Questo è un servizio libero e gratuito a sfondo
(speriamo) scientifico e culturale, senza fini di lucro e senza
contenuti commerciali, offerto alla collettività. L'unico
obiettivo perseguito è quello di mettere a disposizione
alcune risorse. Si tratta di un pubblico servizio, la cui fruizione
è ammessa esclusivamente per uso personale. Il sito è
redatto da chi lo cura, utilizzando la propria fantasia assieme
a fonti di pubblico accesso. Nel caso in cui tuttavia qualcuno
si ritenesse danneggiato dai suoi contenuti, specie per il fatto
che mi è sfuggita qualcosa, basterà che me lo segnali
e cercherò di provvedere. Oppure, se volete mandare qualche
commento o consiglio: Contattateci!
Grazie.
© Copyright 1997 e successivi
by Felice Perussia e Laboratorio di PSICOTECNICA ®
Perussia F., Un
pericolo improvviso: Note introduttive alla psicologia dell'esperienza
catastrofica. In: Botta G., a cura, Eventi naturali oggi:
La geografia e le altre discipline. Milano: Cisalpino, 1993,
203-226.
Felice Perussia
Un pericolo improvviso
Note introduttive alla psicologia
dell'esperienza catastrofica
Questo saggio prende le mosse dal processo
di vaglio critico sviluppato nell'ambito del volume Prodigi
Paure Ragione, curato da Giorgio Botta (1992), che si proponeva
di ricercare una definizione attuale dello statuto epistemologico
relativo agli eventi naturali che interrompono la "norma"
della quotidianità ambientale. Il punto di partenza del
volume, e del vivace dibattito che ne è seguito, era rappresentato
principalmente dalle situazioni eccezionali, incomprensibili,
catastrofiche e mostruose, ma i riferimenti concettuali si estendevano
al tema generale dell'emergenza, del rischio, del cambiamento,
del concetto di natura.
Dal punto di vista di uno psicologo, il
tema della catastrofe e del rischio interessa particolarmente
da tre punti di vista: la percezione, l'impatto, l'intervento.
Il mio contributo, in questa sede, consisterà dunque nel
fornire qualche spunto di analisi su tre temi: A) la situazione
catastrofica dal punto di vista del soggetto umano; B) le reazioni
psicologiche conseguenti nei diversi attori; C) gli strumenti
concettuali ed operativi che possono contribuire a ridurre le
conseguenze negative di tali situazioni, facilitando una risposta
quanto più possibile adattativa sia da parte dell'individuo
coinvolto sia da parte delle strutture di intervento.
Perseguirò questi obiettivi in forma
sintetica, dati i limiti di spazio connessi alla circostanza,
ma cercando di fornire una introduzione alla materia attraverso
alcune esemplificazioni, riferendomi in particolare alla letteratura
di ricerca più recente.
Benchè segua una prospettiva psicologica,
questo intervento risente di una lunga frequentazione col gruppo
dei geografi di Milano, e particolarmente di una reiterata opportunità
di ricerca interdisciplinare. Questa ha messo in luce le notevoli
potenzialità, ancora relativamente inespresse, della Geografia
umana a porsi come punto di incrocio e di sintesi tra le diverse
scienze umane che si occupano dell'ambiente e del territorio.
Identificazione della catastrofe
Ho già sviluppato in precedenza alcune
considerazioni sulla natura eminentemente soggettiva del rischio
(Perussia 1992), ed a queste rimando per una definizione del
concetto soggettivo di catastrofe. Secondo tale prospettiva,
la situazione di pericolo discende da una strategia cognitiva
che anticipa la probabilità di un evento altamente straordinario
ed in genere dannoso. La paura improvvisa si connette alla rappresentazione
"ingenua", cioè non sistematica ma diffusa spontaneamente
nel pubblico, della realtà fisica e biologica dell'ambiente.
Ha la funzione di fornire, per contrasto, un punto di riferimento
anche per il concetto di regolarità, ovvero di norma,
che appunto viene infranta dalla situazione catastrofica. Il
pericolo appare dunque come l'eccezione che conferma la regola
di una normalità potenzialmente sempre sotto il controllo
attivo del soggetto umano, e implicitamente prevedibile anche
con riferimento al futuro ed alla gestione dei sentimenti basali
di paura.
Il pericolo improvviso è ciò
che rompe l'ordine costituito poichè non è atteso
dal soggetto, ovvero questi ritiene di non possere gli strumenti
adeguati per farvi fronte, ovvero perchè la struttura
percepita della situazione richiede modalità di risposta
eccezionali. E' una circostanza che non si sa come fronteggiare.
La risposta alla catastrofe dipende dalla percezione che se ne
ha.
Per capire il comportamento in un contesto
catastrofico occorre tenere conto di una serie di paradigmi concettuali,
che varrà la pena di evocare seppure brevemente. E' fondamentale
a questo proposito la classica distinzione fra ambiente fisico
ed ambiente psicologico (Koffka, 1935), enfatizzata dalla ricerca
in psicologia ambientale (Stokols e Altman, 1987), dato che il
soggetto risponde al proprio mondo "percepito" o "rappresentato",
anche se subisce gli effetti del mondo "reale". L'uomo
è inoltre un elaboratore di informazioni (Lindsay e Norman,
1977), che interpreta attivamente gli input incontrati nell'ambiente.
L'individuo è insomma una specie di lector in fabula
(Eco,1979), che sviluppa le occasioni fornite dalla realtà
e quindi coopera con la natura alla definizione di un "testo
ambientale" che non esisterebbe affatto da solo.
In sostanza: il problema delle strategie
comportamentali in genere, e particolarmente di quelle relative
al contesto catastrofico, va visto alla luce delle variabili:
"percezione", "elaborazione cognitiva" e
"informazione". Occorre focalizzare dunque la propria
attenzione sulla presenza di stimoli esterni e interni, sulla
capacità di recepire gli stimoli, su che cosa viene immagazzinato
e come viene elaborato, sulle potenzialità della memoria
a breve e a lungo termine, sul livello di complessità
e di ridondanza degli input, sulle modalità che il soggetto
mette in atto per dominare cognitivamente gli stimoli e per reagirvi
con comportamenti vissuti come adeguati.
Così come bisogna fare riferimento
alle strutture percettive, ed alle loro limitazioni, occorre
anche considerare che le capacità umane di elaborazione
dell'informazione seguono proprie regole specifiche. Ciò
significa tenere sempre conto, fra l'altro, del fatto che esiste
una particolare elaborazione cognitiva, che le determinanti del
comportamento non sono solo quelle autocoscienti, che esiste
l'errore umano, che intervengono circostanze extrapersonali che
facilitano o inibiscono il comportamento.
Un primo fattore rilevante è rappresentato
dalla percezione del rischio, e cioè dalle modalità
secondo cui si struttura nel soggetto la sensazione di pericolo.
Non è affatto detto che il vissuto di pericolo, e la eventuale
reazione di panico, derivino da un rischio reale. La reazione
è determinata dalla costruzione soggettiva, non dai fatti,
che peraltro si collegano ad una impossibile prevedibilità
del futuro.
Il panico nasce da uno stato di paura, quasi
istantanea, come reazione di fronte ad un pericolo percepito
come gravissimo e immediato sia in termini temporali che spaziali.
E' una emergenza assoluta, potenzialmente totale, che avviene
qui ed ora. Il panico evoca la scomparsa, l'eliminazione, l'annientamento,
il venire meno di Sè, la morte e quindi, in sostanza,
il fantasma della sparizione del mondo e della punizione. Le
modalità di strutturazione del panico risentono del contesto
culturale in cui il soggetto si è trovato a vivere. In
tale senso, molti elementi utili alla comprensione della paura
ci derivano anche dallo studio delle situazioni di catastrofe
in una prospettiva storica ed antropologica (De Martino 1977;
Delumeau, 1979).
