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Lo
psicodramma dei bambini
I metodi
d'azione in età evolutiva
Franco Angeli
Editore - Milano - 2002
Riferimento bibliografico:
Perussia F. -
"Bambini si nasce, adulti si diventa (quando va male).
Premessa al volume:
Dotti L. - Lo psicodramma dei bambini: I metodi d'azione in
età evolutiva. Milano: Angeli, 2002.
Felice Perussia
dirige lo psicodramma sul palco dell'Aula Magna, all'Università
Statale di Milano, il 28 ottobre 2010
Felice Perussia
BAMBINI
SI NASCE, ADULTI SI DIVENTA
(QUANDO
VA MALE)
Com'è
noto: il concetto di infanzia non rappresenta un dato di fatto
oggettivo, bensì un particolare punto di vista soggettivo
(tra gli altri) attraverso cui leggere la nostra avventura in
questo mondo. E' stato rilevato più volte che l'età
dell'innocenza (o della tabula rasa, o del buon selvaggio,
o del polimorfismo perverso, a seconda dei punti di vista) è
sostanzialmene un'invenzione narrativa.
In poche parole:
ci sono molte epoche storiche, e culture, dove non esiste una
precisa concezione dell'essere infantile come separato dall'essere
umano. O, quanto meno: dove il piccolo (quello con pochi anni)
non viene descritto come qualcosa di strutturalmente diverso
e antagonista rispetto al grande (quello con tanti anni). A dire
il vero: storicamente e geograficamente parlando, tali culture
sono la maggioranza.
L'unico dato
di fatto, relativo all'infanzia come età biologica, se
proprio vogliamo trovarne uno, è che la maturazione fisica
dell'uomo-donna si compie in un arco di tempo molto lungo, probabilmene
il più lungo tra le specie che popolano la terra. In pratica:
se riteniamo che un essere vivente sia compiuto solo nel momento
in cui è in grado di riprodursi, allora l'homo sapiens
può essere considerato un animale completo solo quando
si trova nella sua condizione adolescenziale o post-puberale
(diciamo che ci vuole una quindicina d'anni, successivamente
alla nascita).
Naturalmente:
tale sviluppo biologico non implica affatto necessariamente che
si realizzi, in parallelo, una corrispondente crescita (nel senso
di perfezionamento o superiorità) intellettuale o spirituale.
La media dei bambini-adolescenti appare fisicamente più
piccola e più debole rispetto alla media degli adulti.
Ma questo non significa certo che il piccolo della specie umana
sia meno intelligente o meno creativo rispetto al grande. Ci
sono anzi molti indizi del contrario.
Si ritiene
generalmente che una netta distinzione fra la categoria del bambino
e quella dell'adulto si sia diffusa, come paradigma normale (ovvero
normativo), nella cultura umana dominante in occidente, solo
con la nascita del movimento scientifico ovvero con l'illuminismo
settecentesco. Tra i maggiori responsabili di tale punto di vista
viene ricordato principalmente Rousseau. Mentre si nota che,
soprattutto con il Novecento, tale valutazione, che peraltro
ha sempre dato adito a varie perplessità, ha perso molto
dello smalto che le era stato dato.
L'interpretazione
stadiale dello sviluppo porta dunque, secondo la Nuova Psicologia
tardo-ottocentesca e le sue aspirazioni ad essere una scienza
fisico-naturale, alla curiosa presunzione che distingue fra uno
stato appunto infantile e inferiore (pre-logico, pre-operatorio,
orale, anale, ecc; in una parola: basso) e uno stato invece adulto
e superiore (saggio, razionale, genitale, riproduttivo, ecc;
in una parola: alto).
La responsabilità
per l'avvento di tale punto di vista viene generalmente attributa:
sul piano cognitivo, alla psicologia genetica di ispirazione
logico-positivista (tipicamente: Piaget); sul piano emotivo,
alla psicologia dinamica di ispirazione fisio-patologica (tipicamente:
Freud). Stante che la distinzione fra cognitivo-razionale (res
cogitans) e fisico-animale (res extensa) è
l'equivalente, sul piano spirituale (mentale), di quello che
gli assi cartesiani rappresentano sul piano geo-metrico (materiale).
