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by Felice Perussia e Laboratorio di PSICOTECNICA ®
Il testo riprodotto nelle pagine che seguono
è il diario, manoscritto all'età di sedici e diciassette
anni, da mio bisnonno paterno, Carlo Leone Augusto Perussia,
nato a Torino "il 28 febbraio 1855 in via Alfieri 24, piano
1°" (come lui stesso ci testimonia).
La presente pubblicazione integrale del
testo origina principalmente da ragioni personali e familiari,
di natura affettiva. Essa deriva però anche dal desiderio
di riportare una testimonianza inconsueta su di un momento e
su di un'atmosfera ormai lontani della vita del nostro Paese
e di Torino in particolare.
L'interesse per il testo nasce, oltre che
dal carattere originale e dalla notevole capacità di scrittura
dell'autore, anche dal fatto che, contrariamente a quanto avviene
per la gran parte delle narrazioni autobiografiche, il diario
di Leone Augusto non è stato rimaneggiato in tempi successivi
alla sua prima stesura per essere pubblicato. Il manoscritto
venne infatti lasciato a Torino nel 1874, presso la casa paterna
dell'autore, e viene riproposto qui esattamente in tale versione,
scritta giorno per giorno.
Meriterà dunque di preporgli qualche
nota introduttiva che aiuti a contestualizzarlo meglio. Il diario
viene peraltro riprodotto in forma privata, all'interno della
mia famiglia, e serve anche a riordinare alcuni ricordi che fanno
parte di noi. Tutto sommato, infatti, questo piccolo libro non
è che una lunga lettera, rivolta dall'Autore a parenti
ed amici.
Il testo
Il testo originale consiste di un manoscritto,
contenuto in quattro quaderni di cm 20.5 per 13.3, ognuno di
circa 24 fogli per un totale di un centinaio di facciate ciascuno.
Si tratta di normali quaderni, legati a filo refe.
Il titolo originale, riportato sulla copertina
di ciascun quaderno, era "Rimembranze di C. Leone Augusto
Perussia".
Il diario, in bella grafia a inchiostro
seppia, sembra essere stato composto praticamente di getto, quasi
senza correzioni. Solo in qualche caso singole parole, o al massimo
poche frasi, sono state sbarrate e riscritte. Non posso escludere
che la stesura del testo fosse preceduta (di poco) da una minuta,
almeno per alcune parti a carattere poetico, o per le lettere
riprodotte, come lo stesso Leone Augusto testimonia (ad esempio
il 12 febbraio 1872), ma l'impressione generale è, spesso,
quella di uno scritto di prima mano, che comunque non ha avuto
ritocchi successivi all'inserimento nel diario del testo relativo
a ciascuna giornata.
Il diario è stato redatto in privato,
quasi segretamente, all'insaputa di tutti e in particolare del
padre dell'autore (Felice II) il quale, come si leggerà
nel diario stesso, quando lo scoprirà (12 febbraio 1872)
si infurierà.
L'autore, conformemente alla sua indole
vivace e un po' contradditoria, dichiara nella prefazione, con
una certa retorica, che il testo non è destinato ad avere
un pubblico. Però rivolge tale dichiarazione ai suoi futuri
lettori. Poi, in vari punti del diario, si augura che questo
venga pubblicato in un qualche futuro, così che i pensieri
e le vicissitudini di chi l'ha scritto possano diventare noti
al mondo.
Nella prefazione al testo, che è
una prefazione vera e propria, scritta nelle prime due pagine
del primo quaderno e non aggiunta in seguito, scrive dunque:
"Queste rimembranze racchiudendo i segreti più reconditi
dell'anima mia mi piacerebbe non fossero lette da altri, fuorchè
da quelli ai quali io per istima e sicurezza di fedele amore,
le avessi commesso. Questa è la mia volontà: onde,
se mai si avessero a pubblicare, non lo si faccia senza cambiare
i nomi delle persone sopravvissute alla mia morte: acciocchè
non ne abbiano per avventura a ricevere sfregio od onta, o noja."
In seguito, tuttavia, si lascia andare a
dichiarazioni quali, per non fare che un solo esempio, quella
datata 6 Marzo 1872, in cui, rivolgendosi a un suo antagonista,
dichiara con foga: "Ah! Ah! signor Merlo carissimo! Passerete
alla posterità con una nomea non molto bella: perchè
converrà bene che un dì qualcuno erediti queste
Rimembranze!".