La situazione di crisi dà luogo fondamentalmente
ad una reazione di allarme, attivata da uno stimolo percepito
come pericoloso. Dipende dunque dal segnale attivante e dal contesto
in cui ci si trova. Viene identificato un segnale da temere.
Questo è per solito circoscritto spazialmente: cambiare
le circostanze, cioè fuggire da qui, allontanarsi, questo
è il primo obiettivo cui ci si sente spinti, poichè
il luogo attuale è il primo ed unico oggetto da evitare.
Il panico suscita una reazione claustrofobica rispetto al luogo
in cui ci si trova. Il tentativo di fuga può anche strutturarsi
in termini cognitivi, attraverso la rielaborazione dell'informazione,
in particolare mettendo in atto una serie di meccanismi di difesa
psicologici quali la razionalizzazione, l'isolamento affettivo,
la ritualizzazione, la rimozione.
Il codice delle caratteristiche che definiscono
una situazione come pericolosa deve essere identificate attraverso
la ricerca empirica ed oggettiva. Ne è un esempio il lavoro
di Green (1977), che ha proposto una scala di safety/aversion,
relativamente agli ambienti, per valutare il senso di sicurezza
o di pericolo per la propria vita che ciascun luogo sembra suscitare.
Nel contempo: il panico nasce più
facilmente da un pericolo imprevisto che non da uno cui si è
già preparati concettualmente. Si tratta inoltre di una
presunzione anticipatoria, legata all'idea che, al persistere
delle condizioni in cui ci si trova, si sarà distrutti.
C'è una dimensione di allarme generico, per cui in un
contesto percepito come più pericoloso la soglia di reazione
può risultare più bassa. Allora un comportamento
banale, come ad esempio tre persone che contemporaneamente (e,
magari, casualmente) si muovono in una direzione, può
far scattare il livello soggettivo di allarme e quindi di fuga.
La situazione di panico può emergere
di fronte ad un fatto imprevisto, ma anche in presenza di un
fatto previsto o premonito che evoca qualcosa di spaventoso.
In questo caso, il panico nasce dal fatto di trovarsi in un luogo
dove ci si aspetta o dove la cultura cui si appartiene pretende
ci si aspetti, una situazione degna di panico
Non si può parlare della catastrofe
senza fare riferimento ai comportamenti che vi si collegano.
Questi possono essere registrati in modo attendibile all'interno
del laboratorio naturale rappresentato in particolare da eventi
eccezionali quali terremoti, tornadi, incendi, inondazioni, ecc.
Tali drammatiche circostanze, se attentamente analizzate, possono
rappresentare un buon punto di partenza per la prevenzione dei
danni che potranno conseguire alle situazioni catastrofiche che
putroppo emergeranno in futuro.
Nell'analisi delle reazioni comportamentali
ad un particolare contesto ambientale è necessario identificare
le sequenze comportamentali ricorrenti del soggetto medio per
quell'ambiente. Bisogna inoltre prevedere anche le tipiche azioni
"errate" che vi vengono messe in atto.
Nel caso particolare delle situazioni di
emergenza, si tratta di identificare la strip comportamentale
più ricorrente nei soggetti. Un buon modello concettuale,
in questo senso, è quello sviluppato da Canter (1980,
1983) con riferimento al caso degli incendi. Il suo schema comprende
la sequenza: A) il soggetto riceve l'informazione (ad
esempio: sente odore di bruciato); la interpreta ignorandola
(non ci fa caso) oppure indagandola (cosa succede?); C) si
prepara informandosi (accende la radio per un bollettino
di informazioni locali), esplorando (si guarda in giro), ritirandosi
(si chiude in casa); D) agisce evacuando il luogo (prende
la macchina e scappa in direzione opposta a quella percepita
come pericolosa), lottando (attacca la pompa dell'acqua in giardino),
avvertendo (telefona ai vicini), attendendo (fermo, sul chi vive).
La risposta all'esperienza catastrofica
Il comportamento del pubblico di fronte
ad una catastrofe evidenzia un contrasto fra stereotipi diffusi
e dati empirici. La ricerca mostra infatti un comportamento,
da parte degli attori coinvolti, che è diverso da quello
che molti si aspettano "ingenuamente". Vari autori
parlano dunque di un "mito" del panico e della catastrofe
sia intesa come evento eccezionale cui l'individuo risponderebbe
in modo del tutto anormale (Keating, 1982), sia come archetipo
della crisi che tempra il carattere del soggetto (Rosenmann,
1988).
Il problema del panico riguarda i comportamenti
che vengono messi in atto nelle situazioni di pericolo. Come
tale, attiene al tema della psicologia del comportamento in situazioni
catastrofiche, di origine sia naturale (natural) che umana
(man-made). Nell'ambito delle situazioni di pericolo,
il panico viene solitamente considerato come la parte non adattiva
del comportamento.
Come è stato sottolineato più
volte, il comportamento di panico va affrontato come una sottospecie
del tema più generale della paura, dell'ansia, della frustrazione,
della rabbia, della curiosità, dell'eccitazione, del comportamento
in situazioni di stress. Su questi temi esistono vari lavori
particolarmente interessanti (tra gli altri: Valentine, 1930;
Hebb, 1946; Foreman, 1953; Quarantelli, 1954, 1977; Schultz,
1964; Bronson, 1968; Gray, 1971; Guten e Allen, 1972; Oliverio
Ferraris, 1980; Sime, 1980; Cattarinussi e Pelanda, 1981; Singer,
1982; Yamamoto e Quarantelli, 1982; Drabek, 1986; Dynes, Pelanda
e De Marchi, 1986; Moehle, Levitt, 1991; Saxon, 1991; Spielberg,
Sarason, Kulcsar, Van Heck,1991; Spielberg, Sarason, Strelau,
Brebner, 1991; Tomkins 1991).
Molti spunti possono derivare anche dalla
ricerca sul comportamento in situazioni catastrofiche specifiche
quali, per limitarsi solo a qualche esempio significativo: le
inondazioni (Simpson-Housley e deMan, 1989; Love e Love, 1991;
Rochford e Blocker, 1991), i tornadi (Magnum, Kosberg e McDonald,
1989; Grady et Al, 1991), gli incendi prodottisi negli edifici
oppure all'aperto (Wood, 1974; Williams e Hollander, 1977; Canter,
1980, 1981, 1983; Johnson, 1988; Costner e Gale, 1990; Jones
e Ribbe, 1991), gli incidenti verificatisi in grandi edifici
(Pauls, 1974, 1977, 1980; Bazjanac, 1977; Conway, 1977; Meisen
e Reinsel, 1977), i terremoti (deMan e Simpson-Housley, 1987;
Traub-Werner, 1989; Nolen-Hoeksema e Morrow, 1991; Porton e Bryant,
1991). A quest'ultimo proposito esiste una interessante letteratura
sui casi italiani del Friuli e dell'Irpinia (Boileau ed Altri,
1978; Geipel, 1979; Alexander,1990).
In ogni caso, è bene ricordare, una
volta di più, che la elaborazione soggettiva degli stimoli
è fortemente idiosincratica. In particolare: una stessa
situazione che il soggetto A percepisce come pericolosa può
essere vissuta come stimolante dal soggetto B.
Esistono degli stili di reazione (copying
styles) all'esperienza catastrofica, che appaiono tipici
dei diversi individui in base a variabili di personalità
(Gibbs, 1989). Per non produrre che qualche esempio: le donne
dichiarano in genere di provare più paura degli uomini
(Carey, Dusek e Spector, 1988). I soggetti maggiormente a rischio
di presentare sintomi somatici in seguito ad una catastrofe,
almeno nel caso di anziani coinvolti in una grave inondazione,
sono invece uomini con basso livello di occupazione (Phifer,
1990). Anche la consapevolezza, in genere assai scarsa (o rimossa),
del rischio cui si è esposti, e le conseguenti azioni
preventive che si mettono in atto, varia in base alla cultura
ed è direttamente proporzionale al livello di istruzione
del soggetto (Love e Love, 1991). Il livello di istruzione rappresenta
anche, assieme alla presenza di tratti di personalità
ansiosi nel singolo individuo, il miglior predittore della percezione
soggettiva della probabilità di un terremoto (deMan e
Simpson-Housley, 1987).