E' piuttosto
trasparente la stretta parentela tra la proclamazione di questa
visione dello sviluppo umano e la teoria evoluzionista, quale
è stata abbozzata in termini concettuali da Vico e, soprattutto,
sviluppata in termini naturalistici da Darwin (d'altra parte:
Piaget era un biologo e Freud un fisiologo). Il tutto è
illuminato dal totem delle sorti umane progressive e dall'ideologia
della inesorabilità del progresso scientifico-industriale
come categoria morale e come spirito della storia, che ci guidano,
ontogeneticamente quanto filogeneticamente (quali colombe in
mezzo al diluvio), dalle puzzolenti paludi del primitivo alle
sterilizzate vette del seconditivo.
Una parte dell'ideologia
psicologica diffusasi nel Novecento dipinge dunque l'infanzia
come una condizione necessaria di naturale bestialità-brutalità
dell'essere umano (una specie di peccato originale) da cui occorre
riscattarsi per poter crescere. Dove un simile stato di minorità
verrebbe risolto in modo utile solo da quella particolare forma
di rivelazione laica che è rappresentata appunto dalla
scienza, dalla razionalità intellettuale e dalla capacità
di manipolare la natura a fini produttivi.
Questo meraviglioso
processo di crescita e di elevazione, verso un futuro e un'età
sempre più dorati, non si realizzerebbe però in
tutti, ma resteterebbe in qualche modo limitato (per ragioni
strutturali o contingenti) ai migliori. Insomma: sono pochi gli
eletti rispetto ai molti chiamati. Questi ultimi, secondo le
diverse sfumature di tale visione quali si presentano nelle diverse
epoche, vengono identificati nella concezione che il Vero Adulto
Realizzato (termine quest'ultimo che viene dal latino res:
cosa) dovrebbe avere dei bambini, degli handicappati,
dei nevrotici, dei soggetti poco produttivi in genere (sul tipo
dei vecchi o degli artisti), delle donne, degli animali, ecc.
In sostanza: nella maggioranza delle persone.
Per tutti costoro:
la condizione di perfetta superiorità intellettiva-razionale,
tipica appunto del maschio razionale e di successo (sulla falsariga
del magistrato-medico-filosofo di platonica memoria o dello scienziato-tecnico-imprenditore
di più moderna definizione), non si realizzerebbe invece
mai. Mentre la giusta pena-punizione per tale incapacità-inefficienza
si concretizzerebbe nel mancato sviluppo cognitivo-emotivo, nella
prevalenza del pensiero magico-superstizioso (la malattia intellettuale)
e nella regressione (la malattia mentale).
Per cui, all'atto
pratico: la massa degli umani rimane-ricade inesorabilmente nell'infanzia
(ad maiorem rationis gloriam). Del resto: perchè
vi siano dei superiori, è necessario vi siano degli inferiori;
i quali facciano da pietra di paragone. Non ci sono infatti belli
senza brutti, nè sani senza malati, nè i nostri
senza i loro, nè qualcuno che guida se nessuno è
disposto a farsi guidare, nè spettacolo se mancano gli
spettatori, e così via.
E, dal punto
di vista trattato in questo libro, è paradigmatico il
caso degli attori: sempre considerati senza morale, senza dignità,
senza patria, senza anima, scudieri del diavolo, dal corpo non
civilizzato (nella loro attribuita propensione alla lascivia
o alla prostituzione), spesso da seppellire (senza nome) in una
terra senza consacrazione, eventualmente dopo averne confiscate
le proprietà. Mentre gli illustri poeti che scrivono tragedie
in versi vengono cinti d'alloro, elevati all'Olimpo delle lettere,
sepolti nel Pantheon con lapidi e tombe di marmo, lasciando in
eredità i loro diritti d'autore.
Il criterio
che distingue gli inferiori dai superiori viene identificato
soprattutto nella acquisita assuefazione al modo di costruire
i segni (linguistici o logico-matematici) che celebra i rigorosi
principi di quello che, da Galilei in poi, viene concepito come
il libro dell'universo scritto in lingua geometrica. L'età
adulta sarà raggiunta cioè nel momento in cui si
otterrà una piena identificazione della mente umana, nei
suoi aspetti cognitivi e sentimentali, con il testo che gli scienziati
scrivono sulla natura. Dove le parole e la digitalizzazione dell'esperienza
prevarranno su qualsiasi immagine. Dove la vincente civiltà
consisterà nel cancellare definitivamente, grazie all'intervento
di un fattivo esprit de geometrie, ogni traccia del disutile
esprit de finesse.
