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Mio fratello Giuseppe, dopo molti giorni
di aspettazione ha ricevuto un'altra lettera dalla sua Rosa.
Eccola integralmente:
Vercelli, 6 Ottobre 1871
Ognor più gentil Signore,
Come mi par lungo il tempo trascorso dall'ultima
carissima sua? Ed Ella che idee si sarà formata? Chi sa
quanti giudizi temerarii? Mi sarebbe proprio caro il conoscerli.
Ma sappia invece che, se tale aspettativa potè essere
alquanto indifferente per Lei, fu per me un vero e ben duro sacrificio,
poiché conoscendo la rara sua gentilezza nel rispondere
subito alle mie espressioni, non potevo, come non posso, permettere
che, dopo una continua occupazione durante il giorno, come mi
notificò nella carissima sua, fosse ancora costretto alla
sera, unico tempo di sua ricreazione trattenersi occupato per
me, come appresi dall'ultima scrittami nientemeno che alle 12
pomeridiane. E come posso io avere il coraggio di scriverle tanto
sovente, conoscendo tanto più la sua amabilità
di rispondermi, non appena ricevuti i miei miseri caratteri?
... in verità non so, e quindi son costretta mettere
in pratica il proverbio e fare di necessità virtù.
Persuasa quindi, che nessuna sinistra idea avrà
offuscata la serenità del suo spirito e mio riguardo,
Le rinnovo le mie scuse, pregandola a volermi più scoraggiare,
se tale silenzio fu bastantemente prolungato. Ebbi in questi
giorni la dolce sorpresa dell'arrivo di mio fratello, che, stanco
della vita militare, se ne viene a godere un pochettino le delizie
di mia famiglia. Con non poca mia sorpresa ricevetti la scorsa
settimana una lettera da Vigone dalla signora C ... dove mi domandava
se Ella mi scrisse (!) essendole stato riferito che Lei aveva
chiesto il mio indirizzo a Vigone. Le risposi subito; a tutte
le domande inviai adatta risposta ... a quella ... feci nessun
cenno ...! Non so, se agii con prudenza, o come, per cui nella
desiderata sua risposta
sia tanto cortese da darmene un consiglio.
Qui abbiamo un bel tempo, rinfrescata si
è molto la temperatura, credo che costì sarà
lo stesso; vengano presto le serate d'inverno, che offriranno
campo a Lei di maggiormente divertirsi, e così sollevarsi
un poco dalle troppo continue occupazioni. Per conto mio, a suo
tempo Le darò minutamente ragguaglio del come tratterò
e inverno e Carnevale.
Novità sanitarie eccellenti, ho viva
speranza che tanto di Lei, quanto della gentilissima sua famiglia
saranno le stesse. Si ricordi che mi attengo alla sua promessa
e attendo sempre la lettera che mi dica sono da lei ...
Avrei tante altre cose a dirci, ma la convenienza non me lo permette;
quindi per non caderci è meglio che termini questa mia,
e Lei riceva tanti saluti dalla mia famiglia ed un caro saluto
unito a una buona stretta di mano dalla affezionata
Rosa
Venerdì ore 10 sera
Ho fatto la risposta per mio fratello, cercando
di evitare quei lacci, che la scaltrezza della cara signorina,
ha teso al mio povero innamorato. Tutte quelle domande di consiglio,
quel dire poco e lasciare intendere molto ... sono tutte arti
sopraffine messe in opera da Lei, per venire ad una schietta
spiegazione: ciò che mio fratello non vuole assolutamente.
E fa benissimo, essendo uomo del secolo, che guarda all'Interesse,
e in nome di questo agisce con prudenza. Ma ecco la risposta:
Pregiatissima Signorina,
Giungo or ora da una vicina città,
a cui mi convenne recarmi per ragioni d'ufficio ... ed ho la
grata sorpresa di trovare finalmente sul tavolino una sua risposta.
No, non fu indifferente per me il tempo trascorso dalla mia ultima
alla sua risposta: tanto più che quell'indugio mi teneva
in forte apprensione, che non fosse ammalata: chè certo
io era ben lungi dal temere una sua subitanea dimenticanza. Ma,
la Dio mercé, Ell'è fiorente di salute e di giovinezza:
ed ecco che questa grata novella mette in fuga ogni mia passata
inquietudine, e mi offre modo di ringraziarla ... o rimproverarla.
Si, o Signorina, di rimproverarla, ch'Ella abbia pensato mi fosse
d'aggravio lo scriverle sovente, dopo le mie giornaliere occupazioni;
mentre che ciò è per me un gratissino trattenimento,
una ricreazione quanto mai desiderata. Dunque se le piace, mi
scriva pure più spesso, e non si curi dell'ora tarda in
cui possa per avventura risponderle: ora del resto convenientissima
a restringermi in dolce meditazione ed ispirarmi a soavi sentimenti,
acciocché non le paja indegna la parola ch'esce spontanea
dalla mia penna. Passando ad altre cose, le dirò, che
io chiesi il suo indirizzo a Torino, e non a Vigone, e ciò
per inviarle il libro sul Cenisio, prima che avessi avuto la
fortuna di ricevere una sua lettera: in quanto alla domanda,
che le fa la signora P ... si comporti, come le pare più
conveniente. Anche qui è fuggito il gran caldo dei giorni
scorsi, e Torino comincia a ripopolarsi delle famiglie, che avevano
cercato la freschezza delle villeggiature.
Anch'io desidero di poterla presto ringraziare
di mia presenza della confidenza che ripone in me: ma finora
ciò mi è materialmente impossibile; sia perché
la mia professione mi tiene legato continuamente, sia perché
ho timore di non abusare così della sua gentilezza.
Noi tutti stiamo bene di salute: tale si
conservi Ella pure, ed intanto s'abbia tanti saluti e ringraziamenti
Dal suo Distinto
G.P.
Torino 10 Ott. 1871
Mercoledì 11 Ottobre 1871
Ho saputo dai miei che oggi è giunta
la famiglia Tasca dalla loro villeggiatura.
Miei cari! se foste ancora rimasti alcun
tempo a Revigliasco, sì ch'io potessi sostenere in pace
i famigerati esami di Licenza, mi avreste fatta veramente una
opera di benefica carità. Ma ... così è
scritto ... pazienza!
