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    DALLA PSICOLOGIA DELLA PERCEZIONE
    ALLA PSICOLOGIA AMBIENTALE
     
    Riferimento bibliografico:
    Cesa-Bianchi M., Masini R., Perussia F., "Dalla psicologia della percezione alla psicologia ambientale: Alcune recenti tendenze". In: Di Blasio P., Venini L., a cura. Competenze cognitive e sociali: Processi di interazione e modelli di sviluppo. Milano: Vita e Pensiero, 1992, 17-31.
     
     
     
    Marcello CESA-BIANCHI, Roberto MASINI, Felice Perussia
     
    Dalla psicologia della percezione alla psicologia ambientale: Alcune recenti tendenze

    Ci possono essere molti modi per affrontare da un punto di vista psicologico il nostro rapporto con l'ambiente. Uno di questi è la definizione dello statuto epistemologico di una psicologia ambientale. Un altro è il tentativo di studiare, alla luce di categorie cognitive, temi ricorrenti della nostra ecologia quotidiana.
    Riprendiamo qui una riflessione che abbiamo già sviluppato in altri momenti precedentie nonchè sulla base di una serie di studi condotti in laboratorio e sul campo (Cesa-Bianchi 1980, 1983; Cesa-Bianchi, Masini e Perussia 1990, 1991; Masini 1980; Perussia 1980a, 1980b,1982a,1982b,1986a, 1986b,1989, 1990; Schmidt di Friedberg, Calvi-Parisetti e Perussia 1992). La riprendiamo sviluppando ulteriormente il tema del rapporto che intercorre fra la psicologia dell'ambiente e le maggiori tradizioni della ricerca scientifica in psicologia, e particolarmente quella gestaltista e cognitivista. Proponiamo poi brevemente un esempio di ricerca sicuramente ecologica, tanto nel senso delle scienze naturali quanto nel senso in cui ne parla Gibson.

    Lo stato dell'arte

    La psicologia dell'ambiente può essere intesa come un settore della psicologia che si propone di studiare il modo in cui gli ambienti vengono percepiti e, attraverso le rappresentazioni che ce ne creiamo, organizzano e determinano soggettivamente il comportamento. In questo senso la ricerca psicologica ha fornito numerosi contributi empirici, su temi relativi alla valutazione soggettiva dell'ambiente, sia in campo nazionale (cfr. Perussia 1983, 1987) che internazionale (cfr. Bianchi e Perussia, 1980; Perussia, 1980).
    La prima impressione che questa vasta letteratura fornisce è però quella di un certo disordine, che appare ricco di dati ma non altrettanto compiutamente organizzato attorno a una strategia epistemologica consapevole (Levy-Leboyer, 1980, Bonnes e Secchiaroli 1992). La carenza di un sistema teoricamente esplicito, che faccia da supporto alla ricerca sul campo, rappresenta anzi uno dei limiti più frequentemente denunciati dagli stessi psicologi dell'ambiente.

