settembre 1871

    So positivamente da' miei, che la famiglia Tasca verrà a Torino in questi giorni, per prender parte alle feste, che si faranno in occasione dell'Apertura del Traforo del Cenisio.
    Sarà mia cura, ch'essi non vedano la mia spiacevole persona: tanto più, perchè avendo perdonato cordialmente, non vorrei, che alcuno, a mirarmi, arrossisse dell'opera sua. Sfido io a darmi dell'ingeneroso!
    Infatti, rinunzio persino alle feste, per non far nascere spiacevoli ricordanze nell'anima di mia cugina ... fors'Ella, nel mio pallore, nella mia mestizia, che ormai non si diparte più dal mio volto, nella mia cupa concentrazione, compagna inseparabile de' miei disinganni, potrebbe per avventura indovinare ciò che ho sofferto, ciò che soffro presentamente. Ma io non voglio essere ingeneroso!
    Così m'acquisterò il diritto di guardarli impassibilmente in volto, e di far loro chinare gli occhi al suolo ...
    Mio padre, mia sorella, tutti i miei, sono irritati non poco, perchè io sto tutto il dì, cupo, in un ostinato silenzio, cosicchè, tranne le parole indispensabili, quasi non fiato. Chi sa, che cosa si penserebbero nella loro irritazione, se prevedessero, che questo mio stato durerà forse due settimane, forse due, tre mesi, forse un anno, fors'anco più?

    Domenica, 17 Settembre 1871

    Oggi, grande entusiasmo per Torino.
    Si festeggia con pranzi, illuminazioni, discorsi, interventi di forestieri,la più colossale impresa di questo secolo, la sublime vittoria dello spirito umano sull'inerte materia: il Traforo del Cenisio.
    Ritorno or ora dall'illuminazione, che riuscì veramente magnifica e zeppa di gente. Fui tutta la sera con Perroncito, amico giovialissimo, nelle cui espansioni io trovai pel momento un conforto, un oblio della mia tristezza.
    Venendo a casa, passai in Piazza di S. Carlo, ed, alzato lo sguardo alle note finestre, vidi la dimora della famiglia Tasca illuminata internamente, ed ad un davanzale due figure ... di cui l'una mi sembrò il sig. Tasca Luigi, l'altra od era la sig. cugina, oppure Lei.
    So ad ogni modo, che Venanzia andò tutta la sera a passeggio con mia sorella Rosalia e mio padre.
    Ringrazio la buona ventura, che non me l'ha fatta incontrare.
    Io non dovrei più ocuparmi di questi particolari: eppure non ci posso resistere.
    E' tutto detto: non posso rinnegare il passato, e malgrado ch'io ponga ogni cosa in opera per dire al cuore: requiescat in pace, amen, tuttavia mi sembra di mostrarmi ingrato a Lei, coll'affettarne indifferenza.
    Io la stimo ed amo tuttora troppo; benchè senza speranza, benchè deciso di tormela dal cuore, questa passione divoratrice.
    Intanto per l'avvenire mi guarderò ben bene dalle seduzioni della bellezza: errando discitur ... experientia docet.
    Ma ad alia transeamus. Una novella. Mio fratello Giuseppe innamorato! Sì, di una bella vergine bionda di Vercelli, alta della persona e gentilissima. Fu una fiamma, che s'accese subitanea nella festa di Vigone, dov'erano intervenuti ambedue.
    Ella, pertanto, pose in una broche una foglia d'edera, che aveva fatto staccare da mio fratello,. E mio fratello oggi le ha comperato una magnifica Guida del Traforo del Cenisio. Mi pregò di fargli la lettera, con cui egli voleva mandarle il dono. Accondiscesi, ed eccola:
    "Signorina,
    "Soddisfo ad un mero dovere nello inviarle un ricordo dell'avvenimento più colossale, che illustri la civiltà di codesto secolo. Aggradisca in ciò, o Signorina, una memoria di que' sinceri sentimenti di stima e d'amicizia, che io ho per Lei ... ma soprattutto ne serbi in cuore una rimembranza sempre rigogliosa e verdeggiante, come le foglie dell'edera. Mi reco a vera fortuna il firmarmi con riverente affetto Tutto suo etc.

    Lunedì, 18 Settembre 1871

    Sono stato questa mane alla fiera ed Esposizione del Bestiame, dove ci ho trovato poco di pregio, tranne un Ariete ed una pecora, razza di Biella, un asinello, ed un cavallino, ed alcune specie di gallinacee.

    Ma grandioso è il locale, che la città di Torino ha fatto costruire per queste Esposizioni, che in avvenire saranno permanenti in Torino e non occasionali. Giova sperare, che andranno sempre accrescendosi i prodotti, e con essi migliorino le razze, in grazia dei premi, che largisce ai più meritevoli, una Commissione apposita.
    Ad ogni modo, vedremo, se anco questo importante genere d'industria attecchisce nella florida Torino. Intanto gli Alberghi, i Restaurantes, signorili o no, sono tutti rigurgitanti di forestieri, venuti appostitamente a Torino per le feste: per le vie, sotto i Portici è una confusione di teste, di volti, di favelle; un formicolio, un vespaio, che ti rompe il capo, ti confonde, ti fa balenare, come per cadere. Eppure io mi trovo a mio agio in quella romorosa folla, in quella varietà .., e dimentico alquanto: benché mi sazii tosto, e, cercando la solitudine della mia cameretta, veli nuovamente il volto della mia solita cupa tristezza.
    Triste parlo; triste taccio, triste cammino, triste guardo, triste penso: la tristezza ed una concentrazione taciturna, ecco il mio aspetto d'oggidì. I miei mi sono sempre attorno e vorrebbero ad ogni costo ch'io ridessi: ma se fossero ammaestrati del grave cordoglio, che mi tocca recare meco, dovunque io vada, comprenderebbero, che a questi chiari di luna è impossibile il riso.

    Ore 11 Lun. sera

    Ritorno or ora dalla festa serale, consistente in pubblica musica ed pubblico ballo. E' non poco il mio dolore.
    Me ne veniva a casa, non lieto, ma tranquillo: quando allo svolgere della cantonata, che è tra via Siccardi e via Cernaja, mi veggo dinanzi la famiglia Tasca.
    Prima veniva Venanzia accompagnata da Leonardo, forse una volta già mio rivale, il quale apriva la marcia trionfante, dando il braccio a Lei. Secondi, erano, credo, il sig. Tasca, altri signori, che non ebbi il tempo di esaminare ed Edoardo. Ultimi alfine, i coniugi Pellizza, la sig.ra Tasca, accompagnata da altri signori, che non conobbi parimenti.
    Fu tanta la sorpresa, tanto il dolore, di averli incontrati, sorridenti, scherzevoli ... cha passai vicino, tranquillo in volto, senza salutare.
    Certamente si saranno avvisti di me, tanto più che dovettero cedermi il passo allo sbocco della cantonata quei signori, che accompagnavano la signoria mia amatissima cugina dell'Interesse.
    Chi sa, se fu anche un decreto della Provvidenza questo malaugurato incontro? Certo, la Provvidenza non sa il mal servizio, che mi rende con cortesie e doni di codesto genere.
    A meno che non mi abbia gettato tra i loro piedi per farne arrossire alcuna, forse di pentimento.

