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    Leone Augusto PERUSSIA
     
    TORINO 1871-1872
     
    Parte Sesta
     


    Martedì, 2 Gennaio 1872

    Un nuovo anno è incominciato ... Come mi trova quest'anno? ... Voglio fare un pò d'esame nella mia coscienza ... perciocchè primo fonte di civiltà e di progresso si è il Nosce te ipsum.
    In religione ... non credo al Dio dei Cristiani; ma bensì ad un Dio più libero, meno comprensibile, ad un Dio ... cui voglio onorare non con vane preci, ma col lavoro e col progresso in bene.
    In morale voglio libertà e non licenza, progresso suggellato dal motto divino: Excelsior, excelsior.
    Il mio carattere è ora ardente, appassionato, dolce, ardito, intraprendente, voluttuoso, disinteressato, disperato alle volte, talora pieno d'entusiasmo e rifiorente di speranze, bramoso di amore, di un'anima che lo comprenda, e tutti voglia accogliere dentro di sè i profumi e tutte le armonie misteriore del mio cuore.
    In questi giorni non desidero più la Morte.
    Per quanto infelice sia la mia esistenza, io cerco di vivere ... vivere per l'avvenire in cui ho fiducia.
    Verrà anche per me primavera!
    Mio scopo è la gloria. Mio fine è l'amore.
    Colla gloria tento d'innalzarmi un piedistallo su cui possa salire sino a Lei, ch'io amo tanto.
    Colla fama tento di conquistare il cuore di Venanzia.
    Nè con questa voglio più indugiare a svelarle il mio inestinguibile amore. Se non nascerà l'occasione, a ciò saprò ben io crearla.
    Avanti! ... Avanti! Excelsior!

    Venerdì, 9 Gennaio 1872

    Si avvicina il giorno, di cui mi approfitterò per determinare il mio avenire.
    Domenica ventura io fo conto di svelare tutto a Venanzia, di aprirle il mio cuore, farle risuonare nella sua anima ingenua l'eco del mio amore.
    Si avvicina quel giorno ... ed io sono pieno di fiducia nelle mie forze: credo ancora possibile un ritorno ai miei sogni ... spero con la ingenuità della giovinezza inconsapevole.
    E si che avrei ragione per non credere nella possibilità di effettuare il voto insoddisfatto dell'anima mia, che và gridando alla natura:
    "Amore, amore, amore; ho bisogno di amore, fede, entusiasmo, vita!".
    Eppure, quando mi fo a riflettere seriamente sui casi miei, mi coglie un tremito convulso, un affanno, che non so donde venga, presentimento di sventura o ... di gioia..
    Di Gioia?.. Folle ... Tu gioire?
    No, perchè hai avuto per dono dagli uomini e dalla natura un cuore affettuoso, un cuore vago d'affetti e di speranze ... e questo cuore ad ogni istante è calpestato, è misconosciuto: questo cuore che pure palpita per tutto ciò ch'è nobile e generoso, è rigettato pur troppo da più e poco men che deriso.
    Come sarà il mio avvenire?

    O Venanzia
    Chi avrebbe pur pensato ancora
    Che fosse possibile un risveglio
    Nel povero mio Cuore ?!
    O Angiola
    Che stai dileguandoti agli occhi
    Miei derelitti e tristi
    Addio - per sempre
    Pochi giorni or son passati che il
    Mio Cuore
    Sperava per l'ultima volta
    Nel tuo, nel suo Amore
    Era quello l'estremo lampo della Fiamma
    Mia
    Che si spegneva per sempre!
    Addio!
    Torino, 7 Gennaio 1872. Sera ore 11,30
    Leon Augusto Perussia

    Domenica, 7 Gennaio 1872. Ore 11 sera

    Mi accingo a scrivere, tremante, consapevole della tremenda decisione, che risolvo di prendere ... ma pure la mia volontà è irremovibile.
    Scrivo freddo, come si trova presentemente l'anima mia, uscita vittoriosa da un fiero combattimento, e timorosa ancora della verità di sua situazione.
    Quanto parranno diverse e amaramente tristi queste pagine, da quella che ho scritto or son cinque giorni.
    Quanti sogni svaniti! ... Tutto l'edifizio di gloria, che col mio fantasticare ho innalzato sulle ali di un santo amore ... tutto il mio avvenire legato e sogni, a illusioni tenacissime ... tutto l'estro l'entusiasmo dell'anima mia accesi e ardenti nella fiamma, che Lei mi faceva sperare per l'ultima volta ... ditemi, o poveri disingannati, dove siete?
    Perchè la Mente mia, che, dianzi, librandosi sulle ali dorate della fantasia e sorvolando nelle infinite regioni delle illusioni e delle sublimi speranze sognava ... ripigliava entusiasta la croce dell'amore, che un ben terribile risveglio le aveva involato... perchè ora la mia Mente è fredda, quieta ... benchè triste, stanca fino alla Morte?
    Povera Mente! Tu hai vinto una grande battaglia, e dinanzi alla veridica luce della tua spada fiammeggiante, mi cadde la benda dagli occhi, la realtà s'impossessò e tenne in freno il mio cuore ... ed io piansi ... piansi tanto ... ed ora esclamo: ... perchè così mutata in si poco andar di tempo ... perchè sì libero?..Oh s'io fossi salvo!
    E salvo sono finalmente, libero affatto dai miei sogni, e, grazie ai dolori passati, questo novello risveglio non è stato sì tremendo come quello dei dì passati.
    Per fortuna che mi sono risvegliato a tempo!
    In questo punto sono deciso ... io non devo più nutrire un palpito solo per Venanzia ... sono risoluto di sfracellare a terra quest'idolo di mia fantasia, risoluto di non rinnegare il passato, anzi di ringraziarlo, perchè m'ha fatto vecchio di esperienza a 17 anni! ...
    E pure era così bella cosa esser poeta e sognare, e cullarsi in sante illusioni, e custodire gelosamente le generose idee di un'anima solitaria ed entusiasta. Era si bella cosa!
    Tuttavia non cesserò di essere poeta, anzi, se prima poteva ancora sperare in una Musa ardente, estatica, la Musa della Fede e dell'amore ... ora tenterò coll'anima mia rinnovata le corde armoniose di una Musa meno splendida, ma più vera, meno ricca, ma più santa e generosa, la Musa del dolore.
    Ritiriamoci in noi stesso, scopriamo le piaghe di questo cuore, ed innalziamo un funebre lamento sulla fiamma, che non è più ...
    O Dio! Dio!.. Non posso più continuare! L'angoscia ... l'aver rotto una catena sì tenace ... l'aver squarciato un avvenire sì rifiorente di fiducie e di desideri ... e dover assistere con calma alla rovina di tutta la parte più cara del mio cuore ... oh! questo è ben doloroso. Non reggo più al travaglio!
    A domani le spiegazioni, se sarò "forte e tranquillo"

