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Perussia F., "Il
Re del mondo. Premessa al volume: Boria G., Lo psicodramma
classico, Milano: Angeli, 1997, 9-16.
Felice Perussia
dirige lo psicodramma sul palco dell'Aula Magna, all'Università
Statale di Milano, il 28 ottobre 2010
Felice Perussia
Il Re del mondo
A (poor?) player that struts and frets his
hours upon the stage
Come viene ricordato all'inizio di qualsiasi
manuale di psicologia, il termine persona, da cui deriva
specificamente la definizione di psicologia della personalità,
significa letteralmente (nell'originale latino da cui è
stato ripreso) maschera teatrale.
Il nostro essere nel mondo consiste fondamentalmente
di una messa in scena. L'individuo esiste, in larga misura, per
il suo rappresentare se stesso in relazione all'ambiente, fisico
e sociale, che lo circonda. Il nostro agire (essere attori) è,
prima di tutto, dare forma alle nostre rappresentazioni intrapsichiche
attraverso il loro manifestarsi concretamente, il loro farsi
cosa (ovvero farsi azione) nell'ambiente fenomenico così
come lo percepiamo e così come lo strutturiamo attivamente.
Agire significa poi anche essere spettatori (interagenti) dell'azione
altrui.
Il nostro essere viventi è azione,
movimento e dinamicità in contrapposizione alla tendenza
verso l'immobilità passiva che dialetticamente (in rapporto
alla vita) caratterizza la staticità della morte. Per
ricordare la metafora freudiana, in tutto l'universo vivente,
l'azione-vita coincide con l'anentropia di Eros in quanto contrapposta
all'entropia di Thanatos.
L'azione è anche messa in scena degli
oggetti interni attraverso la loro collocazione al di fuori di
noi, nelle cose e nell'altro. In questo senso è soprattutto
proiezione e transfert. L'azione è anche messa in scena
delle relazioni, risposta agli stimoli, gioco dei ruoli. In questo
senso è soprattutto interazione.
Gli eterni principi costitutivi della nostra
esperienza, ovvero di noi stessi in quanto figura che emerge
(e può quindi essere percepita) sullo sfondo del mondo,
sono lo spazio, ovvero la collocazione puntuale (cioè
statica) sul piano sincronico, il tempo, ovvero la collocazione
puntuale (cioè statica) sul piano diacronico e la causalità,
vale a dire la fluttuante collocazione dinamica e dialettica
(il livello della relazione) rispetto ai due piani precedenti.
Naturalmente, nessuno di questi punti di riferimento esiste da
solo, benchè possiamo sempre rappresentarceli separatamente
in astratto. Come avviene per qualsiasi percezione, dove non
può esistere figura senza sfondo (e viceversa) anche il
tempo non esiste senza lo spazio (e viceversa).
L'unica forma di esistenza per entrambe
queste (e infinite altre) bipolarità (tesi-antitetiche)
è infatti la sintesi che le rende reali, che le fa essere.
Figura e sfondo esistono solamente nella loro composizione dialettica
(nella loro sintesi, appunto), ovvero nell'essere degli oggetti.
Spazio e tempo esistono solamente nella loro sintesi reciproca,
ovvero nella relazione (dinamica, cioè causale) tra di
loro (negli oggetti così come mutevolmente si presentano).
La condizione umana è volontà
e rappresentazione. Gli oggetti esistono solamente in quanto
(ce) li rappresentiamo. E tale rappresentazione coincide con
la nostra volontà, ovvero con la nostra intenzionalità
orientata.
Tutto questo non è altro che fenomenologia:
lo studio (la realtà) del mondo in quanto incontrato (per
dirla con Metzger). E la fenomenologia, la soggettività
strutturata, è l'unico modo possibile (cioè umano)
di esistenza del mondo (per l'uomo), l'unico modo in cui noi
strutturiamo il mondo, l'unico modo in cui il mondo ci struttura.