I termini stessi
che sono stati scelti per definire questa condizione aiutano
a svalutare un aspetto dell'uomo definibile appunto come in-fans
ovvero come colui che non parla ancora, o come fanciullo
(che è sempre una diminutio capitis rispetto al
fans-fantis, ovvero a colui che parla bene e a pieno
titolo), o come bambino (colui che balbetta),
o come adolescente (da adolesco: cresco,
progredisco; ma, si noti incidentalmente, anche: ardo)
ovvero colui il quale non è ancora cresciuto a
sufficienza.
Mentre nel
caso del ragazzo, dall'arabo raqqas (messaggero,
paggio; poi sviluppatosi in: apprendista, mozzo,
servo), l'accento viene posto sulla posizione intermedia
in cui la lingua-testo-regola è ancora in fase di apprendimento
subordinato rispetto all'adulto. Per cui questi può riferire
o realizzare (a bottega) nelle forme più elementari, ma
non produrre veramente, e comunque restando sempre sotto la tutela
(anche giuridica, che distingue tra il bambino, incolpevole per
definizione, e il minore, moderatamente responsabilizzato) delle
patrie potestà.
Il non-adulto
è insomma un piccolo che ha scelto-accettato-interiorizzato
la strada del diventare grande, che ormai promette di esserlo,
ma che ancora non lo è. Ovvero l'infantile è colui
che parla una lingua insensata o poco sensata (che non ha un
senso, ovvero una direzione precisa, almeno in senso produttivo)
in quanto più istintiva ovvero ancora grossolana e poco
comprensibile agli occhi del grande fans (che è
stato a scuola e quindi ha ben faticosamente imparato a di-menticarla,
cioè a togliersela dalla mente).
Tale superiorità
della ragione viene dunque identificata con lo sviluppo industriale
occidentale e con gli strumenti che ne hanno favorito il successo
sul piano pratico: la tecnologia, la ragioneria, la statistica.
Il motore immobile del mondo viene scientificamente scoperto
nell'azione cieca dell'interesse-motivazione, inscritta nella
vita intesa come lotta per la sopravvivenza fisica, nell'homo
homini lupus, nella libido istintuale, ovvero nel gioco pubblico
della domanda-offerta e nel conto corrente privato. Il massimo
della saggezza viene fatto coincidere con la raggiunta capacità
di rendere logica la propria efficienza operatorio-concreta e
di votarsi al punto di vista economico nel campo delle emozioni
(per chi ci riesce).
Dalla nascita
del movimento scientifico-industriale in poi, mentre alcuni si
compiacciono di tali affermazioni di principio, molto apprezzate
anche dalle istituzioni pubbliche e dalle società quotate
in borsa che finanziano la ricerca, secondo cui la ragione è
il grande orologio del mondo, sono però successe varie
cose. Tra cui, citando a caso specie tra le più recenti:
il teorema di Godel, la crisi dei fondamenti, il principio di
indeterminazione, la morte prematura di un sei milioni di nativi
americani e di più o meno altrettanti caucasici di religione
ebraica e di un buon trecentomila fra streghe ed eretici (più
o meno, dato che statistiche precise non ci sono; sempre in nome
di un qualche progresso che avanza), le guerre mondiali, la bomba
atomica, il terrorismo, i problemi della globalizzazione o della
bioingenieria, ecc, ecc.
E molti hanno
ripreso (mentre altri, che non avevano smesso, hanno continuato)
a pensare il bambino come una dimensione fondativa del nostro
essere vivi. Dove non esiste uno stadio infantile inferiore dell'essere
umano o dell'umanità, cui si sostituirebbe inesorabilmente
uno stadio adulto superiore, bensì un atteggiamento originale
di contatto col mondo, cui si sovrappone (piuttosto artificialmente)
una lettura del mondo mediata dalle proiezioni teorico-pratiche
dell'efficienza razional-lavorativa.
Pare infatti
a molti che l'ideologia scientifico-tecnologico-industriale riesca
in effetti straordinariamene efficace (e spesso, benchè
non sempre e non automaticamente, benvenuta) nel manipolare gli
oggetti, ma nel contempo si dimostri piuttosto debole nel realizzare
i soggetti. Anzi: il pregiudizio che tenta di ridurre l'uomo
a cosa, di rendere oggett(iv)o ciò che è soggett(iv)o,
sta proprio all'origine di quel disagio della civiltà
cui la scienza-efficienza dichiara lodevolmente di voler portare
una qualche soluzione (essendone causa determinante).
Sul piano delle
forme di esistenza, tutto ciò che il movimento razionalista
ha cercato di nascondere, seppellendolo sotto il tabernacolo
della produttività scientifica, torna in primo piano.
