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    Leone Augusto PERUSSIA
    TORINO 1871-1872
     
    Prefazione
    di
    Felice PERUSSIA
     

    Prefazione del curatore

     
    Il testo riprodotto nelle pagine che seguono è il diario, manoscritto all'età di sedici e diciassette anni, da mio bisnonno paterno, Carlo Leone Augusto Perussia, nato a Torino "il 28 febbraio 1855 in via Alfieri 24, piano 1°" (come lui stesso ci testimonia).
    La presente pubblicazione integrale del testo origina principalmente da ragioni personali e familiari, di natura affettiva. Essa deriva però anche dal desiderio di riportare una testimonianza inconsueta su di un momento e su di un'atmosfera ormai lontani della vita del nostro Paese e di Torino in particolare.
    L'interesse per il testo nasce, oltre che dal carattere originale e dalla notevole capacità di scrittura dell'autore, anche dal fatto che, contrariamente a quanto avviene per la gran parte delle narrazioni autobiografiche, il diario di Leone Augusto non è stato rimaneggiato in tempi successivi alla sua prima stesura per essere pubblicato. Il manoscritto venne infatti lasciato a Torino nel 1874, presso la casa paterna dell'autore, e viene riproposto qui esattamente in tale versione, scritta giorno per giorno.
    Meriterà dunque di preporgli qualche nota introduttiva che aiuti a contestualizzarlo meglio. Il diario viene peraltro riprodotto in forma privata, all'interno della mia famiglia, e serve anche a riordinare alcuni ricordi che fanno parte di noi. Tutto sommato, infatti, questo piccolo libro non è che una lunga lettera, rivolta dall'Autore a parenti ed amici.


    Il testo

    Il testo originale consiste di un manoscritto, contenuto in quattro quaderni di cm 20.5 per 13.3, ognuno di circa 24 fogli per un totale di un centinaio di facciate ciascuno. Si tratta di normali quaderni, legati a filo refe.
    Il titolo originale, riportato sulla copertina di ciascun quaderno, era "Rimembranze di C. Leone Augusto Perussia".
    Il diario, in bella grafia a inchiostro seppia, sembra essere stato composto praticamente di getto, quasi senza correzioni. Solo in qualche caso singole parole, o al massimo poche frasi, sono state sbarrate e riscritte. Non posso escludere che la stesura del testo fosse preceduta (di poco) da una minuta, almeno per alcune parti a carattere poetico, o per le lettere riprodotte, come lo stesso Leone Augusto testimonia (ad esempio il 12 febbraio 1872), ma l'impressione generale è, spesso, quella di uno scritto di prima mano, che comunque non ha avuto ritocchi successivi all'inserimento nel diario del testo relativo a ciascuna giornata.
    Il diario è stato redatto in privato, quasi segretamente, all'insaputa di tutti e in particolare del padre dell'autore (Felice II) il quale, come si leggerà nel diario stesso, quando lo scoprirà (12 febbraio 1872) si infurierà.
    L'autore, conformemente alla sua indole vivace e un po' contradditoria, dichiara nella prefazione, con una certa retorica, che il testo non è destinato ad avere un pubblico. Però rivolge tale dichiarazione ai suoi futuri lettori. Poi, in vari punti del diario, si augura che questo venga pubblicato in un qualche futuro, così che i pensieri e le vicissitudini di chi l'ha scritto possano diventare noti al mondo.