    L'intero e le sue parti

    In effetti, però, la ricerca nel campo della psicologia ambientale, laddove siano presenti i modelli teorici che le sono sottesi, non si contrappone alla tradizione della psicologia generale bensì mostra chiare derivazioni dalle concettualizzazioni più classiche dell'approccio fenomenologico-gestaltista (Perussia, 1982b, 1986a). Tali derivazioni, tuttavia, non sempre vengono esplicitate in misura proporzionale all'utilizzo che in pratica ne viene fatto. Varrà dunque la pena, in questa sede, di riprendere, pur senza alcuna pretesa di esaurirle, alcune concettualizzazioni derivate dall'ambito fenomenologico-gestaltista che appaiono particolarmente produttive per avvicinare i temi relativi alla percezione e alla rappresentazione dell'ambiente.
    Una prima concettualizzazione riguarda il problema, spesso semplificato nella formula l'intero è diverso dalla somma delle sue parti, della percezione di totalità organizzate. In realtà, come afferma Wertheimer (1925, p.2), "La 'formula' fondamentale della teoria della gestalt potrebbe venire espressa in questo modo: ci sono degli interi (wholes) il cui comportamento non è determinato da quello dei loro elementii ndividuali, ma dove le parti-processi (part-processes) sono esse stesse determinate dall'intrinseca natura dell'intero. E' appunto l'aspirazione della teoria della gestalt quella di determinare la natura di questi interi". Ovvero, in versione più sintetica, "le proprietà del tutto non sono il risultato di una somma delle proprietà delle sue parti", mentre "la proprietà di una parte dipende dal tutto nel quale è inserita" (Kanizsa, 1978, pp. 45-46).
    Questa concettualizzazione trova un'ulteriore sistematizzazione nell'insieme dei principi della teoria gestaltistica dell'unificazione proposti da Metzger (1963, pp. 118-162). Ne ricordiamo in particolare i due che più spesso sembrano presenti fra le righe di certe analisi ecopsicologiche senza essere dichiarati apertamente.
    Il primo di questi recita: "le qualità intrinseche ai dati stessi determinano la formazione delle unità più ampie, la loro delimitazione, la loro articolazione e il loro raggruppamento".
    Il secondo afferma: "Sulla formazione di unità esercita una influenza determinante la reciproca appartenenza, cioé i rapporti reciproci che sono intrinseci ai dati. Tale formazione non può mai essere compresa considerando soltanto la qualità di ciascun singolo elemento per se stesso. Appare unificato in modo naturale ciò che per sua natura sta bene insieme; per tale ragione il raggruppamento, l'articolazione e la delimitazione naturale sono sensati nel significato pieno e vivo di questo termine" (Metzeger, 1963, pp. 130-131).
    Passando all'area della psicologia ambientale, un chiaro esempio di dimenticanza teorica, ma di utilizzo nei fatti di questi principi è lo scritto pionieristico di Lynch (1960) che, pur proponendosi esplicitamente di definire la 'forma' della città quale si costituisce nell'immagine che ne hanno gli utenti e pur ricavandone un modello strutturale (che propone la percezione dello spazio urbano come uno schema di percorsi, margini, quartieri, nodi e riferimenti) molto simile a certe leggi dell'organizzazione percettiva, cita Gemelli e Kilpatrick ma ignora qualunque gestaltista.

    Fisico, psicologico, psicofisico

    Un'altra basilare concettualizzazione fenomenologica-gestaltistica riguarda la distinzione fra ambiente geografico e ambiente comportamentale, ricordando come in quest'ultimo sia compreso il campo ambientale che si riferisce al costituirsi degli oggetti fenomenico-percettivi e d'altro canto non esaurisce tutto il comportamento che troverà una spiegazione esaustiva nel concetto di campo psico-fisico (Koffka, 1935).
    L'abbandono della 'ipotesi della costanza' porta come immediata conseguenza il principio secondo cui "non possiamo confidare nell'esistenza di una coordinazione punto a punto tra il mondo oggettivo e il mondo fenomenico" (Koffka, 1924, p. 155).
    Tale assunto introduce una distinzione, fra i due concetti di ambiente, che Koffka (1935) preferisce non definire puntualmente ma esprime piuttosto con degli esempi. Sulla base dei primi fra questi (che peraltro non sono esempi 'percettologici'), e cioé l'episodio del cavaliere che attraversa senza saperlo la superficie gelata del lago di Costanza e quello del cane che invece affonda in un fosso ghiacciato su cui pure era transitata la lepre che stava inseguendo l'autore conclude: "distinguiamo dunque tra un ambiente geografico e un ambiente comportamentale. Viviamo tutti nella stessa città? Sì, se intendiamo 'nella' in senso geografico, no, se intendiamo 'nella' in senso comportantentale)" (1935, p. 38).
    Sul piano epistemologico, "la relazione tra ambiente geografico, o configurazione dello stimolo, e comportamento risulta estremamente semplificata se si introduce come anello di collegamento l'ambiente comportamentale; in tal modo infatti la relazione viene spezzata in due relazioni diverse, quella tra ambiente geografico e ambiente comportamentale e quella tra quest'ultimo e il comportamento" (1935, p. 44). In tale prospettiva "l''ambiente comportamentale è cioé un mediatore tra ambiente geografico e comportamento" (p. 46).
    Ritornando all'ambito della psicologia ecologica è interessante ricordare il caso di Barker (1968) il cui maggior contributo consiste nella proposta del noto modello detto del behavior setting. Tale modello, come evidenziano efficacemente Bagnara e Misiti (1978, pp. 14-17) si propone chiaramente come uno sviluppo delle indagini di Koffka sul rapporto tra ambiente comportamentale e ambiente geografico e di quelle di Lewin sullo spazio di vita. L'autore non cita però nessuno dei due pur accennando (una volta tanto) a Heider. Ciò è particolarmente curioso se si considera che Barker è un allievo diretto di Lewin e che proprio con il prodromo della teoria del behavior setting ha conseguito il Kurt Lewin Memorial Award. E' notevole che in quest'ultimo scritto Barker sostenga la necessità di sviluppare in opposizione (parrebbe tra le righe) al formalismo gestaltista lewiniano, un naturalistic study dell'uomo che sia più vicino alla effettiva realtà ed esperienza del comportamento (Barker, 1963).
    Un altro caso significativo è quello di Chein (1954) il quale, per confutare proprio il contributo di Koffka (affermando che "ci sono fattori dell'ambiente geografico che influenzano il comportamento anche se non appartengono all'ambiente comportamentale nel senso in cui Korffka lo concepisce", (p. 116) riscopre, quasi si trattasse di una nuova teorizzazione, un concetto di ambiente geo-behavioral o objective behavioral da cui ricava che l"ambiente comportamentale' non esaurisce tutto il comportamento, il che paradossalmente è proprio ciò che Koffka ha sempre affermato.