E molti sinonimi dell'infantile ritrovano quella dignità
cui la concezione della natura intesa come libro da leggere (e
da scrivere) aveva cercato di togliere ogni cittadinanza, per
la sua difficoltà (o resistenza) a tradursi in parole
precise. Tutto ciò che è primitivo e che è
stato catalogato come inferiore o diverso rispetto alla razionalità
(nella accezione scientifica, lo ripeto: il bambino, il selvaggio,
il pazzo, lo straniero, l'animale, il giocoso, il fantastico,
l'onirico, lo spirituale, il sovranaturale, il religioso, il
mitologico, l'artistico, il femminile, l'immediato, ecc) torna
a esprimere diffusamente la sua dimensione di opportunità
da sviluppare invece che di problema da risolvere (cioè:
da eliminare; almeno secondo i sacri principi della pax romana).
Sul piano specifico,
affrontato in queste pagine, dell'espressività performativa
(diciamo: dell'espressione teatrale), la mente realizzata sulla
scena esplicita modi diversi dalla parola testualizzata nei copioni.
Una mandria equanime di giullari saltellanti riesce talvolta
a sciogliere i nodi di quella artificiosa schizofrenia che lo
show business cerca puntigliosamente (e peraltro: con
scarso successo) di coltivare distinguendo, concettualmente e
fisicamente, fra attore, pubblico e autore. L'espressività
im-mediata delle memorie emotive si agita accanto alla re-citazione
mediata dalle cerimonie testuali.
E tutto questo
sta sullo sfondo del libro che hai in mano. Perchè tratta
di come concretizzare i pensieri anche senza realizzare prodotti
necessariamente commerciabili. Perchè prende in considerazione
la condizione primitiva (prima che diventi del tutto seconditiva
e civilizzata, nei limiti del possibile) dell'essere umano. E
quindi, soprattutto, perchè afferra la questione (la domanda)
per le corna.
Credo infatti
che il modo migliore per leggere le pagine che seguono non stia
tanto nel cercarvi strumenti specialistici, che pure ci sono,
per utilizzare le tecniche attive di formazione personale nel
caso particolare dei bambini e degli adolescenti (dei non-adulti).
Queste pagine
possono dire molto di più se le si legge anche come un
modo per facilitare un simile processo, di ri-forma, negli adulti
(cioè nei bambini ormai piuttosto deformati e infantilizzati
dalla pur utile civiltà). Perchè infatti è
proprio andando all'origine, alla mente primitiva (per quanto
ancora la si possa trovare dopo che molti hanno cercato di sostituirle
i principi della matematica, intesa come pietra tombale delle
opinioni personali), che è possibile tentare un riscatto
della soggettività.
Tra i complimenti
che ho ricevuto nella mia vita (capita a tutti noi, anche senza
nostra responsabilità) quello che forse mi ha fatto maggiore
piacere è quello di essere definito un bambino (o un ragazzino).
Qualche volta ho sospettato che si trattasse appunto di un complimento,
ovvero di una cortesia più che di una constatazione, ma
l'ho sempre considerato un riconoscimento importante (più
o meno realistico che fosse). C'è gusto infatti a credere
ciò che piace credere. E questo complimento lo voglio
partecipare anche all'autore, che certo se lo merita.
Ho la fortuna
di conoscere Luigi (Gigi) Dotti da molti anni. Ho lavorato tante
volte con lui sulle tavole di quel particolare teatro che si
propone di concretizzare (azione molto diversa dal rendere oggetto)
il pensiero delle persone, ovvero di portare la mente in scena
e di permettere agli esseri umani di esserci. E in questo libro
mi sembra di sentire l'eco del suo stile. Mi sembra di vederlo,
con la sua faccia da ragazzino in gilè, mentre spinge
gli altri a diventare ciò che sono, e diventa se stesso
assieme a loro.
Per cui, nel
tentare di rendere, in modeste parole, quello che mi sembra essere
il senso profondo di questo libro, mi sento di dire, in sostanza,
una cosa sola. Queste pagine sono (anche) il racconto di un bambino
per dei bambini. Insomma: è un libro che si rivolge proprio
a tutti noi. Buon vento.
Benvenuti nel sito ufficiale
di Felice Perussia, Professore Ordinario di Psicologia Generale
e di Psicotecnica nella Facoltà di Psicologia dell'Università
di Torino (di cui è stato Preside alla fondazione), Presidente
della Società Italiana
di Psicotecnica SIPSICO, Direttore Scientifico del Giornale
di Psicologia, del Programma
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