Questa è l'unica realtà che
interessi a uno psicologo. Di nuovo: questa è l'unica
realtà di sfondo che possa esistere per qualsiasi essere
umano, psicologo, ingegniere, fisico, matematico, artista o quant'altro
egli sia (se, per dirla con Pope, the proper study of man is
mankind).
L'archetipo dell'essere
La predisposizione ad agire il mondo, a
costruirlo molto più che a registrarlo, è costrutto
fondativo del paradigma psicologico contemporaneo (e, per la
verità, anche molto antico, benchè, magari, con
altre parole).
Nella letteratura scientifica (così
come in quella cosiddetta pre-scientifica) i riferimenti ad una
concezione del comportamento, della percezione, della costruzione
del Sè e delle interazioni sotto forma di volontà
e di rappresentazione, ovvero di messa in scena, sono innumerevoli.
Possono variare le parole con cui tale concezione si esprime,
ma la sostanza del costrutto cambia di poco.
In psicologia generale, l'idea della natura
costruttiva (da parte del soggetto) delle nostre funzioni basali
di rapporto col mondo domina, per non fare che qualche esempio,
la moderna concezione della memoria (vedi Neisser) così
come la moderna concezione della percezione (vedi Gibson). Lo
stesso succede per le emozioni, l'apprendimento e in generale
il pensiero.
La versione attualmente più in voga
di questo paradigma, nell'ambito della psicologia scientifico-sperimentale,
è forse il concetto di "azione situata", tanto
caro al cognitivismo contemporaneo: l'idea che la persona e l'ambiente
abbiano tra loro un rapporto simile a quello tra chiavi e serrature.
In tale prospettiva, il soggetto è una serie di chiavi,
e l'ambiente una serie di serrature. La serratura si apre solo
se ci si infila la chiave giusta, ma ogni chiave segue una sua
strada per trovare la propria serratura. Non c'è una gerarchia:
ogni serratura è potenzialmente occasione ed opportunità
per tutte le chiavi possibili; così come ogni chiave è
potenzialmente occasione ed opportunità per tutte le serrature
possibili.
Facendo un salto indietro (storicamente
parlando), e andando, per esempio, nel campo della psicoanalisi
classica, possiamo ricordare che la posizione Edipica, cardine
del sistema freudiano, è appunto strutturata su di un
modello teatrale. Il "complesso di Edipo" (con la sua
controparte politically correct, ancorchè epistemologicamente
piuttosto fiacca, del complesso di Elettra) vi è concepito
come una parte (in commedia, ovvero in tragedia) che ciascuno
inevitabilmente deve rappresentare (ovvero rappresentarsi) nel
suo essere, o diventare, umano.
Gli archetipi di Jung vengono presentati
come dei canovacci, ovvero dei ruoli, che di volta in volta (ma,
per molti aspetti, anche contemporaneamente), ovvero in fasi
diverse della propria vita, l'attore umano impersona (di cui
l'attore umano è espressione) nella sua relazione col
mondo. Gli stili di vita della tradizione adleriana sono progetti,
ovvero falserighe, su cui il soggetto organizza il proprio progetto
di vita tramite il quale confrontarsi nel mondo. Nè molto
diverse sono le sub-personalità di Assagioli (il quale,
è bene ricordarlo, benchè a molti non piaccia sentirselo
dire, è stato il primo psicoanalista italiano e colui
che ha introdotto Freud nella nostra cultura). Nè molto
diversi sono i ruoli dell'invidioso (o' Malamente) e del grato
(o' Amoroso) nella prospettiva di Melanie Klein.
Progredendo nel tempo, possiamo notare come
il concetto di fasi stadiali dello sviluppo, tanto caro agli
psicologi dell'età evolutiva, non sia altro che il repertorio
di una serie di ruoli strutturati e successivamente intercambiabili
su cui si organizza completamente la presenza del soggetto (bambino)
nel mondo. E questo vale tanto per la nostra dimensione più
squisitamente emotiva (i ruoli: orale, anale, fallico, di latenza
e genitale, di freudiana memoria) quanto per la nostra dimensione
più tipicamente cognitiva (i ruoli: senso-motorio, pre-operatorio,
operatorio concreto, ipotetico-deduttivo, di piagetiana memoria).
