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    UN PERICOLO IMPROVVISO
     
    Riferimento bibliografico:
    Perussia F., Un pericolo improvviso: Note introduttive alla psicologia dell'esperienza catastrofica. In: Botta G., a cura, Eventi naturali oggi: La geografia e le altre discipline. Milano: Cisalpino, 1993, 203-226.
     
     
     
    Felice Perussia
     
    Un pericolo improvviso
    Note introduttive alla psicologia dell'esperienza catastrofica

    Questo saggio prende le mosse dal processo di vaglio critico sviluppato nell'ambito del volume Prodigi Paure Ragione, curato da Giorgio Botta (1992), che si proponeva di ricercare una definizione attuale dello statuto epistemologico relativo agli eventi naturali che interrompono la "norma" della quotidianità ambientale. Il punto di partenza del volume, e del vivace dibattito che ne è seguito, era rappresentato principalmente dalle situazioni eccezionali, incomprensibili, catastrofiche e mostruose, ma i riferimenti concettuali si estendevano al tema generale dell'emergenza, del rischio, del cambiamento, del concetto di natura.
    Dal punto di vista di uno psicologo, il tema della catastrofe e del rischio interessa particolarmente da tre punti di vista: la percezione, l'impatto, l'intervento. Il mio contributo, in questa sede, consisterà dunque nel fornire qualche spunto di analisi su tre temi: A) la situazione catastrofica dal punto di vista del soggetto umano; B) le reazioni psicologiche conseguenti nei diversi attori; C) gli strumenti concettuali ed operativi che possono contribuire a ridurre le conseguenze negative di tali situazioni, facilitando una risposta quanto più possibile adattativa sia da parte dell'individuo coinvolto sia da parte delle strutture di intervento.
    Perseguirò questi obiettivi in forma sintetica, dati i limiti di spazio connessi alla circostanza, ma cercando di fornire una introduzione alla materia attraverso alcune esemplificazioni, riferendomi in particolare alla letteratura di ricerca più recente.
    Benchè segua una prospettiva psicologica, questo intervento risente di una lunga frequentazione col gruppo dei geografi di Milano, e particolarmente di una reiterata opportunità di ricerca interdisciplinare. Questa ha messo in luce le notevoli potenzialità, ancora relativamente inespresse, della Geografia umana a porsi come punto di incrocio e di sintesi tra le diverse scienze umane che si occupano dell'ambiente e del territorio.