Giovedì 12 Ott. 1871
Decisamente io non posso aver requie una
settimana di fila. Oggi, alle 5 pomeridiane, mentre era sotto
i Portici di Po e favellava tranquillamente con mio amcicissimo
Merlo, delle questioni sociali, che campeggiano oggidì
in tutta Europa ecco ... che volgendomi ad un tratto a sinistra,
veggo passarmi appresso la sig.ra Pellizza, la mia sig.ra Tasca
e Venanzia. Si fecero tutte e tre del color di porpora. Io salutai
sorridendo e tirai avanti.
Questo incontro mi ha fatto un gran male.
Mi trovo nuovamente solo, nel deserto di questa vita.
Se Iddio conoscesse i dolori che mi fanno
provare questi intoppi oh certo egli terrebbe lontane da me quelle
signore.
Eppure questo non è da sperare. E
dovrò io ritornare a' miei sogni? ... e come non potrà
ciò avvenire, quando mi basta appena rivederle un lembo
della veste, che tutta si riaccende nel mio cuore quella fiamma
che io credeva spenta?
Se io potessi odiare Venanzia, sarei salvo:
se io potessi almeno detronarla nella mia stima, comincerei a
sperare ... ma, nulla di tutto ciò, che vale il negarlo
a me stesso? ... sento ch'io l'amo sempre disperatamente.
Voglio sperare che Iddio avrà compassione
di me, e che terrà lungi dalla mia disperata giovinezza
quella donna!
Da quel che ho potuto vedere oggi, Ella
è in buonissima salute, fresca come una rosa, che sbocci
in sul mattino, ardente di brio e di soave innocenza ... è
sempre Lei ... la donna dei miei sogni, la mia disperazione ...
Eppure, io non devo più amarla, in
nome della patria, del mio avvenire, dell'Umanità; io
non debbo sprecare le mie forze ed il mio ingegno in lotte
troppo affannose, senza speranza, senza conforto. Quindi, coll'aiuto
di Dio, farò violenza a palpiti rinascenti nel mio cuore
... guai al primo battito!
Ho confidenza in Dio, che vorrà togliermi
alfine dal seno una fiamma ardente che mi lacera i visceri e
Lui adoro nella sua volontà. O Signore, se è possibile,
quest'ora di delirii disperati passi oltre di me: trasporta via
da me questo calice amarissimo! ... O Padre mio Iddio ... pietà!
Venerdì 13 Ott. 1871
Oggi ho passato una giornata quieta. Non
incontrai sotto i Portici la famiglia Tasca, e ne rendo grazie
infinite a Dio, che la ha ispirata a venire in quel tempo (dalle
4 alle 5 1/2) a casa nostra. Io era lungi dalla mia cameretta,
e, grazie al cielo, non corsi il pericolo di rivederle. Intanto
Iddio le prosperi ... ch'io per la centesima volta, do loro
il mio perdono e la mia assoluzione, e prego
la Provvidenza di non prendersela amara contro la mia gentilissima
cugina, che l'ha calunniata, addossandole parte del male ch'Ella
fee a me.
Se Dio ascolta la mia preghiera, e non isdegna
nella sua infinita giustizia, la mia generosità, debbe
alfine perdonarLe l'Interesse e la sua famigerata Provvidenza.
Intanto, finché mi staranno lungi, io sarò tranquillo
... e credo, fra poco, avrò già forse aquistate
le forze per rivederle e non sentirmi scuotere ogni vena.
Anzi, se mi posso fidare del mio coraggio,
la prima volta ch'io le veda, voglio muovere loro incontro col
sorriso sulle labbra, con gli occhi sfavillanti di contentezza,
e voglio chiamar loro novelle della salute. Forse la mia cara
Signora dell'Interesse sarà stupita della mia generosità.
O Iddio! tienle così lungi ogni rimorso?
Domenica 15 Ott. 1871
Vengo or ora dalla Chiesa Evangelica Valdese,
dove assistetti alle funzioni religiose. Ne fui commosso ed ebbi
volontà di farmi iscrivere fra gli iniziati alle Lezioni
serali, e così abbracciare prestissimo la loro vera religione:
mi tenne lungi un solo e pensiero: quello de' miei esami che
cominceranno domani e mi tolgono il tempo di assistere convenientemente
a dette funzioni religiose. Ma, appena finiti questi esami, io
sarò tra i Protestanti: perché l'indifferentismo
e l'ipocrisia religiosa, celati sotto il manto delle cerimonie
della Chiesa cattolica, mi stomacano: ed io voglio avere ad ogni
costo una religione, e tale che mi rinnovelli, mi spinga ad amare
Dio ed il prossimo e mi conforti nei miei dolori. Oggi si trattò
del Perdono di Dio. Intanto domani cominceranno i miei esami
di Licenza Liceale, grazie agli stupidi programmi governativi,
che mi obbligano non solo a ripetere le prove fallite, ma sì
ancora tutte quelle che mi riuscirono felicemente.
Io ho fatto quanto fu umanamente possibile:
ho procurato di scordare i disinganni, i dolori, che mi hanno
atterrato; ho tentato di svincolarmi dalla funesta passione,
che mi torturava: tutto ciò, ch'io poteva, ho posto in
opera per dimenticare il passato, e studiare lingue e Scienze.
Dio sa i dolori che a ciò ebbi ha soffrire; Dio solo,
che vede il cuore de' suoi figliuoli e ne rimargina le piaghe
amorosamente col pensiero di lui.
A Lui solo adunque mi rivolgo, persuaso
che ascolti la voce del suo Augusto: Proteggimi, o Dio, e fa
ch'io subisca bene i miei esami. Se io ho fallato per l'addietro,
sarò per l'avvenire quale tu mi desideri: e tu non negarmi
la tua benevolenza, e fa ch'io esulti alfine da' miei acerbi
dolori. A Te, o Dio!
Lunedì 16 Ott. 1871, Ore 4 pom.
Sono appena trascorsi pochi istanti, che
io sono ritornato dal R. Liceo Cavour, dove feci stamane l'esame
di Letteratura Italiana. Non è a dire che la noja, che
mi venne, nel dover ripetere un esame, che mi era riuscito ottimo
la prima volta: e tutto ciò per le stupide leggi del nostro
governo. Ma per buona ventura
Ogni cosa mortal pazza e non dura, ed un
giorno avverrà che siano scacciati dal Ministero quegli
sciagurati, che della Pubblica Istruzione fanno monopolio ...
e in quel dì le cento città d'Italia esulteranno,
e risplenderà di nuova e fulgentissima luce la stella
di Mazzini.