    Lunedì 8 Gennaio 1972

    Scriverò tranquillamente queste linee, che saranno le ultime indirizzate a Lei ... e l'inchiostro, con cui le vergo, sarà come la leggera sabbiolina, che si getta sopra un estinto.
    Io sono ritornato in me stesso, e, ieri sera, appunto mentre intendeva dichiararmi a Venanzia, ho capito, e questa volta, posso dire, mi sono convinto, che il mio amore, nutrito per sì lungo spazio di tempo, spento quasi nelle lagrime dell'anima mia triste e solitaria ... mi sono convinto, ripeto, che questo mio amore era troppo entusiasta, troppo ideale, troppo eccelso e generoso per una persona, che non mi contraccambiò giammai di una parola benevola promettente, per una persona indegna, che non m'amava.
    Io non debbo, nè voglio più rivolgere i miei pensieri più santi a Venanzia, che un tempo fu per me tutto, cui io adorai in un modo veramente idolatro, facendomi di Lei un altare immacolato, a lei legando la mia esistenza, tute le mie speranze, i miei dolori, le mie poche gioie, le aspirazioni insomma sacrando a lei tutto il passato, il presente e il tempo avvenire.
    Ora ogni incanto è cessato.
    Il mio cuore riposa, e spero riposerà sempre per l'avvenire.
    Io non amerò più venanzia per più ragioni:
    1) Perchè essa è indifferente, fredda, e non mi ama certamente;
    2) Perchè, credo, sia già promessa a suo cugino Leonardo; e dico ciò non gratuitamente, essendomi accorto, come tutti i miei, ch'Ella è gelosa, se suo cugino indirizza il discorso o fa conversazione con qualche altra signorina, la sera delle nostre serali rappresentazioni, specialmente, se dimostra di aver simpatiche le due signorine Lidia e Maria Mancardi più belle di Venanzia; quanto disprezzo in questo paragone!
    3) D'altra parte credo che anche Leonardo sia cotto più o meno di Venanzia: stante le premure che le dimostra, le gentilezze di cui la ricopre, con una perseveranza veramente modello.
    4) Perchè l'amore senza essere corrisposto è una faccenda sì brutta, ch'io già la abbandono ai generosi, che mi vengono dietro e che ancora non hanno avuto il disinganno d'amore. Lo diceva ma non lo credeva!
    5) Perchè Venanzia non fa per me, che sono per intraprendere la via dell'artista ed ammogliarmi, ed uccidermi la fantasia, credo, sia una cosa sola.
    6) Perchè, dopo le allusioni, che sono nel mio Dramma, con le rispettive tirate all'egoismo della signora Tasca, credo seriamente, che, la sera della rappresentazione, io avrò da romperla definitivamente con la famiglia Tasca, benchè la signora cugina dell'interesse, la farebbe da scaltra e prudente, se lasciasse correre l'acqua per la china, si digerisse in santa pace le pillole amare, che, coram populo ed in pieno teatro voglio ad ogni costo farle trangugiare: nè con l'andare in bestia e menar scalpore provocasse ancora un qualche scandalo.
    Ad ogni modo, vedremo.
    7) Per ultimo mi accorgo che io e Venanzia non ci comprenderemmo: almeno Ella non comprenderebbe me: stante la sua naturale placidezza e spensierata, che fa a pugni con la mia indole seria, bollente, appassionata e rifessiva: onde io temo, che, dato il caso ch'io l'avessi sposata, avrei forse avuto a stringere nelle mie braccia nel delirio della voluttà una statua di ghiaccio, senza gemiti di amore, senza sensazioni profonde e corrisposte.
    8) Per molti altri motivi, che sono forse i più seri, riflettenti la nostra reciproca situazione avvenire; motivi ch'io più non addurrò; perchè ne ho già assai e fin troppi.
    E con ciò auguriamo buona vita a Venanzia, e ci stacchiamo da lei, col cuore un po' triste è vero, ma, col ghigno di Mefistofele sulle labbra!
    Buona notte!

    Mercoledì 10 Gennaio 1872

    Voglio fare un'ultima riflessione, che sarà quasi un compendio della mia passione oramai estinta affatto, e, giova sperare, per sempre.
    Ed è che quando si ha un cuore vergine, generoso, entusiasta, come il mio, è pericoloso l'unire una fantasia bollente, splendida; perchè si corre pericolo di accendersi facilmente per cose, che belle non sono in sè, ma solamente in quanto sono un mero prodotto della nostra fantasia.
    Indi nasce quel terribile dualismo, che s'agitò violentemente e per tempo sì lungo nella mia esistenza: quel voler fingersi un mondo diverso ed adorarlo nella solitudine dell'anima non solo, ma ancora, per conseguenza sperare di trovarlo effettuato realmente: poi quella subitanea disperazione, quando un colpo fierissimo del disinganno, che non si fa mai attendere, si abbatte a terra.
    E' il concetto del mio Dramma Ideal e Realtà; concetto che nacque spontaneo dall'osservazione non degli altrui eventi, ma bensì dalla dura esperienza dei proprii.
    Con ciò si spiega anche quel mio novello accendermi momentaneo, per Venanzia, ultimo lampo della mia fiamma, che stava per ispegnersi compiutamente, alimentata dall'ideale, spenta violentemente dalla Realtà.

    Giovedì 11 Gennaio 1872


    Oggi, stanco e ristucco di più aspettare, ho scritto a Gemelli la lettera seguente di sollecitazione:

    Pregiatissimo Sig. Capocomico,
    Mancandomi tempo ed occasione a venirle parlare personalmente, le scrivo, per dirle più cose relative al mio Dramma Ideal e Realtà.
    Primieramente, vorrei farle preghiera di rispondermi se intenda rappresentarlo, e se non ha mutato pensiero, nè vuole già mancare alla datami parola, la pregherei di fissarmi un giorno ed un'ora, per leggere assieme il mio Dramma, secondo quanto Ella mi propose. Inoltre, se tuttora intende rappresentarlo, la pregherei di sollecitarne la rappresentazione, di modo che non più tardi dello spirare del mese Corrente di Gennaio, se ne possa dare la prima recita: e ciò per più ragioni:
    1° Perchè non mi basta il cuore a vederne ulteriormente rimandata la rappresentazione;
    2° Perchè ogni ulteriore dilazione non fa che incepparmi ne' nuovi lavori, che sto scrivendo, ed impedisce a che io faccia rappresentare le nuove produzioni;
    3° Perchè quell'incertezza m'infastidisce infinitamente, e ritarda di giorno in giorno il mio esordire nella carriera letteraria; mentre il mio avvenire dipende forse da un'ora, da un istante.
    4° Perchè il mio Dramma essendo serio, non sarebbe, nel suo e nel mio interesse il produrlo proprio agli sgoccioli del Carnevale; perchè in quel tempo si brama ridere ed atteggiarsi a Mefistofele, ed un argomento serio verrebbe considerato dai più, (che sono sempre i volgari) come un fuor d'opera; perchè in quel tempo le numerose mie conoscenze e i duemila studenti amici (boom!) non avrebbero agio di venire a sentire, essendo occupati in balli e sorrisi;
    5) Perchè ho avuto incoraggiamenti da un distinto artista della Compagnia Italiana a farne una versione ed adattarlo alle scene del Gerbino; e se temporeggia di vantaggio, ho una matta voglia di seguire i consigli datimi.
    Ho fiducia che queste ragioni saranno sufficienti per impegnarla a non rimandare ulteriormente la rappresentazione del mio Dramma; e chieda ch'io mi chiamerò fortunato, se dovrò alla gentilezza ed ai meriti distintissimi di lei, la prima Vittoria nei sanguinosi Campi dell'Arte.
    Le rinnovo preghiera di rispondermi puntualmente per lettera a tutte le richieste, ch'io le ho ha fatte sopra schiettamente; e d'indicarmi ancora nella risposta le condizioni, con cui intende rappresentare il mio Dramma.
    Perdoni se forse l'ho tediata, e mi creda suissimo per la vita.
    Torino, 11 Giugno 1872
    Leon Augusto Perussia

    Venerdì, 12 Gennaio 1872

    Gemelli ha risposto oggi per bocca di mio fratello, invitandomi a passare da lui verso le ore cinque, per rivedere assieme il Dramma.

    Sabbato, 13 Gennaio 1872

    Sono passato da Gemelli ... non si è potuto fermare, avendo da recarsi dal procuratore Scotta, per affari suoi particolari.
    Mi ha però detto di ripassare Lunedì 15, per rivedere e concertarsi dandomi promessa che il mio Dramma sarebbe stato messo da lui in prova, subito dopo i Misteri dij Doi Carlevè ... (Povero Gemelli! Era spiantato come una campana fessa!).

    Domenica, 14 Gennaio 1872

    Sette giorni a stassera avremo recitato a casa nostra in persona su un teatro appositamente costrutto. Si rappresenterà il sistema di Giorgio, commedia in due Atti dell'Avv.to Gherardi del Testa, e la Sposa e la Pavala. Nella prima io sosterrò la parte principale di un Generico, nella seconda quella dell'amoroso Giulio.

    Lunedì, 15 Gennaio 1872

    Sono ripassato da Gemelli, nè lo rinvenni a casa. Mi fece dire che il Dramma l'aveva finito di leggere.
    Poveretto! E' pieno zeppo di debiti e capisco, che con tutte le seccature dei creditori, non gli rimane tempo da pensare a me.

    Martedì, 16 Gennaio 1872

    Non sono più ripassato da Gemelli, avendo saputo da mio fratello, che non ha tempo: dovendo alle ore 9 recarsi alle prove del Dramma "I Misteri dij Doi Carlevè"!

    Mercoledì 17 Gennaio 1872

    Stassera, come tutti i Mercoledì del Carnevale, vado con mia sorella al Ballo di casa Amoretti. Sono libero, come un uccello nell'aria, e perciò danzerò di vero proposito, senza far posa un solo istante.

    Sabbato 20 Gennaio 1872

    Stassera sono invitato ad un magnifico ballo in casa De Sancti ... Ci andrò ilare e festoso con una matta voglia di danzare.