    Nella prefazione al testo, che è una prefazione vera e propria, scritta nelle prime due pagine del primo quaderno e non aggiunta in seguito, scrive dunque: "Queste rimembranze racchiudendo i segreti più reconditi dell'anima mia mi piacerebbe non fossero lette da altri, fuorchè da quelli ai quali io per istima e sicurezza di fedele amore, le avessi commesso. Questa è la mia volontà: onde, se mai si avessero a pubblicare, non lo si faccia senza cambiare i nomi delle persone sopravvissute alla mia morte: acciocchè non ne abbiano per avventura a ricevere sfregio od onta, o noja."
    In seguito, tuttavia, si lascia andare a dichiarazioni quali, per non fare che un solo esempio, quella datata 6 Marzo 1872, in cui, rivolgendosi a un suo antagonista, dichiara con foga: "Ah! Ah! signor Merlo carissimo! Passerete alla posterità con una nomea non molto bella: perchè converrà bene che un dì qualcuno erediti queste Rimembranze!".
    E siccome, dopo oltre centoventi anni, avendo io ereditato appunto tali Rimembranze, e non potendo (ad oggi) essere sopravvissuto nessuno dei personaggi citati, ho deciso, in accordo con la famiglia, di riprodurle (ancorchè in privato) senza cambiamento alcuno.
    Difficile comunque dire se Leone Augusto nutrisse o meno la chiara intenzione di pubblicare il diario Certo è che, come già accennato, poi lo lasciò a casa quando partì per Milano (il 28 gennaio del 1874) e che il testo si è salvato un po' per caso, grazie soprattutto alle cure di mio nonno Felice (III) e di mio padre Aldo. La successiva, non indifferente, produzione letteraria pubblicata da Leone Augusto, e la sua costante propensione a scrivere per essere letto da altri, suggeriscono comunque una certa disposizione a esprimersi coram populo.
    Venendo a considerazioni più filologiche, è da notare che in qualche punto si pongono dei problemi di trascrizione, connessi a una grafia molto chiara ma pur sempre privata e spesso tracciata sotto l'effetto di grandi emozioni. Avviene dunque che il testo non sia sempre ben decifrabile. A volte quello che è evidentemente lo stesso nome viene scritto in modi diversi (ad esempio: la parola "patria" a volte ha l'iniziale maiuscola e a volte minuscola; c'è un amico che viene indicato indifferentemente come Gian Marini o come Gianmarini, e così via). Sembra esservi anche qualche lapsus di datazione, per cui capita che un capoverso sia datato con una indicazione temporale precedente rispetto alla datazione di un capoverso che pure era stato inserito prima. Tutto ciò fa comunque parte dell'immediatezza di un diario scritto senza particolari riletture e quindi molto diretto e autentico. Saranno dunque perdonati eventuali piccoli errori nella trascrizione di qualche singola parola (specie per quanto riguarda i nomi di persona).
    Il testo qui pubblicato cerca comunque in tutti i modi di rispettare l'originale nei minimi particolari, compreso lo strano modo (agli occhi di oggi) in cui vengono scritte alcune parole, il frequente utilizzo delle "j", ormai praticamente scomparse dalla nostra lingua, così come la frenetica profusione di puntini di sospensione. Uno sforzo costante, in questa edizione, è stato di non togliere, nè aggiungere, alcunchè.