Ebbi da svolgere un tema difficilissimo.
Del giudizio dei posteri e dei contemporanei: e grazie al cielo,
me ne sono tolto d'imbarazzo, spero, per l'ultima volta. Ma,
a ciò, ho bisogno dell'aiuto di Dio, e lui prego nuovamente,
che mi tenga sul capo la sua santa mano: acciocché io
possa alfine esultare. Ho confidenza in Dio, e per lui nutro
fiducia de miei trionfi. Che lo strale del disinganno non abbia
ancora a passarmi un'altra volta il cuore. Ma, o Dio ... sia
fatta la tua volontà.
Intanto, il pensiero che, se riesco a strappare
il Diploma di Licenza Liceale, io mi sono impadronito del mio
avvenire, mi spinge a studiare con nuovo ardore.
E se nelle lotte collo spirito e la stanca
materia, io sento un vuoto immenso, né più vedo
brillarmi sul capo la stella confidente dei miei sogni ... ebbene,
facciamo offerta del mio cuore, che Iddio ha così voluto,
forse per mio ammaestramento e per premunirmi dalle fatali seduzioni
della bellezza.
Una sola cosa mi tormenta ancora, riguardo
a Lei: ed è che per avventura Ella non mi abbia amato:
perché allora io sarei ben più infelice. Ma, certo,
Ella non m'ha mai amato ... altrimenti non sarebbe così
fiorente di salute, con rosei colori, ed una pinguedine, che,
a quanto dicono i miei, è veramente eccessiva. Povera
bimba! E sì, che l'amore le avrebbe lacerato le membra
e fugato i rosei colori, ed il brillar delle pupille soddisfatte:
almeno così ha fatto con me.
Ma, ogni minuto, è un punto guadagnato:
onde io tralascerò per oggi da queste note ... e mi raccomando
al Signore!
Martedì 17 Ottobre 1871
Domenica, mentre mi avviava alla Chiesa
dei Protestanti, ho trovato in via Carlo Alberto un cartoccio
contenente L. 7.90 in biglietti ed alcune monete di rame.
Fui sollecito a consegnarle alla gazzetta
Piemontese, la quale pubblicò nelle sue colonne. Vedremo
chi si presenterà. E chi sà? se non tenteranno
truffarmi?
AVVISO - Chi avesse perduto una piccola
somma domenica scorsa, si rivolga al
signor Augusto Perussia, studente, via
Cernaia, n. 22, piano 1°, il quale è
pronto a restituirla dietro le
necessarie indicazioni.
Mercoledì 18 Ottobre 1871
Se lo dicevo! Questa mattina si è
già presentato un (1) uomo, con un volto scuro, scuro,
bruttissimo.
Diceva di aver perso 18 o 20 lire in Piazza
Vittorio Emmanuele! Io non volli insistere a domandargli se non
sapeva precisa la somma smarrita; perché non si trattava
di tanto.
Tuttavia, temendo che non avesse tentato
di cogliere nel segno per truffarmi, gli ho detto di aver trovato
2,10 in via della Provvidenza. S'egli è un birbone, certamente
invierà qualcuno a domandarmi tale somma, ed io, chiedendogli
di colore era il porta-biglietti, lo acchiapperò nella
trappola.
Egli m'indicherà un colore: ed io,
facendogli conoscere che scoperta ho la sua truffa, lo accomoderò
per il dì delle feste.
Mio caro! Io non ho trovato tale somma quale
ve l'ha indicato il vostro compagno di galera, e non in un porta
monete ... e giù di questo passo. Vedremo.
E un altro (2). E' un signore vecchio, vestito
civilmente, pieno di gentilezza e di bonarietà. Comincia:
"Ho visto ier sera sulla Gazzetta Piemontese ch'Ella ha
trovato una piccola somma. Io sono venuto a chiederle se per
caso l'ha rinvenuta nello Imbarcadero di Rivoli (!): saranno
stati 15 franchi in un Portafoglio.
Mi rincresce, signore, che ho trovato in
via della Provvidenza! ... E gli contai lo stesso tranello per
birboni!
"E pensi non sono poi sicuro che li
abbia smarriti: perché, a dirle la verità, mi sono
trovata la tasca tagliata ... " "Oh, gliele avranno
rubati di dosso!" "Già, ... scusi se l'ho disturbata"
"Oh, niente, niente" e gli apersi la porta, esclamando
Poverino!
Ed un terzo (3): Un signore di circa 50
anni, quanto mai educato. Ha perduto 100 franchi. Mi raccontava:
"Ieri sono andato alla Posta a prendere una lettera. Tirai
fuori di tasca il porta-biglietti per pagare la tassa d'affrancamento;
ed in questo mentre mi avvidi di due, che gironzolavano d'attorno.
Io non feci caso e mi avviai al Caffè della Lega. Dopo
alcun tempo, esco di là e vo nuovamente alla Posta per
farmi fare un Vaglia, di cui m'era scordato. Ma quando cerco
i 100 franchi nel portamonete, non li trovo più. Forse
m'erano caduti a terra ...
"Ah signore! Non si tratta di tanto!
Ho ritrovato soltanto 2 e qualche centesimo. Scusi ... io non
credevo già di essere il fortunato, che sarebbe stato
legato alla sua onestà ... Mi saranno caduti ... e quei
bricconi li avrannopresi ..."
"O li avrà perduti al Caffè
della Lega" "Già ... scusi nuovamente il mio
disturbo. La riverisco ..." ... Ed andò profondendosi
in inchini. Avanti, che si avanza ancora?
Questa mattina se ne sono già presentati
tre. Ora sono le quattro e si fa avanti
Un quarto (4). E' un giovane, mezzo stupido
e per metà sospettoso, carattere dei gonzi; che per non
fidarsi di loro stessi, non si fidano né pure degli altri.