Va poi ricordato che il problema delle situazioni
fobiche, ed in genere delle reazioni emotivamente rilevanti,
consiste principalmente nel fatto che queste trovano ragione
d'essere nel loro significato latente, inconsapevole e non in
quello manifesto. Vi è anzi tipicamente un attivo intervento
dei meccanismi mnestici, ed in particolare della più volte
citata rimozione, che provvedono spesso a tenere separati, nella
coscienza, l'affetto dalla rappresentazione ovvero lo stimolo
fobico su cui l'ansia viene convogliata da quello reale che la
fa nascere. La paura viene cioè concentrata su di un elemento
particolare (sostanzialmente arbitrario) che finisce col riassumerla
tutta. La stessa variabile ambientale (ad esempio: un ascensore,
un tremito del terreno) può suscitare in individui diversi
reazioni diverse (terrore paralizzante, tranquilla attività)
che sono comprensibili solo alla luce del loro codice di elaborazione
individuale.
Nel caso della situazione catastrofica,
ad esempio, lo shock emotivo può far riemergere uno stato
di ansia basale che gli preesisteva ampiamente. La reazione alla
catastrofe, in tale caso, è dunque stimolata sì
dalla catastrofe, ma intrattiene con essa dei rapporti molto
vaghi.
Molta letteratura di ricerca sembra confermare
chiaramente questa ipotesi. Alcuni dati mostrano ad esempio come
l'esperienza catastrofica in genere rappresenti un fattore potenzialmente
scatenante della psicopatologia anche in soggetti con struttura
di personalità sostanzialmente equilibrata (Malt e Weisaeth,
1989). In generale: la paura improvvisa produce, in un campione
di "vittime" rispetto ad un gruppo di controllo, livelli
più elevati di: depressione, somatizzazione, stress post-traumatico,
ansietà (Solomon, Regier e Burke, 1989). La patologia
da catastrofe è stata dunque classificata in una sindrome
specifica definita appunto come Posttraumatic Stress Disorder
, o PTSD (Horowitz, Stinson e Field, 1991). Nella maggior parte
delle ricerche la presenza di elementi patologici, quali, nel
caso di una eruzione vulcanica, di stress, depressione e somatizzazione
a 1 e 3 anni di distanza (Murphy, 1988) ovvero anche17 anni dopo,
almeno nel caso di un'inondazione (Simpson-Housley e deMan, 1989),
così come di una maggiore incidenza di conflitti familiari
(Hutchins e Norris, 1989). Tale maggiore incidenza viene peraltro
rilevata rispetto a dei gruppi di controllo similari, senza che
vi siano elementi per stabilire se le sindromi connesse alla
catastrofe fossero in qualche modo presenti nei soggetti colpiti
già prima dell'evento (sotto forma di predisposizioni
caratteriali).
Vi sono invece molti dati che mostrano una
scarsa incidenza psicologica a lungo termine della catastrofe,
salvo i casi di shock assolutamente estremi (Nolen-Hoeksema e
Morrow, 1991), ovvero una sua incidenza selettiva su soggetti
già caratterialmente patologici. Ciò è stato
rilevato, ad esempio nei bambini, che in media uno shock significativo,
almeno nel caso di un fuoco all'aperto ampio e distruttivo e
a 2 anni di distanza (McFarlane, 1988a). Avviene più o
meno lo stesso con soggetti di diverse età cui è
andata a fuoco la casa (Jones e Ribbe, 1991). Il dato appare
drammaticamente rilevato in una ricerca che si riferisce al caso,
non propriamente catastrofico ma che comunque rappresenta un
evento estremo molto significativo, del campo di concentramento.
Un'indagine condotta presso un campione di sopravvissuti all'olocausto
ha mostrato infatti una incidenza di psicopatologie sostanzialmente
non diversa da quella che caratterizza un campione analogo e
coevo di persone che evitarono fortunosamente di finirvi (Leon
ed Altri, 1981).
Nei casi in cui è stato possibile
esaminare soggetti su cui si possedevano dati personologici obiettivi
antecedenti all'evento catastrofico, sembra rilevarsi che gli
individui (adulti) effettivamente più colpiti presentavano
tratti patologici già prima dell'evento (Nolen-Hoeksema
e Morrow, 1991), persino in casi in cui l'evento (un terremoto)
si è verificato storicamente ma non è stato soggettivamente
percepito (Traub-Werner, 1989). Secondo alcuni altri dati, l'esposizione
alla catastrofe (sia un tornado, sia un terremoto) produce addirittura
un progredire dell'artrite (sintomo "oggettivo" ma
con forti connotazioni psicosomatiche) solo in soggetti che vi
erano già predisposti prima (Grady, Resine, Fifield e
Lee, 1991).
Secono molti autori, e molti dati di ricerca,
il tipo ed il livello di coinvolgimento emotivo nella catastrofe
è fortemente determinato dai termini in cui la catastrofe
stessa viene elaborata cognitivamente. Sono infatti coinvolti
in modo assai evidente fattori connessi, quanto meno, alla psicologia
dell'attribuzione (Hewstone, 1983), alla vittimologia (Gulotta
e Vagaggini, 1980), alla dissonanza cognitiva (Heider, 1944;
Festinger, 1957), alla rappresentazione soggettiva della causalità
riferita ai fenomeni naturali (Perussia, 1983; 1990). Ciò
avviene fondamentalmente nel senso che l'effetto è tanto
maggiore quanto più si ritiene di ravvisare la presenza
di "colpe", personali o collettive, tra le cause della
situazione catastrofica.
L'esposizione ad un disastro che viene attribuito
soggettivamente all'inadeguatezza dell'intervento umano produce
effetti psicologici negativi più duraturi di quanto non
avvenga per una catastrofe giudicata di origine naturale (Hodgkinson,
1989). Ciò vale in misura ancora maggiore nel caso di
eventi estremi di origine assolutamente umana, come avviene per
le azioni terroristiche (Duffy, 1988). Le modalità di
reazione psicologica ai due tipi causali di evento appaiono infatti
generalmente diverse (Pijawka, Cuthberston e Olson, 1987-88).
Anche nell'ambito dei man-made hazard, l'effetto traumatico,
in termini psicologici, della catastrofe è decisamente
minore se la causa del disastro può venire attribuita
ad altri invece che a se stessi (Solomon, Regier e Burke, 1989).
L'impatto psicologico della catastrofe è
strettamente legato a fattori individuali quali: tipo di coinvolgimento,
funzione individualmente adempiuta nell'ambito dell'episodio,
senso di colpa personale, autocontrollo (Taylor, 1987). La stima
del danno potenziale, ad esempio di un terremoto, è inversamente
proporzionale alla percezione della disponibilità di contromisure
all'interno della collettività e degli apparati ufficiali
di assistenza (deMan e Simpson-Housley, 1987).
Tutto ciò è conforme ai portati
della ricerca sulla psicologia dell'attribuzione, che vedono
una reazione di rabbia tanto maggiore, ed una di depressione
tanto minore, quanto più un evento negativo è attribuibile
a fattori umani (specie volontari) esterni (Weiner ed Altri,
1971). Per non produrre che un esempio: il livello di percezione
soggettiva della possibilità di controllare il disastro,
e cioè la sensazione che questo fosse in qualche modo
prevenibile dall'uomo, è direttamente proporzionale all'intensità
dell'attivismo successivo al disastro, nel caso di un'inondazione,
finalizzato alla richiesta di risarcimenti (Rochford e Blocker,
1991). In altre parole: la protesta sociale è tanto maggiore
quanto più il disastro è considerato relativamente
più man-made invece che natural.