    Ore 8 ant. Martedì 19 Settembre 1871

    Come sfuggire ai decreti di codesta sedicente Provvidenza, che, per farmi disperare, mi fa apparire, quando meno il penso, le persone della famiglia T., che sembra voglia darmi persecuzione? Come farò? Starò in casa, finchè mi è possibile; e se li sento venire, corro tosto all'uscio della mia cameretta e lo serro a chiave: e poi lontano, portino anche via l'uscio, ma io non mi muovo ad aprire. Inoltre, quando io ad aspirare una boccata di aria pura, allora non mi resta che guardarmi dinanzi due isolati di distanza; e se livedo, volto loro il tergo e torno su' miei passi: allo svolto delle cantonate andrò si guardingo, che, per Dio, anche in barba ai Decreti della vostra Provvidenza, o mia cugina, che non provvede per me, voi non mi vedrete più. Voi non mi vedrete più anche a costo di star sempre chiuso in camera, di marcire fra quattro pareti ammuffite, anche a costo di rinunziare a que' pochi conforti, che mi dava un'ora di passeggio tra gli amici, amici non doviziosi, non dispendiosi, ma ricchi di criterio, di onestà, e che s'infischiano del vostro Interesse.
    Per Dio, questa parola non l'ho ancor potuta digerire! L'Interesse!
    Sul suo altare ho visto sacrificato ed agonizzante il mio cuore trafitto d'insanabile piaga, e stava attorno la plebaglia gozzovigliante fra un mucchio d'oro, e col pugnale al fianco.


    Mattino Martedì id., Ore 12 antim.

    Ma, viva, viva la Provvidenza e i suoi decreti!
    Ma, viva la mia gentil cugina, che me l'ha profetata. Comincio a indispettirmi seriamente della predilezione, che questa sigr. provvidenza sembra avere per me. Evviva dunque, e mai non cessi di guardarmi dall'alto con occio benigno! Non mi lamento, se a fine di compire i suoi imperscrutabili decreti, questa sedicente provvidenza mi facesse incontrare ad ogni svolto di cantonata qualcuno della famiglia Tasca.
    Ma, per Dio, a che gioco giochiamo?
    La sua petulanza è ormai insoffribile.
    Che io non possa stare un istante tranquillo, e persino nelle botteghe da Liquorista io debba essere inseguito inesorabilmente dai suoi decreti? Trovai stamane il mio carissimo amico Capasso Alberto, che m'offrì un Vermouth. Entrammo in un Liquorista in via S. Tommaso, contrada oscura ... ! Ed ecco, che, mentre le mille miglia lungi dai fatidichi eventi, sorseggiava il Vermouth e leggicchiava il Fanfulla, s'apre la porta del Liquorista, e v'entrano (maledizione!) il famigerato sig. Gustavo Pellizza, il sig. Dalbesio, con una signora e alcuni ragazzi.
    Fui per soffocare dalla sorpresa, non salutai, voltai loro la schiena, e quindi spilluccai presto da quel luogo malaugurato.
    Oh! lasciatemi una volta, che m'avete fradicio!

    Mercoledì ore 12

    Com'è bello vivere della felicità di coloro che si ama!
    Com'è bello vederli giojosi e sorridenti, assorti in liete fantasie ... vederli felici, anche quando lo spettatore ha l'inferno in cuore, ha il serpe del disinganno, che gli corrode le viscere ...
    Io almeno sono contento un istante, quando mi accade di essere spettatore alla letizia di chi amo ... come m'avvenne oggi.
    Mio fratello ha ricevuto una lettera dalla Signorina Rosina B ... la Vercellese, di cui feci già parola. Ella le commetteva la commissione di alcune paja di guanti! ... Poverina!
    Tant'è ch'è presa di mio fratello: ho visto la sua passione in ogni linea, in ogni parola della sua lettera, che mio fratello mi diede a leggere, acciocchè compilassi per lui la risposta.
    Mio fratello Giuseppe era felice ...
    Oh amatevi, amatevi, eterni fanciulli, e che amore infiori la vostra via di rose e di gigli, e non vi semini la spina sanguinosa del disinganno ...
    Falla felice del tuo amore, o mio Giuseppe ...
    E tu non tradirlo ma
    Affretta, affretta
    A colmarlo d'amore. Ahimè, non vedi come veloci corrono le fusa
    De le Parche, o fanciulla?
    Amatevi: perchè senz'amore questa vita è un deserto infocato; è una landa interminabile, aspra di sassi e di dolori, di ben profondi dolori!

    Giovedì 21 Settembre 1871

    Oggi vennero a dejeuné la sig.ra Tasca e sua figlia Venanzia. Io non mi lasciai vedere. Saputo l'invito di mio padre, ho subito fatta la risoluzione di non trovarmi a pranzo assieme a loro. Oh, fu un momento ben triste quello, ch'io fui costretto a partirmene di casa coll'idea di non tornarci più, finchè non fosse finito il pranzo ed esse se ne fossero andate. E così feci.
    C'era una riunione degli studenti di Licenza Liceale alle ore 10, per concentrarsi intorno ad alcuni regolamenti concernenti le riparazioni ... ci andai, ammonendo mio Padre, che, non si spaventasse, ove non fossi giunto a casa per tempo, per ragioni di studio.
    Alle 12 la riunione era sciolta: ed io vagai per ben 2 ore, solo, ad una dirotta pioggia, con un umido, che strideva le ossa, piangente, disperato..
    Oh quelle ore come passarono lente, tremende! E quando m'avviai a casa, quando giunsi all'uscio di mia abitazione ed entrai palpitante. Erano partite da poco tempo.
    Mio fratello Giuseppe che le accompagnò mi disse, che la sig.ra Tasca, dopo che fu sotto i Portici della Cernaja, sclamò:
    "E' bello aver giovani nel seno della famiglia, pieni di cuore e di ingegno ... ma hanno a loro certe idee, certe stravaganze, che alle volte arrecano persino gravi danni nella famiglia!".
    Oh cugina! E avresti tu preteso, che io mi fossi presentato sorridente al pranzo, ch'io avessi avuta ancor una volta al fianco Venanzia!
    Ma no, non vedi che ciò è, ciò era impossibile?
    Vederla ancora? Ma no, non voglio; perchè dopo mi ucciderei. Oh cugina, io ho perso per sempre ogni mia illusione, io sono presentemente senza un conforto, senza una speranza: e vorresti ch'io sogguardassi ancora lei, che ho perduto, e ciò per disperarmi! Lo so, o cugina, che una lunga serie d'affanni pesa inesorabile sul mio capo, nè cessa ancora quella mano di ferro dal prostrarmi al fango della terra ... lo so, o cugina, ch'io sono infelice, ch'io sono inutile nella mia famiglia, quasi inutile e fastidioso a tutti gli altri ... perchè ... perchè voi avete ucciso il mio cuore, la mia operosità, il mio ingegno.
    Ah quante volte ho ormai sospirata la tomba con segreto compiacimento, ed quel pensiero ho fermata la lagrima, che già mi spuntava sul ciglio. Ma, quante volte ho pianto, ho bagnato di amarissime lagrime i lini del mio letto; quante volte ho guardato stupidamente il dolore che mi torturava, ho contate ad una ad una le piaghe del mio cuore, che sanguinano vieppiù ogni minuto, ogni ora, che trascorre.
    Tutto ciò per Lei, che amavo tanto!
    Oh cugina, se non mi compiangi, almeno sii giusta con me! Io sono disperato!.