    La fisica fisiognomica

    Un altro motivo tipicamente gestaltista che affiora nella ricerca sulla soggettività ambientale è quello del carattere 'fisiognomico' delle rappresentazioni dell'habitat.
    Infatti, in primo luogo "per descrivere in modo adeguato l'ambiente comportamentale dobbiamo indicare non solo gli oggetti in esso compresi ma anche le loro proprietà dinamiche" (Koffka, 1935, p. 54). In secondo luogo: "una descrizione degli oggetti entro il nostro ambiente comportamentale sarebbe incompleta e inadeguata se non prendessimo in considerazione il fatto che alcuni di essi sono attraenti, altri repulsivi, altri ancora indifferenti, intendendo i termini attraente e repulsivo nell'accezione più ampia", (p. 371).
    Nella più recente sistematizzazione delle 'proprietà gestaltiche', fornita da Metzger (1963), accanto alle, 'qualità di struttura' e alle 'qualità globali' sono presenti i 'modi-di-essere' ('qualita espressive') ai quali appartengono tutte le proprietà fisiognomiche. Caratteristica fondamentale delle relazioni intercorrenti tra 'struttura' e 'modi-di-essere' è che "esiste per ogni modo-di-essere una ben determinata struttura in cui esso si realizza nel modo più puro e coercitivo e che viene chiamata 'privilegiata' o 'pregnante'" (Metzger, 1963, p. 79). Ciò significa che l'espressività è un elemento dato in maniera immediata nel costituirsi del momento percettivo. Inoltre, secondo Metzger, se esiste un primato metodologico dello studio delle qualità strut- turali, il 'primato genetico' spetta alle qualità espressive.
    Il carattere fisiognomico dei dati di natura è appunto una delle ragioni che hanno indotto i teorici della gestalt a tenere conto di fattori che sono tipici anche della moderna psicologia ambientale. Come sottolinea Kohler (1947, pp. 160-161) "sono ben pochi i soggetti in grado di udire il rombante 'crescendo' di un tuono lontano come un fatto sensoriale neutro; alla massima parte di noi esso suona 'minaccioso'. In sede di percezione, le varie condizioni del tempo meteorologico risultano analogamente compenetrate di caratteristiche psicologiche. Allo stesso modo parliamo di giorni 'tranquilli' e 'agitati', 'tetri' e 'lieti'. Aggettivi consimili si attribuiscono a paesaggi naturali, a vedute di città e via dicendo".
    .Analogamente anche Ash (1952, pp. 195-196) sottolinea 1a presenza costante di qualità espressive nell'ambiente: "il cielo, le montagne e il mare, la terra stessa esprimono gioia, potenza e minaccia. Queste qualità danno un carattere di drammatica realtà alla nostra esperienza ambientale e determinano il nostro modo di affrontare le cose. Parrebbe che le caratteristiche che noi chiamiamo espressive siano tra le prime che osserviamo e alle quali rispondiamo".
    E' dall'insieme di questo sistema dinamico-fisiognomico che deriva uno dei postulati dell'ecopsicologia, e cioé quello secondo cui "noi ci vediamo come radicati nell'ambiente circostante" (Ash, 1952, p. 318). Mentre vi è, in qualche modo, un bisogno di essere 'orientati' verso il mondo, di sentirsi parte di esso, di non agire alla cieca. Gli uomini vogliono che il mondo abbia per loro un significato, vogliono sentirsi in rapporto significativo con il loro ambiente (ibldem).
    Queste ultime citazioni appaiono notevolmente significative, alla luce della più recente tradizione psicologico-ambientale, in quanto, pur essendo nate in un contesto molto lontano da questo settore di ricerca, sono facilmente riconoscibili dalla generalità degli specialisti come punti di riferimento della propria esperienza quotidiana di ricercatore.