    Storia e biografia

    I fatti di cui si narra riguadano tanto la vita di Leone Augusto quanto il tempo in cui questi si muove. Si svolgono nell'arco di due anni, fra il sedicesimo e il diciassettesimo anno della sua vita, con una piccola coda, di poche singole pagine, che accenna qualcosa del diciannovesimo anno. Il testo inizia il 17 marzo 1871 per concludersi il 28 gennaio 1874, giorno, si è detto, della sua definitiva partenza per Milano, essendo egli diventato segretario di redazione della rivista L'Italia Agricola che aveva sede in quella città. La sostanza copre tuttavia con dettaglio circa 21 mesi (marzo 1871 - novembre 1872).
    La gran parte del testo (tutti i primi tre quaderni e la prima parte del quarto) riguarda in effetti il solo "anno 17° di sua vita", cioè quello successivo al compimento dei suoi 16 anni, come egli stesso riporta sulla copertina dei quaderni.
    Il diario descrive, pure nella particolare prospettiva di un sedicenne, vari momenti della vita cittadina del tempo, che rendono con molta vivacità, attraverso schizzi ed accenni, l'atmosfera di allora. Possiamo ricordare, tra gli altri: il resoconto dettagliato di una riunione filosofica della società Dante Alighieri (29 maggio 1871),.i tumulti scoppiati in seguito ai fuochi d'artificio per i 21 anni di pontificato del Papa xxx, percepiti dalla popolazione come reazionari e antagonisti all'idea dell'unità d'Italia (16 giugno 1871), le celebrazioni per il Traforo del Cenisio (17 settembre 1871), l'Esposizione del Bestiame (18 settembre 1871), il volo di una mongolfiera fra Torino e Moncalieri (3 dicembre 1871), le feste da ballo che si protraggono per tutta la notte (21 gennaio 1872; 14 febbraio 1872; ecc).
    Lungo le pagine del diario si dipana una costante frequentazione della vita intellettuale del tempo, attraverso la continua collaborazione del giovanissimo quanto attivissimo Leone Augusto a riviste storiche dell'intelligenza locale quali: Il Ficcanaso, Il Diavolo (dove collabora, oltre che con il suo nome, anche con lo pseudonimo di Mefistofele), il Gazzettino Rosa, la Italia del Popolo, Il Pirata, la Plebe di Lodi. Impegno che culmina con la pubblicazione, come direttore-proprietario e a sue spese (cioè con debiti per il padre, reso sempre più disperato dalle stranezze di suo figlio) della rivista Torino Artistica (10 gennaio 1873).
    Vi ricorre un'altrettanto continuo interesse per gli ambienti teatrali e musicali della città: dalle rappresentazioni tenute in casa, talvolta costruendoci dentro addirittura un teatro apposito per un centinaio di spettatori (14 gennaio 1872), dove Leone Augusto recitava solitamente la parte dell'Amoroso e il fratello Giuseppe quella del Buffone. Tale profonda passione culmina nella rappresentazione del dramma da lui stesso scritto (a sedici anni; cfr il 5 dicembre 1871) "Ideal e Realtà", sul palcoscenico del teatro Alfieri, da parte della compagnia del capocomico Antonio Schiavoni (14 novembre 1872).
    Gli schizzi di vita torinese offerti da Leone Augusto sono molti e illuminanti. I Murazzi, che frequenta costantemente chiamandoli però Ripari. Le passeggiate sulla Piazza d'Armi. Il suo redigere lettere d'amore in nome del fratello Giuseppe, apparentemente molto portato per l'altro sesso (e particolarmente per diverse attrici che passano da Torino) ma poco abile a scrivere (23 settembre 1871 e successivi). Il curioso marchingegno messo in piedi per restituire al legittimo proprietario, tra i molti che si propongono, un borsellino ritrovato in via Carlo Alberto (17, 18 e 19 ottobre 1871).
    Appare strabordante il suo impegno politico-religioso-sociale, tra frenetiche dichiarazioni di fede mazziniana, invettive contro quelli che ritiene essere falsi rivoluzionari (come la perorazione contro i congiurati di Pietroburgo del 29 agosto 1871), la redazione di Codici di morale religiosa (2 settembre 1871), le visite alla chiesa Valdese con il costante dubbio che possa valere la pena di diventare protestante (15 ottobre 1871), l'impegnarsi di Leone Augusto a "fare pubbliche lezioni di politica insurrezionale alla Scuola Mazzini" (27 ottobre 1873), il suo sforzo, in una con il circolo Pensiero ed Azione di lavorare "per agitare i popolani, ed a qualche cosa siamo riusciti" (12 dicembre 1873). Di particolare rilievo è anche la sua reazione alla morte di Giuseppe Mazzini, cui dedica un accorato necrologio a dieci giorni dalla morte (21 marzo 1872).
    Tale profonda identificazione con l'ideale della politica si intreccia, con toni egualmente appassionati, all'infelice amore che sente per tale Venanzia, cui praticamente non si dichiara mai, ma per la quale costantemente si agita, rilevando lo scarso interesse che questa sembra dimostrargli (e non mancando, di quando in quando, di perdersi, ancorchè brevemente, dietro a qualche altra fanciulla che incrocia per strada, al teatro o a qualche ricevimento).
    Sullo sfondo si disegna l'incessante (a rispettosa) guerra col padre Felice, desideroso di vederlo meno svanito e possibilmente avviato, invece che alle arti e alla politica, alle più rassicuranti vie del notariato. Appare molto intensa anche la sua costante lotta con i problemi connessi alle varie prove della licenza liceale e l'assoluta volontà di non diventare notaio (o notajo, come scrive lui) e come invece voleva la famiglia, battaglia costellata di continue e penose descrizioni del suo praticantato presso il "Cansidico Capo Giuseppe Martini". Più in generale, vi si rilevano le costanti scaramucce con la famiglia, tra battibecchi con i fratelli e piccole vessazioni ricevute che Leone Augusto traduce in drammi planetari, come quando gli chiudono a chiave il pianoforte di casa per impedirgli di suonare (parte IV del "primo sogno") ovvero gli vietano di frequentare i teatri (20 febbraio 1872) o lo mettono "a pane e acqua" affinchè si rassegni a "ritornare al notariato" (9 marzo 1872).