    Venerdì, 22 Settembre 1871

    Sono disperato ...
    ... Un severo
    Iddio m'impone ...
    Di piangere e pregar ...
    ... Son triste e in fastidita
    Solitudine vivo ...
    E mi tormenta ... l'acre
    furor d'un nome, e i vacui studi, e il
    baldo vaneggiar in canzoni confidate
    Siccome foglie di sibilla, al vento;
    ... uno scorato
    precipitar de le sognate altezze ...
    ... il frequente anelito dei sogni
    letificati da una bella rea;
    E per un breve piè ... per un ciocca
    Nera sui gigli d'una spalla nuda ...
    Sviato il non core non trovò più Dio ...
    E canto ...
    ... Una gentile arcana

    Corrispondenza fra il dolore e il canto
    I celesti ponean, percò che tutti
    gli sventurati cantano ...
    E piango ...
    ... col pianto
    E col martello del dolore Iddio
    Tempra l'acciar dell'anime ...
    ... Ahi sventurato!
    E non sapea che un Dio col legno istesso
    Della croce dei martiri composta
    Volle la cetra del civil poeta! ...
    Piangi pure ... chè questo fumo
    Di progenie superba, altro di grande
    Che il dolore non ha ...
    ... Oh nella vita
    Qualche delitto incognito ne pesa
    Qualche cosa si espia! ...
    Se non fosse così ... perchè ...
    Quel subitaneo fastidir la vita?
    ... Ma ... Oh, sconsigliata
    L'Itala donna, cui fu dato in sorte
    stringersi al petto un'amorosa testa
    Nata agli allori ... che la cinge invece
    Di domestiche ortiche! A lei di contro
    la Penisola sorga e le domandi
    Terribil conto del perchè, la inerte
    Stella non manda lume! ...
    ... Oh, Venanzia!
    Nessun sa il lutto ... oh confonde
    Il mio vivere in triste ombre ravvolto!
    ... O Musa, o fanciulla ...
    ... Affretta, affretta ...
    A colmarmi d'amore ... Ahimè, non vedi
    Come veloci corrono le fusa
    Delle Parche, o fanciulla? ...
    ... chi ti amò troppo
    Giace freddo e giovane ... e non la vedrò!
    E dovrò scordarti? ... Ahi sventurato!
    E non sapea che mia cetra è del legno
    Della croce dei martiri composta? ...

    Sabbato, 23 Settembre ore 10 antim.