    Forme quotidiane

    Un altro stereotipo ricorrente relativo alla tradizione fenomenologica-gestaltista è la sua riduzione esclusiva a una psicologia della percezione. Al contrario, per non ricordare che uno solo degli esempi più noti, la teoria lewiniana dello 'spazio di vita' rappresenta un momento di chiara estensione delle concettualizzazioni gestaltiste ad ambiti che pur muovendosi in genere, dal livello fenomenico si addentrano profondamente nel mondo del rappresentato.
    Il modello topologico di Lewin (1936), basato su una descrizione dello spazio di vita come campo orientato da una struttura cognitiva dinamica (determinata dal gioco di bisogni, regioni, valenze, forze, tensioni e locomozioni), è molto vicino al concetto di rappresentazione dell'ambiente normalmente impiegato in psicologia ecologica (ed è l'unico modello gestaltista che vi viene citato spesso).
    Baldwin (1967, pp. 98-99) ha sottolineato come "in una certa misura Lewin fu più radicale di altri teorici perché non incluse esplicitamente nella sua rappresentazione l'ambiente fisico: l'ambiente psicologico non ha, per lui, alcuna relazione ben delinita con quello fisico. In un certo senso, secondo la sua teoria, l'individuo potrebbe agire anche se il mondo esterno non esistesse. Una cosa incide .sul comportamento se è rappresentata nell'ambiente psicologico; se non vi è rappresentata, non incide sul comportamento e, in tal caso, non è pertinente a una spiegazione psicologica".
    Tale apparente noncuranza per l'habitat geografico (peraltro forse meno netta di quanto Baldwin affermi) rappresenta di fatto un'estrema riduzione del campo psicofisico alla componente fenomenica dell'ambiente comportamentale. Questo atteggiamento pone radicalmente l'accento sulla rilevanza del mondo 'rappresentato' (invece di quello 'reale') nel determinare il comportamento. La quale rilevanza viene sottolineata con instancabile insistenza dalla generalità degli psicologi ambientali.
    Lewin per altro, pur essendo uno studioso molto citato in campo psicologico ambientale, viene spesso in un certo senso edulcorato attribuendogli delle caratteristiche differenti rispetto all'originalità teoretica di gestaltista 'storico' che lo caratterizza. Valga per tutti il caso del pur notevole contributo di Levy-Leboyer (1980) dove l'autore è cosi caratterizzato: "Lewin è stato il primo psicologo che ha proposto un insieme teorico coerente, corrispondente alle esigenze della psicologia dell'ambiente" infatti "Pur essendo uno psicologo influenzato dalla scuola della gestalt, Lewin non si è limitato allo studio dei soli processi percettivi. Al contrario, egli integra nel proprio schema teorico tanto i valori e i bisogni propri a ogni individuo che le sue caratteristiche cognitive e affettive" (pp. 18-19).
    Per concludere su questo punto, anche uno studioso 'classico' della percezione e della psicologia ambientale qual è Ittelson, in uno scritto di inquadramento teorico dell'ecopsicologia (1973), ignora tutti gli psicologi della gestalt, Lewin compreso. Ciò è particolarmente curioso se si leggono le sue ultime pagine, dove afferma: "infine, forse più importante di tutto, gli ambienti hanno sempre un'atmosfera, difficile da definire ma molto importante... Prima di tutto, gli ambienti sono quasi senza eccezione vissuti come parte di un'attivita sociale... Secondo, gli ambienti possiedono sempre una qualità estetica ben determinata... ambienti neutri esteticamente sono impossibili. Infine, gli ambienti hanno sempre una qualità sistemica. Le varie componenti e gli eventi si pongono in relazione reciproca" (p. 26).
    In conclusione: "l'uomo non è mai completamente sciolto dalla situazione in cui agisce, nè l'ambiente è indipendente dall'individuo. Non ha senso parlare di essi come esistenti al di fuori della situazione in cui vengono incontrati... tutte le parti della situazione entrano in gioco come parlecipanti attive" (p. 30). Praticamente, come si vede, Ittelson riscopre il concetto di spazio di vita, di struttura organizzata, di fisiognomica del campo percettivo, ma senza alcun accenno ai gestaltisti.