    L'Autore

    Le notizie sulla vita di Carlo Leone Augusto sono relativamente frammentate. La loro ricostruzione discende in parte da documenti che ancora si conservano in famiglia e in parte da testimonianze orali.
    Leone Augusto discendeva da una famiglia di vecchia tradizione piemontese (e più particolarmente torinese), economicamente non ricca ma dalla vita dignitosa. Documenti certi e originali sulla famiglia sono presenti nelle filze della parrocchia di Lombriasco (poi diventata Pancalieri) almeno a partire dal 1663, quando Pietro Andrea Perussia registrerà, in occasione del battesimo, la nascita della sua prima figlia Anna Clementina.
    Intorno al 1780 la famiglia si trasferisce a Torino città, abitando poi in modo continuativo nel distretto della parrocchia di S. Carlo, per lo più in "via Cernaia, n. 22, piano 1°", oppure in via Alfieri, come testimonia anche lo stesso Leone Augusto. La secolare presenza della famiglia a Torino è segnalata pure dalla lunga strada, che ancora oggi si chiama "Strada della Perussia" (più o meno parallela a via Pianezza) che portava dalla città alla casa-cascina della nostra numerosa famiglia (edificio oggi scomparso tra i casermoni della nuova immigrazione industriale e il moderno Stadio delle Alpi).
    La collega storica xxx Notario mi ha peraltro segnalato, in virtù dei suoi studi d'archivio, la presenza di un Michele Antonio Perussia, come speziale (ovvero famacista) presso l'Ospedale San Giovanni Battista nel 1692 con stipendio di 300 lire mensili più vitto e alloggio. Dice la collega che si trattava di un compenso piuttosto elevato.
    Altri dati precisi e chiaramente documentati li abbiamo con riferimento al mio quadrisnonno Bernardino Gaspare Giacomo Perussia, nato a Vigone nel 1775, ufficiale maggiore delle guardie palatine di casa Savoia, che viene nominato da Carlo Alberto Cavaliere di grazia dell'Ordine Mauriziano e nel 1850 riceve una pensione di 500 lire da Vittorio Emanuele II con grandi ringraziamenti per i servizi resi. Bernardino Gaspare Giacomo morirà a Torino nel 1857, presso l'Ospedale dell'Ordine.
    Il nome Felice entrerà stabilmente in famiglia all'inizio dell'ottocento, a partire dal battesimo del secondogenito maschio di Bernardino Gaspare, appunto Felice (essendo stato battezzato il primogenito col nome di Carlo), naturalmente per onorare la figura di Carlo Felice Principe di Savoia.
    Un figlio di Gaspare, Giuseppe, nato a Lombriasco nel 1822, e fratello di Felice (I), avrà un figlio che chiamerà Felice. Questo Felice (II) è il padre di Carlo Leone Augusto (padre a sua volta del primo Felice milanese, mio nonno paterno).
    Tornando a Leone Augusto in persona, questì vivrà a Torino fino a poco prima del compimento del suo diciannovesimo anno. Risiederà poi per molti anni in quella città, senza quasi mai rientrare nella patria Torino se non occasionalmente. In seguito si trasferirà iper lungo tempo n Sardegna, nei pressi di Alghero.
    Poco dopo l'arrivo a Milano, darà alle stampe, presso la Tipografia Editrice Lombarda, il suo primo romanzo pubblico, e cioè il testo "Ucciderla? Diario di un marito". In tale romanzo, sostanzialmente a tesi, vengono caldeggiati valori divorzisti (prodromo di quello che sarà il concetto di Divorzio all'italiana).
    A Milano frequenterà attivamente i circoli scapigliati e socialisti locali. Amico di Filippo Turati e di Anna Kulishof, abiterà nella loro stessa casa, nelle soffitte di galleria Vittorio Emanuele (luogo, allora, dato in affitto a gente di modesta disponibilità), ma, secondo il racconto familiare, cambiando poi spesso di abitazione. Come mi raccontava il nonno, al ritorno dalla villeggiatura, il bisnonno veniva a prendere la famiglia alla stazione, dopodichè non si sapeva mai che strada avrebbe preso la carrozza, dato che Leone Augusto cambiava domicilio a sua discrezione, senza apparentemente preoccuparsi di avvertire la moglie o i figlioli.