Ha perduto 51 franchi, ma non Domenica scorsa,
ma sono già molte settimane. Se non fosse dell'avidità
e di quella benedetta speranza, che certo gli avrà già
fatto luccicare innanzi il suo argento, ovvero i suoi biglietti
di banca ... io sarei tentato a dargli il gentil appellativo
d'imbecille.
Siccome io non ho la fortuna di aver trovati
i suoi antichi denari, lo lascio andare, mesto e languente come
un cane bastonato.
Oh! Quint'essenza della più sopraffina
furberia!
Un quinto (5). Evviva l'abbondanza! E' proprio
il caso d'esclamare.
E' un vecchietto, parla il Piemontese frammischiandovi
qualche barbarismo lombardo. Siccome io non c'era, perché
stanco di queste processioni, era uscito di casa ed andato a
respirare una boccata di aria ossigenata, mio fratello Vittorio
gli ha detto di passare stassera alle ore 7. vedremo, che cosa
mi saprà dire anche costui. Intanto mentre passeggiava
sotto i Portici, ebbi ad incontrare la sig.ra Tasca, sua figliuola
Venanzia, ed il cugino Leonardo Crodara-Visconti.
Venanzia mi fece un sorriso a quattro passi
di distanza, la sig.ra cugina arrossì come un pomo granito
... ed io tranquillamente feci un esagerato saluto e passai oltre
senza rivoltarmi indietro.
Imperocché racconta la Bibbia, che
la moglie di un cert'uomo, credo si chiamasse Loth, mentre fuggiva
da un incendio, volle rivolgersi addietro, malgrado le proibizioni
severissime di Dio ... e tosto divenne come una statua di sale
...
Io parimenti non avrei voluto divenire di
sale, cioè stare nuovamente per morto, a causa di un'occhiata
furtiva, che m'avesse lanciata per avventura la mia Venanzia,
malgrado le proibizioni dell'Interesse.
Perciò feci benissimo a non rivolgermi!
e ringrazio Dio, che mi fece assistere tranquillamente a codesto
incontro.
E Dio le prosperi!
E' tornato quel vecchio. Dice di aver perduto
un portafoglio contenente 2 franchi e 1/2, una firma del Lotto
Pubblico ed alcune memorie.
Non è ancora lui il fortunato ond'io
lo lascia andare mogio, mogio, mentre si profonde in mille scuse.
Un sesto (6). Sono le 8 di sera e suona
il campanello. Io sento il cuore balzarmi in seno dell'allegrezza
e del piacere ... Sarà alfine qua l'avventurato? - Apro
e si fa aventi un uomo, vestito di mezza livrea, col berretto
in mano, imbarazzato come un pulun nella steppa.
Ha perduto un portafoglio contenente varii
biglietti e qualche liretta in rame. Però non mi specifica
la somma. Pertanto io gli chiudo l'uscio alle spalle, soddisfattissimo
di tormi dalla vista quel tanardo, e truffatore. Credo e spero
che con costui si chiuderà la serie dei pellegrinaggi
... almeno per questa sera.
Giovedì 19 Ott.
Oggi ancora sono venute due persone a chiedermi
s'io per caso avessi ritrovato ciò ch'essi dicevano di
aver smarrito: le ho rimandate, perché non erano i possessori.
Venerdì 20 Ott.
Continuano gli esami di Licenza Liceale.
Sabbato 21 Ott.
Oggi ho fatto il lavoro di matematica e
mi è riuscito splendidamente - grazie al Signore Iddio
- oh continui a sorreggermi, ed io sono salvo.
Intanto stassera ho rivisto Venanzia e tutta
la famiglia Tasca, sotto i Portici di Po. Li ho salutati, e tirai
avanti, senza rivoltarmi addietro. Forse sono guarito ... e per
sempre. Grazie o Dio!
Domenica 22 Ott. 1871
Da qui a tre giorni, addì 29, io
avrò da sostenere gli esami orali. Sono preparato a tutto,
ai dolori, ed alla gioja: perché ho confidenza in Dio.
Egli solo è mio Signore, ed io debbo
accettare la sua volontà provvidenziale. Egli mi ama ed
egli procurerà il mio bene: perciocché anche dal
male egli tragga vantaggio e virtù per coloro, che l'hanno
nel loro cuore.
Lascia, o Dio, ch'io ti rivolga un'ultima
preghiera. Io mi trovo in un punto terribile: o di essere promosso,
ed esultare e bedirti; o di piangere ancora lagrime di sangue.
Oh! Dio, tu che facesti sì, ch'io
ritornassi a Te, mio solo conforto, unica mia speranza su questa
valle desolata, fa ancora che stia lungi da me l'amaro calice
del disinganno.
Ecco, ch'io mi prostro a' tuoi piedi e ti
adoro. Tu hai rivelato per bocca di Cristo Gesù la tua
volontà e la tua benevolenza con queste parole: "Ora,
quando farete orazione, non usate soverchie dicerie come i pagani:
perciocché pensano di essere esauditi per la moltitudine
delle lor parole.
Non li rassomigliate adunque: perciocché
il padre vostro ha le cose di che voi avete bisogno innanzi che
gliele chiediate"
Nelle tue mani adunque, o Signore, io rimetto
il mio avvenire: tu sai, che strappato il diploma di Licenza
Liceale io potrei rinnoverarmi da capo a fondo, e diventerei
tutto tuo; tu sai, ch'io allora potrò fare bene a quegli
stessi che mi odiano; potrei amare la mia patria di un sacro
entusiasmo; sarei alfine libero e signore del mio avvenire ch'io
volgerò in bene. Adunque, o Dio, se ami il tuo figliuolo,
fa ch'io sia promosso, fa che il tuo nome io possa benedirlo
e mondo e salvo da' miei dolori, io innalzi al cielo alfine l'esultanza
del mio cuore!
Lunedì 23 Ottobre 1871
Mi restano ancora due giorni. Stassera studierò
sino alle 2: così pure domani a sera; se anche non passerò
la notte. E' un ultimo sforzo, con cui tento digerire l'immenso
programma per gli esami di Licenza Liceale ... e se Dio m'aiuta,
io sono salvo. Coraggio adunque.
Oggi ho rivisto Venanzia con sua mamma sotto
i Portici di Po. A vederli mi venne un pensiero ed un sospiro
al cuore: Ah! s'Ella non avesse voluto non intendermi! Se io
avessi un avvenire dinnanzi, quale lo sognava!