    Fenomenologia sperimentale

    Un'ultima concettualizzazione presente, se pure sempre in assenza di un diretto riferimento alla tradizione fenomenologico-gestaltista, è quella relativa all'utilizzo del metodo e dell'approccio fenomenologico nella definizione del peculiare oggetto di studio della disciplina. Seguendo Metzger, il giusto modo di studiare il dato immediato viene così espresso nella seguente prescrizione: "Accettare semplicemente il 'dato immediato' così come esso è, anche se appare come non abituale, inatteso, illogico o insensato e anche se contraddice a convinzioni indiscusse o ad abitudini di pensiero molto familiari. Lasciar parlare le cose stesse, senza lasciarsi fuorviare da quanto ci è noto e abbiamo appreso, dall"ovvio', dal sapere implicito, dalle esigenze della logica, dagli stereotipi linguistici o dalla povertà del nostro vocabolario" (Metzger, 1963, p. 15).
    Questo metodo ha avuto notevole sviluppo. In particolare, come è stato notato, "in psicologia sociale difficilmente possiamo fare un passo senza far riferimento all'esperienza diretta. Noi agiamo e scegliamo sulla base di quanto vediamo, sentiamo e crediamo; significati e valori sono parti delle nostre azioni... Per poter comprendere l'azione umana è necessario quindi comprendere il modo cosciente nel quale le cose accadono ai nostri occhi... La descrizione dell'esperienza diretta è quindi il necessario primo passo nell'indagine, per l'identificazione dei fenomeni che ci interessa capire... I fatti dell'esperienza ci forniscono l'oggetto delle nostre indagini" (Ash, 1952, pp. 68-69).
    L'uso sistematico del metodo gestaltista è stato autorevolmente definito una 'fenomenologia sperimentale' (Kanizsa, 1984). Buona parte della ricerca in psicologia ambientale potrebbe analogamente venire indicata come una 'fenomenologia sul terreno', ed essere quindi impiegata senza perdere d'occhio il riferimento alla ricca esperienza metodologica dei gestaltisti.
    Le osservazioni svolte in precedenza evidenziano una conti-nuità concettuale fra vaste aree dell'approccio fenomenologico-gestaltista e della psicologia ambientale, e una continuità metodologica centrata sull'atteggiamento/metodo fenomenologico. In questo senso può essere superata anche la dicotomia, surrettizia, fra ricerca di laboratorio e ricerca 'sul terreno', laddove si evidenzi una continuità fra fenomeni e leggi di organizzazione in condizioni di semplificazione della struttura stimolante da un lato, e in condizioni di apparente maggiore naturalità dall'altro. Si pensi per esempio, per restare in ambito gestaltista, all'equivalenza degli effetti funzionali (espansione e conrazione di superfici) in situazioni di completamento amodale ritrovata a livello sia micro sia macropercettivo (Masini e Perussia, 1982). E ancora, se si consideri il tema della percezione multimodale fondamentale in psicologia dell'ambiente, le evidenze di laboratorio testimoniano della continuità delle leggi percettive fra i vari canali sensoriali (Cesa-Bianchi e Masini, 1985; Masini, l983), in un'ottica di 'unità dei sensi' (Marks, 1978) che spiega anche il significato e l'importanza della metafora e dei suoi fondamenti sinestesici nelle fruizioni di pattern più complessi quali quelli della produzione artistica. Sotto questo punto di vista si può rimarcare anche la sostanziale unilaleralità di posizioni radicalmente 'ecologiste' sulla percezione, quale quella espressa, per esempio, da Gibson (1979).