    Identificazione della catastrofe

    Ho già sviluppato in precedenza alcune considerazioni sulla natura eminentemente soggettiva del rischio (Perussia 1992), ed a queste rimando per una definizione del concetto soggettivo di catastrofe. Secondo tale prospettiva, la situazione di pericolo discende da una strategia cognitiva che anticipa la probabilità di un evento altamente straordinario ed in genere dannoso. La paura improvvisa si connette alla rappresentazione "ingenua", cioè non sistematica ma diffusa spontaneamente nel pubblico, della realtà fisica e biologica dell'ambiente. Ha la funzione di fornire, per contrasto, un punto di riferimento anche per il concetto di regolarità, ovvero di norma, che appunto viene infranta dalla situazione catastrofica. Il pericolo appare dunque come l'eccezione che conferma la regola di una normalità potenzialmente sempre sotto il controllo attivo del soggetto umano, e implicitamente prevedibile anche con riferimento al futuro ed alla gestione dei sentimenti basali di paura.
    Il pericolo improvviso è ciò che rompe l'ordine costituito poichè non è atteso dal soggetto, ovvero questi ritiene di non possere gli strumenti adeguati per farvi fronte, ovvero perchè la struttura percepita della situazione richiede modalità di risposta eccezionali. E' una circostanza che non si sa come fronteggiare. La risposta alla catastrofe dipende dalla percezione che se ne ha.
    Per capire il comportamento in un contesto catastrofico occorre tenere conto di una serie di paradigmi concettuali, che varrà la pena di evocare seppure brevemente. E' fondamentale a questo proposito la classica distinzione fra ambiente fisico ed ambiente psicologico (Koffka, 1935), enfatizzata dalla ricerca in psicologia ambientale (Stokols e Altman, 1987), dato che il soggetto risponde al proprio mondo "percepito" o "rappresentato", anche se subisce gli effetti del mondo "reale". L'uomo è inoltre un elaboratore di informazioni (Lindsay e Norman, 1977), che interpreta attivamente gli input incontrati nell'ambiente. L'individuo è insomma una specie di lector in fabula (Eco,1979), che sviluppa le occasioni fornite dalla realtà e quindi coopera con la natura alla definizione di un "testo ambientale" che non esisterebbe affatto da solo.
    In sostanza: il problema delle strategie comportamentali in genere, e particolarmente di quelle relative al contesto catastrofico, va visto alla luce delle variabili: "percezione", "elaborazione cognitiva" e "informazione". Occorre focalizzare dunque la propria attenzione sulla presenza di stimoli esterni e interni, sulla capacità di recepire gli stimoli, su che cosa viene immagazzinato e come viene elaborato, sulle potenzialità della memoria a breve e a lungo termine, sul livello di complessità e di ridondanza degli input, sulle modalità che il soggetto mette in atto per dominare cognitivamente gli stimoli e per reagirvi con comportamenti vissuti come adeguati.
    Così come bisogna fare riferimento alle strutture percettive, ed alle loro limitazioni, occorre anche considerare che le capacità umane di elaborazione dell'informazione seguono proprie regole specifiche. Ciò significa tenere sempre conto, fra l'altro, del fatto che esiste una particolare elaborazione cognitiva, che le determinanti del comportamento non sono solo quelle autocoscienti, che esiste l'errore umano, che intervengono circostanze extrapersonali che facilitano o inibiscono il comportamento.
    Un primo fattore rilevante è rappresentato dalla percezione del rischio, e cioè dalle modalità secondo cui si struttura nel soggetto la sensazione di pericolo. Non è affatto detto che il vissuto di pericolo, e la eventuale reazione di panico, derivino da un rischio reale. La reazione è determinata dalla costruzione soggettiva, non dai fatti, che peraltro si collegano ad una impossibile prevedibilità del futuro.
    Il panico nasce da uno stato di paura, quasi istantanea, come reazione di fronte ad un pericolo percepito come gravissimo e immediato sia in termini temporali che spaziali. E' una emergenza assoluta, potenzialmente totale, che avviene qui ed ora. Il panico evoca la scomparsa, l'eliminazione, l'annientamento, il venire meno di Sè, la morte e quindi, in sostanza, il fantasma della sparizione del mondo e della punizione. Le modalità di strutturazione del panico risentono del contesto culturale in cui il soggetto si è trovato a vivere. In tale senso, molti elementi utili alla comprensione della paura ci derivano anche dallo studio delle situazioni di catastrofe in una prospettiva storica ed antropologica (De Martino 1977; Delumeau, 1979).
    La situazione di crisi dà luogo fondamentalmente ad una reazione di allarme, attivata da uno stimolo percepito come pericoloso. Dipende dunque dal segnale attivante e dal contesto in cui ci si trova. Viene identificato un segnale da temere. Questo è per solito circoscritto spazialmente: cambiare le circostanze, cioè fuggire da qui, allontanarsi, questo è il primo obiettivo cui ci si sente spinti, poichè il luogo attuale è il primo ed unico oggetto da evitare. Il panico suscita una reazione claustrofobica rispetto al luogo in cui ci si trova. Il tentativo di fuga può anche strutturarsi in termini cognitivi, attraverso la rielaborazione dell'informazione, in particolare mettendo in atto una serie di meccanismi di difesa psicologici quali la razionalizzazione, l'isolamento affettivo, la ritualizzazione, la rimozione.
    Il codice delle caratteristiche che definiscono una situazione come pericolosa deve essere identificate attraverso la ricerca empirica ed oggettiva. Ne è un esempio il lavoro di Green (1977), che ha proposto una scala di safety/aversion, relativamente agli ambienti, per valutare il senso di sicurezza o di pericolo per la propria vita che ciascun luogo sembra suscitare.
    Nel contempo: il panico nasce più facilmente da un pericolo imprevisto che non da uno cui si è già preparati concettualmente. Si tratta inoltre di una presunzione anticipatoria, legata all'idea che, al persistere delle condizioni in cui ci si trova, si sarà distrutti. C'è una dimensione di allarme generico, per cui in un contesto percepito come più pericoloso la soglia di reazione può risultare più bassa. Allora un comportamento banale, come ad esempio tre persone che contemporaneamente (e, magari, casualmente) si muovono in una direzione, può far scattare il livello soggettivo di allarme e quindi di fuga.
    La situazione di panico può emergere di fronte ad un fatto imprevisto, ma anche in presenza di un fatto previsto o premonito che evoca qualcosa di spaventoso. In questo caso, il panico nasce dal fatto di trovarsi in un luogo dove ci si aspetta o dove la cultura cui si appartiene pretende ci si aspetti, una situazione degna di panico
    Non si può parlare della catastrofe senza fare riferimento ai comportamenti che vi si collegano. Questi possono essere registrati in modo attendibile all'interno del laboratorio naturale rappresentato in particolare da eventi eccezionali quali terremoti, tornadi, incendi, inondazioni, ecc. Tali drammatiche circostanze, se attentamente analizzate, possono rappresentare un buon punto di partenza per la prevenzione dei danni che potranno conseguire alle situazioni catastrofiche che putroppo emergeranno in futuro.
    Nell'analisi delle reazioni comportamentali ad un particolare contesto ambientale è necessario identificare le sequenze comportamentali ricorrenti del soggetto medio per quell'ambiente. Bisogna inoltre prevedere anche le tipiche azioni "errate" che vi vengono messe in atto.
    Nel caso particolare delle situazioni di emergenza, si tratta di identificare la strip comportamentale più ricorrente nei soggetti. Un buon modello concettuale, in questo senso, è quello sviluppato da Canter (1980, 1983) con riferimento al caso degli incendi. Il suo schema comprende la sequenza: A) il soggetto riceve l'informazione (ad esempio: sente odore di bruciato); la interpreta ignorandola (non ci fa caso) oppure indagandola (cosa succede?); C) si prepara informandosi (accende la radio per un bollettino di informazioni locali), esplorando (si guarda in giro), ritirandosi (si chiude in casa); D) agisce evacuando il luogo (prende la macchina e scappa in direzione opposta a quella percepita come pericolosa), lottando (attacca la pompa dell'acqua in giardino), avvertendo (telefona ai vicini), attendendo (fermo, sul chi vive).