Almeno io mi presenterei Mercoledì
confidente e col sorriso sulle labbra agli Esami! Io sarei sicuro
di me! E quel poter dire: Da qui a quattro anni io ti sposerò
... Ah cugina, conosco nuovamente il gran male che mi hai fatto.
E pensare che tu a vedermi mi guardi quasi con ira, con fastidio!
Pretenderesti forse ch'io rinunziassi all'unico sollievo della
Passeggiata, appunto perché ci vai tu?
Ah no cugina! Sul tuo altare ho sacrificato,
ho fatto offerta del mio avvenire e tu hai spenta ogni mia speranza;
io ti offrii un'alba dorata, una continua esuberanza, un nido
d'amore, un paradiso per tua figliuola e tu mi hai rigettato
quasi ché io fossi indegno di sacrificarmi per voi. Ebbene,
ed ora vorrete ancora, ch'io rinunzi ad un unico sollievo, a
quel refrigerio che alle volte tra il frastuono dei passeggianti,
mi fece dimenticare tante cose? Ah no cugina! Iddio, che conosce
i miei dolori, mi comanda di obliare al passato, per ridiventare
utile all'Umanità, ed a ciò fa d'uopo ch'io leva
un'ora di oblio fra gli amici, tanto più alla Vigilia
di avere forse un ultimo disinganno per causa vostra.
Martedì 24 Ottobre
Mi restano forse non più di 12 ore,
ed io dovrò presentarmi agli Esami di Licenza Liceale.
Non posso star fermo ... avrei voglia di correre fra gli amici;
perchè nello studio io mi sento spossato ... è
inutile ... non ispero più ... Ho una sola cosa che mi
tiene fermo al tavolino ... il sentimento d'Iddio. Egli, che
sa già a quest'ora il mio avvenire ... e vede il mio accasciamento.
Oh! E' terribile avere dinanzi un avvenire sfruttato, il pomo
di Tantalo e non potervisi gittare, ed essere lacerato da un
segreto affanno che forse non sia vano ogni sforzo! ... Mi manca
il tempo, mi manca la volontà ... Oh Dio! Tiemmi su. Fa
ch'io dimentichi per queste ore che mi rimangono un passato funestissimo
di dolori e disinganni: fa ch'io sia promosso.
Dover sostenere 7 esami, tutti immensi,
comprendenti gli elementi di tutto lo scibile umano! E tutto
in una mattina! ... Ho una febbre che mi amareggia questi ultimi
momenti. A te, o Dio, confido il mio avvenire, e s'è vero,
che tu ami coloro che hanno fede in te, sorreggimi e rendimi
salvo!
...
Sono così spossato! Sono triste,
come un sepolcro. Tutto tace nel cortile. Domani forse avrò
gli esami ... ed io ho tale confusione in capo! ...
Oh Dio! io non sarò promosso! Nessuna
speranza, nulla ... Oh cugina! ... Oh Dio, pietà, pietà
di me ... Ma Dio ... Dio santo!
Mercoledì 25 Ottobre
Sono le 11 antimeridiane; vengo ora dal
Liceo Cavour, dove ho sostenuto i quattro esami versanti sulle
Lettere e Storia. Fui promosso in tutti. Grazie a Dio! Io ti
ho implorato e nella tua fede io ho vinto. Oh grazie! . Mi sorreggerai
tu ancora? Potrò strappare il diploma di Licenza Liceale?
Mi restano tre esami ... li sosterrò domani ... Oh Dio!
Tienimi la tua santa mano sul capo, acciocché io sia forte
abbastanza a queste prove terribili! Fa ch'io sia promosso anche
nelle scienze! E dire che ieri sera disperava! ... Oh perdona
o Dio, io credeva che tu avessi disposto i fili della tua Provvidenza
in modo ch'io avessi ancora a soffrire! Oh Dio! sarò promosso?
Oggi studierò intensamente ... e poi decidi tu, o Signore,
del mio avvenire!
E' notte ... tutto tace ... la mia anima
è accasciata sotto il peso di un segreto affanno ... forse
un presentimento ... di un altro terribile dolore! Ah! Mio Dio!
Forse domani il verbale sulle Matematiche mi fallirà!
... Oh Dio! E sarò rimandato? Ah Signore! ... Perdona
... io dispero. Ah Signore! Tutta l'amarezza dei dolori passati
mi pesa sull'anima tremendamente,. Ah pietà, pietà
di me ... Ajuto ... Soccorso, ma Dio ... Dio Santo ... oh lungi
questo tedio della vita! Ah mio Signore!
Giovedì 26 Ottobre 1871
Alfine son calmo. Gli esami sono compiuti.
Vedrò domani il risultato. Que' di fisica e Storia naturale
mi andarono bene ... ma quel di matematiche ... dio Santo! qual
tortura! Dover rispondere per un quarto d'ora sopra le Riduzioni
degli Archi al primo quadrante, e Funzioni Circolari, e Algebra,
e Geometria e Trigonometria ... mi vien male, sol ch'io ci pensi
a quell'esame sciagurato. Ho risposto ben poco, e non istupirei
certamente se mi rimandassero per questo verbale ... dico che
non mi stupirei ... perché ... perché io son fatto
per vivere addolorato ... ed unica consolazione, unica speranza
mi resta la religione.
O Dio, tu sai ch'io ho sentita la tua voce
nella desolazione della sventura, sai che ho risposto al tuo
invito e mi sono schierato sotto le tue ali incontaminate, adorandoti
nella tua creazione e nella preghiera solitaria della mia cameretta.
Ti ho richiesto di farmi promuovere ...
ed ora ridomando questa grazia ... Oh spira al cuor del prof.
Ing. Accilio Quiri un senso di bontà; sì che non
voglia rovinare il mio avvenire, per un voto d'idoneità
nelle Matematiche. Avrò da sperare?
Sabbato 28 Ott.1871
Finora nulla sui miei esami. Si va già
buccinando d'ingiustizie, di sozzura e che so io fatte per parte
dei professori parziali ... Queste voci prendono consistenza.
Io forse sarò rimandato. Ebbene, signori professori, ci
rivedremo in qualche opuscolo pubblico!
Io non tollera le offese alla giustizia,
e Dio m'impone di esserne l'accusatore ... e lo sarò.