    Con non poca angoscia ripenso al dopo pranzo di jeri.
    Partito alle 2 verso la Villa Rostagno ad accompagnare mia zia, vi giunsi stanco di corpo, ma tranquillo di mente e di cuore. Quella campagna verdeggiante, quell'allegria di cielo e di terra, la gradita mia zia, che m'ama e mi parla con vero affetto, tutto contribuiva a farmi scordare.
    Ma ... alla sera ... alle 7 e 1/2 andammo tutti alla Villa Crosa ... e là ...
    Oh com'eri bella! Occhio nero, vivo, rapido, naso greco, folta capigliatura nera e lucente, forme divine e compiute, volto profilato, tipo orientale, estrema vivacità, mista ed infantile ingenuità: ecco la signorina Servadio Virginia.
    Mi han detto che non ha ancora compiuti i 16 anni e pare una donna di 20 nelle forme del corpo; cotanta esuberanza di vita, cotanta precocità raggia per ogni parte di Lei!
    Mi han detto che ha 15 anni e mezzo: e nella soave espressione del viso, nella letizia verginale, spontanea, che le spira dal volto, nella rapidità dei movimenti pare un angiolino. E' Israelita e sembra una Santa del Cielo: è ricchissima, ed ha la schiettezza della figliuola del popolo; è divinamente bella e sembra non avvedersi di sua bellezza: più bella di Venanzia, più vivace di Venanzia, istruttissima, romantica, amorosissima, piena brio e di bizzarrie, ecco la donna che mi fece ancora delirare.
    La signorina Crosa non avea volontà di suonare il pianoforte ... la sig. Servadio mi pregava, che mi mettessi al pianoforte. Non ebbi la forza di ricusare. Sotto il fascino della sua voce e de' suoi sguardi, più sublimamente poetici di quelli di Lei, fui attratto quasi involontariamente alla Tastiera e le mie mani volavano a sciorre un ballabile.
    Si slanciarono nel cortile ... sonai mezz'ora e non ristettero dalle danze ... Io avrei continuato, senza sortire la minima stanchezza, se non fosse giunta la signorina Crosa a surrogarmi.
    Allora mi spiccai dal Pianoforte ... e nel cortile assistetti alla sua danza!
    Oh quell'ondeggiamento di un corpo flessuoso come tiglio, oh quel modesto reclinare del vezzoso capolino sulla spalla del compagno, quell'agilità, quel lambire appena il terreno aggirandosi in danze vorticose ... ed esser lungi da quella felicità, e pregustare un istante tutte le gioje del paradiso, e poi doverle abbandonare per sempre, e dovere trarmi dal cuore qualsiasi palpito, e dover assistere muto, freddo spettatore a quell'incanto, all'incantesimo di quella poetica personcina, che s'avvicina molto da presso al mio Ideale ... al sogno di tutta la mia vita! al mio unico sospiro, alla mia unica speranza !?!
    E' il mio amico Ruà Vittorio, che danzò continuamente con lei ... l'ama ... ed è amato ... così m'ha detto la sig.ra Grisettè ... Lui? ... Ed io?
    Io? Ho pianto. Essi si ameranno, gusteranno le gioje di un tanto amore corrisposto, il loro volto raggierà di letizia ... Ed io? ... Io ho pianto.
    Taci, o profano, discostiamoci dai profumati misteri di quelle due anime rapite in meste fantasie, in dorati sogni; da quei due cuori, che battono in uno, e riposano l'uno sull'altro ... è sacra cosa l'amore: discostiamoci, non turbiamo il sogno di quelle due farfalle, che dormono sopra una rosa fiorita il sonno di quest'esistenza ...
    Ma, se, ci affacciamo alla camera, dove ho dormito io stanotte in casa il cav. Rostagno, e guardiamo a terra, vediamo ancora le stelle del mio pianto. Tutti si amano, quaggiù, le rose ed i gigli, la luna ed il sole, le farfalle, il ruscello e l'erba; la natura e la rugiada, tutto quaggiù armonizza soavemente, e sorride in un sospiro d'amore, e geme d'amore ... ed ha sul volto le stille dell'amore corrisposto ... ed io non sono amato. Eppure in questo seno batte un core, che comprende tutto l'Infinito con un sol palpito, che abborre dalla brutalità, che pure contaminano questo suolo, terra di Dio, creazione di Dio; eppure io mi elevo nelle sublimi regioni del pensiero e là potrei raccogliere fiori profumati di eterno lezzo e potrei deporli a' piedi di colei, che volesse rallegrarmi di uno sguardo di amore!
    Eppure io l'amerei quella donna, che tentasse di comprendere l'esuberanza dei battiti del mio cuore, di colei che concedesse, ch'io pianga sulla sua testa d'angelo, i miei dolori, le mie spente illusioni.
    Oh! è terrible questa mia esperienza di ogni istante. Ch'io sianato per non esser compreso, che nessun cuore mai, mai abbia da palpitare dinnanzi alla mia mesta favella? Eppure, se conoscessero ciò che ho già sofferto, ciò che soffro continuamente senza posa, senza speranza, senza conforto, con tedio infinito, con fastidio orribile di questa mia esitenza, che si lacera in varie torture, in insoddisfatti desideri!
    Oh! è terribile la passione non corrisposta!
    Ho pianto ... non perchè volessi confortarmi, ma disperato fu il pianto mio.
    Un delirio: "O Dio, tutti sono amati, tutti godono gioje di paradiso, tutti cercano e trovano sulla terra la felicità, ch'io cerco invano ... Ma perchè questa croce di dolore? Oh! se è possibile, toglila dalle mie spalle ... lasciami riposare un istante, e poi me la riprenderò sino alla fine ... O Dio! se è possibile, non permetti ch'io vuoti il calice amarissimo del disinganno sino all'ultima goccia! Un delirio! E mi batteva la fronte, mi stracciava i capelli ... Oh io l'adorerei ... la vergine de' miei sogni ... E anco questa non sarà mia! Oh felice l'amico mio ... egli che possiede un tesoro immenso e non sa di possederlo! ... E si amano? Ed io piango e mi strazio vanamente?
    Era un delirio: "Oh Dio! troppo amara è la coppa, a cui bevo l'esistenza ... pietà di me! che mai ti ho fatto? pietà! oh pietà del povero poeta! ... Senti le mie lagrime, sono di fuoco e come fuoco divorano le carni che solcano!
    E mi avvoltolava nel letto disperatamente ... Oh che dolore! che angoscia, che agonia! ma Dio, Dio! mercè ... mercè del povero che ama! O Madre mia! e tu m'hai lasciata! Oh comparisci a consolarmi. Non vedi che niuno conforta il tuo Augusto ... ed invano mendica una lagrima! O Madre mia! O Angela del Cielo, sorridi dall'alto con inneffabile grazia, scendi presso a tuo figliuolo! E guardava, sbarrava gli occhi nella oscurità per vedere se veniva la Madre mia ... nulla ... nulla ... O Mio Dio, O Madre mia, in cui poneva le ultime speranze di mio salvamento! Anche voi m'avete abbandonato! ... O Dio, o Madre, perdono se vi ho scordato alcun po' per una bella infedele ... perdono ... oh madre mia ... in Lei amava te stessa santamente ... perdono o Dio ... di Lei mi faceva appoggio per salire sino a te puro e incontaminato ... come uscii dal seno della madre mia!... Oh perdono, perdono del povero che mendica un affetto ... oh una vostra lagrima, una vostra grazia, un vostro sorriso, una ora sola di felicità ... e poi ... nulla ... nulla ... tutti m'hanno abbandonato!
    M'addormentava alfine in un sonno affannoso, che presto mi risvegliò alla vita ... di sepoltura. Ridiscesi la collina col Cav.er Rostagno ... e, per le strade, guardando a quelle grandi vallate baciate dai dorati raggi del sole, stillanti di rugiada, mi venivano le lagrime agli occhi ...
    Oh! E' terribile dover stare derelitto nel deserto di questa vita!

    Sabbato, 23 Settembre ore 5 sera

    Sono più calmo, assorto nella felicità altrui ... di due che s'amano veramente. Mio fratello Giuseppe stamane ha ricevuto un'altra lettera da Vercelli in risposta della sua. Per ricordanza copierò le due lettere, s'intende, ad insaputa di mio fratello, e dietro vi farò succedere la rispettiva risposta, che io ho fatto per lui.

    Vercelli, 19 Settembre 1871

    Gentilissimo Signore,
    Mi abbisognano cose Torinesi, e non saprei a chi meglio indirizzarmi, se non a Lei, incoraggiata come sono dalla sua bontà e dalle tante gentilezze ricevute nel breve tempo che ebbi la fortuna di trovarmi nella sua amabilissima compagnia. Si accerti, o mio Signore, che sentita ne è la mia riconoscenza e di mia famiglia, e vivo sempre nella cara lusinga, che ben presto vorrà aggradire l'umile, ma sincero invito, che Le rinnovo co' miei parenti, di volerci onorare di sua presenza qui, a Vercelli.
    Intanto, temendo di annojarla, dilungandomi di più, Le espongo il succinto della mia commissione. Mi occorrerebbero due paja di guanti pelle, uno di color Bulgaro, di che credo avergliene già tenuto parola a Vigone, e l'altro di colore Pensée, il più vivo viola che si possa trovare. Non mi fermerò a darle il Numero, che continuamente uso perchè esso varia, secondo le Manifatture e secondo la qualità della pelle ... Peraltro, Le accludo la misura che deve avere il palmo della mano del guanto alla base delle dita, sempre beninteso, questa misura sia raggiunta dalla pelle tesa il più che sia possibile; Le raccomando però che la pelle sia eminentemente sottile, essendo molto più conveniente per la durata. Alle volte uno dei due colori non fosse dato di trovarlo, lo surroghi con un altro di sua scelta, purchè oscuro, chè abbastanza la conosco di buon gusto; d'una cosa sola La prego, anzi (mi permetta l'espressione/esigo da Lei, ed è il sapere l'ammontare esatto della spesa, senza che, mi obbligherebbe, a rimandarglieli a Grande Velocità, col rammarico di non potermi servire e dispensarmi ad altra occasione. Per il trasporto, lo faccia pure assegnato, chè mi torna meglio. Dall'indirizzo (che prego faccia di sue mani) può servirsi del mio unico ed esclusivo: Rosina Bava - Vercelli, essendo anche questo il più sicuro. Mi lusingo che sarò dalla sua rara gentilezza perdonata di tanto ardire, assicurandola che mi farà non solo un favore, ma un vero regalo, ogni qualvolta che mi terrà informata della sua cara salute e de' suoi. Ella può servirvi del suddetto indirizzo, ed io dal canto mio farò colla massima soddisfazione il mio dovere, rassicurandola, come sono, dalla sua clemenza, che vorrà compatirmi ed accettare le misere sì ma pur sincere espressioni che dettate dal cuore Le comunico col mezzo della mia misera penna. Trattenendoci un pochettino sulle cose mie, Le dirò che feci un viaggio assai nojoso, essendo che la nostra vettura riempita piena zeppa a Porta Susa però m'incantonai, e per evitare seccature feci l'aristocratica sino a Vercelli, dove trovai il gentile Cav.re Piacentino venuto alla Stazione in rappresentanza di mia famiglia, essendo obbligata Maman a restare in casa, onde curare Papà, che da due giorni teneva il letto dalla febbre. Si figuri l'effetto della notizia: passai una notte terribile, agitatissima, ebbi poi la consolazione al domani di vedere un subito miglioramento, reazione che il Dottore attribuì alla mia presenza! Se non fosse stato per la cara sua compagnia, pei be' momenti che mi fece passare e che non posso rammentare che con pura e soave soddisfazione, non mi sarebbe rimasto che il rammarico, la pena di non essere partita prima da Vigone, risparmiando così molte lagrime a me, ed ottenendo un più rapido miglioramento nella salute di Papà. Ma di ciò niente, a corona di tutto penso però che sta la simpatia e l'amicizia di persone a me care, che stimo ed apprezzo per quanto m'è dato.
    Rinnovo le mie scuse, se troppo mi estesi, aggridisca i saluti e rispetti di mia famiglia, ed in attesa del pacco e di una cara sua, s'abbia gli anticipati miei ringraziamenti ed una buona stretta di mano dalla
    Devotissima e sincera amica
    R. Bava