    La risposta all'esperienza catastrofica

    Il comportamento del pubblico di fronte ad una catastrofe evidenzia un contrasto fra stereotipi diffusi e dati empirici. La ricerca mostra infatti un comportamento, da parte degli attori coinvolti, che è diverso da quello che molti si aspettano "ingenuamente". Vari autori parlano dunque di un "mito" del panico e della catastrofe sia intesa come evento eccezionale cui l'individuo risponderebbe in modo del tutto anormale (Keating, 1982), sia come archetipo della crisi che tempra il carattere del soggetto (Rosenmann, 1988).
    Il problema del panico riguarda i comportamenti che vengono messi in atto nelle situazioni di pericolo. Come tale, attiene al tema della psicologia del comportamento in situazioni catastrofiche, di origine sia naturale (natural) che umana (man-made). Nell'ambito delle situazioni di pericolo, il panico viene solitamente considerato come la parte non adattiva del comportamento.
    Come è stato sottolineato più volte, il comportamento di panico va affrontato come una sottospecie del tema più generale della paura, dell'ansia, della frustrazione, della rabbia, della curiosità, dell'eccitazione, del comportamento in situazioni di stress. Su questi temi esistono vari lavori particolarmente interessanti (tra gli altri: Valentine, 1930; Hebb, 1946; Foreman, 1953; Quarantelli, 1954, 1977; Schultz, 1964; Bronson, 1968; Gray, 1971; Guten e Allen, 1972; Oliverio Ferraris, 1980; Sime, 1980; Cattarinussi e Pelanda, 1981; Singer, 1982; Yamamoto e Quarantelli, 1982; Drabek, 1986; Dynes, Pelanda e De Marchi, 1986; Moehle, Levitt, 1991; Saxon, 1991; Spielberg, Sarason, Kulcsar, Van Heck,1991; Spielberg, Sarason, Strelau, Brebner, 1991; Tomkins 1991).
    Molti spunti possono derivare anche dalla ricerca sul comportamento in situazioni catastrofiche specifiche quali, per limitarsi solo a qualche esempio significativo: le inondazioni (Simpson-Housley e deMan, 1989; Love e Love, 1991; Rochford e Blocker, 1991), i tornadi (Magnum, Kosberg e McDonald, 1989; Grady et Al, 1991), gli incendi prodottisi negli edifici oppure all'aperto (Wood, 1974; Williams e Hollander, 1977; Canter, 1980, 1981, 1983; Johnson, 1988; Costner e Gale, 1990; Jones e Ribbe, 1991), gli incidenti verificatisi in grandi edifici (Pauls, 1974, 1977, 1980; Bazjanac, 1977; Conway, 1977; Meisen e Reinsel, 1977), i terremoti (deMan e Simpson-Housley, 1987; Traub-Werner, 1989; Nolen-Hoeksema e Morrow, 1991; Porton e Bryant, 1991). A quest'ultimo proposito esiste una interessante letteratura sui casi italiani del Friuli e dell'Irpinia (Boileau ed Altri, 1978; Geipel, 1979; Alexander,1990).
    In ogni caso, è bene ricordare, una volta di più, che la elaborazione soggettiva degli stimoli è fortemente idiosincratica. In particolare: una stessa situazione che il soggetto A percepisce come pericolosa può essere vissuta come stimolante dal soggetto B.
    Esistono degli stili di reazione (copying styles) all'esperienza catastrofica, che appaiono tipici dei diversi individui in base a variabili di personalità (Gibbs, 1989). Per non produrre che qualche esempio: le donne dichiarano in genere di provare più paura degli uomini (Carey, Dusek e Spector, 1988). I soggetti maggiormente a rischio di presentare sintomi somatici in seguito ad una catastrofe, almeno nel caso di anziani coinvolti in una grave inondazione, sono invece uomini con basso livello di occupazione (Phifer, 1990). Anche la consapevolezza, in genere assai scarsa (o rimossa), del rischio cui si è esposti, e le conseguenti azioni preventive che si mettono in atto, varia in base alla cultura ed è direttamente proporzionale al livello di istruzione del soggetto (Love e Love, 1991). Il livello di istruzione rappresenta anche, assieme alla presenza di tratti di personalità ansiosi nel singolo individuo, il miglior predittore della percezione soggettiva della probabilità di un terremoto (deMan e Simpson-Housley, 1987).
    Va poi ricordato che il problema delle situazioni fobiche, ed in genere delle reazioni emotivamente rilevanti, consiste principalmente nel fatto che queste trovano ragione d'essere nel loro significato latente, inconsapevole e non in quello manifesto. Vi è anzi tipicamente un attivo intervento dei meccanismi mnestici, ed in particolare della più volte citata rimozione, che provvedono spesso a tenere separati, nella coscienza, l'affetto dalla rappresentazione ovvero lo stimolo fobico su cui l'ansia viene convogliata da quello reale che la fa nascere. La paura viene cioè concentrata su di un elemento particolare (sostanzialmente arbitrario) che finisce col riassumerla tutta. La stessa variabile ambientale (ad esempio: un ascensore, un tremito del terreno) può suscitare in individui diversi reazioni diverse (terrore paralizzante, tranquilla attività) che sono comprensibili solo alla luce del loro codice di elaborazione individuale.
    Nel caso della situazione catastrofica, ad esempio, lo shock emotivo può far riemergere uno stato di ansia basale che gli preesisteva ampiamente. La reazione alla catastrofe, in tale caso, è dunque stimolata sì dalla catastrofe, ma intrattiene con essa dei rapporti molto vaghi.