    Nel 1898 Leone Augusto si prenderà, in piazza Castello a Milano, le cannonate di Bava Beccaris (ma senza conseguenze fisiche) mentre avanzava in testa al corteo di operai e sotto braccio a Turati L'amicizia con Turati lo porterà, fra l'altro, a essergli padrino in duello (i socialisti di allora facevano questo e altro quando se ne offendevano gli ideali), in particolare nell'estate del 1886 quando Turati aveva sfidato a duello Ramussi, direttore de "Il Secolo", che lo aveva offeso politicamente, riuscendo però a dissuaderlo dall'impresa (per cui, alla fine dei conti, il duello non ebbe luogo).
    Fervente liberale, secondo la definizione che dava di se stesso, ma anarchico socialista agli occhi dei benpensanti del tempo, Leone Augusto dedicherà tutta la vita a perseguire la causa repubblicana. Attribuirà alla monarchia dei Savoia molte delle disgrazie d'Italia, a cominciare dalla profonda indignazione (espressa in apertura del diario) per "il trasporto della capitale da Torino a Firenze" che ancora gli bruciava fortemente, pur essendo avvenuta ormai da otto anni (con la Convenzione del settembre 1864). ed essendo ormai la capitale a Roma Sarà poi giornalista, scrittore e utopista per così dire di mestiere.
    Pubblicherà diversi libri, di cui non sempre ho trovato una traccia precisa. In particolare, almeno due sono usciti dapprima in appendice, e cioè a puntate su dei giornali, per poi essere pubblicati autonomamente. Di questi conservo una copia. Uno è il già citato "Ucciderla? Diario di un marito". Un altro romanzo "L'amante di Caterina" viene pubblicato nel 1877 in appendice al giornale "La ragione", sostenendo che si tratti di una traduzione dal boemo (lingua che peraltro non risulta, ai familiari, fosse nota a Leone Augusto). Nel 1879 pubblica, fra l'altro, per la casa editrice sociale Perussia & Quadrio (sempre da lui fondata), una grossa quanto curiosa sinossi intitolata esattamente "Che cosa è la donna? ... Angelo o demone?", di cui pure conservo copia, che presenta, affiancate su due colonne, citazioni degli autori più disparati che dipingono alternativamente "la donna" appunto come un angelo oppure come un demone, senza peraltro giungere ad una conclusione in materia.
    Dopo essere stato per 13 anni redattore della Italia Agricola, nel 1887 fonderà la Gazzetta Agricola (testata successivamente acquisita dalla Banca Agricola Milanese). Promuoverà anche la prima edizione italiana della "Filosofia americana" di Ralph Valdo Emerson, nei confronti del quale nutriva grande stima e passione.
    Nel 1891 fonderà la Cooperativa Agricola Italiana, dedita in particolare a promuovere il riscatto dei contadini nella bassa padana e la coltivazione degli aranci nella conca di Alghero (mio nonno Felice raccontava che, quand'era piccolo, a casa ci si nutriva costantemente di arance, conserve d'arance e aranciate, che il bisnonno acquistava in quantità dalla cooperativa stessa per contribuire a mantenerla in vita). Nel 1902 Vittorio Emanuele III lo nominerà, per questo, Cavaliere dell'Ordine al Merito del Lavoro. Nel 1901 verrà data in omaggio "al Dottor Leon Augusto Perussia", in seguito ad una sottoscrizione spontanea organizzata da alcune centinaia di seguaci del movimento cooperativo italiano, una medaglia d'oro.
    Portava una lunga barba a pizzetto con i baffi all'insù, e spesso il fioccone al foulard col cappello a tesa larga. Morirà a Milano, nel 1915, ormai consumato dalla malaria contratta in Sardegna. E' sepolto, dopo la cremazione da lui fortemente voluta, al cimitero Monumentale appunto di Milano, assieme alla moglie.
    Una breve descrizione della vita di Leone Augusto può essere ritrovata nel volume collettaneo "La scuola radiologica milanese" (Torino: Edizioni Minerva Medica, 1950). In tale volume, a proposito di Felice (mio nonno, che probabilmente aveva fornito testimonianze al riguardo), si legge, a pagina sei:
    "Il padre [di Felice, e cioè C. Leone Augusto], infatti, di origine piemontese, trasferitosi ancor giovane a Milano, era uomo di pronto e vivacissimo ingegno, di larga cultura letteraria, filosofica, politica ed economica, di animo generoso, aperto alla più larga comprensione: lasciati gli studi giuridici, ai quali la famiglia intendeva avviarlo, si dedicò a studi letterari e in particolar modo al giornalismo, passando però presto al giornalismo tecnico, fondando e dirigendo la "Gazzetta agricola" dalla quale propugnò soprattutto la necessità di fare opera di bonifica agricola e sociale nelle terre incolte del nostro Paese. Legato da amicizia personale con molti dei maggiori esponenti di quel movimento di elevazione democratica e sociale che in Milano, al principio del secolo, trovò tanti entusiasti e valorosi seguaci, e dividendone gli ideali e le aspirazioni, non trovando ascolto da parte dei rappresentanti del Governo pensò di tradurre egli stesso in azione, con le sole sue forze, il programma che aveva bandito dalle colonne del proprio giornale. Con la fiducia che ispiravano la sua persona ed il suo entusiasmo riuscì a raccogliere un gran numero di piccole quote e fondò una "Cooperativa Agricola Italiana per la colonizzazione e la fertilizzazione delle terre incolte", per la quale acquistò una tenuta nel Mantovano ed un'altra più vasta, ma completamente abbandonata, in Sardegna (Surigheddu, Alghero). A quest'ultima Leone Augusto Perussia dedicò soprattutto la sua appassionata opera di colonnizzatore e con un lavoro tenace, dissodando la terra metro per metro, ne fece una fiorente oasi in una landa incolta, fondandovi anche un villaggio cui diede il nome di "Milanello Sardo". La sua opera, che non aveva ottenuto aiuti concreti dal Governo, ebbe però almeno un riconoscimento ufficiale, perchè quando fu istituito l'Ordine equestre al merito del lavoro, il nome di Leone Augusto Perussia fu compreso tra quelli dei primi 80 cittadini ai quali fu conferita l'alta onoreficienza. Fu però su questo campo di lavoro che egli contrasse l'infezione malarica che minò la sua tempra robusta e proprio a Surigheddu nel 1913 fu colpito da grave emorragia cerebrale: trasportato a Milano dal figlio, con un viaggio compiuto nelle condizioni più penose, vi moriva nel 1915.
    "Della sua opera disinteressata, se nessun vantaggio economico derivò alla famiglia, rimaneva però l'eredità morale di un grande esempio di rettitudine, di laboriosità, di amore per la libertà e per la giustizia, di saldezza di propositi e di convinzioni, in uno col maggior rispetto delle opinioni e del pensiero degli altri.
    "Accanto alla figura del padre, nella intimità e nella penombra della vita domestica, quella della madre, Angela Migasso, essa pure di famiglia piemontese, tutta dedita alla casa e ai figli (un figlio ed una figlia morirono in giovane età); amante dell'ordine, attivissima nel governo della casa, educatrice solerte dei figli, compagna al marito negli ideali e nelle aspirazioni."
    Sarà utile ricordare, al di là di queste sobrie parole, che l'insediamento di Surgheddu, battezzato appositamente borgo di "Milanello Sardo" con apposito decreto ministeriale (da cui, mi piace ribadirlo, la famiglia non ha ricavato davvero nessun, ma proprio nessun, vantaggio materiale) rappresenta uno dei pochi esempi di comunità socialista utopica che siano stati realizzati in Italia. Tale struttura, praticamente abbandonata dopo la morte di Leone Augusto ma ancora esistente e posta oggi sotto il controllo della Regione Sarda, consiste di circa 455 ettari di terreno, con la presenza (al tempo) di oltre 300 famiglie per un totale di più di 1.000 persone. La piccola Utopia, tuttora ben visibile con i suoi molti insediamenti (ivi compreso un grande lago artificale, particolarmente prezioso per l'agricoltura di quelle terre), ha rappresentato nei suoi momenti migliori una realtà agricola di dimensioni nazionali (tanto per fare un esempio: il 40% del grano utilizzato dalle industrie Barilla proveniva da lì). L'altra struttura agricola, da lui sviluppata con criteri analoghi, era invece di circa 260 ettari al Crocevia di Solferino nel comune di Medole, presso Mantova.