Esiste del resto una forma di mitridatizzazione
psicologica agli eventi catastrofici, nel senso che la familiarità
soggettiva con il disastro, in termini di esperienze e di aspettative,
ne riduce l'impatto in termini di stress (Norris e Murrell, 1988).
Ne è una prova indiretta il fatto che le strategie psicoterapeutiche
di intervento a supporto degli individui coinvolti nella catastrofe
tendono in genere ad influenzare i loro processi di controllo,
e cioè fondamentalmente la capacità di padroneggiare
cognitivamente quanto è avvenuto e le proprie risposte
al riguardo (Horowitz, Stinson e Field (1991). La strategia psicologica
messa in atto da quanti intervengono sulla catastrofe, siano
essi pompieri o medici o paramedici, consiste in primo luogo
nel controllo cognitivo (nel "farsi una ragione") sulla
situazione (McCommon, Durham e Allison, 1988).
Come abbiamo già notato, al di là
del tema relativo alle modalità di elaborazione cognitiva
degli stimoli ambientali, si pone il problema di identificare
esattamente i comportamenti effettivi che vengono messi in atto
di fronte ad un grave pericolo. A questo proposito, c'è
chi sostiene decisamente (Quarantelli,1977) che, alla luce dei
dati della ricerca empirica, è evidente che la diffusa
presunzione secondo cui la gente, in preda al panico, si comporta
in modo dissennato, è fondamentalmente errata in quanto
di solito le cose mostrano di andare meglio di quanto si creda.
Ciò dipenderebbe almeno in parte dal fatto che si tende
a confrontare il comportamento di panico con un modello ideale
di "buon" comportamento, e non con il reale comportamento
quotidiano.
Una analisi attenta della letteratura sul
comportamento di evacuazione, ad esempio in caso di incendio,
sembra mostrare abbastanza chiaramente come spesso il comportamento
dei soggetti coinvolti sia più riflessivo e razionale
di quello che si crede "ingenuamente" (Pauls, 1977).
Quello che viene con faciloneria indicato come "panico"
potrebbe cioè molto più correttamente venire definito
come "paura riflessiva", "ansietà"
o "disagio" (Pauls, 1974).
Il problema consiste nel fatto che la situazione
di panico induce a mettere in atto dei comportamenti che seguono
in parte modalità differenti da quelle tipiche di una
situazione di normalità. I criteri di previsione tarati
sulla normalità tendono dunque a non valere più
nello stesso modo. Il soggetto mantiene del resto molte sue capacità
percettive, mnestiche e di ragionamento, anche se mette in atto
un comportamento più immediato e spesso focalizzato principalmente
sul tema del panico e della "fuga da" ovvero dell'evitamento.
Avviene così che alcuni, in una situazione
di improvviso pericolo, tendano ad intervenire, almeno in certe
circostanze, contro la causa identificata, più che fuggire.
Ad esempio, come è stato verificato attraverso l'analisi
dettagliata di molte situazioni concrete: se si verifica un incendio,
circa la metà dei soggetti coinvolti non cerca di fuggire
alla disperata bensì piuttosto si preoccupa di spegnere
il fuoco (Canter, 1983).
Un ulteriore elemento rilevante nel caso
del panico è dato dalla interazione con gli altri. Se
i soggetti coinvolti sono più di uno, subentrano infatti
elementi collegati alla dimensione psicosociale del comportamento
e alle dinamiche di gruppo. Si rilevano dunque riflessi comportamentali
comprensibili in termini di psicologia delle masse (Le Bon, 1895;
Freud, 1921; Mucchi Faina, 1983). Si evidenziano in particolare:
l'effetto moltiplicativo delle tendenze istintive connesso al
fatto di trovarsi in un gruppo, la propensione ad un comportamento
imitativo e gregario, l'emergere di tendenze in qualche modo
inonsce e nascoste, talvolta nel senso di una regressione allo
stato primitivo e infantile con perdita, almeno parziale, dei
normali criteri di verifica razionale e di senso di responsabilità
nel comportamento e più spesso invece nella direzione
di un accentuarsi del senso della comunità e della generosità
verso i propri simili.
In letteratura si ritiene che la situazione
di panico sia generalmente frenata dal fatto di trovarsi in un
contesto interpersonale con una sua storia e coesione. In tal
caso il legame identificativo sociale sembra frenare almeno in
parte la tendenza all'abbandono panico. D'altra parte, l'assenza
di un contesto sociale può rendere più difficile
la reazione: se si sente un terremoto, e si è soli, non
si sa bene che cosa fare per assenza di conferme esterne anche
solo sulla decodificazione, in termini di realtà, del
segnale di pericolo (c'è davvero un terremoto?).
Ci sono varie evidenze, ricavate particolarmente
dall'esame di casi reali di incendio in contesti pubblici (specie
alberghi), almeno negli Stati Uniti dove è stato possibile
condurre una tempestiva inchiesta su attori e testimoni, di come
vi sia una forte tendenza delle persone coinvolte ad aiutarsi
l'un l'altra piuttosto che ad entrare in uno schema comportamentale
antagonistico e dissennato (Canter, 1983).
E' stato rilevato che i tecnici preposti
a far fronte alla situazione estrema nutrono dei pregiudizi errati
su quale sarà il comportamento del pubblico nella situazione
di panico, e si comportano di conseguenza. Questo è un
problema generale relativo alla soggettività dei decisori
(Perussia, 1989; Schmidt di Friedberg, 1992) che però,
se adeguatamente studiato, può permettere, ad esempio,
di organizzare una efficace politica di gestione delle risorse
ambientali coinvolte nella catastrofe (Costner e Gale, 1990).
Non bisogna pensare che il comportamento
collettivo sia per definizione "cattivo", come vuole
un certo stereotipo antisociale, anche se è ben vero che
può esserlo. Un problema rilevante concerne il fatto che,
per quanto il comportamento spontaneo possa essere più
razionale di quello che si vuole credere, questo può comunque
risultare in contrasto con quanto sarebbe meglio fare in teoria.
Ad esempio, per riprendere il caso tipico della evacuazione di
un grande spazio chiuso, può darsi che, come è
stato più volte notato (Williams e Hollander, 1977), la
evacuazione completa di un grande edificio non sia affatto auspicabile
perchè troppo complessa e pericolosa, per cui è
"oggettivamente" più sicuro restare all'interno
in apposite zone protette, ma il pubblico può invece voler
fuggire a tutti i costi, vanificando così le soluzioni
parziali più efficaci.
Occorre tenere conto anche del punto di
riferimento. Ad esempio: altra cosa è valutare l'effetto
di una variabile ambientale sul livello di performance
da parte di un soggetto in un compito prestabilito ed altra cosa
è invece valutare l'effetto di tale variabile sul suo
stato di benessere soggettivo. Altra cosa è la efficienza,
altra la qualità della vita. Occorre poi tenere sempre
conto del più volte citato divario tra ambiente fisico
ed ambiente soggettivo, per cui, ad esempio, una situazione obiettivamente
positiva può risultare sgradevole ma anche il contrario.
Una discoteca può piacere a chi vi si reca, anche se ne
danneggia la capacità uditiva, mentre la tranquillità
di una cantina può risultare ansiogena a chi vi trova
improvvisamente chiuso, anche se è gratificante per il
sistema uditivo.
Un caso, che rende bene l'idea, è
riferito da Glass e Rubin (1977): al World Trade Center di New
York dove, il 17 aprile 1975, scoppiò un piccolo incendio,
rapidamente messo sotto controllo e definitivamente domato. Mentre
il fuoco veniva spento, erano state fornite istruzioni agli occupanti
di alcuni piani teoricamente in pericolo perchè mettessero
in atto un'azione di evacuazione. Poco dopo, non essendoci più
alcun pericolo, veniva data l'indicazione di rientrare. Ma, poichè
rimanevano delle tracce di fumo nell'aria, gli occupanti si rifiutavano
di tornare nelle loro stanze. Dopo lunghe discussioni, si finì
con l'evacuare "inutilmente" 800 persone.