E siccome, dopo oltre centoventi anni, avendo
io ereditato appunto tali Rimembranze, e non potendo (ad oggi)
essere sopravvissuto nessuno dei personaggi citati, ho deciso,
in accordo con la famiglia, di riprodurle (ancorchè in
privato) senza cambiamento alcuno.
Difficile comunque dire se Leone Augusto
nutrisse o meno la chiara intenzione di pubblicare il diario
Certo è che, come già accennato, poi lo lasciò
a casa quando partì per Milano (il 28 gennaio del 1874)
e che il testo si è salvato un po' per caso, grazie soprattutto
alle cure di mio nonno Felice (III) e di mio padre Aldo. La successiva,
non indifferente, produzione letteraria pubblicata da Leone Augusto,
e la sua costante propensione a scrivere per essere letto da
altri, suggeriscono comunque una certa disposizione a esprimersi
coram populo.
Venendo a considerazioni più filologiche,
è da notare che in qualche punto si pongono dei problemi
di trascrizione, connessi a una grafia molto chiara ma pur sempre
privata e spesso tracciata sotto l'effetto di grandi emozioni.
Avviene dunque che il testo non sia sempre ben decifrabile. A
volte quello che è evidentemente lo stesso nome viene
scritto in modi diversi (ad esempio: la parola "patria"
a volte ha l'iniziale maiuscola e a volte minuscola; c'è
un amico che viene indicato indifferentemente come Gian Marini
o come Gianmarini, e così via). Sembra esservi anche qualche
lapsus di datazione, per cui capita che un capoverso sia datato
con una indicazione temporale precedente rispetto alla datazione
di un capoverso che pure era stato inserito prima. Tutto ciò
fa comunque parte dell'immediatezza di un diario scritto senza
particolari riletture e quindi molto diretto e autentico. Saranno
dunque perdonati eventuali piccoli errori nella trascrizione
di qualche singola parola (specie per quanto riguarda i nomi
di persona).
Il testo qui pubblicato cerca comunque in
tutti i modi di rispettare l'originale nei minimi particolari,
compreso lo strano modo (agli occhi di oggi) in cui vengono scritte
alcune parole, il frequente utilizzo delle "j", ormai
praticamente scomparse dalla nostra lingua, così come
la frenetica profusione di puntini di sospensione. Uno sforzo
costante, in questa edizione, è stato di non togliere,
nè aggiungere, alcunchè.
Storia e biografia
I fatti di cui si narra riguadano tanto
la vita di Leone Augusto quanto il tempo in cui questi si muove.
Si svolgono nell'arco di due anni, fra il sedicesimo e il diciassettesimo
anno della sua vita, con una piccola coda, di poche singole pagine,
che accenna qualcosa del diciannovesimo anno. Il testo inizia
il 17 marzo 1871 per concludersi il 28 gennaio 1874, giorno,
si è detto, della sua definitiva partenza per Milano,
essendo egli diventato segretario di redazione della rivista
L'Italia Agricola che aveva sede in quella città. La sostanza
copre tuttavia con dettaglio circa 21 mesi (marzo 1871 - novembre
1872).
La gran parte del testo (tutti i primi tre
quaderni e la prima parte del quarto) riguarda in effetti il
solo "anno 17° di sua vita", cioè quello
successivo al compimento dei suoi 16 anni, come egli stesso riporta
sulla copertina dei quaderni.
Il diario descrive, pure nella particolare
prospettiva di un sedicenne, vari momenti della vita cittadina
del tempo, che rendono con molta vivacità, attraverso
schizzi ed accenni, l'atmosfera di allora. Possiamo ricordare,
tra gli altri: il resoconto dettagliato di una riunione filosofica
della società Dante Alighieri (29 maggio 1871),.i tumulti
scoppiati in seguito ai fuochi d'artificio per i 21 anni di pontificato
del Papa xxx, percepiti dalla popolazione come reazionari e antagonisti
all'idea dell'unità d'Italia (16 giugno 1871), le celebrazioni
per il Traforo del Cenisio (17 settembre 1871), l'Esposizione
del Bestiame (18 settembre 1871), il volo di una mongolfiera
fra Torino e Moncalieri (3 dicembre 1871), le feste da ballo
che si protraggono per tutta la notte (21 gennaio 1872; 14 febbraio
1872; ecc).