    Mio fratello eseguì la commissione appuntino, e procuratosi una magnifica scatola, la riempì diligentemente dei guanti e della Guida del Traforo, con dentro questo biglietto,ch'io gli consigliai:
    "Signorina,
    con questo pacco (a prevenirla) imposto lettera di risposta"
    Suo devotissimo
    G. Perussia
    Torino 20 Sett. 1871

    Questa è poi la risposta che gli composi:
    "Stimatissima signorina,
    la premura, con cui le rispondo, La faccia persuasa, che in me non è ancor svanita la rimembranza di quel tempo ch'io conobbi Lei e le rare squisite doti, di cui va fornita.
    Nè questo è un complimento, ma una verità; perchè, oggi dì stesso, ebbi a toccar con mano che, s'Ella non fosse donna di gentili sensi, io già non avrei avuta la fortuna di poterLe essere utile in qualche minima cosa, né oggi avrei potuto dimostrarle con la mia premura nel servirla, che mi fu oltremodo cara la fiducia, che ha riposto nella mia devozione.
    Come farò a sdebitarmi con Lei sì gentilissima?
    Null'altro, che dichiarandomi suo umile servo, e pregandola, che, ove le occorra per l'avvenire qualche altra cosa, si dispensi di me con tutta libertà; ch'io andrò sempre altero d'una sua qualsiasi incombenza. A Vercelli, vorrei avere tempo e possibilità a venirvi, ma, per ora, mi rincresce infinitamente di non poter, per ragioni di ufficio, approfittare della grande gentilezza di Lei e di sua famiglia.
    Ad ogni modo, s'abbia frattanto i miei ringraziamenti, ch'io spero di poterle ben presto rinnovare di mia presenza. Con questa lettera ho spedito per la ferrovia (fermo in stazione) il pacco contenente i guanti, di cui m'ha incaricato.
    Per que' di color Bulgaro non ebbi a cercare gran fatto ma per que' Pensée Viola, fu un altro pajo di maniche: perchè non li rinvenni, che, dopo varie ricerche, nel negozio Perano a cagione che quest'ultima qualità è della più ricercata e più in voga nell'alta società. I primi, dacchè vuole proprio saperlo, li ho pagati 2.50: i secondi non mi fu possibile averli a meno di 4 franchi; per il che li presi con riserva: onde, se per avventura non le convenissero, non ha che rimandarmeli, e torneranno tosto in negozio.
    Mi riesce di non poco piacere il ricevere nello stesso tempo le care novelle, ch'Ella e sua famiglia stanno bene in salute; e giova sperare, che suo padre, al fianco delle amorose sue cure, non ricadrà più nella febbre, che Le fu causa di non lieve dolore.
    Il che serve sempre più a raffermarmi nel primo concetto, ch'io mi feci di Lei; ch'Ella cioè fosse una di quelle giovani, venute al mondo, per far del bene, e che convertono in oro tutto ciò che sfiorano della loro virtù arcana. Nè mi dia dell'adulatore, perchè io parlo, come mi detta, l'impressione, che ebbi di Lei; e quando parla il cuore non si fallisce. Di salute anch'io e tutti i miei stiamo benissimo: nè per l'avvenire vorrò lasciarla senza mie novelle, tanto più che Ella m'incoraggia col favorirmi le carissime sue. Intanto mi fo premura d'inviarle, assieme a' guanti, un ricordo dell'opera più colossale, che illustri la civiltà di codesto secolo; e ch'io teneva in pronto,per soddisfare semplicemente ad un mio dovere.
    Aggradisca in ciò, o Signorina, di quei sinceri sentimenti di stima e d'amicizia, ch'io ho per Lei; e ne serbi in cuore una rimembranza sempre rigogliosa e verdeggiante, come le foglie dell'edera.
    Mi reco a vera fortuna il potermi firmare con riverente affetto
    Tutto suo
    Giuseppe Perussia