Rifacendosi ai risultati di ricerche ed
analisi condotte anche da vari altri autori, Meisen e Reinsel
(1977) sintetizzano la distribuzione nella popolazione della
capacità a fare fronte ad una situazione di emergenza
relativamente alla evacuazione di un edificio. Riporto qui di
seguito, quasi alla lettera, il paradigma proposto. Vi sono:
A) I leader preparati o emergenti (15-20% dei soggetti
coinvolti), i quali raccolgono rapidamente informazioni dall'ambiente,
le confrontano con l'esperienza passata, prendono decisioni e
le mettono in pratica; B) quelli che si fanno guidare con
facilità (50% circa), che si rendono conto abbastanza
bene della situazione, ma non sanno derivarne soluzioni ed azioni
adeguate; sono però molto suggestionabili e seguono senza
problemi i leader ovvero l'insieme dei comportamenti collettivi
che vedono mettere in atto dagli altri; C) i poco efficienti
(10-15%), che non capiscono bene la situazione e trovano difficoltà
a reagire, ma hanno bisogno di essere guidati in modo piuttosto
diretto ovvero necessitano di una ristrutturazione delle loro
risposte dall'esterno; D) gli inefficienti e stravolti
(10-25%), che hanno percezioni deteriorate e forniscono risposte
inadeguate o irrazionali; E) gli avulsi dalla realtà
(non più dell'1%), che mettono in atto comportamenti primitivi
con risposte illogiche, o non rispondono affatto. Solo questi
ultimi, che risultano effettivamente incapaci di far fronte alla
situazione in qualsiasi modo, manifestano una forma di dissociazione
psicologica completa e di conseguente comportamento pericoloso
per tutti.
Secondo questi autori, per descrivere efficacemente
il comportamento del pubblico in una situazione di pericolo improvviso,
bisogna poi considerare due variabili: A) il fattore tempo,
per cui il numero dei soggetti in grado di reagire è quasi
zero un istante dopo il verificarsi del fatto catastrofico, ma
aumenta drasticamente (in progressione che si avvicina a quella
geometrica) col trascorrere dei secondi e dei minuti; B) la
composizione del gruppo specifico, per cui il livello di
esperienza e di omogeneità del gruppo tenderà ad
essere direttamente proporzionale alla sua capacità di
mettere in atto comportamenti efficaci e funzionali
Strategie di intervento
Una volta chiarite, seppure sommariamente
ed evocativamente, alcune importanti modalità di lettura
della reazione all'evento catastrofico, è possibile evidenziare
alcuni spunti utili alla prevenzione dei danni potenzialmente
connessi alla situazione.
Come tutti i problemi ambientali, anche
quello della catastrofe può essere affrontato efficacemente
utilizzando anche dei punti di riferimento comportamentali (Cone
e Hayes, 1980; Perussia, 1989; Schmidt di Friedberg, 1992).
Il carattere regressivo di tutte le situazioni
fobiche può suggerire, ad esempio, qualche semplice rimedio
immediato (placebo o palliativo che sia, ma efficace) quale la
presenza subito dopo la paura improvvisa di: gratificazioni orali
(come qualche cosa da bere, magari di "forte"), oggetti
transizionali che evochino situazioni rassicuranti (materiali
che possono ricordare la propria casa, quali coperte o televisori),
figure simbolicamente rassicuranti che forniscano protezione
(un guardiano, un'infermiera, un pompiere o uno psicologo).
Uno dei problemi che si pongono, particolarmente
nel caso della prevenzione di una situazione potenzialmente pericolosa,
riguarda il fatto che la situazione deve essere "pianificata
verso il basso". In altre parole: lo standard di intervento
è definito solitamente in base alle necessità dell'individuo
"medio", ma deve invece tenere conto soprattutto dei
soggetti meno efficienti e preparati. E' inutile costruire una
uscita di sicurezza che può essere superata in pochi secondi
da un soggetto adulto mediamente efficiente quando la prima persona
ad affrontarla (ed eventualmente a bloccarne l'accesso) può
essere un anziano signore che si muove col bastone, o un soggetto
che ha "perso la testa" per la paura. In particolare:
alcuni utenti che pongono particolari problemi di intervento
preventivo, per le loro caratteristiche di reazione, sono i portatori
di handicap, i bambini, gli animali.
L'analisi di un rilevante intervento di
salvataggio, nel caso di un tornado (Magnum, Kosberg e McDonald,
1989) mostra ad esempio che i problemi principali riguardano:
lo spostamento fisico rapido dei soggetti a rischio, la lentezza
del sistema di richiamo urgente del personale perchè venga
in soccorso attraverso il supporto delle strutture di protezione
civile, l'esaurimento psicofisico dello staff.
In generale: da parte di quanti intervengono
al salvataggio, si tende a leggere la variabile "uomo"
in termini di limiti cui fare fronte. Non bisogna tuttavia dimenticare
che, come abbiamo già sottolineato, l'essere umano presenta
una notevole capacità di adattamento e di invenzione,
per cui può ridurre a proprio vantaggio, e quindi migliorare,
molte situazioni a prima vista difficili.
Il tecnico è vittima di un pregiudizio
errato a vari livelli. Per non fare che un esempio: la convenzione
vuole che si vieti di utilizzare gli ascensori in caso di incendio
ed eventualmente che li si mettano automaticamente fuori uso,
ma un esame più attento delle situazioni (Bazjanac, 1977)
mostra come questa prescrizione, se assoluta, può essere
talvolta errata ed anzi togliere uno strumento di evacuazione
potenzialmente efficace almeno in qualche circostanza.
Un problema a parte è poi rappresentato
dai soggetti che intervengono direttamente nella situazione catastrofica
in qualità di soccorritori. Questi ultimi sono stati definiti
"vittime invisibili" del disastro, in quanto subiscono
anch'essi uno shock rilevante di natura psicologica (Paton, 1989).
Disponiamo al riguardo di diversi dati.
I pompieri non professionisti, che operano
come strutture volontarie organizzate di soccorso a supporto
dei mezzi della protezione civile, sono emotivamente molto più
coinvolti dei professionisti nell'intervento su di un incendio
che produce vittime (Hytten e Hasle, 1989). I soccorritori professionisti,
che combattono contro il fuoco esterno all'aria aperta, sembrano
essere provati psicologicamente in una misura che è proporzionale
allo sforzo impiegato nelle diverse circostanze più che
all'entità del disastro cui fanno fronte (Mc Farlane,
1988b). Appare in ogni caso evidente che il fatto di essere coinvolti
nell'emergenza modifica significativamente gli atteggiamenti
degli operatori (Porton e Bryant, 1991). Anche qui si ha dunque
una forma di modificazione, per apprendimento, della psicologia
degli individui.
Abbiamo ripetutamente sottolineato come
la componente "elaborazione dell'informazione" abbia
un peso fondamentale nel determinare le percezioni, le rappresentazioni
ed i conseguenti comportamenti dei soggetti. Esiste dunque, in
termini di arredo e di progetto, il problema della informazione
da fornire attivamente agli individui per costruire un ambiente
soggettivo il più possibile adatto a fare fronte al pericolo
improvviso. Tale informazione è in primo luogo statica
(cartelli, segnaletica orizzontale e verticale) ma può
essere anche dinamica.