E come non pensare, procedendo fior da fiore
(visto che non ci sarebbe il modo nè lo spazio di ricordarli
tutti in questa circostanza), a tanti altri interpreti del modello
teatrale in psicologia. Che cos'è l'interazionismo simbolico,
con il suo complementare etnometodologico, se non uno studio
del nostro essere nel mondo in termini di dramma (azione e messa
in scena), come ha splendidamente mostrato, ad esempio, Goffman?
E che dire del modello transazionalista, con i suoi concetti
di "gioco psicologico" (he plays many parts),
di ruoli adulti, genitoriali e bambini, ovvero di copioni come
elementi strutturanti della vita di ciascuno, evidenziati in
particolare da Berne? Per non parlare di Bandura, della social
learning theory, e dell'idea di una messa alla prova del nostro
pogetto (o copione cognitivo) attraverso l'interazione con le
persone, gli oggetti e le risposte-rinforzi che costantemente
ci confrontano.
Da una scena all'altra, l'attore risponde
alle battute che il mondo (l'altro, le cose) gli offre. Da una
scena all'altra i ruoli, i copioni, i progetti, le economie esistenziali
di ciascun attore interpretano continuamente le proprie risposte
ai ruoli altrui, nel tentativo di riproporre continuamente e
stereotipicamente la propria parte (la vecchia soluzione per
nuovi problemi) e nella speranza invece di poterla spezzare,
ritrovando la propria (e l'altrui) spontaneità (la nuova
soluzione per problemi vecchi). Il tutto in un continuo gioco
dialettico di assimilazioni e accomodamenti, ovvero nel continuo
salto a nuovi paradigmi esistenziali che rivoluzionano le precedenti
concezioni del nostro rapporto col mondo, nello sforzo costante
(e spesso frustrato, però anche, auspicabilmente, favorito
dall'eventuale intervento psicologico) di diventare finalmente
ciò che si è.
Sviluppare, evolvere, cambiare
Ma azione è anche possibilità
di sperimentare la realtà. L'attore, oltre che rigido
e ostinato riproduttore di proiezioni e transfert, è pure
vagolante ed etereo lector in fabula del mondo. L'azione
è anche, per dirla con termini solo a prima vista polverosi,
la costruzione dell'Io attraverso il suo porre un non-Io esterno
a sè.
Attraverso l'azione, il mondo viene saggiato,
costruito, rispettato. Mettendo in atto (in scena) i nostri fantasmi
inconsapevoli (le rappresentazioni e le strategie cognitive,
i copioni, i canovacci, i progetti di vita, gli archetipi, i
giochi, le interazioni, le parti, i ruoli) noi li confermiamo
inesorabilmente, ripetendo ossessivamente e ansiosamente in ogni
nostro gesto, in ogni nostro giorno, quel "è pronto
in tavola" di tutti gli attori falliti (rispetto a se stessi),
o meglio ancora alle prime armi e in formazione.
Ma possiamo anche tentare di prendere coscienza
delle parti che stiamo giocando. Possiamo anche sperimentare
la consapevolezza del senso profondo e strutturale della nostra
azione, la quale raramente coincide con la sua versione normalmente
visibile e ripetitiva. Possiamo anche diventare spettatori (per
così dire dall'esterno e scientificamente, cioè
"oggettivamente") degli stessi fantasmi (rappresentazioni
e strategie cognitive, copioni, canovacci, progetti di vita,
archetipi, giochi, interazioni, parti, ruoli) che normalmente
ci troviamo ad agire con minima consapevolezza.
Lo psicodramma non è altro che la
messa in scena di tutto questo, con la differenza, rispetto alla
nostra realtà di tutti i giorni, che, grazie ad opportune
tecniche di straniazione partecipante, noi siamo appunto anche
spettatori del nostro stesso dramma, invece che suoi semplici
attori-riproduttori di scarsa coscienza e capacità.