    Molta letteratura di ricerca sembra confermare chiaramente questa ipotesi. Alcuni dati mostrano ad esempio come l'esperienza catastrofica in genere rappresenti un fattore potenzialmente scatenante della psicopatologia anche in soggetti con struttura di personalità sostanzialmente equilibrata (Malt e Weisaeth, 1989). In generale: la paura improvvisa produce, in un campione di "vittime" rispetto ad un gruppo di controllo, livelli più elevati di: depressione, somatizzazione, stress post-traumatico, ansietà (Solomon, Regier e Burke, 1989). La patologia da catastrofe è stata dunque classificata in una sindrome specifica definita appunto come Posttraumatic Stress Disorder , o PTSD (Horowitz, Stinson e Field, 1991). Nella maggior parte delle ricerche la presenza di elementi patologici, quali, nel caso di una eruzione vulcanica, di stress, depressione e somatizzazione a 1 e 3 anni di distanza (Murphy, 1988) ovvero anche17 anni dopo, almeno nel caso di un'inondazione (Simpson-Housley e deMan, 1989), così come di una maggiore incidenza di conflitti familiari (Hutchins e Norris, 1989). Tale maggiore incidenza viene peraltro rilevata rispetto a dei gruppi di controllo similari, senza che vi siano elementi per stabilire se le sindromi connesse alla catastrofe fossero in qualche modo presenti nei soggetti colpiti già prima dell'evento (sotto forma di predisposizioni caratteriali).
    Vi sono invece molti dati che mostrano una scarsa incidenza psicologica a lungo termine della catastrofe, salvo i casi di shock assolutamente estremi (Nolen-Hoeksema e Morrow, 1991), ovvero una sua incidenza selettiva su soggetti già caratterialmente patologici. Ciò è stato rilevato, ad esempio nei bambini, che in media uno shock significativo, almeno nel caso di un fuoco all'aperto ampio e distruttivo e a 2 anni di distanza (McFarlane, 1988a). Avviene più o meno lo stesso con soggetti di diverse età cui è andata a fuoco la casa (Jones e Ribbe, 1991). Il dato appare drammaticamente rilevato in una ricerca che si riferisce al caso, non propriamente catastrofico ma che comunque rappresenta un evento estremo molto significativo, del campo di concentramento. Un'indagine condotta presso un campione di sopravvissuti all'olocausto ha mostrato infatti una incidenza di psicopatologie sostanzialmente non diversa da quella che caratterizza un campione analogo e coevo di persone che evitarono fortunosamente di finirvi (Leon ed Altri, 1981).
    Nei casi in cui è stato possibile esaminare soggetti su cui si possedevano dati personologici obiettivi antecedenti all'evento catastrofico, sembra rilevarsi che gli individui (adulti) effettivamente più colpiti presentavano tratti patologici già prima dell'evento (Nolen-Hoeksema e Morrow, 1991), persino in casi in cui l'evento (un terremoto) si è verificato storicamente ma non è stato soggettivamente percepito (Traub-Werner, 1989). Secondo alcuni altri dati, l'esposizione alla catastrofe (sia un tornado, sia un terremoto) produce addirittura un progredire dell'artrite (sintomo "oggettivo" ma con forti connotazioni psicosomatiche) solo in soggetti che vi erano già predisposti prima (Grady, Resine, Fifield e Lee, 1991).
    Secono molti autori, e molti dati di ricerca, il tipo ed il livello di coinvolgimento emotivo nella catastrofe è fortemente determinato dai termini in cui la catastrofe stessa viene elaborata cognitivamente. Sono infatti coinvolti in modo assai evidente fattori connessi, quanto meno, alla psicologia dell'attribuzione (Hewstone, 1983), alla vittimologia (Gulotta e Vagaggini, 1980), alla dissonanza cognitiva (Heider, 1944; Festinger, 1957), alla rappresentazione soggettiva della causalità riferita ai fenomeni naturali (Perussia, 1983; 1990). Ciò avviene fondamentalmente nel senso che l'effetto è tanto maggiore quanto più si ritiene di ravvisare la presenza di "colpe", personali o collettive, tra le cause della situazione catastrofica.
    L'esposizione ad un disastro che viene attribuito soggettivamente all'inadeguatezza dell'intervento umano produce effetti psicologici negativi più duraturi di quanto non avvenga per una catastrofe giudicata di origine naturale (Hodgkinson, 1989). Ciò vale in misura ancora maggiore nel caso di eventi estremi di origine assolutamente umana, come avviene per le azioni terroristiche (Duffy, 1988). Le modalità di reazione psicologica ai due tipi causali di evento appaiono infatti generalmente diverse (Pijawka, Cuthberston e Olson, 1987-88). Anche nell'ambito dei man-made hazard, l'effetto traumatico, in termini psicologici, della catastrofe è decisamente minore se la causa del disastro può venire attribuita ad altri invece che a se stessi (Solomon, Regier e Burke, 1989).
    L'impatto psicologico della catastrofe è strettamente legato a fattori individuali quali: tipo di coinvolgimento, funzione individualmente adempiuta nell'ambito dell'episodio, senso di colpa personale, autocontrollo (Taylor, 1987). La stima del danno potenziale, ad esempio di un terremoto, è inversamente proporzionale alla percezione della disponibilità di contromisure all'interno della collettività e degli apparati ufficiali di assistenza (deMan e Simpson-Housley, 1987).