    Domenica, 21 Gennaio 1872

    Ho ballato tutta la notte, sino alle 7 di questa mattina. Ballo e Buffet splendidissimo. Molte vezzose e giovani signorine sfarzosamente abbigliate Ho passato una bella notte. (Fu una delle più splendide, gaie notti di mia giovine vita)
    Questa sera recito a casa.
    Prima rappresentazione della Commedia Italiana "Il sistema di Giorgio", e dello scherzo in piemontese "La Sponsa e la Cavala".

    Lunedì, 22 Gennaio 1872

    Ho scritto a Gemelli la seguente:
    Pregiatissimo Signor Capocomico,
    E' già spirato un mese dal giorno ch'io le ho dato a leggere il mio Dramma Ideal e Realtà, ed ebbi formale promessa, ch'Ella l'avrebbe rappresentato al più presto.
    Visto ch'Ella mi teneva a bada, la sollecito con una mia lettera: ebbi risposta di recarmi alla dimora di lei, per concertarsi assieme, mi recai due sere; non mi fu possibile neppur di vederla, e poterle dire a voce ciò che oggi le scrivo, essendomi venuta meno ogni speranza di potermi abboccare con Lei.
    Signor Gemelli, non le pare che siasi menato fin troppo il can per l'aia a mio riguardo? A me pare così, a me che durai fatiche improbissime, tollerai travagli dell'anima, fastidi del cuore, per fare del mio Dramma un lavoro di qualche pregio, a me, che spesi il tempo destinato al riposo in veglie tormentosissime, ed ora mi accorgo, ch'Ella neppur si accinge a malincuore a rappresentare il mio Dramma!
    In verità, signore, se mentre io stava logorandomi cervello e cuore a gettar giù quelle pagine, che ad ogni passo mi rammentano una triste storia, di cui io ne fui vittima immolata sull'altare del disinganno, se, dico, qualche maligno e me si fosse accostato, e mi avesse sussurrato in un orecchio, che il mio lavoro sarebbe stato per si lungo tempo posto in non cale; in verità che io, lungi dal proseguire a intristirmi vieppiù nella ricordanza dei giorni passati, avrei gettato il manoscritto del mio Dramma alle Fiamme, e recitarvi sopra le ceneri un requiem aeternam.
    Ma ora il dado è tratto, e non mi resta che passare il Rubicone.
    A ciò io mi sono lungamente cullato nella dolce fiducia, che, il dì della battaglia avrei avuto il sostegno di lei, artista distintissimo, e della sua Compagnia, che, a rappresentar soggetti seri, è forse la migliore delle tre, che vegetano in Torino (!).
    Ora, dopo aver pazientato con l'affanno di chi vede posto in dolorosa noncuranza il parto del proprio ingegno, mi tocca l'amaro convincimento che anche questa fiducia non sia stata un sogno!
    Un sogno? ... Eppure non mi par vero, specialmente dopo le ripetute promesse di Lei, specialmente perchè credo nella sua parola di Galantuomo onorato.
    Signor Gemelli, mi spiacerebbe immensamente di avermi a disingannare su questo punto ... epperciò per l'ultima volta ed in breve la sollecito a battezzare al più presto con una prima rappresentazione il mio Dramma con preghiera che, ove intenda ritirare sua parola, di che le concedo ampia facoltà, mi voglia restituire il manoscritto, che saprò ben io qual uso farne.
    Signor Gemelli, s'Ella intende rappresentarlo io esigo da Lei, che sia posto subito in prova: dimodochè fra quindici giorni al più a partire da oggidì il mio dramma riceva il battesimo della prima recita.
    Aspetto pronta risposta, in cui siano ancora indicate le condizioni d'uso per la rappresentazione dei lavori d'Arte; condizioni, ch'Ella intenda porre a mio riguardo.
    Se mi risponde per lettera, sarà meglio e più profittevole. Il mio indirizzo è presso l'Ufficio del Cons. Capo Giuseppe Martini Via Cernaia n. 3, p.no 2°, Torino.
    Se poi trova troppo breve il tempo accordatogli per la rappresentaizone del mio Dramma, le fo un'ultima preghiera di consegnare tosto il mio manoscritto a mio fratello Giuseppe.
    Pazienza, se avverrà così!
    La saluto distintamente, professandomi sempre come per lo passato.
    Suissimo per la vita.
    Leon Augusto Perussia
    Torino, 22 Gennaio 1872

    Mercoledì, 24 Gennaio 1872

    Ricevuto risposta Gemelli.
    Essergli impossibile rappresentare mio Dramma, per mancanza della Martoglio, prima Donna, che s'è licenziata.
    Tuttavia mi prega di volerglielo lasciare: perchè Gemelli sul finire del Carnevale, sciolta compagnia, andrà nella compagnia di Milone e Ferrero, la migliore e più ricca delle piemontesi: e là farà rappresentare il mio Dramma prendendovi parte, sostenendo il carattere di Adolfo.
    Ci penserò.

    Giovedì 25 Gennaio 1972

    A questi dì faccio la qui descritta vita.
    Lungo il giorno per la gran parte sto occupato a quel maledetto ufficio, che Dio l'abbia in gloria; ed alle volte vado a sentire qualche lezione alla Università, o alla passeggiata dei Portici, per aver agio di trattenermi alquanto con i miei amici. Alla sera, se non vado a danzare, o faccio le prove delle commedie, che rappresentiamo la sera di Domenica corro al teatro Gerbino, dove è attualmente la Compagnia Ciotti, Lavaggi e Marchi.
    Là m'entusiasmo principalmente della Pia Marchi! Pia Marchi!
    Che artista divina verramente!

    Domenica, 28 Gennaio 1872

    Stassera recita nuovamente a casa mia, circa 100 spettatori. Non palpito più per Venanzia, bensì per l'Arte Drammatica, e mi piace così la professione d'Artista Comico, che mi verrebbe la tentazione ...
    Basta, parliamo a bassa voce, che papà non senta ... ch'io ho la matta voglia di dare un calcio ai codici ed ai Digesti, per tutto dedicarmi all'Arte!
    Lungo il giorno vado legicchiando alla rinfusa, Drammi, Commedie, Opere, Scherzi comici ... e tutti i miei quattrini di studente li spendo o al Gerbino o a provvedermi Produzioni Drammatiche di tutti gli Autori buoni e cattivi per fare i mei studi prediletti sulla Drammatica letteraria e rappresentativa.

    Mercoledì, 31 Gennaio 1872

    Oggi mi sono fatto restituire il mio Dramma da Gemelli, e, rivistolo in tutta fretta, l'ho portato alla Compagnia Milone e Ferrero, che si produce al teatro Rossini.
    Lo consegnai di propria mano al Capocomico Ferrero, che mi disse l'avrebbe dato a leggere a Milone ... e tornassi domani a sera, per la risposta.
    Ci andrò.
    Intanto stassera andiamo a danzare.

    Domenica, 4 Febbraio

    Stassera abbiamo nuovamente recitato a casa nostra.
    Si rappresentò una commedia in due Atti "Chi ama teme" in cui ebbi a sostenere la parte di primo attore: si ripetè oltracciò lo scherzo comico "La Sponsa e la Cavala". Domenica ventura, stante le feste del Carnevale, si farà riposo, rimandando le ulteriori rappresentazioni alla prima domenica di Quaresima, 18 Febbraio.

    Mercoledì, 7 Febbraio

    Oggi finalmente ho ricevuto la risposta dalla Compagnia Ferrero e Milone, riguardo al mio Dramma. Trovarono buona la produzione e sarebbero felici di poterla rappresentare, se non presentasse molti difficoltà superabili solamente da veri artisti, che difettano nelle Compagnie Piemontesi.
    Epperò mi restituivano il manoscritto, incoraggiandomi ad adattarlo alle scene Italiane, ciò che io intendeva già di fare, sicuro di un migliore successo.
    Intanto sto pensando a qual partito debbo appigliarmi, e siccome io non sono mai tardo nelle mie risoluzioni, così fra due o tre giorni al più, il mio Ideal e Realtà seguirà il destino, che gli segna il mio volere.
    Intanto non perdiamo la nostra fede nell'avvenire! Excelsior!

    Sabbato, 10 Febbraio

    Oggi sono principalmente le feste del Carnovale.
    Io, dopo aver fatti molti divisamenti, ho recato alfine il mio Dramma alla comica compagnia piemontese Ardy e Salussoglia, che, a cominciare dal primo di quaresima potrà a ragione tenersi come la migliore, stante i cinque o sei artisti che ha scritturaro, rapendoli alle altre compagnie.