    Torino 20 sett. 1871

    In riscontro di questa risposta, mio fratello ricevette stamane la seguente:
    "Gentilissimo Signore,
    Ricevuta stamane alle 11 la cara sua, e poco dopo l'elegantissimo pacco, ora adempio con premura, e col più sentito desiderio, al mio dovere. Ma, e come debbo dirle? quali parole saranno più adatte onde esternarle la mia soddisfazione non solo, ma i miei ringraziamenti, la mia riconoscenza? Ben male ci riuscirei se volessi ciò fare, ed a sopperire alla povertà di mie espressioni sorge la sua bontà e l'amabile e distinto suo carattere. Basterà quindi il dirle, che essi furono di pieno mio piacimento, e che l'esattezza colla quale fu eseguita questa mia commissione fu maggiore ad ogni mia aspettativa. Che dirò poi della magnifica scatola, diligentemente empiuta, e soprattutto del caro ricordo, che ebbe la compiacenza di accludermi? Mi fu di viva gioja non solo considerato istruttivamente, ma soprattutto perchè fu scelta sua; perchè esso è la sintesi di tutti i momenti passati assieme, e perchè, giusta la gentilissima sua, questo dono era già destinato a me prima che io osassi scriverle. Non sapendo come meglio rispondere all'edificante concetto, che Ella si fece di me, nonchè alle immeritate virtù, che ebbe la bontà di ascrivermi, La ringrazio di tutto cuore, e mi auguro che tutte queste belle idee vengano un dì ralizzate. Sono proprio contenta che la salute sua e di famiglia sia buona, la nostra pure è eccellente, grazie a quella di Papà, che ora si è perfettamente ristabilito, che Iddio esaudisca i voti di felicità che io faccio per tutto. Mi dica: le mie lettere le riceve Ella di sera? bramerei tanto saperlo, poiché io, scrivendo sempre al dopo pranzo, momento di libertà, ed impostando le mie, col treno, che arriva costì alle 9 e 51, mi sarebbe caro, che le avesse subito, e non restassero per tante ore depositate alla Posta, ché altrimenti io le spedirei alla mattina, ... non Le faccia senso questo mio timore, che in un tratto di penna Le spiego. Allevata fra le cure domestiche, con un'educazione basata su principi direi quasi inglesi, mi trovo, quantunque giovine, ad avere non dirò l'intera, ma quasi, responsabilità delle faccende di famiglia, e quindi capirà che vi hanno dei momenti, nei quali mi trovo assediata da molte, ma pur sempre gradite occupazioni, che ben mi fan passare le ore nella mia modesta casettina; a sollevarmi da esse, ora mi si presenta la graditissima occasione di trattenermi, quantunque ben lungi, con Lei, di esprimerle le misere mie idee, di riprodurre sulla carta, ma non mai abbastanza al vivo il riflesso dei sentimenti del mio cuore. E quindi, mi sarebbe molto caro, che per conto mio appena scritta, la lettera partisse, e volasse, mi permetta il dire, subito a Lei; chè stando ferma, non so, un fato maligno, qualche sinistro accidente potrebbe ancora distrurla; Le pare? ... son così tanti gli abusi Postali! ciò che mi dorrebbe assai, epperciò nella carissima sua, che mi lusingo di riavere, mi rassicuri su questo, onde sia più tranquilla.
    Fra le dolcissime sue espressioni, mi raccomanda una rimembranza rigogliosa e verdeggiante come l'edera; ... per conto mio ne sia più che sicuro, ma santo Dio! e per conto suo potrò io esserne certa? ... anzi a provarle la verità di questo, non si rammenta forse della foglia di quest'erema e fedele pianta staccata quel giorno da un ceppo, che in modesta guisa stava avviticchiato ad un mazzo delle commoventi ruine del castello di Trani? non se lo ricorda? e non si rammenta pure che, a meglio conservarla, la chiusi nel boréloque, che mi stava appeso al collo? ... non era io in quel momento appoggiata al suo braccio? non Le dissi che la prendeva come souvenir del bel giorno passato assieme? Oh! ben mi ricordo il tutto io, che in questo momento che scrivo, la guardo ancora questa foglia e par che mi dica: vedi come sono, e come mi manterrò per sempre fresca! ... ma stupida che sono, cosa dico io mai? in che labirinto vo perdendomi? perchè questa disgressione? giusto cielo! m'è sfuggita dalla penna; deh mi perdoni ...
    ...
    La mia famiglia la saluta caramente, si conservi, ed accetti una cara stretta di mano dalla amica Devotissima
    R.B.



    Venerdì 22 sett. ore 5 (sera)

    Questa si chiama schiettezza ed igenuità! Una dichiarazione in tutta regola, con quelle due linee di puntini ancora per giunta alla derrata. E mio fratello, che l'ama e gioisce d'esser amato, non vuol parlar chiaro e tondo, ma rispondere sulle generali. Epperciò mi annoja non poco questa legge, che mi ha imposta nel fargli l'originale della risposta. Amarla e non volerglielo dire! Egli vuole aspettare ch'Ella stessa tolga alfine il velo dell'allegoria, pronunzi per la prima quella parola misteriosa: "ti amo" ... poveri bimbi!
    Mentre son quà a scrivere, ci sono i coniugi Pellizza nella sala con mia sorella. Sono capitati or sono pochi istanti, ed avendo io lasciata la porta aperta, Emilia, che mi vide scrivente al tavolino, mi diceva: Addio Augusto! ... Io non risposi, perchè in quel momento pensai a' decreti della Provvidenza, ed a loro, che forse sapevano tutto ed avevano forse consigliato la mia povera cugina! ... Ma ecco la risposta:
    "Gentilissima Signorina,
    la sua pronta risposta mi è giunta, gradita quanto mai, circa alle ore 10 antim., come l'altra sua prima lettera. A quest'ora tarda (sono le 11 pom.) le avrei già risposto, se non me lo avessero impedito le molteplici occupazioni d'ufficio, che mi tengono al tavolino tutto l'intero giorno; cosicchè se voglio trattenermi seco Lei, è giocoforza che s'impieghi le ultime ore della sera. Sento l'obbligo di ringraziarla dell'aggradimento con cui mostra di accettare il mio povero dono, tanto più, che non meritava tanti gentili complimenti. Ma dice il proverbio "Al paragon si conosce l'oro: laonde, le sue belle espressioni servono sempre più a rassicurarmi, che non è immaginario, ma reale quel prezioso corredo di doti, di cui la conobbi fornita. E su questo punto la prego caldamente di non voler più insistere a schermirsi; poiché chi "dura vince", ed io la prevengo, che non mi stancherò mai di ripeterle in tutti i toni, ch'Ella è un'amabile giovine, piena di brio e di soavi sentimenti, della cui stima ed amicizia io andrò sempremai altero e riconoscente. Mi son sommamente rallegrato, ch'Ella abbia posto mente al mio accenare le relazioni amichevoli, che corrono fra noi, col desiderarle sempre verdeggianti come l'edera: ché non a caso m'era servito di questo paragone, volendo con ciò fare allusione a quella foglia, ch'Ella quel giorno si pose in serbo nel bréloque. Anzi, soggiungerò, che mi colse tanta sorpresa e tanto piacere nello stesso tempo, che in quel punto ammutolii, e non ebbi la favella necessaria ad esternarle i sentimenti della mia riconoscenza. Ma ora le dico, ciò che ho taciuto allora: che fino a tanto ch'Ella si ricorderà di quell'istante e guarderà quella foglia, io non dimenticherò mai i legami, che a Lei mi uniscono, legami preziosissimi per soavità di sentimenti, per fermezza di propositi, per compite speranze, per durevole felicità. Godo ch'Ella sia in ottima salute: tale pure è il mio stato e quello della mia famiglia, come desidero sia pur lunga quello de' suoi cari. Intanto accetti le espressioni della profonda stima
    Del suo devotissimo
    G.P.
    Torino 23 sett. 1871 Ore 12 pom.