Lungo le pagine del diario si dipana una
costante frequentazione della vita intellettuale del tempo, attraverso
la continua collaborazione del giovanissimo quanto attivissimo
Leone Augusto a riviste storiche dell'intelligenza locale quali:
Il Ficcanaso, Il Diavolo (dove collabora, oltre che con il suo
nome, anche con lo pseudonimo di Mefistofele), il Gazzettino
Rosa, la Italia del Popolo, Il Pirata, la Plebe di Lodi. Impegno
che culmina con la pubblicazione, come direttore-proprietario
e a sue spese (cioè con debiti per il padre, reso sempre
più disperato dalle stranezze di suo figlio) della rivista
Torino Artistica (10 gennaio 1873).
Vi ricorre un'altrettanto continuo interesse
per gli ambienti teatrali e musicali della città: dalle
rappresentazioni tenute in casa, talvolta costruendoci dentro
addirittura un teatro apposito per un centinaio di spettatori
(14 gennaio 1872), dove Leone Augusto recitava solitamente la
parte dell'Amoroso e il fratello Giuseppe quella del Buffone.
Tale profonda passione culmina nella rappresentazione del dramma
da lui stesso scritto (a sedici anni; cfr il 5 dicembre 1871)
"Ideal e Realtà", sul palcoscenico del teatro
Alfieri, da parte della compagnia del capocomico Antonio Schiavoni
(14 novembre 1872).
Gli schizzi di vita torinese offerti da
Leone Augusto sono molti e illuminanti. I Murazzi, che frequenta
costantemente chiamandoli però Ripari. Le passeggiate
sulla Piazza d'Armi. Il suo redigere lettere d'amore in nome
del fratello Giuseppe, apparentemente molto portato per l'altro
sesso (e particolarmente per diverse attrici che passano da Torino)
ma poco abile a scrivere (23 settembre 1871 e successivi). Il
curioso marchingegno messo in piedi per restituire al legittimo
proprietario, tra i molti che si propongono, un borsellino ritrovato
in via Carlo Alberto (17, 18 e 19 ottobre 1871).
Appare strabordante il suo impegno politico-religioso-sociale,
tra frenetiche dichiarazioni di fede mazziniana, invettive contro
quelli che ritiene essere falsi rivoluzionari (come la perorazione
contro i congiurati di Pietroburgo del 29 agosto 1871), la redazione
di Codici di morale religiosa (2 settembre 1871), le visite alla
chiesa Valdese con il costante dubbio che possa valere la pena
di diventare protestante (15 ottobre 1871), l'impegnarsi di Leone
Augusto a "fare pubbliche lezioni di politica insurrezionale
alla Scuola Mazzini" (27 ottobre 1873), il suo sforzo, in
una con il circolo Pensiero ed Azione di lavorare "per agitare
i popolani, ed a qualche cosa siamo riusciti" (12 dicembre
1873). Di particolare rilievo è anche la sua reazione
alla morte di Giuseppe Mazzini, cui dedica un accorato necrologio
a dieci giorni dalla morte (21 marzo 1872).
Tale profonda identificazione con l'ideale
della politica si intreccia, con toni egualmente appassionati,
all'infelice amore che sente per tale Venanzia, cui praticamente
non si dichiara mai, ma per la quale costantemente si agita,
rilevando lo scarso interesse che questa sembra dimostrargli
(e non mancando, di quando in quando, di perdersi, ancorchè
brevemente, dietro a qualche altra fanciulla che incrocia per
strada, al teatro o a qualche ricevimento).
Sullo sfondo si disegna l'incessante (a
rispettosa) guerra col padre Felice, desideroso di vederlo meno
svanito e possibilmente avviato, invece che alle arti e alla
politica, alle più rassicuranti vie del notariato. Appare
molto intensa anche la sua costante lotta con i problemi connessi
alle varie prove della licenza liceale e l'assoluta volontà
di non diventare notaio (o notajo, come scrive lui) e come invece
voleva la famiglia, battaglia costellata di continue e penose
descrizioni del suo praticantato presso il "Cansidico Capo
Giuseppe Martini". Più in generale, vi si rilevano
le costanti scaramucce con la famiglia, tra battibecchi con i
fratelli e piccole vessazioni ricevute che Leone Augusto traduce
in drammi planetari, come quando gli chiudono a chiave il pianoforte
di casa per impedirgli di suonare (parte IV del "primo sogno")
ovvero gli vietano di frequentare i teatri (20 febbraio 1872)
o lo mettono "a pane e acqua" affinchè si rassegni
a "ritornare al notariato" (9 marzo 1872).