    Domenica, 11 Febbraio

    Questa sera io mi trovava al caffè Livorno, reduce dal teatro Gerbino. Erano le ore 11,30 e stava chiaccherando con un mio amico Alberto Copasso: quando successemi uno spiacevole incidente!
    Mi si avvicina Merlo Domenico, quel giovane di cui feci cenno nel corso di queste Rimembranze.
    Con costui io aveva da qualche giorno giuste ragioni di risentimento, per essere egli mancato a quell'amicizia, che mi professava col mostrarsi indelicato e presuntuoso meco, ... il gnomo ... il pigmeo!
    Oltracciò mi disgustava non da poco tempo quella sua arroganza nel voler sostenere le sue opinioni retrograde e codine, fra cui persono quella dell'infallibilità del papa ... l'imbecille!
    Ad ogni modo io, per essere schietto, non repressi il mio sdegno, e lasciai travedere il mio risentimento, biasimandolo della sua condotta verso di me, redarguendo le sue teorie pretine, che hanno rovinato l'Italia nella libertà e nelle aspirazioni. A lui intollerante corsero sul labbro alcune ingiurie ignobilissime, a cui io diedi la più eloquente risposta, quella del silenzio, invitandolo a tacere a sua volta. Egli alzò la voce, minacciando di menar le mani, il villanzuolo!.. Insomma a me che discorreva pacato e freddo oppose insulti ed ignobili minaccie; solite armi a cui ricorrono questi spudorati di gesuiti, pieni di pregiudizi e di volgare superbia e intolleranza. Vi fu un momento terribile; mi sentii affluire tumultuoso il sangue al cervello!.. pur mi rattenni, e conservandomi impassibile all'apparenza, mentre lo sdegno scoppiava, risposi alle sue insolenze, con un "ci rivedremo" e coll'inibirgli l'accesso alla mia casa.
    Quindi ci separammo, egli sbravazzante, ed io sdegnato e pieno di amarezza e di tristizia verso il signor Merlo, che alla mia amicizia, rispose con insolenze ...
    E ci rivedremo, non sul terreno a lasciare alla punta delle nostre spade la ragione della contesa stupidissimamente ... no ... ci rivedremo a quattr'occhi, oggi stesso ... insomma io gli scriverò e questa sarà l'ultima voce dell'amicizia, che sta spegnendosi. Ecco la lettera finitiva che gl'invierò domani mattina.

    Lunedì, 12 Febbraio 1872

    Or ora m'è accaduta una crisi dolorosissima, ma pure neccessaria e perciò accetta. Mi accingeva a scrivere la lettera di biasimo a Merlo, e, come sono solito a fare, la copiava prima su queste Rimembranze per conservarne una copia ... quando sul punto di mettermi a scrivere in seguito alle linee vergate, ieri sera entra mio padre nella mia stanza!..
    Trasalii, non come chi è sorpreso sul punto di commettere un qualche male; ma siccome colui, che sta confidando alle carte segreti non accessibili a tutti e tanto meno ad un padre ... Il mio cuore battè violentemente, le mie mani corsero veloci sulle Rimembranze de' miei dì vergate in questi fogli ... e tremai che mio padre le vedesse e leggesse! ...
    Leggere la storia dei miei dolori, dei miei patimenti, profanare con isguardi indiscreti ed ironici il santuario, la parte più cara dell'anima mia!
    No ... no ... mai..!
    Cercai di padroneggiarmi, e, giacchè non poteva fare altrimenti, senza dar a vedere il mio timore, mi ricomposi a scrivere. Tutto ciò in un istante.
    Mio padre si ferma, mi guarda un pò esitando, e poi mi domanda imperiosamente:
    Che cosa fai?
    Scrivo!
    Che cosa?
    Faccio le note e i sunti delle lezioni Universitarie! ... fui pronto a rispondere, non vergognandomi di mentire, perchè questa menzogna era necessaria e la necessità in questo caso non si discute.
    (Non si deve mentire mai! Milano, 13 settembre 1874)
    Davvero?
    Io tacqui e piegando questo quaderno, stava per riporlo e chiuderlo nel tavolo.
    Ma egli si avvicina prontamente, gridando:
    Fermo! lascia ch'io veda! ...
    Mi tenni per morto ...
    Tuttavia non volli già cedere. D'un baleno, afferro questo Quaderno, lo stringo al seno con una mano, e dall'altro feci un gesto di supplica verso mio padre.
    Egli l'interpretò forse per una sfida; per cui, rosso in volto, fiamme schizzanti dagli occhi, si avventa contro di me.
    Voglio vedere.
    "No ... no, chè questo è un segreto" ... e mi allontanai violentemente ...
    Egli mi rincalzava ...
    Voglio vedere ... Sono tuo padre ...
    "No per pietà ... e mi trovai presso alla parete di mia stanza, con dinanzi mio padre irato e fremente.
    Ogni speranza era persa ...
    Mi cadde l'animo, ed abbandonai il manoscritto nelle mani di mio padre.
    Egli lesse ... Rimembranze ...
    Ah! ... questi sono i sunti delle Lezioni di Giurisprudenza ... questi i tuoi lavori? Ed intanto stringeva convulsamente il manoscritto, si che lo guastò e spiegazzo tutto.
    Mi balenò un'idea.
    Egli non aveva ancora aperto il Quaderno, nè avrebbe potuto leggere a prima vista; perchè la collera gli faceva velo agli occhi: guai, se fosse tornato in sè, ed avesse letto i segreti dell'anima mia! guai!.. forse era ancora in tempo.
    Fu un istante.
    Composi il mio volto ad una pacatezza forzata ... e con una voce affettatamente tranquilla, dissi semplicemente:
    "E' un mio romanzo.
    Mio padre credette ... sbuffò, poi scagliandomi in volto questo povero manoscritto stropicciato e malconcio orrendamente, seguitò:
    Ah! e tu fai romanzi?.. Oh! e perdi il tuo tempo così vanemente! ...
    Quindi si voltò repentinamente, slanciandolo verso il mio tavolo.
    Compresi e trasalii. D'un salto lo prevenni, e d'una mano stringendo questo manoscritto, dell'altra appigliandomi al tavolo, faceva difesa del mio corpo al cassetto, dove conservo tutti i miei segreti.
    Come! a tuo padre? ...
    Mi guasterai tutto ...
    E che importta? Voglio vedere. E al colmo dell'ira mi diede una spinta violenta.
    Io cercai di tenermi in piedi ma non mi fu possibile ... e caddi riverso a terra, battendo il capo nella parete di mia stanza.
    Non mi smarrii, e, senza por mente al dolore del colpo; saltai in piedi, e fremente, divorando le lagrime, che impetuose mi veniano agli occhi ... profferii:
    "Guarda pure. Non troverai nulla, che possa macchiare la coscienza di tuo figlio.
    Mio padre aveva strappato il cassetto, l'aveva posto sul tavolo, e stava rovistando, scomponendo, rabbuffando ogni cosa.
    Io approfittai di questo momento, e fattomi presso al mio letto, feci scivolare sotto il mio cuscino questo manoscritto.
    In ogni ricorrenza non lo troverebe..Oh avessi potuto celargli ancora gli altri tre!
    Così sospirava, abbattutto all'estremo ed intanto mi veniano alle orecchie, e mi ferivano il cuore le esclamazioni di mio padre:
    Ecco ... lettere ... lettere ... Cuore d'Artista.
    "Sono miei versi" e m'avanzai esitando!
    Oh! Tuoi versi? E questi sono i sunti? Rimembranze ... Rimembranze ... E due ... Rimembranze e tre ... Oh! Questi sono i sunti?
    Io tacqui, col cuore straziato pendente dalle sue mani ... Guai se avesse voluto penetrare nel recesso dei miei segreti! Guai!
    Me gli sarei slanciato contro ... e a costo della mia vita, avrei disputato quei fogli..
    Fu un istante terribile.
    Mio padre s'era intanto rabbonito, e forse vergonoso della sua indelicatezza, gettava tutto nel cassetto ... e si accingeva ad andare.
    Respirai ...
    Quando fu sulla soglia di mia camera, si voltò dicendomi in tono severo:
    Era già molto tempo che desiderava vedere e sapere ciò che fai ... So che non frequenti l'Ufficio, che non frequenti l'Università.
    Io vidi un'occasione dinanzi a me, di aprirgli la mia volontà, nè mi ritrassi, e facendomi coraggio, preseguii:
    "Ebbene sì, è vero ... non vo all'Ufficio nè alle Lezioni, perchè non voglio perder tempo.
    Oh! perder tempo?
    "Si ... perder tempo: perchè non voglio fare il notajo!..
    Come!..
    "Tutt'altro, ma giammai il notajo..non voglio rinnegare tutto un passato di studi e di dolori..no giammai ... Mi dedicherò a qualche causa nobile e santa ... se ho qualche pò d'ingegno..
    Hai ingegno?.. hai superbia ... hai! ...
    Mi repressi a stento a quest'insulto e proseguii con più forza.
    "No, non farò giammai il Notajo, giammai! Mi applicherò al Giornalismo!
    Giornalista!.. Sì per crepare di fame!.. Mi fece male quel tono di dileggio, e risposi freddamente con alterezza: "Meglio esser giornalista leale e coraggioso e morir di fame in una soffitta, che esser Notaio e morire in un egoismo condannabile.
    Già!.. lo so che sei una testa esaltata..!
    "Ebbene sì ... e con ciò ... ?"
    Con ciò ti fo sapere che non devi illuderti d'essere sempre a carico della famiglia!
    Fui pronto a rincalzare:
    "E' appunto per ciò che conto di dedicarmi all'Arte ...
    Come all'Arte?..
    "Si ... farò ... il ... Comico!
    Il Comico!!!! Ah! ... dopo aver tanto studiato fare il Comico!!!..
    E mi veniva incontro pieno d'ira.
    E' appunto perchè non voglio gettar via tutti i miei studi che voglio fare l'Artista Drammatico!..Scriverò ... reciterò!..
    Ah! Il Comico! Il Comico! ... Lascia fare a me, che te lo darò io il Comico!.
    Ed andò via sbuffando e fuori di se!
    E qui finisce il racconto doloroso.
    Chi ha vinto? Io senza dubbio, che ho finalmente rotto il Ghiaccio ... ho aperto a mio padre il mio volere ... ci pensi ... per me sono irremovibile ...
    E vivaddio! Vedremo se avrò da rinnegare tutto, tutto, in nome dell'interesse! Oh Perdio ... questo s'ha da vedere.
    Io non cederò d'un palmo il terreno conquistato, qualunque cosa abbia ad accadere!
    Era tempo che mi decidessi, ed ho deciso.
    Voglio e potrò.
    Excelsior e Confidenza!