Il tipo di informazioni cui si è
esposti, per il fatto di determinare l'ambiente psicologico in
cui ci si trova ad agire, rappresenta infatti una variabile chiave
delle risposte comportamentali che si forniscono. Ciò
è ben visibile nei limiti che frequentemente caratterizzano
la copertura che i mezzi di comunicazione di massa forniscono
dell'evento catastrofico, e che spesso ha un'importante funzione
di indirizzo per le reazioni della popolazione pur risultando
in genere piuttosto imprecisa quando non deformante (Stuger e
Endreny, 1987; Perussia, 1989).
Le strategie di supporto informativo si
collegano particolarmente alla moderna possibilità di
impiegare dei mezzi elettronici, specie di tipo on line,
quali telecamere, sistemi di monitorizzazione ed in genere computer,
con tutti i relativi sistemi di feed-back, per indirizzare
il comportamento degli individui. Il difetto principale di tali
strumenti è tuttavia quello di non essere completamente
autonomi rispetto alla natura della catastrofe in quanto dipendono,
quanto meno, dalla presenza di elettricità .
Glass e Rubin (1977) forniscono un utile
schema concettuale per definire il tipo di comunicazione richiesta
per invitare alla evacuazione dei grandi edifici che vale senz'altro
anche per molte altre situazioni immediatamente pericolose. Occorre
risolvere tre problemi: A) la detezione (c'è, o
non c'è qualcosa?); B) il riconoscimento (che cosa
è?); C) la discriminazione (in che cosa tale qualcosa
differisce dalle altre situazioni?). Ne consegue che i soggetti
coinvolti devono essere messi in stato di allerta, distraendoli
cioè da quello che stanno facendo per conto loro. Occorre
poi un segnale che sia correttamente interpretato, una chiara
indicazione su cosa fare e quando farlo, e quindi una guida che
accompagni gli individui nel fare concretamente ciò che
è necessario.
Va sottolineato come l'azione di distrarre
un soggetto da quello che sta facendo non è un compito
tanto semplice. E' stato rilevato ad esempio, da un'analisi della
ricerca disponibile (Canter, 1983), come sia particolarmente
difficile interrompere delle sequenze comportamentali fisse e
chiare che l'individuo è abituato a mettere normalmente
in atto secondo modalità ricorrenti. Nel caso di un ristorante,
per esempio, si è visto che l'allarme ha trovato un motivo
di rallentamento nella sequenza comportamentale di ordinare-mangiare-pagare,
che il soggetto tende a completare comunque, anche se c'è
allarme. Avviene cioè che il fatto di alzarsi e uscire
senza pagare, o senza avere avuto il resto, o dopo che si sono
appena ordinati dei piatti, può risultare imbarazzante
e, se non è ben chiaro il livello di gravità della
situazione, può influire negativamente sul comportamento
utile per mettersi in salvo. L'attività che precede l'allarme
influisce inoltre sulla possibilità di percepire i segnali
(suoni, odori) e sulle modalità di reazione (punto di
partenza fisico, rapidità d'azione) rispetto al pericolo.
La costruzione di sistemi di allarme pone
dunque molti problemi di carattere generale (Glass e Rubin, 1977),
quali: il fatto che, come abbiamo già ricordato, il sistema
sia in grado di sopravvivere alla causa dell'allarme (ad esempio
al terremoto, ovvero al danneggiamento dell'edificio), che sia
di facile manutenzione e possa essere tenuto sempre sotto controllo,
che possa intervenire sia manualmente sia automaticamente o in
entrambi i modi, che sia gestito da personale preparato, che
sia dotato di sistemi accessori di feed-back. Vi sono poi anche
dei notevoli problemi psicologici, quali, in particolare, quello
di evitare che il fatto di portare in primo piano (nell'ambiente
psicologico dell'individuo) la condizione di pericolo possa suscitare
comportamenti non desiderati e controproducenti, mentre è
difficile stabilire che cosa dire e che cosa non dire nelle diverse
condizioni che si presentano.
Nel caso di informazioni legate ad una situazione
di allarme, è stata sottolineata, ad esempio, la grande
efficacia di messaggi forniti attraverso delle comunicazioni
verbali automatiche (Meisen e Reinsel, 1977) come il Vocal Alarm
System, o VAS, proposto da Keating e Loftus (1974). Questo si
basa su di uno schema che comprende: un segnale sonoro che fa
da allerta, una introduzione che contiene una richiesta di attenzione
da parte del pubblico, il vero e proprio messaggio che presenta
delle precise e brevi istruzioni sui comportamenti da mettere
in atto e che si conclude eventualmente con la esplicita definizione
della origine della richiesta ("principio di incendio",
"occorre uscire", o altro).
Esiste anche la possibilità di sviluppare
della sperimentazione sulle modalità migliori di attuazione
dell'evacuazione. Ad esempio: Sugiman e Misumi (1988) comparano
da una parte, in laboratorio, una evacuazione con più
leader che gridano indicando agli altri indistintamente la direzione
delle uscite e dall'altra una evacuazione in cui vi sono alcuni
leader silenziosi che conducono individualmente verso l'uscita
un piccolo gruppo di soggetti ciascuno. Gli autori rilevano che
il metodo, chiamato follow me, è molto più
produttivo se il rapporto leader/gruppo sta fra 1/4 e 1/8, mentre
perde di efficacia con rapporti più sfavorevoli. Ne deducono
che la maggiore efficacia della nuova modalità deriva
dal costituirsi di un'embrione di identità di piccolo
gruppo invece che di una reazione in termini di psicologia delle
masse.
Tutti questi temi cognitivi possono venire
in parte riassunti nel concetto di apprendimento. E' infatti
verosimile ritenere che l'impatto con la situazione catastrofica,
così come con qualsiasi contesto nuovo, necessiti di un
processo di apprendimento attraverso il quale familiarizzarsi
con l'ambiente inconsueto fino a dominarlo come se fosse noto.
Gli interventi di supporto e di prevenzione dovranno dunque intervenire
a diversi livelli: sia informativo, sia formativo, sia più
genericamente di familiarizzazione.
Ciò può suggerire, ad esempio,
che si possano ipotizzare degli strumenti pedagogici di vario
genere, dal cartello esplicativo all'opuscolo, all'audiovisivo,
alla lezione o alla simulazione ed esercitazione vera e propria,
per istruire i soggetti potenzialmente o attualmente più
coinvolti nella questione. Di particolare rilievo potrebbe essere
la familiarità con il pericolo acquisita attraverso opportune
attività formative in ambito scolastico.
Il tema dell'apprendimento è essenziale
per la messa in atto di particolari comportamenti non usuali.
Le azioni richieste per fare fronte ad una emergenza si realizzeranno
tanto meglio quanto più saranno già conosciute
da chi le deve mettere in atto. Ci si avvierà con difficoltà
all'uscita di sicurezza se non si sa dov'è, o se i cartelli
che la indicano sono ambigui o espressi in un codice non condiviso
dai soggetti. Infine: il fatto di non avere ben chiaro in mente
che esiste una sequenza comportamentale precisa in virtù
della quale è possibile salvarsi, tende ad accrescere
il panico proprio per il fatto di ridurre la speranza nella propria
capacità di controllare la situazione e quindi nella positività
ed utilità dei propri sforzi al riguardo.
Conclusioni
In
queste brevi note ho evocato una serie di temi psicologici significativi
che possono aiutare a capire meglio il tema della situazione
di catastrofe. La questione non è certo esaurita qui,
ed anzi meriterebbe ulteriori approfondimenti che rimando ad
altre occasioni.
Quello che mi premeva sottolineare era la
rilevanza della variabile "soggettività", e
del suo studio sistematico attraverso paradigmi precisi e circoscritti,
per un affrontamento, particolarmente nei termini della geografia
umana, di queste situazioni che rappresentano un potenziale altamente
negativo, e purtroppo verosimilmente non eliminabile, della nostra
vita quotidiana.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Alexander D.E., "Death and injury in
earthquakes", Disasters, 1985, 9(1), 57-60.