    Immagini ambientali

    Tuttavia, alle continuità talora misconosciute dai ricercatori in psicologia ambientale, bisogna accostare talune discontinuità e differenziazioni che rendono conto con sufficiente precisione del differente livello a cui si colloca l'approccio fenomenologico in percezione (tradizione gestaltista) e in psicologia dell'ambiente; questo per non cadere, in una eccessiva estensione del concetto stesso di percezione, rivelabile per esempio in taluni psicologi ambientali di formazione teorica transazionalista (cfr. per es. Ittelson, 1973). La questione deve essere spostata sulla possibilità di distinguere o meno tra percezione e processi di immaginazione nell'ambito della percezione ambientale in particolare e della percezione in generale. In un altro lavoro (Masini, 1979) si è cercato di evidenziare una certa continuità tra immagini e percezione in termini costruttivistici, intendendo entrambe come un processo di sintesi figurale, d'altro canto se ne è anche sottolineata la differenza come disponibilità di applicazione all'informazione data, così come la differente interferenza con altri processi cognitivo-affettivi.
    Le strutture immaginative si possono ritenere più strettamente riferentesi agli aspetti interpretativi dell'elaborazione dell'informazione assumendo per esempio la distinzione di Kanizsa (1979) fra processi primari e processi secondari. Sia il 'vedere' che il 'pensare' vanno 'al di là dell'informazione data', ma questo 'andare al di là' avviene secondo modi e leggi differenti. In questo senso buona parte delle ricerche sulla percezione ambientale sembrerebbero collocarsi sul versante immaginativo più che su quello strettamente percettivo, sul versante del 'rappresentato' più che su quello dell''incontrato'. Si tratta di intendersi sul concetto di immagine. In ecopsicologia è ulilizzato nel senso di una strutturazione cognitiva dell'ambiente in quanto processo interpretativo dei dati percettivi (Downs e Stea, 1973; Perussia, 1986b).
    L'immagine è uno 'schema in quanto organizzazione attiva dell'esperienza passata (Bartlett, 1932), oppure in termini informazionali 'l'immagine' è tutta la conoscenza accumulata e organizzata che l'organismo ha di se stesso e del suo mondo (Miller, 1973, p. 33). Essa quindi è non solo rappresentazioni ma anche valori, relazioni, ecc. Il concetto stesso di azione può allora essere coerentemente recuperato affiancando alle immagini i 'piani', intesi come processi che controllano l'esecuzione. D'altro canto immagini e piani interagiscono strettamente così che piani possono divenire parti di immagini e viceversa.
    Viene allora in luce anche il senso dell'agire come chiave dei processi di pianificazione e come arricchimento delle immagini-conoscenza. Il compito sarà allora di rilevare alcune immagini sufficientemente stabili e generali in funzione di determinati ambienti e di determinate modalita di azione.
    La tradizione della ricerca fenomenologica, nel senso di quella fenomenologia sperimentale (in laboratorio e sul campo) che, come abbiamo visto, rappresenta l'elemento di continuità fra la tradizione gestaltista originaria e le più recenti tendenze di ricerca in psicologia cognitiva, ha trovato molte concrete aree di azione specifica nell'ambito della psicologia ambientale. Si è trattato prevalentemente di ricerche di base, che si sono proposte di raccogliere conoscenze di fondo, sulla scorta di ipotesi specifiche, per definire il quadro di riferimenlo di singole situazioni di rapporto fra l'individuo e il suo ambiente.
    Vi è però stato spesso presente, se pure in varia forma, anche il riferimento costante a quella 'ricerca azione' di lewiniana memoria che secondo alcuni (Weisman, 1983) rappresenta un punto focale dello spirito scientifico che informa la nascita e lo sviluppo della psicologia ecologica.
    Una parte di tale ricerca psicologico-ambientale si è inoltrata nella stessa direzione in cui si sono sviluppati i lavori di Arnheim, e cioè verso l'analisi delle percezioni e delle rappresentazioni cognitive di spazi architettonici nonché dell'estetica ambientale in senso lato. Lo stesso Arnheim nel suo importante lavoro Il potere del centro (1982) afferma la necessità, per una lettura psicologica approfondita delle opere d'arte visive, del reperimento di centri visivi che le organizzino nella prospettiva di una risoluzione del conflitto soggettivo fra 'griglia cartesiana' e 'sistema concentrico'. D'altro canto egli sottolinea come passando a configurazioni percettive sempre più complesse (dai quadri, fino alle forme architettoniche), sul piano orizzontale la dinamica corrispondente coinvolge l'utente in modo più diretto ed è pertanto, in senso lato, sociale. Il piano a livello costituisce l'arena dell'azione umana... A un primo approccio, pertanto, i nostri due sistemi della centricità e della linearità sembrano incarnarsi separatamente nelle due componenti della realizzazione architettonica, vale a dire soprattutto negli edifici e nelle strade. Ma uno sguardo più ravvicinato ci rammenta che ogni oggetto architettonico non è raffigurato soltanto dalla propria centricità ma anche dal suo rispondere all'andirivieni dei suoi utenti, e che, per converso, ogni canale è esso pure un oggetto, che pertanto necessita di una propria centricità... Così, nel piano orizzontale, l'interazione tra il sistema centrico e quello reticolare è nella sua essenza, un simbolo del comportamento sociale (1982, pp. 240-242 e 247).