    Tutto ciò è conforme ai portati della ricerca sulla psicologia dell'attribuzione, che vedono una reazione di rabbia tanto maggiore, ed una di depressione tanto minore, quanto più un evento negativo è attribuibile a fattori umani (specie volontari) esterni (Weiner ed Altri, 1971). Per non produrre che un esempio: il livello di percezione soggettiva della possibilità di controllare il disastro, e cioè la sensazione che questo fosse in qualche modo prevenibile dall'uomo, è direttamente proporzionale all'intensità dell'attivismo successivo al disastro, nel caso di un'inondazione, finalizzato alla richiesta di risarcimenti (Rochford e Blocker, 1991). In altre parole: la protesta sociale è tanto maggiore quanto più il disastro è considerato relativamente più man-made invece che natural.
    Esiste del resto una forma di mitridatizzazione psicologica agli eventi catastrofici, nel senso che la familiarità soggettiva con il disastro, in termini di esperienze e di aspettative, ne riduce l'impatto in termini di stress (Norris e Murrell, 1988). Ne è una prova indiretta il fatto che le strategie psicoterapeutiche di intervento a supporto degli individui coinvolti nella catastrofe tendono in genere ad influenzare i loro processi di controllo, e cioè fondamentalmente la capacità di padroneggiare cognitivamente quanto è avvenuto e le proprie risposte al riguardo (Horowitz, Stinson e Field (1991). La strategia psicologica messa in atto da quanti intervengono sulla catastrofe, siano essi pompieri o medici o paramedici, consiste in primo luogo nel controllo cognitivo (nel "farsi una ragione") sulla situazione (McCommon, Durham e Allison, 1988).
    Come abbiamo già notato, al di là del tema relativo alle modalità di elaborazione cognitiva degli stimoli ambientali, si pone il problema di identificare esattamente i comportamenti effettivi che vengono messi in atto di fronte ad un grave pericolo. A questo proposito, c'è chi sostiene decisamente (Quarantelli,1977) che, alla luce dei dati della ricerca empirica, è evidente che la diffusa presunzione secondo cui la gente, in preda al panico, si comporta in modo dissennato, è fondamentalmente errata in quanto di solito le cose mostrano di andare meglio di quanto si creda. Ciò dipenderebbe almeno in parte dal fatto che si tende a confrontare il comportamento di panico con un modello ideale di "buon" comportamento, e non con il reale comportamento quotidiano.
    Una analisi attenta della letteratura sul comportamento di evacuazione, ad esempio in caso di incendio, sembra mostrare abbastanza chiaramente come spesso il comportamento dei soggetti coinvolti sia più riflessivo e razionale di quello che si crede "ingenuamente" (Pauls, 1977). Quello che viene con faciloneria indicato come "panico" potrebbe cioè molto più correttamente venire definito come "paura riflessiva", "ansietà" o "disagio" (Pauls, 1974).
    Il problema consiste nel fatto che la situazione di panico induce a mettere in atto dei comportamenti che seguono in parte modalità differenti da quelle tipiche di una situazione di normalità. I criteri di previsione tarati sulla normalità tendono dunque a non valere più nello stesso modo. Il soggetto mantiene del resto molte sue capacità percettive, mnestiche e di ragionamento, anche se mette in atto un comportamento più immediato e spesso focalizzato principalmente sul tema del panico e della "fuga da" ovvero dell'evitamento.
    Avviene così che alcuni, in una situazione di improvviso pericolo, tendano ad intervenire, almeno in certe circostanze, contro la causa identificata, più che fuggire. Ad esempio, come è stato verificato attraverso l'analisi dettagliata di molte situazioni concrete: se si verifica un incendio, circa la metà dei soggetti coinvolti non cerca di fuggire alla disperata bensì piuttosto si preoccupa di spegnere il fuoco (Canter, 1983).
    Un ulteriore elemento rilevante nel caso del panico è dato dalla interazione con gli altri. Se i soggetti coinvolti sono più di uno, subentrano infatti elementi collegati alla dimensione psicosociale del comportamento e alle dinamiche di gruppo. Si rilevano dunque riflessi comportamentali comprensibili in termini di psicologia delle masse (Le Bon, 1895; Freud, 1921; Mucchi Faina, 1983). Si evidenziano in particolare: l'effetto moltiplicativo delle tendenze istintive connesso al fatto di trovarsi in un gruppo, la propensione ad un comportamento imitativo e gregario, l'emergere di tendenze in qualche modo inonsce e nascoste, talvolta nel senso di una regressione allo stato primitivo e infantile con perdita, almeno parziale, dei normali criteri di verifica razionale e di senso di responsabilità nel comportamento e più spesso invece nella direzione di un accentuarsi del senso della comunità e della generosità verso i propri simili.
    In letteratura si ritiene che la situazione di panico sia generalmente frenata dal fatto di trovarsi in un contesto interpersonale con una sua storia e coesione. In tal caso il legame identificativo sociale sembra frenare almeno in parte la tendenza all'abbandono panico. D'altra parte, l'assenza di un contesto sociale può rendere più difficile la reazione: se si sente un terremoto, e si è soli, non si sa bene che cosa fare per assenza di conferme esterne anche solo sulla decodificazione, in termini di realtà, del segnale di pericolo (c'è davvero un terremoto?).