Ciò vale nel contesto della terapia
(del lavoro di terapia) tanto quanto nel contesto della formazione
(del lavoro di formazione), ammesso che sia possibile separare,
nella vita, lo sviluppo, l'evoluzione e il cambiamento (la terapia)
della persona dalla formazione della persona stessa.
I misteri eleusini
Solitamente, una grande nebbia avvolge il
lavoro clinico in psicologia. E molta vaghezza, benchè
certo minore, è presente anche nel lavoro della formazione.
Dubito che in Italia sia mai stata pubblicata
la registrazione letterale di una seduta psicoanalitica. E' molto
raro che (sempre in Italia) venga pubblicata la registrazione
letterale di una seduta psicoterapeutica (specie individuale)
a qualsiasi posizione teorica questa sia ispirata. Il resoconto
clinico è tipicamente ridotto alla rappresentazione che
ne testimonia lo psicologo, alla messa in scena (scritta e verbale)
del suo ricordo (fantasmatico) e della sua personale interpretazione
di quanto è successo. Tra l'altro: il parere (la rappresentazione
agita-vissuta da parte) del paziente-cliente non viene quasi
mai preso in considerazione direttamente (al massimo: nella interpretazione-traduzione
attuata dallo psicologo).
Tutto questo deriva da varie ragioni: in
parte teoriche e profonde (diciamo: complessità ideologico-tecnico-relazionali);
in parte collegate ad una concezione esoterica della missione
psicologico-sacerdotale (la scena terapeutica come luogo mistico
e iniziatico); in parte ad un corporativismo meschino (non far
conoscere a possibili concorrenti i segreti della propria lavorazione);
in parte al timore di essere giudicati (il confronto con possibili
valutazioni altrui inteso come ostacolo frustrante invece che
come occasione di progresso).
Esistono altre realtà in cui tutto
questo succede molto meno. In un centro di formazione clinica
statunitense (compresi molti di quelli a impostazione psicoanalitica),
pur con tutti i limiti del caso, avviene normalmente che si registrino
delle sedute di terapia, ovvero che le si osservino attraverso
uno specchio a una via o un televisore a circuito chiuso (previo
consenso informato del cliente-paziente), magari diffondendo
poi le cassette registrate (a volte, ma non sempre, opportunamente
schermate).
In Italia, comunque, succede assai di rado.
Appare dunque molto difficile, anche per un addetto ai lavori
(chi si forma all'intervento psicologico, ovvero i professionisti
della materia), potersi confrontare con il lavoro altrui. La
formazione è basata largamente sulle parole di chi si
propone come maestro, ovvero sulla sola esperienza personale,
da parte dello psicologo, di una qualche terapia (personale).
E' quasi inutile ricordare che l'aspirante
paziente-cliente, in questa situazione, si trova a dover acquistare
l'intervento dello psicologo a scatola chiusa. Di fatto egli
non ha modo, se non basandosi sulla testimonianza degli amici
o dei libri, di valutare la terapia cui sta andando incontro.
Nè la testimonianza dello psicologo (di chi glie sta vendendo
il prodotto) può rappresentare da sola una fonte sufficiente
e accettabile (quanto meno in termini di difesa del consumatore,
e di rispetto del paziente).
La lanterna di Pitagora
E' affascinante, ed anche emozionante, che
sia proprio una delle teorie-tecniche che più ingenuamente
vengono percepite dall'uomo comune come esoteriche e stregonesche
(lo psicodramma, appunto) a presentarsi così spudoratamente
alla luce del sole. Tale è infatti il compito che si è
proposto Gianni Boria scrivendo questo libro.
Il libro rappresenta dunque un'occasione
eccezionale per diverse ragioni. Ne indico qualcuna, senza prestesa
di dirle tutte.
E' la presentazione sistematica di un modello
e di una tecnica di cui, nonostante il successo, non esiste una
sistematizzazione di rilievo. Moreno (il pater storico dello
psicodramma) non ha mai scritto niente di veramente sistematico
e la gran parte dei suoi epigoni si è limitata a ripetere
all'infinito (nei vari saggi) una introduzione elementare e semplificatoria
ai principi generali della materia.