Temete, o pigmei infami, e tremate.
Domenica 29 Ottobre
Questa mattina ho trovato Venanzia a S.
Filippo. Sono uscito presto di chiesa. Ma, nel venire a casa,
le ho incontrati dinanzi a S. Teresa.
Per non parere ineducato e per rompere una
volta alfine il ghiaccio, le ho salutate, mi fermai a chieder
loro nuove ... Non si può dire la tranquillità
con cui mi dispostai, sorridente ed espansivo. La Signora Tasca
arrossì nel salutarmi e stringermi la mano, e si mostrò
arcicontenta che finalmente fosse cessata tra noi quella freddezza
che pareva regnasse dopo il triste accaduto.
Nè qui finisce il tutto.
Ho passato la sera al Teatro Alfieri, nel
camerino della simpatica artista Rosa Rosano, insieme a mio fratello
Giuseppe, la madre Rosano, la vecchia Mirano ed una quarta donna
giovane ed artista cugina della Rosano.
Giocammo a frico, giuoco di carte nojosissimo,
se si togliesse la compagnia divertente. Ho visto che la Rosa
è innamorata di mio fratello, il quale a vicenda, dimentico
dei sospiri di Vercelli, sospira per questa simpatica ed ingenua
bruna.
Ha sguardo penetrante e malinconico, voce
soave e velata di una certa voluttà, che ti penetra carne
ed ossa, e mi fece venir le lagrime agli occhi: e da quanto mi
ho potuto persuadere, è sincero l'amore, che porta a mio
fratello.
Intanto mi sono impegnato di scrivere una
Commedia piemontese, e la scriverò. Oh! se potessi incominciar
bene la mia carriera! ... Voglio scrivere una Commedia patetica,
come un'armonia d'arpa notturna e strappare le lagrime dagli
occhi agli spettatori.
Così ecciterò una salve di
applausi ... e viva l'Arte e l'Amore!
Martedì 31 Ottobre
Sono rimandato, a cagione delle Matematiche.
Non posso ringraziarne Dio. Ringrazio invece la Provvidenza di
mia cugina, che ha veramente provveduto ... alla mia rovina,
s'intende.
Sui miei dolori sarebbe vano aggiungere
una sola parola.
De profundis ad te clamavi, Domine e tu
non mi hai ascoltato, e tollerasti che cuori corrotti e venali
mi rovinassero infamemente.
Io non dico né pazienza, né
grazie: perché a' miei persecutori rivederò le
bucce ben bene, e a Dio offro i miei patimenti come pegno della
mia perfezione morale.
E' veramente doloroso, che s'abbia ad acquistare
una ben triste pratica di questa vita, con ripetuto avvicendarsi
di lagrime e disinganni: eppure, sento che queste profonde angoscie
rafforzano lo spirito potentemente, e che non v'ha dardo il quale
ferendo il cuore non insegni la vanità di codesto mondo.
Intanto io mi contento di palpeggiare le
mie piaghe ... e rido ... ah ... ah ...
Ho molto sofferto al Campo Santo di Torino,
ho molto pianto sulla tomba di mia madre. Sopra la terra, che
copriva la salma di lei, ho scritto con fiori il nome purissimo
di lei: Angela. E molto ho sofferto.
Sulla tomba di mia madre, io ho rimembrato
che se un mistero è la vita, un ben più recondito
mistero è la morte, ed ho scagliato un'accusa contro quella
forza che mi privò d'ogni conforto, col rapirmi la mamma.
Crudele! Sarebbe stata più benigna se avesse ucciso me
in sua vece. Ho visitata ancora la tomba di mio Nonno Giuseppe,
morto pochi anni fa in età di 87 anni, e dinanzi all'avanzo
di lui, mi sentii compreso da un religioso silenzio.
Era tenebrosa l'aria, il sole nascosto,
quasi temesse di far troppo vivo contrasto a rischiarare quella
scena di dolore, ed un freddo acuto ti assiderava le ossa.
Chiusi gli occhi rattristato, e mi parve
che tutti quei morti si levassero minacciosi dalle loro sepolture,
e danzassero una ridda infernale. Ma tosto riapersi le luci,
e m'affisai in mia sorella, che stava componendo una corona sulla
tomba di mio Nonno ... e pensai a Mia Madre, sulla cui tomba
Ella ne aveva deposte tre, fatte di sua mano, con fiori artificiali.
Povera fanciulla! Anche lei senza la Mamma.
Oh! E' ben doloroso l'essere sì giovane
e non avere più in cuore una sola speranza! Non avere
una voce amica che ti conforti e comprenda l'infinita doglia,
che incombe all'anima mia desolata! E doversi ritemprare a forti
sensi, sulla tomba dei miei cari perduti per sempre.
Ho visto molte povere donne, prostrate sulle
sacre zolle di un loro parente, le ho sentite piangere, mormorando
una preghiera. Ah! benedette loro, che hanno il conforto della
religione, che offrono a Dio il martirio delle loro anime!
Ma per me è senza profumo la voce
della religione, e se non fosse che alle volte in qualche entusiasmo
giovanile, covando qualche speranza, io faccio fede di Dio, mi
converrebbe ormai disperare, maledire e morire.
E' l'unica via, che salva dall'abbattimento
morale: ed è perciò forse, ch'io v'amo tanto, o
sepolcri! del resto, la mia vita m'è ormai sì indifferente
che nulla più mi soddisfa. L'amore mi concede pochissime
attrattive ... perché mi ha dato troppo dolore ed ha rapito
il profumo delle mie esuberanze giovanili per riversarlo sopra
cuori o indegni o indifferenti. L'unica sete che mi divora, è
il furor di un nome ... Morire sì e presto ... ma morire
immortale! ... Ecco la speranza ultima, che rimane di tutto il
sogno della mia esistenza.
Tornerò alla Tomba di mia madre,
e là tenterò di creare ... un idillio ... una nota
d'amore artificiale, è vero, ma potente!
Giovedì 2 Novembre 1871
Ieri sera, nel seno di mia famiglia si fece
la festa d'Ognissanti, cenando a castagne, a dolci ed a Marrones
Glacés. Invitammo Merlo ed Edoardo, il quale, dietro preghiera
di mia sorella Rosalia, addusse pure sua Venanzia.