    Martedì 26 sett. 1871

    Iersera mi fu proposto di scrivere articoli sul Ficcanaso. Io avrei annuito subito a quella richiesta, se si fosse trattato di scrivere su d'un giornale serio, e non frivolo e leggero, come il Ficcanaso.
    Tuttavia, pensando, che per giudicarmi, gli uomini debbono guardare il senso de' miei scritti e non alle mie relazioni più o meno famose; così scriverò. Intanto mi è venuta una strana idea.
    Oramai ho perduta a Venanzia tutta quella affezione, che nutriva per Lei, ho perduto alla famiglia Tasca tutta la stima, che le professava. Con loro non avrò più nulla a fare.
    Ebbene io debbo vendicare l'intiera classe dei poveri innamorati, dei poveri artisti, che sono troppo onesti, per porsi a loro unico fine il denaro. Io debbo una rivendicazione a me stesso; debbo dimostrare alla famiglia Tasca, ch'essi sono più vili, della infima persona; essi che fondarono tutto il loro avvenire, tutte le loro aspirazioni sopra l'Interesse.
    In nome della società io debbo svelare quella marcia, che pure filtra infra i cuori egoistici e dorati dell'alta società: me lo impone il dovere di mostrar loro ch'io non sono uno stravagante, come han detto di me, ma sono più onesto, più disinteressato di loro.
    Infine, pubblicherò nelle Appendice del Ficcanaso il mio ultimo Amore, genuino, sotto pseudonimi.
    E' Dio stesso, che m'impone di stimatizzare il vizio: e compirò la mia missione.
    Ma, ripeto, con ciò non vendico me (ché veramente sono troppo generoso per queste debolezze) ma rivendico tante nobili intelligenze, che si trovano, si troveranno, si trovarono nelle mie afflizioni identiche. Oggi stesso ne scrivo al giornale:
    Caro Ficcanaso,
    Ho nelle mie mani, e nomi e date e documenti di un dramma che si è svolto in questi giorni fra le domestiche pareti di due famiglie Torinesi, strette da vincolo di parentela.
    Ne ho fatto un romanzetto tutto intimo e sentimentale, e sono deciso di darlo in luce, per svelare quanto sia marcia e vigliacca una società che, in nome del Dio Denaro, rinnega i più nobili sentimenti, irride quei cuori generosi, che palpitano ancora di sublimi aspirazioni.
    E' una rivendicazione che m'ha imposto la dignità umana, la dignità ed il dolore di tanti incorrotti, che abbracciando la croce dell'Arte, sono quasi sempre disingannati crudelmente nelle più sante speranze, nei loro amori ideali, che formano il segreto del loro avvenire.
    Rispondi, se accetti di pubblicarlo nella Appendice del tuo giornale, ed io te lo farò avere quanto prima.
    Una stretta di mano dal tuo
    Leon Augusto Perussia
    Mia cara cugina, ecco ciò che risponde lo stravagante di Augusto.

    Mercoledì 27 Sett. 1871

    Sono già più giorni che studio disperatamente col mio amico Merlo, di 23 anni, giovane ardente e di carattere mite ad un tempo.
    Allevato cristianamente, studiò in Teologia, poi, cambiato pensiero, volse le spalle al Seminario, per entrare e non rinnegare il Mondo. Ora vive sempre sotto la condotta dei principii religiosi, che informano la Chiesa di Cristo, benché non disconosca l'errore ed il vizio, che s'asconde sotto la porpora papale.
    E' un giovane, a tutto dire, onestissimo; benché abbia le sue idee, le sue opinioni monarchiche e conservatrici, e certe innovazioni, certe aspirazioni del paese, che risuscita e brama rivendicarsi, egli condanni troppo frettolosamente. In lui parlano i sentimenti gentili ed affettuosi, rispondenti tutti alla sua pietas: ed io sono felice di averlo amicissimo.
    Sembra strano che io possa sì intrinsecarmi con lui; repubblicano, razionalista, mazziniano, impetuoso, alle volte entusiasta, altero, appassionato ... eppure, meno in certe opinioni politihe e religiose, c'intendiamo perfettamente. Intanto fra pochi giorni avremo da presentarci ambedue alla Sessione Straordinaria per gli esami di Licenza Liceale. Studierò e vedremo se la mia Provvidenza saprà farmi promuovere. Ah! cugina! Prega per me la tua Provvidenza!

    Art. 1 E' concessa anco per quest'anno
    una sessione straordinaria di esami di
    licenza liceale da tenersi nel prossimo
    mese di ottobre nelle medesime sedi
    della sessione ordinaria.

    Art. 2 Tali esami saranno dati nei
    giorni e nell'ordine seguenti:

    Lettere italiane lunedì 16 ottobre
    Id. latine mercoledì 18
    Id. greche venerdì 20
    Matematica sabbato 21
    Filosofia lunedì 23

    Le prove orali comincieranno il dì 25
    dello stesso mese.

    Domenica 1 Ottobre 1871

    L'ho rivista! Si, l'ho rivista ... non Lei, che ho perduto per sempre ... ma ... la vergine bionda, la mia passione d'un giorno. L'ho rivista ... ma il cuore non palpitò più entusiasticamente ... il cuore pianse. Dopo i teribili disinganni che m'hanno atterrato io temo disperatamente dell'amore. L'amore, questa benefica fiamma, che Dio accese in petto agli uomini, per farli santi ... ebbene ... l'amore per me è oramai un'ironia, un fantasma ch'io non posso stringermi al seno ... ma che mi fa rabbrividire ... Oh! è terribile il deserto di mia vita! Tutti gli altri sono amati quaggiù ... ed io ... io amo disperatamente ... e non sono amato ..., Oh! è tremenda la passione di un giorno! L'ho rivista ... ascendeva il sentiero contornato di folti mirti che conduce alla villa Crosa ... Era con sua sorella Vitalina ... e molti signori ... ed un ufficiale che porgevale il braccio ... Io rimasi di sasso ... Mi vide e si fece rossa come porpora ... E l'ufficiale sussurravale all'orecchio dolci parolette. Baronessa! ... Signorina dei 50.000 franchi di dote! Ed io non l'amai la nobile opulenta ... ma bensì amai la mesta vergine bionda, che mi fece rasciugare le lagrime di quel giorno!
    Non mi diede un solo sguardo ... forse temeva un mio rimprovero ... bensì io le tenni fissi gli occhi, finché fu per partire ...
    Invece sua sorella Vitalina, pallidissima, sogguardavami, insisteva a sogguardarmi, senza porgere mente agli sguajati complimenti de' suoi adoratori.
    Partendo ... solamente ... Ella mi guardò ... la sorella seguitava ... e dietro tutti i signori ... e l'ufficiale dava il braccio e Lei ...
    L'ho rivista ... ed ho pianto ... Oh! è tremenda la passione d'un giorno ... Io troppo l'amai quel dì ... Ella troppo repentinamente mi disingannò ... ma la piaga, che fece amore, non è sanata, e sanguina insieme all'altra ... ad un'altra ... due vergini da' capelli d'ebano, l'una mesta e sorridente, l'altra vivace ed affascinante ... l'una amata per ben due anni ... l'altra amata due ore ... e nei sogni del dolore ...
    L'ho rivista ... e non volli più sperare il suo amore, ho respinto ... ho scancellato dalla mia mente quei sogni, che già s'affollavano ... ho comandato ad essa, di rifarsi sui dì passati e pensare all'esperienza di due anni di tormenti atroci, di crudele martirio. Ed il cuore e la mente tacquero ... compresi da profondo terrore ... Io ho paura dell'amore!
    E venendo a Torino, pensava alla mia situazione ... Io sono giovanissimo ancora ... e già rimpiango il più tremendo disinganno ... quello dell'amore ...
    Perché? ... Perché io fui precoce nel cuore, nell'intelletto, io ho tentato troppo presto di decifrare l'enigma misterioso di questa vita ... io mi sono educato al sacrificio e non all'egojsmo ... fui ardente di giovinezza e non mi divertii ... ma in sudate veglie mi preparai la storia, la tela de' miei dolori.