    Il pensiero verde

    La letteratura ecopsicologica è molto vasta, e se ne possono trarre vari esempi, per rendere l'idea dell'interesse e della continuità epistemologica che questo tipo di ricerca può presentare agli occhi di uno sudioso che voglia tenere conto di tutta la tradizione della psicologia generale, e non soltanto delle ultime teorizzazioni. Una modalità di approccio sicuramente rappresentativa, che è stata sviluppata in modo particolare all'interno del nostro gruppo di lavoro, è quella delle immagini sociali, e delle interazioni collettive, sui temi della compromissione ambientale.
    Il riferimento teorico di fondo di questo insieme di lavori può comunque venire nuovamente sintetizzato in un principio informatore generale. Secondo tale principio si può affermare che le molte risultanze sperimentali, relative alla percezione e alla rappresentazione cognitiva dell'habitat a diversi livelli di complessità e a diverse scale, concordano nel mettere in luce come esistano delle strutture generali e ricorrenti che tendono a dare corpo autonomo e organizzato alle svariate percezioni elementari stimolate dalla presenza dell'ambiente fisico. In altre parole: anche nel caso di 'oggetti' molto complessi, come le strutture architettoniche (ma anche nel caso della città, delle aree regionali, dello stato dell'ambiente nel suo complesso, ecc.), esistono in qualche modo delle gestalt percettive e cognitive ricorrenti la cui natura appare differente dalla semplice somma degli stimoli e delle conoscenze elementari che le compongono nelle loro parti.
    Passiamo dunque ad eseminare, pur brevemente, il caso della dimensione psicologica che caratterizza la sensibilità per la compromissione dell'ambiente (Perussia 1989, 1990).
    La preoccupazione ecologica è diventata un tema ricorrente della nostra quotidianità per tutti gli anni '80 e '90. Ciò deriva in primo luogo dalla effettiva gravità della compromissione ambientale. La qualità intensa e penetrante dell'inquieto coinvolgimento che lo squilibrio ecologico è in grado di suscitare discende tuttavia anche dalla capacità evocativa, in termini di simbologie psicologiche profonde, che l'immagine attuale dell'ambiente suscita sul piano culturale.
    La ricerca psicologica ci mostra come i termini della questione ecologica siano molto indeterminati. Praticamente nessuno è in grado di definire il concetto di natura, di inquinamento o di ecologia, in modo chiaro ed univoco. Il riferimento a questo vago ambiente rappresenta però una dimensione molto diffusa, che coinvolge la sostanziale totalità dell'opinione pubblica. La comparsa del tema "eco" è comunque trascinante. In pratica: tutti ne sono partecipi, ma in modo assai vago.
    La sensibilità ecologica si struttura fondamentalmente in termini di psicologia dell'attribuzione. Essa consiste nella classificazione di alcuni problemi sotto la voce della crisi ambientale e nella identificazione di fattori circoscritti cui attribuirne l'origine e la responsabilità. Detta responsabilità non è mai autoriferita, ma proiettata su entità esterne. Queste sono indicate principalmente nelle attività industriali ma anche nell'umanità in genere (me escluso, assieme a quelli con cui mi identifico). Grosso modo: siamo tutti convinti (al momento attuale) che esiste una alterazione della natura e che questa è il prodotto dell'intervento (della presenza) dell'uomo.
    Il richiamo ecologista è un passe-partout per molteplici recriminazioni e svariate proteste. Una delle ragioni che ne inficiano parzialmente l'efficacia sta nel fatto che, benchè si sottolinei non di rado che "bisogna sensibilizzare il pubblico", si tratta in realtà di una scelta condivisa da tutti.
    Al centro del pensiero verde sta la convinzione che la natura sia sempre di per sè buona, mentre solo l'azione dell'uomo può essere cattiva. E' anzi proprio l'intervento umano la causa percepita del degrado. Ciò sembra dipendere, almeno in parte, dal fatto che l'uomo non può rifiutare di far parte della natura.