    Ci sono varie evidenze, ricavate particolarmente dall'esame di casi reali di incendio in contesti pubblici (specie alberghi), almeno negli Stati Uniti dove è stato possibile condurre una tempestiva inchiesta su attori e testimoni, di come vi sia una forte tendenza delle persone coinvolte ad aiutarsi l'un l'altra piuttosto che ad entrare in uno schema comportamentale antagonistico e dissennato (Canter, 1983).
    E' stato rilevato che i tecnici preposti a far fronte alla situazione estrema nutrono dei pregiudizi errati su quale sarà il comportamento del pubblico nella situazione di panico, e si comportano di conseguenza. Questo è un problema generale relativo alla soggettività dei decisori (Perussia, 1989; Schmidt di Friedberg, 1992) che però, se adeguatamente studiato, può permettere, ad esempio, di organizzare una efficace politica di gestione delle risorse ambientali coinvolte nella catastrofe (Costner e Gale, 1990).
    Non bisogna pensare che il comportamento collettivo sia per definizione "cattivo", come vuole un certo stereotipo antisociale, anche se è ben vero che può esserlo. Un problema rilevante concerne il fatto che, per quanto il comportamento spontaneo possa essere più razionale di quello che si vuole credere, questo può comunque risultare in contrasto con quanto sarebbe meglio fare in teoria. Ad esempio, per riprendere il caso tipico della evacuazione di un grande spazio chiuso, può darsi che, come è stato più volte notato (Williams e Hollander, 1977), la evacuazione completa di un grande edificio non sia affatto auspicabile perchè troppo complessa e pericolosa, per cui è "oggettivamente" più sicuro restare all'interno in apposite zone protette, ma il pubblico può invece voler fuggire a tutti i costi, vanificando così le soluzioni parziali più efficaci.
    Occorre tenere conto anche del punto di riferimento. Ad esempio: altra cosa è valutare l'effetto di una variabile ambientale sul livello di performance da parte di un soggetto in un compito prestabilito ed altra cosa è invece valutare l'effetto di tale variabile sul suo stato di benessere soggettivo. Altra cosa è la efficienza, altra la qualità della vita. Occorre poi tenere sempre conto del più volte citato divario tra ambiente fisico ed ambiente soggettivo, per cui, ad esempio, una situazione obiettivamente positiva può risultare sgradevole ma anche il contrario. Una discoteca può piacere a chi vi si reca, anche se ne danneggia la capacità uditiva, mentre la tranquillità di una cantina può risultare ansiogena a chi vi trova improvvisamente chiuso, anche se è gratificante per il sistema uditivo.
    Un caso, che rende bene l'idea, è riferito da Glass e Rubin (1977): al World Trade Center di New York dove, il 17 aprile 1975, scoppiò un piccolo incendio, rapidamente messo sotto controllo e definitivamente domato. Mentre il fuoco veniva spento, erano state fornite istruzioni agli occupanti di alcuni piani teoricamente in pericolo perchè mettessero in atto un'azione di evacuazione. Poco dopo, non essendoci più alcun pericolo, veniva data l'indicazione di rientrare. Ma, poichè rimanevano delle tracce di fumo nell'aria, gli occupanti si rifiutavano di tornare nelle loro stanze. Dopo lunghe discussioni, si finì con l'evacuare "inutilmente" 800 persone.
    Rifacendosi ai risultati di ricerche ed analisi condotte anche da vari altri autori, Meisen e Reinsel (1977) sintetizzano la distribuzione nella popolazione della capacità a fare fronte ad una situazione di emergenza relativamente alla evacuazione di un edificio. Riporto qui di seguito, quasi alla lettera, il paradigma proposto. Vi sono: A) I leader preparati o emergenti (15-20% dei soggetti coinvolti), i quali raccolgono rapidamente informazioni dall'ambiente, le confrontano con l'esperienza passata, prendono decisioni e le mettono in pratica; B) quelli che si fanno guidare con facilità (50% circa), che si rendono conto abbastanza bene della situazione, ma non sanno derivarne soluzioni ed azioni adeguate; sono però molto suggestionabili e seguono senza problemi i leader ovvero l'insieme dei comportamenti collettivi che vedono mettere in atto dagli altri; C) i poco efficienti (10-15%), che non capiscono bene la situazione e trovano difficoltà a reagire, ma hanno bisogno di essere guidati in modo piuttosto diretto ovvero necessitano di una ristrutturazione delle loro risposte dall'esterno; D) gli inefficienti e stravolti (10-25%), che hanno percezioni deteriorate e forniscono risposte inadeguate o irrazionali; E) gli avulsi dalla realtà (non più dell'1%), che mettono in atto comportamenti primitivi con risposte illogiche, o non rispondono affatto. Solo questi ultimi, che risultano effettivamente incapaci di far fronte alla situazione in qualsiasi modo, manifestano una forma di dissociazione psicologica completa e di conseguente comportamento pericoloso per tutti.
    Secondo questi autori, per descrivere efficacemente il comportamento del pubblico in una situazione di pericolo improvviso, bisogna poi considerare due variabili: A) il fattore tempo, per cui il numero dei soggetti in grado di reagire è quasi zero un istante dopo il verificarsi del fatto catastrofico, ma aumenta drasticamente (in progressione che si avvicina a quella geometrica) col trascorrere dei secondi e dei minuti; B) la composizione del gruppo specifico, per cui il livello di esperienza e di omogeneità del gruppo tenderà ad essere direttamente proporzionale alla sua capacità di mettere in atto comportamenti efficaci e funzionali