Fu questa un'imprudenza, da parte almeno
della signora Tasca, che avrebbe dovuto credere che io non sono
una banderuola, che giri ad ogni vento che m'investe, cambiando
direzione ad ogni ora. Confesso, che, a vederla, mi venne una
stretta al cuore; ma mi ricomposi tosto, e procurai di mostrarmi
allegro e sorridente durante il tempo ch'Ella fu con noi.
Ma dovetti fare non pochi sforzi violenti
per capacitarmi, che tutta la sua ingenuità, e quell'abbandono
nel parlarmi non sia tesoro del suo cuore, ma artifizio: ciocché
non lo posso ancora credere.
Intanto, non so che cosa pagherei per potermi
innamorare veramente di una giovane bellissima ed infelice, che
vedo tutte le Domeniche a messa a S. Filippo, dove io vado non
per imbevermi delle superstizioni dei preti, ma per tentare una
riconciliazione col Dio Ignoto ... e comincio a palpitare quando
sono lungi da Venanzia.
Se io m'innamorassi di quella giovane per
nome Corinna della famiglia Cutti-Caccia, e n'avessi corrispondenza
... sarei felice ... e sarei salvo dal mio amore per la Cugina.
Intanto ieri sera non ho fatto che lodare
la Corinna dinanzi a Venanzia e mi parve che questa si rattristasse
non poco ... Possibile che mi abbia amato e mi ami tuttora! Eppure
è troppo fanciulla e sono sicuro, che se le avessi fatto
una dichiarazione ne avrebbe avuto stupore e meraviglia; a meno
che non sia artificiale la sua ingenuità.
Intanto questa notte ho sognato Venanzia.
Fu un bel sogno il mio ... lo racconterò, come fanno i
bimbi con le loro mammine.
Dio mi perdoni, s'io offro troppi incensi
a questo idolo della mia fantasia, a questa Venanzia, ch'io ho
innalzato sopra un piedistallo di diamante.
Ma questa sarà forse l'ultima volta
ch'io mi rivolgerò a Lei e tenterò d'indovinare
il segreto del suo cuore. Per ora, mi basti il poter affermare
che, se ricordo con dolce mestizia, e dirò anche con disperazione,
il sorriso dei giorni passati tuttavia io ho già acquistata
non poca forza e sicurezza dinanzi a Lei; dimodoché non
temo più di bruciarmi le ali del pensiero, qual farfalla
attorno al lume, e se il cuore palpita, cessa tosto, dacché
Ella ha varcata la soglia della mia abitazione per avviarsi alla
sua dimora. Spero nel tempo, che mi farà un dì
riguardare al passato senza dolore, e fissar Lei in volto, senza
che una voce arcana mi parli al cuore sensi commoventi di melanconia
e d'amore. Ma, raccontiamo il sogno, che rallegrò questa
notte i miei riposi.
Non v'era che lei! Io m'avanzai col sorriso
sulle labbra e le stesi la mano affettuosamente:
Buon giorno, Venanzia, come la va!
Bene grazie ... E tu?
Anch'io.
Siedi qui ... e in così dire mi offriva
una sedia proprio dirimpetto a Lei.
Io mi assisisi ... e poi ... poi pensai
di farle quella famosa dichiarazione, che mi torturava, pensai
di rompere il ghiaccio ... ma il pensiero di averle a parlare
d'amore ... il pensiero che non fallissi nel mio intento ...!
Guardai attorno alla stanza, fissai Lei
... e mi venne meno l'animo.
Ma alfine trovai il bandolo della matassa,
e mentre intendeva esordire con un: Senti ... Ella, che mi guardava
sottecchi, senza raccappezzare la ragione di quel mio strano
silenzio e del mio turbamento, m'interrogò:
Augusto, come vanno gli studi tuoi?
Il ghiaccio era rotto, il sentiero tracciato
... ed io mi gettai a rotta di collo nel cammino.
Eh là ... non mi manca lena. Quest'anno
entro nell'Università, e l'anno venturo, la Dio mercé,
sarò Notaio praticante ...
Oh! ... e mi guardò con un sorriso
... Io mi sentii scorrere il sangue per le vene ed accendere
il volto ... Quel benedetto oh! di stupore e di meraviglia, mentre
mi fece piacere, mi sconcertò tutto il piano di battaglia
coll'interrompermi ... E chinai il capo in seno con aria imbarazzata,
ed ammutolii ... Anch'Ella tacque ...
Ma, quando, passati alcuni secondi, mi feci
forza ed alzai il capo e fissai su di lei i miei occhi ... ebbi
a trasalire ...
Il suo volto aveva preso un'espressione
melanconica e pudica; le guancie leggermente arrossate, gli occhi
languidi e vaganti quà e là senza direzione, il
petto ansante ... in questo frattempo era caduta la spilla, che
teneva legate le lunghe sue treccie brune e queste s'erano disciolte
sulle spalle, rendendola più poetica e bella ...
Io la guardai ammirato e rapito in mondi
ideali ... Oh! forse mi ama! ...
E già mi pareva di sfiorarle il volto
di un bacio purissimo e di chiamarla col santo nome di sposa:
e già mi pareva che uniti, sospiro a sospiro, petto a
petto, noi volassimo spaziando per le regioni del pensiero e
della felicità ... e vidi un nido d'amore, tutto sorriso,
tutta gioja, dove regnava eternamente la pace e la verità.
Questi pensieri mi balenarono come un lampo
... e come un lampo scomparvero ... Io mi trovai tosto nella
realtà ... Ella m'era dinanzi, sola, commossa evidentemente,
bella, divina ... e perché dunque non le apriva io il
segreto del mio cuore?
Eppure non poteva pronunziare quella benedetta
parola ... fu Ella che ruppe nuovamente il ghiaccio ...
Che cosa pensi, o Augusto? ...
Non so nemmanco io ...
Sorrise di nuovo ... e questa volta mi parve
ch'Ella irradiasse di luce sovrumana: avvegnaché quel
sorriso verginale avessele dato al volto un'espressione angelica
ed ideale. Potenza di un sorriso! ...
Esso fugò tutti i miei timori ...
Io pensai: possibile che quell'angioletta abbia il coraggio di
ridersi del mio sogno ... ella sì ingenua ed innocente!