L'Autore
Le notizie sulla vita di Carlo Leone Augusto
sono relativamente frammentate. La loro ricostruzione discende
in parte da documenti che ancora si conservano in famiglia e
in parte da testimonianze orali.
Leone Augusto discendeva da una famiglia
di vecchia tradizione piemontese (e più particolarmente
torinese), economicamente non ricca ma dalla vita dignitosa.
Documenti certi e originali sulla famiglia sono presenti nelle
filze della parrocchia di Lombriasco (poi diventata Pancalieri)
almeno a partire dal 1663, quando Pietro Andrea Perussia registrerà,
in occasione del battesimo, la nascita della sua prima figlia
Anna Clementina.
Intorno al 1780 la famiglia si trasferisce
a Torino città, abitando poi in modo continuativo nel
distretto della parrocchia di S. Carlo, per lo più in
"via Cernaia, n. 22, piano 1°", oppure in via Alfieri,
come testimonia anche lo stesso Leone Augusto. La secolare presenza
della famiglia a Torino è segnalata pure dalla lunga strada,
che ancora oggi si chiama "Strada della Perussia" (più
o meno parallela a via Pianezza) che portava dalla città
alla casa-cascina della nostra numerosa famiglia (edificio oggi
scomparso tra i casermoni della nuova immigrazione industriale
e il moderno Stadio delle Alpi).
La collega storica xxx Notario mi ha peraltro
segnalato, in virtù dei suoi studi d'archivio, la presenza
di un Michele Antonio Perussia, come speziale (ovvero famacista)
presso l'Ospedale San Giovanni Battista nel 1692 con stipendio
di 300 lire mensili più vitto e alloggio. Dice la collega
che si trattava di un compenso piuttosto elevato.
Altri dati precisi e chiaramente documentati
li abbiamo con riferimento al mio quadrisnonno Bernardino Gaspare
Giacomo Perussia, nato a Vigone nel 1775, ufficiale maggiore
delle guardie palatine di casa Savoia, che viene nominato da
Carlo Alberto Cavaliere di grazia dell'Ordine Mauriziano e nel
1850 riceve una pensione di 500 lire da Vittorio Emanuele II
con grandi ringraziamenti per i servizi resi. Bernardino Gaspare
Giacomo morirà a Torino nel 1857, presso l'Ospedale dell'Ordine.
Il nome Felice entrerà stabilmente
in famiglia all'inizio dell'ottocento, a partire dal battesimo
del secondogenito maschio di Bernardino Gaspare, appunto Felice
(essendo stato battezzato il primogenito col nome di Carlo),
naturalmente per onorare la figura di Carlo Felice Principe di
Savoia.
Un figlio di Gaspare, Giuseppe, nato a Lombriasco
nel 1822, e fratello di Felice (I), avrà un figlio che
chiamerà Felice. Questo Felice (II) è il padre
di Carlo Leone Augusto (padre a sua volta del primo Felice milanese,
mio nonno paterno).
Tornando a Leone Augusto in persona, questì
vivrà a Torino fino a poco prima del compimento del suo
diciannovesimo anno. Risiederà poi per molti anni in quella
città, senza quasi mai rientrare nella patria Torino se
non occasionalmente. In seguito si trasferirà iper lungo
tempo n Sardegna, nei pressi di Alghero.
Poco dopo l'arrivo a Milano, darà
alle stampe, presso la Tipografia Editrice Lombarda, il suo primo
romanzo pubblico, e cioè il testo "Ucciderla? Diario
di un marito". In tale romanzo, sostanzialmente a tesi,
vengono caldeggiati valori divorzisti (prodromo di quello che
sarà il concetto di Divorzio all'italiana).
A Milano frequenterà attivamente
i circoli scapigliati e socialisti locali. Amico di Filippo Turati
e di Anna Kulishof, abiterà nella loro stessa casa, nelle
soffitte di galleria Vittorio Emanuele (luogo, allora, dato in
affitto a gente di modesta disponibilità), ma, secondo
il racconto familiare, cambiando poi spesso di abitazione. Come
mi raccontava il nonno, al ritorno dalla villeggiatura, il bisnonno
veniva a prendere la famiglia alla stazione, dopodichè
non si sapeva mai che strada avrebbe preso la carrozza, dato
che Leone Augusto cambiava domicilio a sua discrezione, senza
apparentemente preoccuparsi di avvertire la moglie o i figlioli.