    Martedì 3 Ottobre

    Il Giornale il Ficcanaso non ha ancora risposto. Però mi fu detto a voce da un mio conoscente, certo De Negri, ch'essi aspettano il romanzo per leggerlo e pubblicarlo, s'è un ghiotto boccone, vogliono dire s'è immorale e lubrico, come i loro articoli.
    Ma io non voglio accarezzare la ormai soverchia corruzione del popolo, con racconti sozzi, che non aiutano, ma intoppano il progresso della Idea Repubblicana, pura e santa, come la comprese e persuase e instillò né nostri cuori il genio di Mazzini.
    Ad ogni modo, qualunque preghiera siano per farmi, io non manderò loro il mio romanzo, per molti motivi:
    1° Perchè il mio romanzo, pieno di soavi sentimenti e si speranze, e di sogni dorati e di sante esuberanze, farebbe uno strano contrasto con i sudici racconti de' collaboratori di detto giornale;
    2° Perché non vorrei che leggendo il mio scritto sul Ficcanaso, credessero ch'io sia della loro lega Materialistica e Sensualista;
    3° Perchè alfine, dopo molto pensarci, ho trovato che imprudente era il mio svelare i più reconditi pensieri di un mio sogno ...
    4° Infine, perché, non vorrei che la famiglia Tasca in quella pubblicazione, non vedesse già il mio scopo disinteressato, ch'è quello di giovare all'Umanità senza fine di vendetta e d'astio qualsiasi ... ma vedessero in me un ingeneroso ... Oh! no Ingeneroso non lo sarò mai, miei cari ... ed arrossite!

    Sabbato 7 Ottobre

    Oggi è mio giorno onomastico. Ho ricevuto complimenti e sinceri auguri da pochi amici, che protestano di amarmi ...
    ma da mia famiglia ... nulla. Probabilmente se ne saranno dimenticati ... pazienza ... s'abbiano anch'essi il mio perdono!

    Domenica 8 Ottobre ore 4

    Oggi mio padre è andato alla Villa Tasca con mia sorella e mio fratello Vittorio ... buona passeggiata e felice ritorno! Io, s'intende, non ho voluto andarci ... per più ragioni, ch'io esporrò alla indulgenza di mia cugina ... ed alla sua Provvidenza ed a suo rispettivo marito. Come poteva io ritornare a voi, o fratelli e sorelle dilettissimi, come poteva, dopo tutto ciò ch'è avvenuto fra le nostre persone?
    Vi avrei forse fatto un vero piacere, col nojarvi e farvi arrossire con la mia presenza? Credo di no; tanto più, che voi avreste forse conosciuto che l'Interesse ... è una parola lubrica per me ... quando si tratta di simpatie e di cuore ... Avete capito? Come avrei rivista in pace Venanzia?
    E se ciò mi fosse costato una serie di quanti lutti? E se ciò fosse stato un altro impedimento ancora e sostenere gli esami che mi rimangono, in grazia del vostro egoismo sì tristi per me? E credete voi, ch'io possa cambiare di cuore, come si cambierebbe di pelle? Ah no ... perchè se io pensassi all'Interesse ... ma io non ci penso ... e mi sarei sempre entusiasmato ugualmente dinanzi a Venanzia! ... Statemi sani.

    Lunedì 9 Ottobre 1871

    Ieri, alle ore 3 pomeridiane, mentre i miei erano alla Villa Tasca e sollazzavansi giocondamente, io entrava nella Chiesa de' Valdesi, qua a Torino, a cercarvi un conforto ed una speranza. Confortavami il pensiero che io ci vedessi professata la religione di Cristo pura, senza macchia d'Interesse e d'egoismo, qual'è la Cattolica Apostolica Romana ... né m'ingannai.
    Dopo tanto tempo che la religione m'era stata non più nel cuore esulcerato, dopo di aver passato un anno di dolori terribili, di tremendi disinganni, senza ch'io volgessi un pensiero a Dio ed esclamai: Oh pietà, pietà Signore! ... io ebbi là una forte esperienza, che nulla più della pietà è abile a far rifiorire la speranza.
    In quella chiesa, nuda di nocevoli apparati, solenne come il dì del giudizio; in quelle melodie, che s'alzavano al cielo accompagnate dal canto soave di pochi fedeli al Signore, in quella severità di culto, senza inchini, senza strisciamenti, senza comiche pose (come nel culto cattolico) senza inutili, per lo meno, apparati ... io ho compreso Dio ... Oh grazie mie' cari ... io fui salvo. Sentii la parola del Signore per la bocca di un eloquente ministro Evangelico. Trattò l'Esistenza di Dio provvidente. Erano tutte prove a me notissime e familiari: prove ch'io da molte settimane vo ripetendo al mio amico Casalegno che, volere o non volere, s'è incaponito ad essere Materialista nè vuole capacitarsi che i ragionamenti materialistici, quando vogliono squarciare il velo del trascendentale, non ragionano più, ma sragionano a rotta di collo.
    Eppure mi fu caro sentir riconfermata dalle parole dell'oratore, la voce della mia coscienza, mi fu caro l'udir risuonare salutarmente in quella Chiesa veramente Cristiana l'eco del mio cuore. O Dio! ... Io sono tuo.
    Alla sera ebbi invito di assistere ad una rappresentazione della società la Sorpresa ... andai ... e mi annojai. Si ballò ... e mi annojai. Io guardava alle coppie danzanti ed il frastuono e l'allegria di quei felici, mi suonava nell'orecchio: Dovunque il guardo io giro
    Immenso Iddio ti vedo,
    Nell'opre tue t'ammiro
    Ti riconosco in me
     
     
     
     
     
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    Carlo Leone Augusto PERUSSIA
     
    TORINO 1871-1872
    Una giovinezza in Italia

    Prefazione del curatore

    PARTE PRIMA

    Parte SECONDA

    Parte TERZA

    Parte QUARTA

    Parte QUINTA

    Parte SESTA

    Parte SETTIMA

     

     

     

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