    Martedì, 13 Febbraio 1872

    Oggi è l'ultimo giorno di Carnevale. Piove. La giornata è triste e tenebrosa, come l'animo mio. Mio padre non parla ... io nemmeno. Tuttavia ho la nobile alterigia di giurare, che sono irremovibile dai miei propositi.

    Mercoledì, 14 Febbraio 1872

    Ho danzato tutta la notte al Circolo degli Artisti. Il ballo fu magnifico. V'intervennero circa 270 Signore e donzelle di nobile casato tutte riccamente e voluttuosamente abbigliate.
    Fra tutte brillava una stella dell'Arte.
    La Pia Marchi! ...
    Guardandola sorridente ... ho sperato che un dì l'Arte mi facesse scomparire la tristezza che in quel punto mi pesava inesorabilmente.
    Stassera fui al teatro Gerbino.
    Si dava l'ultima recita coi Pezzenti.
    La Pia era commossa ... io triste ed abbattuto, fu chiamata quattro volte all'Onore del Proscenio.
    Era pallida e mesta!
    Il mio cuore piangeva, mentre batteva le mani, applaudendo al suo genio artistico.
    Domani ella partirà per Livorno, lasciando a Torino molti entusiasmi ... e ... molti dolori.
    Ch'Ella sia felice!

    Giovedì, 19 Febbraio 1872

    Oggi mio padre è venuto nella camera mia, imponendomi di frequentare l'Ufficio.
    Non ho risposto: ma risponderò tra poco.

    Sabbato, 17 Febbraio 1872

    Riavuto dai molti colpi, che in questi giorni m'hanno spogliato dolorosamente, oggi manderò a Merlo questa lettera:
    Merlo,
    Ho tardato a renderti noti i miei intendimenti, perchè un rimasuglio di stima mi tenne lungamente illuso, che dal tuo labbro offenditore sarebbemi inviata la prima parola di scusa e di riconciliazione: siccome era ragione che il mio cuore amaramente offeso e disingannato nelle più sante, aspirazioni dell'anima, nella stessa fede dell'amicizia, a diritto esigesse da te una pronta e piena ritrattazione di tue volgari ed ignobili insolenze.
    Ma, giacchè anche su questo punto mi tocca il disinganno, ti scrivo io per il primo e forse per l'ultima volta a rassicurarti che non sono sì ingeneroso da sebar rancore di una mera ed insensata tua inconsideratezza: ripugnandomi il pensiero che, con animo conscio e premeditato tu sii così venuto meno ai sacri doveri dell'amicizia non solo, ma sì ancora di più semplici precetti della educazione e della civiltà.
    Ad ogni modo tieni per fermo ch'io perdono, ma non dimentico, se tu non mi preghi di tirare un benigno velo sul passato.
    Questa è la mia sola volontà.
    T'invito intanto a restituirmi prontamente appo il mio portinajo, tutti i libri ed oggetti, a me pertinenti, in un a quella piccola somma di danaro, ch'io t'ho imprestato una sera di Carnevale.
    Attendendo una tua riparazione mi sottosrivo
    Torino, 17 Febbraio 1872
    Leon Augusto Perussia

    Domenica 18 Febbraio 1872

    Merlo non ha ancora risposto. So però da un amico che è molto risentito della mia lettera ed ha minacciato di rispondermi per le rime.
    Risponderà forse nuove insolenze: sono i soli stupidi argomenti, che può recare per sostenere la sua tesi scadente.
    Il poverino si crede d'aver ragione!

    Lunedì, 19 Febbraio 1972

    Mio padre pretende che frequenti l'ufficio da mane a sera che lasci da parte per sempre versi e lettere, per ingolfarmi a piena gola nelle maremme melmose della Giurisprudenza d'Ufficio. Così non farò.
    Il soverchio rompe il coperchio: questa volta accadrà così. Io mi trovo sopra una strada falsa: devo e voglio impadronirmi della mia posizione nell'avvenire: il mio avvenire non sarà, nè può essere il Notariato ...
    Ebbene, parlerò e la vederemo!

    Martedì, 20 Febbraio 1872

    Sono proibito di frequentare i teatri: ebbene sono stanco di ogni ulteriore indugio. Questa sera scriverò a mio padre le seguenti parole, che riassumono tutte le idee nutrite nelle lagrime e pensate nel silenzio e nel deserto dell'anima mia. Scriverò ... e porrò la lettera sul suo tavolo, la notte. Egli leggerà ... e poi ... Vedremo!