Nel 1898 Leone Augusto si prenderà,
in piazza Castello a Milano, le cannonate di Bava Beccaris (ma
senza conseguenze fisiche) mentre avanzava in testa al corteo
di operai e sotto braccio a Turati L'amicizia con Turati lo porterà,
fra l'altro, a essergli padrino in duello (i socialisti di allora
facevano questo e altro quando se ne offendevano gli ideali),
in particolare nell'estate del 1886 quando Turati aveva sfidato
a duello Ramussi, direttore de "Il Secolo", che lo
aveva offeso politicamente, riuscendo però a dissuaderlo
dall'impresa (per cui, alla fine dei conti, il duello non ebbe
luogo).
Fervente liberale, secondo la definizione
che dava di se stesso, ma anarchico socialista agli occhi dei
benpensanti del tempo, Leone Augusto dedicherà tutta la
vita a perseguire la causa repubblicana. Attribuirà alla
monarchia dei Savoia molte delle disgrazie d'Italia, a cominciare
dalla profonda indignazione (espressa in apertura del diario)
per "il trasporto della capitale da Torino a Firenze"
che ancora gli bruciava fortemente, pur essendo avvenuta ormai
da otto anni (con la Convenzione del settembre 1864). ed essendo
ormai la capitale a Roma Sarà poi giornalista, scrittore
e utopista per così dire di mestiere.
Pubblicherà diversi libri, di cui
non sempre ho trovato una traccia precisa. In particolare, almeno
due sono usciti dapprima in appendice, e cioè a puntate
su dei giornali, per poi essere pubblicati autonomamente. Di
questi conservo una copia. Uno è il già citato
"Ucciderla? Diario di un marito". Un altro romanzo
"L'amante di Caterina" viene pubblicato nel 1877 in
appendice al giornale "La ragione", sostenendo che
si tratti di una traduzione dal boemo (lingua che peraltro non
risulta, ai familiari, fosse nota a Leone Augusto). Nel 1879
pubblica, fra l'altro, per la casa editrice sociale Perussia
& Quadrio (sempre da lui fondata), una grossa quanto curiosa
sinossi intitolata esattamente "Che cosa è la donna?
... Angelo o demone?", di cui pure conservo copia, che presenta,
affiancate su due colonne, citazioni degli autori più
disparati che dipingono alternativamente "la donna"
appunto come un angelo oppure come un demone, senza peraltro
giungere ad una conclusione in materia.
Dopo essere stato per 13 anni redattore
della Italia Agricola, nel 1887 fonderà la Gazzetta Agricola
(testata successivamente acquisita dalla Banca Agricola Milanese).
Promuoverà anche la prima edizione italiana della "Filosofia
americana" di Ralph Valdo Emerson, nei confronti del quale
nutriva grande stima e passione.
Nel 1891 fonderà la Cooperativa Agricola
Italiana, dedita in particolare a promuovere il riscatto dei
contadini nella bassa padana e la coltivazione degli aranci nella
conca di Alghero (mio nonno Felice raccontava che, quand'era
piccolo, a casa ci si nutriva costantemente di arance, conserve
d'arance e aranciate, che il bisnonno acquistava in quantità
dalla cooperativa stessa per contribuire a mantenerla in vita).
Nel 1902 Vittorio Emanuele III lo nominerà, per questo,
Cavaliere dell'Ordine al Merito del Lavoro. Nel 1901 verrà
data in omaggio "al Dottor Leon Augusto Perussia",
in seguito ad una sottoscrizione spontanea organizzata da alcune
centinaia di seguaci del movimento cooperativo italiano, una
medaglia d'oro.
Portava una lunga barba a pizzetto con i
baffi all'insù, e spesso il fioccone al foulard col cappello
a tesa larga. Morirà a Milano, nel 1915, ormai consumato
dalla malaria contratta in Sardegna. E' sepolto, dopo la cremazione
da lui fortemente voluta, al cimitero Monumentale appunto di
Milano, assieme alla moglie.