...
E parlai, e come lave infuocate, prorompevano
le mie parola:
Penso al mio avvenire, a quel giorno che
io riceverò il premio dei miei studi: e questo avvenire
si presenta al mio sguardo ardente, come un harem continuo di
piaceri e di vittorie, e di poesia.
Nondimeno, credimi, o Venanzia, io non sono
felice. Io lodato, bramato da non pochi, io nel fervore di mia
giovinezza, non senza mezzi di fortuna, non brutto, non povero
d'ingegno ... io sono infelice. V'hanno ore tremende per me,
in cui l'anima mia sembra rotta, affranta, in cui il mio cervello
sembra impazzire, in cui la disperazione mi ribolle fieramente
dentro quest'anima desolata ... ed in quelle ore io maledico
la vita, io scaglio una maledizione contro Dio, e mi parrebbe
cosa più tenue un'eternità di malanni a paragone
dello sconforto che s'impossessa di me. In quegli angosciosi
istanti io cieco, brancolante dal dolore e dal bujo della mia
coscienza, cerco un porto a cui salvarmi, ed allora le mie mani
cadono ai fianchi ... Il posto c'è ... ma è lontano
... lontano ... Ah! come son terribili gli sconforti dell'avvenire!
In così dire brillavanomi gli occhi ... e Venanzia velava
di una lagrima il nero de la sua pupilla ... ed arrossiva quasi
vergognosa ch'io fossi consapevole della sua commozione.
In quella lagrima, che lenta le scendeva
dal ciglio, io vidi una speranza ... quindi proseguii con maggior
animo:
Sai dov'è questo porto? Questo porto
è in un vincolo casto e santo, di cui non arrossirebbero
gli angioli stessi, in un mutuo contraccambio di affetti e di
speranze, in un amore illibato. E chi mi fa desiderare questo
nodo celeste ... sai chi è? ... Se tu, o Venanzia ...
tu che con una parola puoi ridonarmi la pace del cuore e le perdute
speranze. E mi trovai ai piedi di Venanzia. Oh il lungo sguardo
di amore e di riconoscenza ch'Ella mi piovette sul capo esultando!
...
E quel ritrarsi pudico, e quella subitanea
mestizia che le tinse il viso d'uno splendor celeste!
Io mi passava una mano sulla fronte ...
ed impossessandomi di una sua bianca mano, continuai:
Oh dimmi una parola di conforto ... una
sola parola che riapra il mio cuore alla speranza!
Ella mi strinse la mano, si avvicinò
a me, ed appressando la sua bocca ad un mio orecchio, e sogguardandomi
amorosamente, stava per pronunziare la parola divina ... quando
... io mi svegliai nel mio letto.
Maledizione! Era un sogno! ... Non è
a dire il dolore, che mi venne all'anima quando m'accorsi dell'illusione
che finallora mi avea tenuto in sì liete speranze ...
ma tutto è finito per lei ... Oh povero cuore! in che
stato ti trovi! Povere speranze!
E' inutile ... a Venanzia non debbo più
pensarci e meno qualche avvenimento di non poca importanza, di
lei non debbo né intendo più occuparmi. Così
esaudisca Iddio il mio desiderio!
Venerdì 3 Novembre 1871
Ieri, alle 5, mi toccò di accompagnare
mia sorella Rosalia in casa Pellizza dove si facevano le feste
consuete in augurio di felicità ad un loro neonato, per
nome Ettore.
Oh! a vedere la felicità del padre,
Gustavo; a vedere il volto della madre addolorata dai forti dolori
del parto, cambiarsi tutto, raggiante di gioia e di entusiasmo
al pensiero del suo figliuoletto, della carne della sua carne!
Oh! certo, nulla più santo, nulla
più vago di gioia e felicità, che un connubio di
due Esseri avventurati!
Venanzia mi guarda sempre con una certa
titubanza, arrossisce alle volte, quasi non osa muovermi parola
... che ... quasi sarei tentato a credere che non le sia ignota
la mia passione. Certo, ho troppa sicurezza nell'Interesse di
mia cugina madre, che posso affermare che, se Venanzia sa qualche
cosa, non è già per bocca di sua mamma.
Non so ... ma a ricevere certi suoi sguardi,
certi suoi sorrisi, a vederla farsi melanconica ad un tratto,
se le parlo d'altra fanciulla ... si direbbe ch'Ella mi ama.
Ventura per me, che, se questa questione,
se questa domanda spinosa, altre volte mi faceva addolorare e
disperare ... ora posso trattarla ... non dirò con indifferenza
... ma con tranquillità di spirito se non di cuore. Ad
ogni modo, starò tutt'occhi e tutt'orecchi per iscoprirne
e saperne di più: perocché, s'Ella mi amasse, sarebbe
ingenerosità un mio rifiuto.
Domenica 5 Novembre 1871
Nulla di nuovo nella mia vita. Lungo il
giorno studio alla Biblioteca dell'Università, e leggo
con grande interesse la raccolta della Rivista Contemporanea,
comprendente 63 volumi. La mia più cara compagnia è
sempre quella dell'amicissimo Merlo, con il quale, se alle volte
ci bisticcio e satireggio, se per avventura cade il nostro discorso
in questioni religiose, tuttavia ce la passiamo in buonissima
armonia, quando fra noi si parla di cuore e non di mente. Io
comincio a ristabilirmi in salute ed a rilevarmi da quelle fiere
percosse con cui mi colpì una forza ignota e terribile.
Quest'anno, anche, malgrado la mala riuscita
degli esami di Licenza Liceale, io fo conto di frequentare i
corsi Universitari.
A ciò, mi farò iscrivere fra
pochi giorni al Corso per il Demanio, di cui posso far parte
in effetto delle mie felici promozioni nelle lettere degli esami
di Licenza.
Quindi rifarò per intero l'esame
di Licenza Liceale, l'anno venturo; e se, come confido, strapperò
quel maledetto diploma e potrò dare un calcio eterno a
quelle maledette Matematiche; allora, pagando le rispettive tasse,
farò mutare il Diploma del Demanio, con quello Notarile
... e grazie all'esame di Licenza Liceale, sarò notajo.
Forse comincerò sin d'ora la mia
pratica: ma di ciò m'intenderò con mio zio notajo.