    A mio padre

    Ho lungamente riflesso, ho discusso freddamente il programma della mia vita futura, come un generale il suo piano strategico alla vigilia di una battaglia.
    I doveri sacrosanti, ch'io ho verso la patria e la società m'impongono, padre mio, di uscire da questa continua incertezza dell'anima, da quest'alternativa di speranza e di disinganno, da questa spostatura della mia esistenza; che ogni giorno mi fa sprecare inutilmente una potenza, uno sforzo del mio ingegno.
    Che cosa sono a questi dì? Nulla.
    Che cosa posso essere domani? Tutto volere è potere.
    Io scorgo un sentiero tracciato davanti a me, una meta da raggiungere, uno scopo da conseguire. Non sono ricco, ma per compenso sono esuberante di vita e di giovinezza. Ho coraggio, ambizione e perseveranza, tre elementi di successo.
    In una parola, io sono una di quelle nature forti e coraggiose, a cui gli ostacoli servono di incitamento; che hanno bisogno di amore per credere, di azione per vivere, della lotta per ritemprarsi.
    Per questo appunto io non devo abbracciare la carriera del Notariato, e tu stesso, padre mio, puoi meco convenirne. E che?
    Perchè un giorno, così per soddisfare ad un desiderio tuo e di mio zio in apparenza, ma più per brama di sapere, ho intrapreso i Corsi Classici e Letterari; e poi, dopo lunghe veglie e titanici sforzi, sono riuscito in quest'anno a farmi inscrivere agli Studi Legali nella R. Università, ora, che mi sento spostato, fatalmente spostato nella carriera, che ad occhi chiusi tentai d'intraprendere, dovrò tuttavia continuare per la strada falsa, anche a costo di rovinare nel precipizio?
    No, padre mio, questo non debbo fare, nè farò
    Se tu facesti per me il sacrifizio di un centinajo di lire in questi quattro ultimi mesi, che mi schiusero per buona ventura un avvenire ben diverso, da quello che mi minaccia, io non posso, nè debbo farti il sagrifizio di tutta la mia esistenza.
    Io posso dare alla mia famiglia il mio lavoro di tutti i giorni; ma giammai sagrificarle la mia dignità, il mio entusiasmo, le mie speranze: nè, lo ripeto, posso esser notajo e passar tutte le ore della mia vita fra una esclamazione, che prorompe e uno sbadiglio che si reprime, fra un testamento ed un contratto di locazione: logorando la mente mia con lavori infruttuosi ed ingrati, lasciandomi imporre idee ed abitudini burocratiche, chenon ho l'ipocrisia di fingere, nè la viltà d'abbracciare.
    Nato artista, sento il fuoco dell'entusiasmo e dell'ispirazione nel cervello: ho bisogno di moto, fuoco, amore, entusiasmo, vita, lotte ... e ... farei veramente la bella figura, col sangue che mi bolle, installato nel seggiolone di Notajo Reggio, le labbra eternamente composte ad un placido risolino, con la volontà legata ad un governo che abborro!
    Ma non t'accorgi o padre mio, che tutto ciò è un assurdo?
    Se tu mi volevi notajo, dovevi educarmi in modo che il mio cuore non si rivoltasse contro l'ingiustizia, ch'esso non evesse palpiti che per l'utile: e gli posponesse freddamente il bello ed il vero, senza fremere, senza raccapricciare, dovevi in una parola farmi credere od ipocrita, od ignorante, o egoista.
    Ciò non permettesti, e te serbo grado e te ne professo una sincera gratitudine.
    Ora viene la volta mia.
    Padre, e potrei io posare una mano nella fronte e dire: Il Passato non esiste più?, posare una mano sul mio cuore e soggiungere.
    Esso non batte più che per il presente, ed il presente è il danaro?
    No, questo sarà mai.
    L'Interesse! M'inchino anch'io a questo idolo comune, ma non già a tal segno da obliare che io ho ingegno, che debbo alla patria ed alla società, e non all'utile proprio. No, l'interesse non mi farà mai scordare ch'io non debbo rinnegare tutto un passato di studi, di dolori, di lotte, un passato cui benedico: perchè mi rammenta e i primi sforzi del piede mio incerto e desioso di progresso, e le beneficenze amorose di mio padre, e l'amara solitudine del non serbare che una santa rimembranza della mamma mia!
    No, l'interesse non mi farà scordare che appunto perchè sono nato artista, debbo rimanere artista, nè soffocare le aspirazioni dell'anima mia, ma usufruirne, per utile proprio e della società: tenendo per certo che una pianta darà buoni frutti solo allora che sarà trapiantata in terreno adatto.
    Questo è il mmio intendimento.
    Amo affidare la mia sussistenza ad un'Arte, che lungi dall'avvilire, nobilita ed onora chi la rispetta e la fa centro di sante e sublimi aspirazioni, senza adulare le passioni volgari ed ignobili: all'arte Drammatica, che racchiude e rappresenta il germe di tutto l'odierno incivilimento.
    Il mio proposito è fermo ed incrollabile.
    Voglio credere che non t'opporrai alla mia inclinazione, per essere conseguente alle cure, che avesti finora per me e lo spero con tanta maggiore probabilità in quanto che, se tutt'al più potresti ottenere una dilazione, non otterrai giammai, che ciò che non fo oggi, non faccia domani.
    E perchè domani e non oggi?
    Forse per continuar la tortura del mio povero cuore e della mente mia, per obbligarmi ad un inutile spreco di sostanze, di tempo e di capacità?
    Ripeto: perchè domani e non oggi?
    Pensa, decidi e rispondi.
    Tuo figlio Augusto
    Di casa, 20 Febbraio 1872

    Mercoledì, 21 Febbraio 1872

    In tutt'oggi mio padre non mi ha rivolto una sola parola. E' rabbuffatto da far spavento. Mi rincresce per lui e per me.
    Avrei desiderato che, da padre ragionevole, questa mattina mi avesse detto "Tu credi sia migliore la strada, che brami intraprendere ... ebbene, tenta.." Così, e non diversamente: il suo silenzio, più che indifferente, indica collera.
    Domani forse verrà la tempesta. Venga pure: non temo i suoi fulmini.

    Giovedì, 22 Febbraio 1872

    Questa mane si è scaricata una furiosissima tempesta sulla mia povera persona.
    Nembi, procelle, minaccie, fulmini, tutto fu posto in opera da mio padre sommo Giove, per farmi mutar pensiero.
    A dirittura, da quel che ho potuto comprendere, mi si crede una banderuola!
    Una cosa sola ho imparato da quel pandemonio, da quel casa del diavolo, da quel trambusto orribile, cioè, che mio padre è deciso irrevocabilmente deciso di non permettere mai che un suo figlio si sporchi sulle scene di qualsiasi teatro.
    Ecco a che cosa conducono i pregiudizi!
    Questa sua decisione sarebbe ben ridicola se per me non fosse dolorosissima.
    Anche mio padre non mi ha capito.
    Oh! ... tutto ciò è orribile!
    Mi sento un peso sullo stomaco, non posso respirare liberamente: ho bisogno di volare sulle scene in preda ai miei entusiasmi, di sfogare idealmente l'inesauribile passione per tutto ciò ch'è vero, bello, santo, ho bisogno di fede, fuoco, speranza e mio padre tronca tutto, soffoca ogni cosa con un no, con un tuono di dileggio, che mi fa male, che mi pesa come un incubo spaventevole.
    Avvenga ... quel che si vuole ... io non muto pensiero ... Vedremo.
    Questa stessa mattina, così per dimenticare un istante l'angoscia della mia situazione, ho scritto al Capocomico Salussoglia la seguente:
    Pregiatissimo Signore,
    Le scrivo per rammentarle ch'Ella ha nelle sue mani un mio Dramma Ideal e Realtà, cui non ha ancora letto; benchè siano già trascorsi ben più di quindici giorni, benchè sia nel suo interesse il rappresentarlo sollecitamente, atteso le mie numerosissime conoscenze di Torino.
    Fra due giorni passerò al Teatro per la risposta.
    La riverisco distintamente.
    Leon Augusto Perussia



    Torino, 22 Febbraio 1872

    Oggi poi sono corso al Colleggio Internazionale, dove insegna il professor Ferreri. Sentiva il bisogno di confidarmi con un vero amico ... col solo amico ch'io m'abbia e che mi comprenda. Egli mi strinse la mano, mostrando il suo desiderio di vedermi tranquillo una volta.
    Gli ho raccontato tutto, e le mie speranze e le mie risoluzioni immutabili. Egli approvò e mi fece animo a sostenere dignitosamente e con fermezza questa durissima prova.
    Venni a casa, promettendogli di fargli sapere le novità, confidando nei suoi consigli.
    Ebbi da lui invito a scrivere qualche cosa per un Giornale, di cui è collaboratore, e che sta per venire alla luce. Così farò.

    Sabbato, 24 Febbraio 1872

    Ieri ed oggi, e così credo ancora per molti giorni a venire, mio padre rabbuffato non mi ha fatto motto: ed io parimenti.
    Avessi anco ad incontrare la disapprovazione universale di tutti parenti, sedicenti amici etc..etc ... io non muto pensiero: mi basta la coscienza mia, che non ha rimorsi.
    Tuttavia soffro, soffro, per contrastare alla volontà paterna, oh come soffro!
    Possibile che non possa un dì respirare liberamente?

    Domenica, 25 Febbraio 1872

    Nulla di nuovo, sempre lo stesso sdegnoso silenzio da mia parte, sempre lo stesso collerico broncio da parte di mio padre.
    Pazienza! La necessità non si discute.
    Fui al teatro Carignano, per la risposta di Salussoglia.
    Mi disse queste precise parole: Senza farle alcun complimento, le dico sinceramente che il suo Dramma mi è piaciuto moltissimo ... è una bella cosetta ... ed io sono fortunato di rappresentarla. Ma a Torino non potrei per ora, perchè sto per partirmene, faccia come crede lei.
    Io ho risposto. Pazienza! Lo rappresenti dove vuole!
    Decisamente, quest'anno mi capitano tutte! tutte!

    Lunedì 26 Febbraio 1872

    Mi è venuto il pensiero di voltare il mio Dramma in Lingua Italiana e di darlo alla Compagnia Pessana, che trovasi attualmente al Gerbino.

    Martedì, 27 Febbraio 1872

    Nulla di nuovo: sempre la stessa tristezza.
    Pochi giorni or sono ho avuto la fortuna insperata di tenere un ritratto recentissimo della Pia Marchi. E' in piedi, mesta, pensosa, pallida, elegantemente vestita.
    Ho incorniciato questo preziosissimo ritratto e l'ho appeso nella mia camera, sopra il letticciuolo mio, dalla parte del capo.
    Non saprei come, ma quest'attrice ... m'è tanto simpatica e ... !