Una breve descrizione della vita di Leone
Augusto può essere ritrovata nel volume collettaneo "La
scuola radiologica milanese" (Torino: Edizioni Minerva Medica,
1950). In tale volume, a proposito di Felice (mio nonno, che
probabilmente aveva fornito testimonianze al riguardo), si legge,
a pagina sei:
"Il padre [di Felice, e cioè
C. Leone Augusto], infatti, di origine piemontese, trasferitosi
ancor giovane a Milano, era uomo di pronto e vivacissimo ingegno,
di larga cultura letteraria, filosofica, politica ed economica,
di animo generoso, aperto alla più larga comprensione:
lasciati gli studi giuridici, ai quali la famiglia intendeva
avviarlo, si dedicò a studi letterari e in particolar
modo al giornalismo, passando però presto al giornalismo
tecnico, fondando e dirigendo la "Gazzetta agricola"
dalla quale propugnò soprattutto la necessità di
fare opera di bonifica agricola e sociale nelle terre incolte
del nostro Paese. Legato da amicizia personale con molti dei
maggiori esponenti di quel movimento di elevazione democratica
e sociale che in Milano, al principio del secolo, trovò
tanti entusiasti e valorosi seguaci, e dividendone gli ideali
e le aspirazioni, non trovando ascolto da parte dei rappresentanti
del Governo pensò di tradurre egli stesso in azione, con
le sole sue forze, il programma che aveva bandito dalle colonne
del proprio giornale. Con la fiducia che ispiravano la sua persona
ed il suo entusiasmo riuscì a raccogliere un gran numero
di piccole quote e fondò una "Cooperativa Agricola
Italiana per la colonizzazione e la fertilizzazione delle terre
incolte", per la quale acquistò una tenuta nel Mantovano
ed un'altra più vasta, ma completamente abbandonata, in
Sardegna (Surigheddu, Alghero). A quest'ultima Leone Augusto
Perussia dedicò soprattutto la sua appassionata opera
di colonnizzatore e con un lavoro tenace, dissodando la terra
metro per metro, ne fece una fiorente oasi in una landa incolta,
fondandovi anche un villaggio cui diede il nome di "Milanello
Sardo". La sua opera, che non aveva ottenuto aiuti concreti
dal Governo, ebbe però almeno un riconoscimento ufficiale,
perchè quando fu istituito l'Ordine equestre al merito
del lavoro, il nome di Leone Augusto Perussia fu compreso tra
quelli dei primi 80 cittadini ai quali fu conferita l'alta onoreficienza.
Fu però su questo campo di lavoro che egli contrasse l'infezione
malarica che minò la sua tempra robusta e proprio a Surigheddu
nel 1913 fu colpito da grave emorragia cerebrale: trasportato
a Milano dal figlio, con un viaggio compiuto nelle condizioni
più penose, vi moriva nel 1915.
"Della sua opera disinteressata, se
nessun vantaggio economico derivò alla famiglia, rimaneva
però l'eredità morale di un grande esempio di rettitudine,
di laboriosità, di amore per la libertà e per la
giustizia, di saldezza di propositi e di convinzioni, in uno
col maggior rispetto delle opinioni e del pensiero degli altri.
"Accanto alla figura del padre, nella
intimità e nella penombra della vita domestica, quella
della madre, Angela Migasso, essa pure di famiglia piemontese,
tutta dedita alla casa e ai figli (un figlio ed una figlia morirono
in giovane età); amante dell'ordine, attivissima nel governo
della casa, educatrice solerte dei figli, compagna al marito
negli ideali e nelle aspirazioni."
Sarà utile ricordare, al di là
di queste sobrie parole, che l'insediamento di Surgheddu, battezzato
appositamente borgo di "Milanello Sardo" con apposito
decreto ministeriale (da cui, mi piace ribadirlo, la famiglia
non ha ricavato davvero nessun, ma proprio nessun, vantaggio
materiale) rappresenta uno dei pochi esempi di comunità
socialista utopica che siano stati realizzati in Italia. Tale
struttura, praticamente abbandonata dopo la morte di Leone Augusto
ma ancora esistente e posta oggi sotto il controllo della Regione
Sarda, consiste di circa 455 ettari di terreno, con la presenza
(al tempo) di oltre 300 famiglie per un totale di più
di 1.000 persone. La piccola Utopia, tuttora ben visibile con
i suoi molti insediamenti (ivi compreso un grande lago artificale,
particolarmente prezioso per l'agricoltura di quelle terre),
ha rappresentato nei suoi momenti migliori una realtà
agricola di dimensioni nazionali (tanto per fare un esempio:
il 40% del grano utilizzato dalle industrie Barilla proveniva
da lì). L'altra struttura agricola, da lui sviluppata
con criteri analoghi, era invece di circa 260 ettari al Crocevia
di Solferino nel comune di Medole, presso Mantova.