    Il seguito della famiglia

    Per completare il quadro dell'ambiente familiare di Leone Augusto, possiamo ancora accennare a suo figlio, mio nonno e omonimo Felice Perussia (III), medico, il quale, dopo avere collaborato agli esperimenti di Roentgen nei primi anni del '900 (la leggenda radiologica vuole che sia stato lui a convincere Roentgen e i colleghi del laboratorio a indossare dei guanti quando prendevano in mano materiale radioattivo), sarà il pioniere della radiologia in Italia. Socialista di ferro, nel senso generoso e ideale del termine, nel 1945 sarà il primo Rettore elettivo della Università degli Studi di Milano, finalmente liberata. Il settimanale Tempo, in un servizio a lui dedicato nel settembre del 1955 (dove viene ritratto attorniato dai quattro nipotini, tra cui naturalmente io stesso) lo definirà "un conservatore d'avanguardia".
    E' curioso peraltro, come ulteriore legame con la nostra città, che il nonno Felice avesse sposato Emma Maggi di Cremona, l'unica donna laureata in medicina a Pavia negli anni a cavallo del novecento in cui il nonno vi studiava (e successivamente primario ospedaliero già negli anni '40). Il fratello di Emma, Aldo, esercitò infatti la sua professione di attore principalmente proprio a Torino, in particolare diventando anche dirigente di quello stesso Teatro Alfieri con cui Leone Augusto aveva avuto a che fare.


    Una conclusione

    Dopo tutto ciò, sento il bisogno di una piccola nota personale, che giustifichi meglio il perchè di questa edizione di un diario che pure avevamo in casa da molto tempo. Si tratta infatti, tutto sommato, di una edizione sommessamente celebrativa. E' infatti capitato che la famiglia, attravero la mia modesta persona, sia ritornata da dove veniva, e cioè di nuovo a Torino.
    Non è infatti stata piccola la mia emozione quando nel 1990, quasi centoventi anni dopo la partenza, e quasi fuga, di mio bisnonno dalla Città ho avuto l'onore di essere chiamato a ricoprire una cattedra di psicologia generale proprio nell'antica Università degli Studi di Torino. Ho allora pensato di riprodurre il diario di Leone Augusto, ma non osavo. Poi, circa un anno fa, essendo stata fondata la nuova Facoltà di Psicologia presso la medesima Università, i miei colleghi hanno pensato, del tutto immeritatamente da parte mia, di eleggermi primo Preside di tale istituzione.
    Mi è sembrato allora che fosse venuto il momento, quasi attraverso una forma di nemesi, di restitutire a questa nostra città gli occhi di un suo figlio pure giovane e lontano (ma non per questo poco affascinante nella sua prima autobiografia) il quale potrà così ritrovare, anche solo attraverso la proclamazione di quanto al tempo aveva provato e la mia modesta presenza cittadina (di cui peraltro sono molto onorato e orgoglioso), una qualche forma di riscatto e di riconciliazione, dopo l'infelicità che certo egli vi ha sofferto tanti anni orsono.

     

    Felice Perussia (IV)

    Torino, di casa, gennaio 1999


     
     
     
     
     
    _______________________________
     
     
     
     
    Carlo Leone Augusto PERUSSIA
     
    TORINO 1871-1872
    Una giovinezza in Italia

    Prefazione del curatore

    PARTE PRIMA

    Parte SECONDA

    Parte TERZA

    Parte QUARTA

    Parte QUINTA

    Parte SESTA

    Parte SETTIMA

     

     

     

    Benvenuti nel sito ufficiale di Felice Perussia, Professore Ordinario di Psicologia Generale e di Psicotecnica nella Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino (di cui è stato Preside alla fondazione), Presidente della Società Italiana di Psicotecnica SIPSICO, Direttore Scientifico del Giornale di Psicologia, del Programma ITAPI e del Laboratorio di Psicotecnica (a Milano). Il sito propone anche materiali realizzati assieme ad alcuni brillanti colleghi del gruppo di lavoro.

     

     

     

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