    Giovedì, 29 Febbraio 1872

    Fui dal professor Ferreri, per conforti ... Quanta tristeza in casa mia e nel mio animo. Intanto ho fatto tenere a Salusseglia la seguente:
    Pregiatissimo Signore,
    Prego la S. V. di portar seco, domani Venerdì 1 Marzo 1872, il mio Dramma Ideal e Realtà al teatro Carignano. Io verrò dopo mezzogiorno a ritirarlo. Desidero rivederlo e fargli alcuna correzione ed abbreviatura, prima che sia da lei rappresentato secondo il convenuto. Sarà mia cura di farglielo tenere a Chieri colla massima sollecitudine.
    Perdoni il disturbo e s'abbia i miei anticipati ringraziamenti.
    Riverendola distintamente sono fortunato di potermi firmare
    Suissimo
    Leon Augusto Perussia
    Torino, 29 Febbraio 1872

    Torino, 1 Marzo 1872

    Salussoglia non mi ha potuto portare il Dramma al teatro. Che fare? Io lo voleva. Sono passato due volte a casa loro: ma il dramma con una scusa mi fu sempre negato. Sembravano quei furbi capire dalla mia insistenza l'idea che ho di porlo e di adattarlo in lingua italiana. Finalmente la Signora Salussoglia, stanca della mia insistenza mi diede il Dramma.
    Respirai. Se hanno ancora da vederlo, non saprei: certo è che domani subito mi accingerò a tradurlo in lingua Italiana.

    Sabbato 2 Marzo 1872

    Questa mattina ho pianto lagrime di dolore. Mio padre mi ha fatto una scena, tentando d'intenerirmi colle buone a fare il Notajo. Ho detto no, e sarà no. Eppure mi fa male questa guerra. In questi giorni avrei bisogno d'una forza d'animo, che sento mancarmi ad ogni istante. Se non fosse che tre voci, quella del cuore, della coscienza e quindi del dovere m'impongono di resistere fino alla fine, chi sa a quest'ora, se non avrei fatto a modo di mio padre!

    Domenica, 3 Marzo 1872

    Ieri mio padre mi aveva detto, che sarebbe andato da mio zio e gli avrebbe narrato tutto, e mi aveva detto ciò in tono di minaccia e di spauracchio; credendosi, ch'io sbigottito, l'avessi pregato di dargli tempo e non provocare sì presto uno scioglimento della crisi, che mi travaglia.
    Egli non può persuadersi del mio proposito fermo ed incrollabile. Ma, vedendo, ch'io gli ho detto, che facessse quel che gli talentava, mio padre fu tosto in apprensione, e non osò andar da mio zio, per paura di mandar tutto a monte, e di doverla finire come voglio io.
    Insomma mio padre spera ... spera ancora ch'io voglia mutar pensiero. Egli non mi comprende; ed è naturale perciò questa sua speranza.
    Io non posso, nè devo, nè muterò pensiero.
    Giammai!

    Lunedì, 4 Marzo 1872

    Da Sabbato ho tralasciato totalmente di frequentare l'Ufficio. Provocherò tempeste da parte di mio padre: pazienza! anche queste sono necessarie per lo scioglimento della questione vertente fra di noi. Io sono preparato a tutto.
    Oramai, qualunque cosa possa accadere, ci ho fatto il calle al dolore. Che vale il frequentare ancor l'Ufficio, quando ho deciso, inesorabilmente deciso di rinunziare al Notariato! Intanto lavoro lungo il giorno in Biblioteca attorno al mio Dramma.

    Martedì, 5 Marzo 1872

    Stassera nuova tempesta. Mio padre sa che non vado più all'Ufficio. E' esasperato.
    Ha minacciato, che fra pochi giorni intendeva risolvere questa questione. Se così facesse, mi farebbe un gran bene. Per Diana! anch'io sono stanco e sì spossato e sono più che mai ansioso di sapere quale sarà il mio dimane! Coraggio!

    Mercoledì, 6 Marzo 1872

    Ho scritto a quel Tartufo smascherato nomine Merlo la seguente comminatoria:
    Merlo,
    Ti scrivo per rammentarti che la pazienza ha anch'essa il suo limite, e ch'io sono ristucco di attendere a che tu compia i sacrosanti doveri che hai verso di me.
    Ti perdono anche questa dimenticanza, dietro la riflessione che tu sei solito a dimenticare!
    Attenderò ancora due giorni, nella speranza che tu non mi abbia a costringere a qualche atto coercitivo, per farmi restituire il fatto mio.
    A buon intenditor etc ... etc ... e credo che basti.
    Addio.
    Leon Augusto Perussia
    Torino, 6 Marzo 1872
    Ah! Ah! signor Merlo carissimo! Passerete alla posterità con una nomea non molto bella: perchè converrà bene che un dì qualcuno erediti queste Rimembranze!

    Giovedì 7 Marzo 1872

    Lungo il dì, nella Biblioteca Universitaria, continuo a occuparmi della versione del mio Dramma.
    Sono al principio dell'Atto 2°. Procedo piuttosto lentamente: perchè mi manca l'animo a rifare per intero un lavoro, che mi ricorda tante belle speranze ... e poi in questi giorni ... senza entusiasmo, costretto ad una vita, che maledico ad ogni istante, sfido io, chi possa applicarsi con animo pacato e sereno ad un lavoro Drammatico.
    Nulla di nuovo nella mia vita. Sono triste fino alla morte ... ed alcune volte ho desiderato di uccidermi in questi dì sciagurati.

    Venerdì 8 Marzo 1872

    Mio padre mi fa sempre il viso dell'armi. Mi ha detto, che voleva nessun figliuolo comico e con ciò crede ch'io ritorni al Notariato. M'è venuta un'idea. Purchè io sia Artista, e viva da Artista, il mio avvenire è quale lo voglio; ebbene, per far piacere a mio padre, procurerò di rinunziare all'Arte Drammatica rappresentativa, dato sempre che mi lasci recitare coi delettanti di mia conoscenza.
    Per assicurarmi poi una sussitenza, ed aver agio di occuparmi dei miei lavori letterari, gli proporrò di studiare in pittura all'Accademia Albertina.
    La inclinazione c'è, la perspicacia credo non manchi e se così posso contentar mio padre, sarò anche io felicissimo: perchè o pittore, o comico, a me poco importa, purchè sia Artista anche nei miei interessi. Ma notajo od altro, giammai!

    Sabbato, 9 Marzo 1872

    Comincia il dies irae. Tempesta furiosissima.
    Io fermo ed incrollabile, come torre che non cede per soffiar di venti. Minaccie su tutte la linea.
    Mio padre rabbuffato e fremente ha cominciato questa mattina a prendere le sue misure di rigore, visto che colle buone non otteneva nulla. Mi dispiace a dirlo, ma anche colle cattive otterrà niente affatto, anzi ancor di meno. Colle buone ho fatto una concessione: pittore invece di comico, per assicurarmi una sussistenza.
    Colle cattive non muterò pensiero.
    Intanto comincio a sopportare le conseguenze della mia guerra accanita e irremissibile.
    Mio padre mi ha proibito di porre ancora piede fuori di casa, dandomi tre giorni di tempo a pensare seriamente a ritornare al Notariato (s'intende), dopo di che mi porrà (sono sue parole) a pane ed acqua, finchè non sia domato questo mio cervello arrogante e presuntuoso (sono sue parole).
    Mi vuole smaltir via tutti i fumi, così egli dice.
    E così sono agli arresti, confinato nella mia cameretta. Non bastava la proibizione di frequentare il teatro, il cessare del darmi i soliti denari settimanali, per le mie spese minute: bisogna anche tormi la libertà d'ogni minuto, e fra poco forse verrà il resto del carlino.
    Ho la nobile dignità, la bella ambizione di poter affermare sulla mia coscienza, che io non retrocederò d'un passo dal mio proposito e che questo rigore non riuscirà a nulla affatto.

    Domenica, 10 Marzo 1872

    Oggi è il secondo giorno del mio arresto forzato.
    Ieri ho lavorato tutto il dì attorno alla mia Versione del Dramma, così farò ancora domani.
    Questa inerzia del corpo, che mi s'impone, mi fa venir una bile ... per diana!.. in certi momenti mi bolle il sangue in modo, che darei del capo nel muro. Tuttavia soffro rassegnatissimo: a qualunque castigo mi basta la coscienza in pace.