Il seguito della famiglia
Per completare il quadro dell'ambiente familiare
di Leone Augusto, possiamo ancora accennare a suo figlio, mio
nonno e omonimo Felice Perussia (III), medico, il quale, dopo
avere collaborato agli esperimenti di Roentgen nei primi anni
del '900 (la leggenda radiologica vuole che sia stato lui a convincere
Roentgen e i colleghi del laboratorio a indossare dei guanti
quando prendevano in mano materiale radioattivo), sarà
il pioniere della radiologia in Italia. Socialista di ferro,
nel senso generoso e ideale del termine, nel 1945 sarà
il primo Rettore elettivo della Università degli Studi
di Milano, finalmente liberata. Il settimanale Tempo, in un servizio
a lui dedicato nel settembre del 1955 (dove viene ritratto attorniato
dai quattro nipotini, tra cui naturalmente io stesso) lo definirà
"un conservatore d'avanguardia".
E' curioso peraltro, come ulteriore legame
con la nostra città, che il nonno Felice avesse sposato
Emma Maggi di Cremona, l'unica donna laureata in medicina a Pavia
negli anni a cavallo del novecento in cui il nonno vi studiava
(e successivamente primario ospedaliero già negli anni
'40). Il fratello di Emma, Aldo, esercitò infatti la sua
professione di attore principalmente proprio a Torino, in particolare
diventando anche dirigente di quello stesso Teatro Alfieri con
cui Leone Augusto aveva avuto a che fare.
Una conclusione
Dopo tutto ciò, sento il bisogno
di una piccola nota personale, che giustifichi meglio il perchè
di questa edizione di un diario che pure avevamo in casa da molto
tempo. Si tratta infatti, tutto sommato, di una edizione sommessamente
celebrativa. E' infatti capitato che la famiglia, attravero la
mia modesta persona, sia ritornata da dove veniva, e cioè
di nuovo a Torino.
Non è infatti stata piccola la mia
emozione quando nel 1990, quasi centoventi anni dopo la partenza,
e quasi fuga, di mio bisnonno dalla Città ho avuto l'onore
di essere chiamato a ricoprire una cattedra di psicologia generale
proprio nell'antica Università degli Studi di Torino.
Ho allora pensato di riprodurre il diario di Leone Augusto, ma
non osavo. Poi, circa un anno fa, essendo stata fondata la nuova
Facoltà di Psicologia presso la medesima Università,
i miei colleghi hanno pensato, del tutto immeritatamente da parte
mia, di eleggermi primo Preside di tale istituzione.
Mi è sembrato allora che fosse venuto
il momento, quasi attraverso una forma di nemesi, di restitutire
a questa nostra città gli occhi di un suo figlio pure
giovane e lontano (ma non per questo poco affascinante nella
sua prima autobiografia) il quale potrà così ritrovare,
anche solo attraverso la proclamazione di quanto al tempo aveva
provato e la mia modesta presenza cittadina (di cui peraltro
sono molto onorato e orgoglioso), una qualche forma di riscatto
e di riconciliazione, dopo l'infelicità che certo egli
vi ha sofferto tanti anni orsono.
Benvenuti nel sito ufficiale
di Felice Perussia, Professore Ordinario di Psicologia Generale
e di Psicotecnica nella Facoltà di Psicologia dell'Università
di Torino (di cui è stato Preside alla fondazione), Presidente
della Società Italiana
di Psicotecnica SIPSICO, Direttore Scientifico del Giornale
di Psicologia, del Programma
ITAPI e del Laboratorio
di Psicotecnica (a
Milano). Il sito propone anche materiali realizzati assieme ad
alcuni brillanti colleghi del gruppo di lavoro.
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esiste attivamente da ben oltre dieci anni.
Il 30 luglio 2004 abbiamo
introdotto anche un contatore generale, che registra gli accessi
a tutte le pagine dei siti collegati al gruppo PSICOTECNICA.
Siamo orgogliosi del
fatto che, da quel momento, le pagine viste su PSICOTECNICA abbiano largamente superato
il milione.
Le pagine aperte, anche
solo da allora, nell'ambito del Laboratorio di PSICOTECNICA sono state infatti (certificazione
ShinyStat):