Alexander D.E., "Behavior during earthquakes:
A southern italian example", International Journal of
Mass Emergencies and Disasters, 1990, 8(1), 5-29.
Bazjanac V., "Simulation of elevator
performance in high-rise buildings under conditions of emergency",
in Conway D.J., ed, Human ..., 1977, p.316-328.
Boileau A.M., Cattarinussi B., Delli Zotti
G., Pelanda C., Strassoldo R., Telia B., Friuli: La prova
del terremoto, Angeli, Milano, 1978.
Botta G. (a cura), Prodigi paure ragione:
Eventi naturali oggi, Guerini, Milano, 1991.
Bronson G., "The development of fear
in man and other animals", Child Development, 1968,
39, 409-432.
Canter D. (editor), Fires and human behavior.
Wiley, Chichester, 1980.
Canter D., Human behavior in fires in
public buildings. Interlogos, Guildford, 1981.
Canter D., Studies of human behavior
in fire: Empirical results and their implications for education
and design., Department of Psychology, Guilford Surrey, 1983.
Carey M.P., Dusek J.B., Spector I.P., "Sex
roles, gender, and fears: A brief report", Phobia Practice
and Research Journal, 1988, 1(2), 114-120.
Cattarinussi B., Pelanda C., Disastro
e azione umana: Introduzione multidisciplinare allo studio del
comportamento sociale in ambienti estremi, Angeli, Milano,
1981.
Cone J.D., Hayes S.C., Environmental
problems / Behavioral solutions, Cambridge University Press,
Cambridge Ma, 1980.
Conway D.J. (editor), Human response
to tall buildings, Dowden Hutchinson and Ross, Stroudsbourg
Pa,1977.
Costner H.J., Gale R.D., "People, fire,
and wildland environments", Population and Environment,
1990, 11(4), 247-257.
De Martino E., La fine del mondo,
Einaudi, Torino, 1977.
Delumeau J., La paura in occidente: Secoli
XIV-XVIII, Sei, Torino, 1979.
Drabek T.E., Human system responses to
disaster: An inventory of sociological findings, Springer,
New York, 1986.
Duffy J.C., "The Porter Lecture: Common
psychological themes in societies' reaction to terrorism and
disaster", Military Medicine, 1988, 153(8), 387-390.
Dynes R.R., Images of disaster behavior:
Myths and consequences, Disaster Research Center, University
of Dealware, 1981.
Dynes R.R., Pelanda C., De Marchi B., Sociology
of Disaster, Angeli, Milano, 1987.
Eco U., Lector in fabula: La cooperazione
interpretativa nei testi narrativi, Bompiani, Milano, 1979.
Festinger L., A theory of cognitive dissonance,
Row-Peterson, Evanston Ill, 1957.
Foreman P.,"Panic theory", Sociology
and Social Research, 1953, 37, 295-304.
Freud S. (1921), Psicologia delle masse
e analisi dell'Io, Edizione italiana: Boringhieri, Torino,
Opere Vol.XI, 1979.
Geipel R., Friuli: Aspetti sociogeografici
di una catastrofe sismica, Angeli, Milano, 1979.
Gibbs M.S., "Factors in the victime
that mediate between disaster and psychopathology: A review",
Journal of Traumatic Stress, 1989, 2(4), 489-514.
Glass R.A., Rubin A.I., "Emergency
communications in high-rise buildings", in: Conway D.J.,
ed, Human ..., 1977, p.293-301.
Grady K.E., Resine S.T., Fifield J., Lee
N.R., "The impact of hurricane Hugo and the San Francisco
earthquake on a sample of people with rheumatoid arthritis",
Arthritis Care and Research, 1991, 4(2), 106-110.
Gray J.A., The psychology of fear and
stress, McGraw Hill, New York, 1971.
Green C.H. (1977). "Measuring human
life safety", in EDRA 7, Proceedings, McGraw Hill,
New York,1977, 238-248.
Gulotta G., Vagaggini M., a cura, Dalla
parte della vittima, Giuffrè, Milano, 1980.
Guten S., Allen V., "Likelihood of
escape, likelihood of danger and panic behavior", Journal
of Social Psychology, 1972, 87, 29-36.
Hebb D.O., "On the nature of fear",
Psychological Review, 1946, 53, 259-276.
Hewstone M., Attribution theory: Social
and functional extensions, Blackwell, Oxford, 1983.
Hodgkinson P.E., "The chronological
disaster: Survival and bereavement", Social Science and
Medicine, 1989, 29(3), 351-356.
Horowitz M.J., Stinson C., Field N., "Natural
disasters and stress response syndromes", Psychiatric
Annals, 1991, 21(9), 556-562.
Hutchins G.L., Norris F.H., "Life change
in the disaster recovery period", Environment and Behavior,
1989, 21(1), 35-56.
Hytten K., Hasle A., "Fire fighters:
A study of stress and coping", Acta Psychiatrica Scandinavica,
1989, 80(355), 50-55.
Johnson N.R., "Fire in a crowded theatre:
A descriptive investigation of the emergence of panic",
International Journal of Mass Emergencies and Disasters,
1988, 6(1), 7-26.
Jones R.T., Ribbe D.P., "Child, adolescent
and adult victims of residential fire: Psychosocial consequences",
Behavior Modification, 1991, 15(4), 560-580.
Keating J.F., "The myth of panic",
Fire Journal, 1982, 77, 57-61, 147.
Keating J.P., Loftus E.F., The psychology
of emergency communications. Seattle: Department of Psychology,
University of Washington, Seattle, 1974.
Koffka K., Principles of Gestalt psychology,
Harcourt Brace, New York, 1935.
Le Bon G. (1895), Psicologia delle folle,
edizione italiana: Longanesi, Milano, 1980.
Leon G.L., Butcher J.N., Kleinman M., Goldberg
A., Almagor M., "Survivors of the holocaust and their children:
Current status and adjustment", Journal of Personality
and Social Psychology, 1981, 41, 503-516.
Lindsay P.H., Norman D.A., L'uomo elaboratore
di informazioni, edizione italiana, Giunti, Firenze, 1983.
Love T.R., Love L.B., "Public perception
of the risks of floods: Implications for communication",
Risk Analysis, 1991, 11(2), 255-267.
Magnum V.P., Kosberg J.I., Mc Donald P.,
"Hurricane Helena and Pinellas County, Florida: Some lessons
learned from the largest evacuation of nursing home patients
in history", Gerontologist, 1989, 29(3), 388-392.
Malt U.F., Weisaeth L., "Disaster psychiatry
and traumatic stress studies in Norway: History, current status
and future", Acta Psychiatrica Scandivica, 1989,
80(355), 7-12.
Man de F., Simpson-Housley P., "Factors
in perception of earthquake hazard", Perceptual and Motor
Skills, 1987, 64(3), 815-820.
Mc Common S., Durham T.W., Allison E.J.,
Williamson J.E., "Emergency workers' cognitive appraisal
and coping with traumatic events", Journal of Traumatic
Stress, 1988, 1(3), 353-372.
Mc Farlane A.C., "Recent life events
and psychiatric disorders in children: The interaction with preceeding
extreme adversity", Journal of Child Psychology, Psychiatry
and Allied Disciplines, 1988a, 29(5), 677-690.
Mc Farlane A.C., "Relationship between
psychiatric impairment and a natural disaster: The role of distress",
Psychological Medicine, 1988b, 18(1), 129-139.
Meisen W.A., Reinsel R.E., "Emergencies
in tall buildings: The designers respond to the human response",
in Conway D.J., ed, 1977, Human ..., p.302-309.
Moehle K.A., Levitt E.E., "The history
of the concept of fear and anxiety", in: Walker C.E., editor,
Clinical psychology: Historical and research foundations,
Plenum, New York, 1991.
Mucchi Faina A., L'abbraccio della folla:
Cento anni di psicologia collettiva, Il Mulino, Bologna,
1983.