    Strategie di intervento

    Una volta chiarite, seppure sommariamente ed evocativamente, alcune importanti modalità di lettura della reazione all'evento catastrofico, è possibile evidenziare alcuni spunti utili alla prevenzione dei danni potenzialmente connessi alla situazione.
    Come tutti i problemi ambientali, anche quello della catastrofe può essere affrontato efficacemente utilizzando anche dei punti di riferimento comportamentali (Cone e Hayes, 1980; Perussia, 1989; Schmidt di Friedberg, 1992).
    Il carattere regressivo di tutte le situazioni fobiche può suggerire, ad esempio, qualche semplice rimedio immediato (placebo o palliativo che sia, ma efficace) quale la presenza subito dopo la paura improvvisa di: gratificazioni orali (come qualche cosa da bere, magari di "forte"), oggetti transizionali che evochino situazioni rassicuranti (materiali che possono ricordare la propria casa, quali coperte o televisori), figure simbolicamente rassicuranti che forniscano protezione (un guardiano, un'infermiera, un pompiere o uno psicologo).
    Uno dei problemi che si pongono, particolarmente nel caso della prevenzione di una situazione potenzialmente pericolosa, riguarda il fatto che la situazione deve essere "pianificata verso il basso". In altre parole: lo standard di intervento è definito solitamente in base alle necessità dell'individuo "medio", ma deve invece tenere conto soprattutto dei soggetti meno efficienti e preparati. E' inutile costruire una uscita di sicurezza che può essere superata in pochi secondi da un soggetto adulto mediamente efficiente quando la prima persona ad affrontarla (ed eventualmente a bloccarne l'accesso) può essere un anziano signore che si muove col bastone, o un soggetto che ha "perso la testa" per la paura. In particolare: alcuni utenti che pongono particolari problemi di intervento preventivo, per le loro caratteristiche di reazione, sono i portatori di handicap, i bambini, gli animali.
    L'analisi di un rilevante intervento di salvataggio, nel caso di un tornado (Magnum, Kosberg e McDonald, 1989) mostra ad esempio che i problemi principali riguardano: lo spostamento fisico rapido dei soggetti a rischio, la lentezza del sistema di richiamo urgente del personale perchè venga in soccorso attraverso il supporto delle strutture di protezione civile, l'esaurimento psicofisico dello staff.
    In generale: da parte di quanti intervengono al salvataggio, si tende a leggere la variabile "uomo" in termini di limiti cui fare fronte. Non bisogna tuttavia dimenticare che, come abbiamo già sottolineato, l'essere umano presenta una notevole capacità di adattamento e di invenzione, per cui può ridurre a proprio vantaggio, e quindi migliorare, molte situazioni a prima vista difficili.
    Il tecnico è vittima di un pregiudizio errato a vari livelli. Per non fare che un esempio: la convenzione vuole che si vieti di utilizzare gli ascensori in caso di incendio ed eventualmente che li si mettano automaticamente fuori uso, ma un esame più attento delle situazioni (Bazjanac, 1977) mostra come questa prescrizione, se assoluta, può essere talvolta errata ed anzi togliere uno strumento di evacuazione potenzialmente efficace almeno in qualche circostanza.
    Un problema a parte è poi rappresentato dai soggetti che intervengono direttamente nella situazione catastrofica in qualità di soccorritori. Questi ultimi sono stati definiti "vittime invisibili" del disastro, in quanto subiscono anch'essi uno shock rilevante di natura psicologica (Paton, 1989). Disponiamo al riguardo di diversi dati.
    I pompieri non professionisti, che operano come strutture volontarie organizzate di soccorso a supporto dei mezzi della protezione civile, sono emotivamente molto più coinvolti dei professionisti nell'intervento su di un incendio che produce vittime (Hytten e Hasle, 1989). I soccorritori professionisti, che combattono contro il fuoco esterno all'aria aperta, sembrano essere provati psicologicamente in una misura che è proporzionale allo sforzo impiegato nelle diverse circostanze più che all'entità del disastro cui fanno fronte (Mc Farlane, 1988b). Appare in ogni caso evidente che il fatto di essere coinvolti nell'emergenza modifica significativamente gli atteggiamenti degli operatori (Porton e Bryant, 1991). Anche qui si ha dunque una forma di modificazione, per apprendimento, della psicologia degli individui.
    Abbiamo ripetutamente sottolineato come la componente "elaborazione dell'informazione" abbia un peso fondamentale nel determinare le percezioni, le rappresentazioni ed i conseguenti comportamenti dei soggetti. Esiste dunque, in termini di arredo e di progetto, il problema della informazione da fornire attivamente agli individui per costruire un ambiente soggettivo il più possibile adatto a fare fronte al pericolo improvviso. Tale informazione è in primo luogo statica (cartelli, segnaletica orizzontale e verticale) ma può essere anche dinamica.
    Il tipo di informazioni cui si è esposti, per il fatto di determinare l'ambiente psicologico in cui ci si trova ad agire, rappresenta infatti una variabile chiave delle risposte comportamentali che si forniscono. Ciò è ben visibile nei limiti che frequentemente caratterizzano la copertura che i mezzi di comunicazione di massa forniscono dell'evento catastrofico, e che spesso ha un'importante funzione di indirizzo per le reazioni della popolazione pur risultando in genere piuttosto imprecisa quando non deformante (Stuger e Endreny, 1987; Perussia, 1989).
    Le strategie di supporto informativo si collegano particolarmente alla moderna possibilità di impiegare dei mezzi elettronici, specie di tipo on line, quali telecamere, sistemi di monitorizzazione ed in genere computer, con tutti i relativi sistemi di feed-back, per indirizzare il comportamento degli individui. Il difetto principale di tali strumenti è tuttavia quello di non essere completamente autonomi rispetto alla natura della catastrofe in quanto dipendono, quanto meno, dalla presenza di elettricità .
    Glass e Rubin (1977) forniscono un utile schema concettuale per definire il tipo di comunicazione richiesta per invitare alla evacuazione dei grandi edifici che vale senz'altro anche per molte altre situazioni immediatamente pericolose. Occorre risolvere tre problemi: A) la detezione (c'è, o non c'è qualcosa?); B) il riconoscimento (che cosa è?); C) la discriminazione (in che cosa tale qualcosa differisce dalle altre situazioni?). Ne consegue che i soggetti coinvolti devono essere messi in stato di allerta, distraendoli cioè da quello che stanno facendo per conto loro. Occorre poi un segnale che sia correttamente interpretato, una chiara indicazione su cosa fare e quando farlo, e quindi una guida che accompagni gli individui nel fare concretamente ciò che è necessario.
    Va sottolineato come l'azione di distrarre un soggetto da quello che sta facendo non è un compito tanto semplice. E' stato rilevato ad esempio, da un'analisi della ricerca disponibile (Canter, 1983), come sia particolarmente difficile interrompere delle sequenze comportamentali fisse e chiare che l'individuo è abituato a mettere normalmente in atto secondo modalità ricorrenti. Nel caso di un ristorante, per esempio, si è visto che l'allarme ha trovato un motivo di rallentamento nella sequenza comportamentale di ordinare-mangiare-pagare, che il soggetto tende a completare comunque, anche se c'è allarme. Avviene cioè che il fatto di alzarsi e uscire senza pagare, o senza avere avuto il resto, o dopo che si sono appena ordinati dei piatti, può risultare imbarazzante e, se non è ben chiaro il livello di gravità della situazione, può influire negativamente sul comportamento utile per mettersi in salvo. L'attività che precede l'allarme influisce inoltre sulla possibilità di percepire i segnali (suoni, odori) e sulle modalità di reazione (punto di partenza fisico, rapidità d'azione) rispetto al pericolo.
    La costruzione di sistemi di allarme pone dunque molti problemi di carattere generale (Glass e Rubin, 1977), quali: il fatto che, come abbiamo già ricordato, il sistema sia in grado di sopravvivere alla causa dell'allarme (ad esempio al terremoto, ovvero al danneggiamento dell'edificio), che sia di facile manutenzione e possa essere tenuto sempre sotto controllo, che possa intervenire sia manualmente sia automaticamente o in entrambi i modi, che sia gestito da personale preparato, che sia dotato di sistemi accessori di feed-back. Vi sono poi anche dei notevoli problemi psicologici, quali, in particolare, quello di evitare che il fatto di portare in primo piano (nell'ambiente psicologico dell'individuo) la condizione di pericolo possa suscitare comportamenti non desiderati e controproducenti, mentre è difficile stabilire che cosa dire e che cosa non dire nelle diverse condizioni che si presentano.
    Nel caso di informazioni legate ad una situazione di allarme, è stata sottolineata, ad esempio, la grande efficacia di messaggi forniti attraverso delle comunicazioni verbali automatiche (Meisen e Reinsel, 1977) come il Vocal Alarm System, o VAS, proposto da Keating e Loftus (1974). Questo si basa su di uno schema che comprende: un segnale sonoro che fa da allerta, una introduzione che contiene una richiesta di attenzione da parte del pubblico, il vero e proprio messaggio che presenta delle precise e brevi istruzioni sui comportamenti da mettere in atto e che si conclude eventualmente con la esplicita definizione della origine della richiesta ("principio di incendio", "occorre uscire", o altro).
    Esiste anche la possibilità di sviluppare della sperimentazione sulle modalità migliori di attuazione dell'evacuazione. Ad esempio: Sugiman e Misumi (1988) comparano da una parte, in laboratorio, una evacuazione con più leader che gridano indicando agli altri indistintamente la direzione delle uscite e dall'altra una evacuazione in cui vi sono alcuni leader silenziosi che conducono individualmente verso l'uscita un piccolo gruppo di soggetti ciascuno. Gli autori rilevano che il metodo, chiamato follow me, è molto più produttivo se il rapporto leader/gruppo sta fra 1/4 e 1/8, mentre perde di efficacia con rapporti più sfavorevoli. Ne deducono che la maggiore efficacia della nuova modalità deriva dal costituirsi di un'embrione di identità di piccolo gruppo invece che di una reazione in termini di psicologia delle masse.
     