    Lunedì, 11 Marzo 1872

    Ier sera ho recitato nel Temporale d'Inverno, la parte del primo attore giovine. Mio padre verrà forse domani, per sapere la mia determinazione, spirando con oggidì il termine fissato pel mio primo arresto, ch'io chiamerò deliberatorio ...
    Questo arresto ha avuto questi risultati:
    1) Effetti quali desiderava mio padre, nessuno.
    2) Effetti giovanti alla mia causa moltissimi:
    a) Io mi sono più che mai raffermato nel mio proposito: o comico, o pittore e non altro.
    b) Mio padre nel vedere la mia fermezza, spero che comincierà a capire ch'io non dico la burla.
    c) Ho letto la Camicia Rossa, libro repubblicano del Beghelli, che mi ha dato una forza d'animo veramente di acciajo.
    d) Ho lavorato fino al 3° atto del mio Dramma.
    e) Mi sono preposto a sopportare qualunque altra privazione. Excelsior!!

    Martedì, 12 Marzo 1872

    Questa sera, benchè affranto dalle troppe emozioni di questi giorni, benchè debolissimo di cervello, voglio consegnare le mie Rimembranze in questi fogli.
    E queste Rimembranze mi costano un dolore infinito, uno strazio dell'Anima immenso, insoffribile, crudele che mi strappò dalle labbra una parola, che forse ha deciso il sagrifizio di tutta la mia vita!.. Io sarò notajo!.. Oh perchè nel vergare queste parole, io piango sì amaramente ... e mi sento disperato! Eppure la mia coscienza è calma, perchè oggi sagrificandomi forse per sempre, ho asciugato lagrime, ho ritornato la pace e la serenità nella mia famiglia.
    Io sarò notajo! Oh! perchè una legge dura, inflessibile, tremenda, minacciosa, la legge del cuore, ha soffocate oggidì tutte le mie aspirazioni, tutti i miei aneliti entusiasti, tutte le sante speranze, che infioravano il pensiero del mio avvenire? Perchè vorrei gettare uno sguardo fidente, tranquillo, ironico sull'orizzonte del mio avvenire: ed i miei occhi gonfi per lungo pianto, addolorati, sfiniti si ritraggono spaventati dal quadro amarissimo, che abbozza la mia indomita fantasia!
    Quanti dolori, quante torture atroci, quante di quelle ore, in cui ti sanguina il cuore e giaci senza pensiero, senza forze, mi sono or ora procurate, soggiogato dall'affetto, ch'io porto alla famiglia, dal vincolo di riconoscenza, che mi lega a lei eternamente!

    Venerdì 15 Marzo 1872

    Dopo la risoluzione, che m'ha imposto l'amore alla famiglia, sono alcuni giorni, ch'io, prostrato e languente, non ho la forza di scrivere le mie Rimembranze. Oggi è con più di calma, che mi faccio innanzi a racontare i motivi, che ebbero per effetto la reazione violentata dei miei più santi sentimenti.
    La mattina del 12, mio padre mi si presentò, richiedendomi della mia definitiva risposta.
    "Ho pensato seriamente, risposi, e più che prima mi raffermo nella mia idea: sarò artista, o comico, o pittore.., notajo giammai.
    Sta bene - esclamò mio padre fremendo e fattosi pallido in un tratto -: Sta bene - quest'è la tua riconoscenza!
    E mi lasciò triste e desolato di non poterlo altrimenti consolare.
    Dopo due ore, sento aprire violentemente la porta della camera mia: mi volgo repentino, stavami dinnanzi mio padre ... pallido, livido e tremante di sdegno e d'ira.
    Mi parlò freddamente:
    Sono stato da tuo zio ... gli ho racccontato tutto ... e mi ha consigliato di lasciar fare a modo tuo ... Ebbene, sia pur così!.. Ma ti prevengo, che in casa di tuo padre tu non avvieni più a ripor piede per l'avvenire.
    Ti darò una pensione mensile, che ti provveda lo stretto necessario pel vitto: ma fuori di casa, e fa, e va dove vuoi!
    Io non risposi, ma chinai il capo commosso ... pensando tristamente ... Era dunque necessario, che per essere artista, dovessi rompere tutti i legami, che mi tenevano avvinto alla famiglia?
    Ebbene ... farò così - esclamai - i doveri che ho verso la patria e la società, a cui debbo tutte le mie forze ... saranno bastanti per esigere da me questo sacrifizio ... partirò ...
    Fu chiamato in tavola ... Io non ebbi cuore di recarmi a pranzo. Tuttavia, dopo mille preghiere da parte della mia donna di famiglia vado ... entro nella sala ... e mi scoppiava il cuore, come per morte. Erano tutti in lagrime.
    Mia sorella ... mio padre ... abbattuto, emaciato, la fronte corrugata spaventevolmente ... i labbri lividi tremanti dall'immenso martoro dell'anima sua. Rimasi atterrito.
    Pure mi feci forza ... sedetti ... Mio padre mi guardò ... proruppe in uno scoppio di pianto violento ... e lasciò precipitosamente la sala.
    Ed anch'io ... per la prima volta in tanti giorni piansi ... due lagrime, che mi solcarono le guancie, mi resero avvertito, che, se si resiste alle minaccie ed alle rappresaglie, è impossibile ad un cuore affettuoso il resistere ad un immenso affetto.
    In tutta quella giornata non vidi più il volto di mio padre ... solo udii i suoi passi concitati e gli ordini, che con voce tremante, dava alla cameriera, acciocchè preparasse le mie vestimenta.
    Esclamava egli: Partirà ... e se ne vada: sono stato un imbecille ad amarlo così ... se ne vada pure ... mi dimenticherò di lui.
    Eppure no, mi sembra impossibile ... Io che gli portava tanto affetto, che per lui ho speso tante cure ed affezioni - e piangeva.
    Mi si serrò il cuore. Mi balenò un'idea.
    "Se facessi il sacrifizio di tutte le mie aspirazioni, per far contenti mio padre e la mia famiglia? - E perchè no? - E' destino, ch'io non debba mai esser tranquillo ... che ad ogni passo incontri una barriera insormontabile.
    La reazione incominciava ... io tremai..
    Alla sera, pranzai con la mia famiglia: guardai mio padre ... vidi in quel suo dolore concentrato un barlume di speranza..; ch'egli avese compreso dalla mia calma insolita, che suo figlio l'amava sempre?
    Mi rialzai, mio padre si avviò alle sue camere. Io gli tenni dietro nell'oscurità. Mi parve che si fermasse angosciato ... Allora più non mi contenni ... "Padre, esclamai, dacchè ti spiace la mia idea, sarò Notajo!. Non aveva ancora finito, che già mio padre tremante e piangente di commozione mi teneva abbracciato mormorando: Grazie ... grazie ... perchè sai v'hanno delle cose, che raffreddano il cuor di un padre!!
    Quando mi staccai da lui un bacio mi sfiorò la guancia ... Era mia sorella, che felice mi ringraziava ... lacrimando di tenerezza.
    Purchè sian felici gli altri, pensai tristamente, che m'importa del mio duro destino???!



    Domenica, 17 Marzo 1872

    La mia decisione fa ch'io abbia pochissimo tempo da attendere alle mie occupazioni geniali e vocative.
    Lungo il dì rifrequento l'ufficio. Alla sera ... sono stanco e rotto. Pazienza! Speranza e fede nell'avvenire ... Mi rido del destino malvagio!

    Mercoledì, 20 Marzo 1872

    Ho mandato a quell'imbecille d'un Merlo la seguente:
    Merlo,
    Dopo di aver atteso invano, che da te mi fosse reso il fatto mio, oggi avrei il diritto di avvilirti del cospetto di tutti. Tuttavia, memore di quell'amicizia, che un dì ci teneva uniti in cara comunione di affetti e di speranze, respingo da me ogni mezzo, che sia ingeneroso.
    E per la terza volta ti fo invito, acciò che tu soddisfi il tuo debito verso di me, avvertendoti che in quanto a quei pochi denari di cui sai, io te ne fo un ... regalo, se non hai la dignità di restituirmeli, ma che, riguardo ai libri non intendo, nè permetterò mai, che tu li dichiari tuoi, con un atto arbitrale, a cui, spero, non mi costringerai con ulteriori indugi a dare il conveniente appellativo.
    Non una rampogna, non un risentimento: credo che sia già bastante la voce arcana della tua coscienza! Addio!
    Io ti perdono!
    Leon Augusto Perussia

     
     
     
     
    _______________________________
     
     
     
     
    Carlo Leone Augusto PERUSSIA
     
    TORINO 1871-1872
    Una giovinezza in Italia

    Prefazione del curatore

    PARTE PRIMA

    Parte SECONDA

    Parte TERZA

    Parte QUARTA

    Parte QUINTA

    Parte SESTA

    Parte SETTIMA

     

     

     

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