Murphy S.A., "Mediating effects of
interpersonal and social support on mental health 1 and 3 years
after a natural disaster", Journal of Traumatic Stress,
1988, 1(2), 155-172.
Nolen-Hoeksema S., Morrow J., "A prospective
study of depression and posttraumatic stress after a natural
disaster: The 1989 Loma Prieta earthquake", Journal of
Personality and Social Psychology, 1991, 61(1), 115-121.
Norris F.H., Murrell S.A., "Prior experience
as a moderator of disaster impact on anxiety symptoms in older
adults", American Journal of Community Psychology,
1988, 16(5), 665-683.
Oliverio Ferraris A., Psicologia della
paura, Boringhieri, Torino, 1980.
Paton D., "Disasters and helpers: Psychological
dynamics and implications for counseling", Counseling
Psychology Quarterly, 1989, 2(3), 303-322.
Pauls J.L., "Building evacuation and
other fire-safety measures: some research results and their application
to building design, operation and regulation", in EDRA
5, Milwakee, 1974, vol.3-4-5, p.147-168.
Pauls J.L., "Movement of people in
building evacuations", in Conway D.J., Human ...,
1977, p.281-292.
Pauls J.L., "Building evacuation research
findings and recommendations", in Canter D. ed, Fires
..., 1980, p.251-276.
Perussia F., La ragione precausale: Rappresentazioni
del mondo nella maturità e nell'infanzia, Unicopli,
Milano, 1983.
Perussia F., Pensare verde: Psicologia
e critica della ragione ecologica, Guerini, Milano, 1989.
Perussia F., Immagini di natura: Contributi
di ricerca, Guerini, Milano, 1990.
Perussia F., "Sulla natura soggettiva
del rischio", in: Botta G., a cura, Prodigi ...,
Guerini, Milano, 1991, p.241-250.
Phifer J.F., "Psychological distress
and somatic symptoms after natural disaster: Differential vulnerability
among older adults", Psychology and Aging, 1990,
5(3), 412-420.
Pijawka K.D., Cuthberston B.A., Olson R.S.,
"Coping with extreme hazard events: Emerging themes in natural
and technological disaster research", Omega: Journal
of Death and Dying, 1987-1988, 18(4), 281-297.
Porton L.E., Bryant E.C., "After the
earthquake: Organizing to respond to children and adolescents",
Psychiatric Annals, 1991, 21(9), 539-546.
Quarantelli E.L., "The nature and conditions
of panic". American Journal of Sociology, 1954, 60(11),
267-275.
Quarantelli E.L., "Panic behavior:
Some empirical observations", in Conway D.J., Human ...,
1977, p.336-350.
Rochford E.B., Blocker T.J., "Coping
with 'natural' hazards as stressors: The predictors of activism
in a flood disaster", Environment and Behavior, 1991,
23(2), 171-194.
Rosenmann S., "The myth of the hero
revisited: Disasters and brutal child rearing", American
Imago, 1988, 45(1), 1-44.
Saxon S.V., Pain management techniques
for older adults, Thomas, Springfield Ill, 1991.
Schmidt di Friedberg P., I limiti dell'ecologismo:
Il primate tecnologico nella giungla postindustriale, Guerini,
Milano,1992.
Schultz D., Panic behavior, Random
House, New York,1964.
Sime J., "The conception of panic",
in Canter D., ed. Fire ..., 1980, p.63-82.
Simpson-Housley P., Man de A., "Flood
experience and posttraumatic trait anxiety in Appalachia",
Psychological Reports, 1989, 64(3), 896-898.
Singer T.J., "An introduction to disaster:
Some considerations of a psychological nature", Aviation,
Space and Environmental Medicine, 1982, 53, 245-250.
Solomon S.D., Regier D.A., Burke J.D., "Role
of perceived control in coping with disasters", Journal
of Social and Clinical Psychology, 1989, 8(4), 376-392.
Spielberg C.D., Sarason I.G., Kulcsar Z.,
Van Heck G.L. (editors), Stress and emotion: Anxiety, anger
and curiosity, Hemisphere, New York, 1991.
Spielberg C.D., Sarason I.G., Strelau J.,
Brebner J.M.T. (editors), Stress and anxiety, Hemisphere,
New York, 1991.
Stokols D., Altman I. (editors), Handbook
of environmental psychology, Wiley, New York, 1987.
Stuger E., Endreny P., "Reporting hazards:
Their benefits and costs", Journal of Communication,
1987, 37(3), 10-26.
Sugiman T., Misumi J., "Development
of a new evacuation method for emergencies: Control of collective
behavior by emergent small groups", Journal of Applied
Psychology, 1988, 73(1), 3-10.
Taylor A.J., "A taxonomy of disasters
and their victims", Journal of Psychosomatic Research,
1987, 31(5), 535-544.
Tomkins S.S., editor, Affect, imagery,
consciousness. Vol.3, The negative affects: Anger and fear,
Springer, New York, 1991.
Traub-Werner D., "Anxiety in a patient
during an unconsciously experienced earth tremor", American
Journal of Psychiatry, 1989, 146(5), 679-680.
Valentine C.W., "The innate basis of
fear", Journal of Genetic Psychology, 1930, 37, 394-419.
Weiner B., Frieze I.H., Kukla A., Reed L.,
Rest S., Rosenbaum R.M., Perceiving the causes of success and
failure, General Learning Press, Morristown NJ, 1971.
Williams W.G., Hollander B., "High-rise
fire safety: human response", in Conway D.J., Human ...,
1977, p.310-315.
Wood P.G., The behavior of people in
fires, Loughborough University of Technology, London, 1974.
Yamamoto Y., Quarantelli E.L., Inventory
of the Japanese disaster research literature in the social and
behavioral sciences, Disaster Research Center, Ohio State
University, Columbus Oh, 1982.
Benvenuti nel sito ufficiale
di Felice Perussia, Professore Ordinario di Psicologia Generale
e di Psicotecnica nella Facoltà di Psicologia dell'Università
di Torino (di cui è stato Preside alla fondazione), Presidente
della Società Italiana
di Psicotecnica SIPSICO, Direttore Scientifico del Giornale
di Psicologia, del Programma
ITAPI e del Laboratorio
di Psicotecnica (a
Milano). Il sito propone anche materiali realizzati assieme ad
alcuni brillanti colleghi del gruppo di lavoro.
ITAPI® Programme
is an international scientific network for research and (freeware)
research tools in personality and social psychology.
Iscriviti alla
MAILING LIST.
E riceverai tutte le novità di
PSICOTECNICA
(Notiziario)
ISCRIVITI
E, naturalmente, se vi viene in
mente qualche cosa da segnalare o da suggerire: contattateci.
Iscriviti alla
MAILING LIST.
E riceverai tutte le novità di
PSICOTECNICA
(Notiziario)
ISCRIVITI
© Copyright 1997
e successivi by Felice Perussia.
Polipsichico ®,
Sipsico ®, Therapeia ®, Phersu ®, Laboratorio ®,
Laboratorio Italia ®, Teatro Attuale ®, Formazione Personale
®, così come il logo dello PsiTau ® e del Caduceo
Psicotecnico ®, sono tra i
marchi depositati di
proprietà di PSICOTECNICA ® srl (Viale Cirene 3 -
20135 Milano, Italy) o di Felice Perussia.
Il Laboratorio di PSICOTECNICA
esiste attivamente da ben oltre dieci anni.
Il 30 luglio 2004 abbiamo
introdotto anche un contatore generale, che registra gli accessi
a tutte le pagine dei siti collegati al gruppo PSICOTECNICA.
Siamo orgogliosi del
fatto che, da quel momento, le pagine viste su PSICOTECNICA abbiano largamente superato
il milione.
Le pagine aperte, anche
solo da allora, nell'ambito del Laboratorio di PSICOTECNICA sono state infatti (certificazione
ShinyStat):