    Tutti questi temi cognitivi possono venire in parte riassunti nel concetto di apprendimento. E' infatti verosimile ritenere che l'impatto con la situazione catastrofica, così come con qualsiasi contesto nuovo, necessiti di un processo di apprendimento attraverso il quale familiarizzarsi con l'ambiente inconsueto fino a dominarlo come se fosse noto. Gli interventi di supporto e di prevenzione dovranno dunque intervenire a diversi livelli: sia informativo, sia formativo, sia più genericamente di familiarizzazione.
    Ciò può suggerire, ad esempio, che si possano ipotizzare degli strumenti pedagogici di vario genere, dal cartello esplicativo all'opuscolo, all'audiovisivo, alla lezione o alla simulazione ed esercitazione vera e propria, per istruire i soggetti potenzialmente o attualmente più coinvolti nella questione. Di particolare rilievo potrebbe essere la familiarità con il pericolo acquisita attraverso opportune attività formative in ambito scolastico.
    Il tema dell'apprendimento è essenziale per la messa in atto di particolari comportamenti non usuali. Le azioni richieste per fare fronte ad una emergenza si realizzeranno tanto meglio quanto più saranno già conosciute da chi le deve mettere in atto. Ci si avvierà con difficoltà all'uscita di sicurezza se non si sa dov'è, o se i cartelli che la indicano sono ambigui o espressi in un codice non condiviso dai soggetti. Infine: il fatto di non avere ben chiaro in mente che esiste una sequenza comportamentale precisa in virtù della quale è possibile salvarsi, tende ad accrescere il panico proprio per il fatto di ridurre la speranza nella propria capacità di controllare la situazione e quindi nella positività ed utilità dei propri sforzi al riguardo.

    Conclusioni

    In queste brevi note ho evocato una serie di temi psicologici significativi che possono aiutare a capire meglio il tema della situazione di catastrofe. La questione non è certo esaurita qui, ed anzi meriterebbe ulteriori approfondimenti che rimando ad altre occasioni.
    Quello che mi premeva sottolineare era la rilevanza della variabile "soggettività", e del suo studio sistematico attraverso paradigmi precisi e circoscritti, per un affrontamento, particolarmente nei termini della geografia umana, di queste situazioni che rappresentano un potenziale altamente negativo, e purtroppo verosimilmente non eliminabile, della nostra vita quotidiana.
     

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    Benvenuti nel sito ufficiale di Felice Perussia, Professore Ordinario di Psicologia Generale e di Psicotecnica nella Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino (di cui è stato Preside alla fondazione), Presidente della Società Italiana di Psicotecnica SIPSICO, Direttore Scientifico del Giornale di Psicologia, del Programma ITAPI e del Laboratorio di Psicotecnica (a Milano). Il sito propone anche materiali realizzati assieme ad alcuni brillanti colleghi del gruppo di lavoro.

     

     

     

     ITAPI ® Programme is an international scientific network for research and (freeware) research tools in personality and social psychology.

     

     

     
     
     
     
     
     
     
     
     
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    Il Laboratorio di PSICOTECNICA esiste attivamente da ben oltre dieci anni.
    Il 30 luglio 2004 abbiamo introdotto anche un contatore generale, che registra gli accessi a tutte le pagine dei siti collegati al gruppo PSICOTECNICA.
    Siamo orgogliosi del fatto che, da quel momento, le pagine viste su PSICOTECNICA abbiano largamente superato il milione.
    Le pagine aperte, anche solo da allora, nell'ambito del Laboratorio di PSICOTECNICA sono state infatti (certificazione ShinyStat):
     
     
     
     
     
     

     
     

     
     

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