    Dopo Darwin e dopo Freud, non possiamo più ignorare che la nostra costituzione è molto vicina a (se non coincidente con) quella dell'animale. La nostra coscienza appare sovracarica di pulsioni istintive e brutali.
    Questa immagine "bestiale" dell'uomo risulta però assai più tollerabile se ci immaginiamo l'animale come intrinsecamente positivio e genuino, in una forma simile a quella del tipico buon selvaggio. Ed il pensiero verde propone appunto di animalizzare l'uomo nel senso di renderlo più civile.
    Sotto l'egida della preoccupazione ambientale viene sviluppata un'ampia ristrutturazione dei punti di riferimento socialmente accettabili per le scelte collettive. L'identificazione del sito per una discarica, o le strategie energetiche (ed industriali) del paese, offrono la base per ridiscutere il concetto di democrazia e di diritto naturale. Per il tramite dell'ecologismo, e del rinascente localismo che se ne fa portatore, viene messa in discussione una buona parte del contratto sociale.
    Mediante i referendum, soprattutto comunali, l'ecologia permette di riproporre il tema dell'autogestione e della democrazia diretta. Attraverso la negazione della autorità dei tecnici (ingegnieri e fisici sono spesso vicini all'industria, ed alle scelte nucleari), la ragione ecologica favorisce una diffusione a livello popolare di quella crisi dei fondamenti scientifici che già da tempo si è radicata nella cultura "alta".
    Il pensiero verde mostra una notevole propensione a maledire il benessere della civiltà, sottolineandone la natura tossica (il suo essere una mela avvelenata). Dichiara costantemente il proprio rifiuto di questo mondo industriale occidentale, dove anche le masse conducono una vita relativamente agiata (con comodità e sicurezze impensabili, anche per un re, non più di due secoli fa), mentre l'età media si è andata perversamente allungando.
    La ragione ecologica è in parte una forma di scongiuro, finalizzato ad evitare che il benessere tanto gradevole in cui viviamo possa venire meno. L'elenco dei mali di questa nostra civiltà serve a fare la lista dei traguardi conseguiti. Il quadro della situazione viene presentato a tinte fosche nell'atavica speranza che gli dei invidiosi, vista la pochezza di ciò che possediamo, non siano tentati di portarcelo via.
    L'inquietudine verde è, tra l'altro, una rivisitazione di quella preoccupazione per la pulizia che sembra avere giocato un ruolo tanto rilevante nel determinare, attraverso l'educazione che ci è stata impartita da piccoli, il nostro carattere. Il controllo degli scarichi e dei veleni è una versione civilizzata e planetaria del problema di sorvegliare le nostre feci, che credevamo di avere risolto con il dominio delle deiezioni personali. Le fognature non bastano più a nascondere le turpitudini del mondo, ed occorre trovare nuove soluzioni al diffondersi del male nell'aria.
    Il pensiero verde è anche un modo per rievocare, negandolo reattivamente, un sogno di onnipotenza. Le centrali esplodono, le industrie distruggono tutto, l'abbattimento degli alberi cancella ogni traccia di vita umana. Ciò che si teme nell'inquinamento è anche che questo possa dare forma ad una aggressività che sentiamo parte della nostra natura, e che non ci vogliamo (giustamente) permettere di esprimere.

    Una fenomenologia ecologica

    In conclusione: esiste un filo diretto che lega la tradizione fenomenologico-gestaltista, ovvero le moderne concettualizzazioni della psicologia cognitivista, alla ricerca in psicologia dell'ambiente. Benché alcuni studiosi ne abbiano talvolta dimenticato le radici, ci pare tuttavia di avere sufficientemente reso l'idea di quanto esso sia determinante. Le modalità di approccio al tema delle percezioni e delle rappresentazioni cognitive di strutture ambientali complesse si sono naturalmente rinnovate nel tempo, ma l'insegnamenlo dei 'padri fondatori' rimane tuttora molto valido e stimolante. Da questo punto di vista la tradizione fenomenologico-gestaltica appare fra le più produttive.


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