E' molto aggiornato e preciso, per cui si
offre ad un dibattito puntuale anche sul piano tecnico. E' carico
non solo di affermazioni generali e di principio, ma di dettagliate
descrizioni e analisi di ogni passo. Contiene una ricca serie
di registrazioni di sedute. E' ben noto che si può criticare
solo chi fa, poichè chi non fa, o non dice esattamente
che cosa fa, non può essere giudicato se non superficialmente.
E Gianni Boria non nutre davvero questa fobia del giudizio.
E' una rara occasione per entrare direttamente
nel lavoro terapeutico e formativo. I terapeuti attivi solitamente
non amano, credo proprio per carattere, scrivere e teorizzare
sul proprio lavoro (non lo hanno mai fatto veramente, ad esempio,
nè Moreno, nè Perls nè Milton Erikson, nè
tutti quelli di cui il largo pubblico non sa nulla perchè
non c'è mai stato nessuno che si sia peritato di scrivere
al posto loro o di registrare i loro interventi, così
come è capitato, nella sostanza, a questi tre). Boria
ha invece saputo e voluto farlo, forse anche per via della sua
solida formazione filosofica, oltre che psicologica e clinica.
E' l'opportunità di conoscere da
vicino una delle tecniche più efficaci e più largamente
riprese nel lavoro psicologico soprattutto post-bellico (in genere,
senza dirlo, da tutta l'area delle dinamiche di gruppo e delle
terapie attive). Nei suoi vari aspetti particolari, il modello
psicodrammatico è infatti patentemente presente in larga
parte dell'intervento terapeutico (specie, ma non solo, di gruppo)
e formativo, anche quello che si dichiara ispirato a modelli
teorici lontanissimi dallo psicodramma o addirittura suoi antagonisti.
E' quindi anche l'occasione per conoscere la versione originale
di un progetto che molti suoi epigoni (consapevolmente o anche
inconsapevolmente) non amano dichiarare di avere come fonte di
ispirazione.
E' il prodotto di una esperienza durata
vent'anni. Gianni Boria, che, nella vita così come nella
professione, ha il carisma di chi non lo vuole avere, dopo una
completa formazione psicoanalitica classica, e una pluriennale
esperienza professionale come psicoanalista, ha raggiunto nel
1977 il tempio di Beacon, dove Moreno aveva costituito il suo
quartier generale, e si è accorto che stava andando a
Damasco. Ha abbandonato, o almeno messo da parte, la psicoanalisi
(dice che gli veniva sonno durante le sedute, ma non è
una buona scusa, dato che l'ho visto addormentarsi anche durante
una seduta psicodrammatica di cui era il direttore) e ha dedicato
la sua vita allo psicodramma. Con grande soddisfazione sua personale
e del movimento psicologico che ne ha ricavato importanti contributi.
In conclusione: dicono alcuni, molto saggiamente,
che l'uomo propone e Dio dispone. A tale impostazione si collega
anche l'ipotesi costruttivista in psicologia. Questo potrebbe
essere vero. Tuttavia: attraverso lo psicodramma è possibile
porre meglio la domanda: Chi è veramente il Re del mondo?
Chi veramente costruisce la realtà in cui ciascuno di
noi individualmente si trova immerso?
E una certa pratica psicodrammatica suggerisce
di porre in una forma ulteriormente compiuta, e un po' meno presuntuosamente,
la stessa questione. La domanda cui lo psicodramma (e questo
libro, con la pratica di cui è espressione) aiuta a rispondere
(si fa per dire) è allora, più semplicemente: qual'è
l'unica vera realtà attraverso cui il Re del mondo si
manifesta?
Benvenuti nel sito ufficiale
di Felice Perussia, Professore Ordinario di Psicologia Generale
e di Psicotecnica nella Facoltà di Psicologia dell'Università
di Torino (di cui è stato Preside alla fondazione), Presidente
della Società Italiana
di Psicotecnica SIPSICO, Direttore Scientifico del Giornale
di Psicologia, del Programma
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di Psicotecnica (a
Milano). Il sito propone anche materiali realizzati assieme ad
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