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by Felice Perussia e Laboratorio di PSICOTECNICA ®
Perussia F., "Introduzione:
Psicologia della personalità e ricerca sulla personalità".
Premessa alla edizione italiana di: Krahé B., Psicologia
della personalità e psicologia sociale: Verso una sintesi.
[ed. originale 1992]. Milano: Guerini e Associati, 1994. 9-26.
Felice Perussia
INTRODUZIONE:
PSICOLOGIA DELLA PERSONALITA'
E RICERCA SULLA PERSONALITA'
Il saggio di Barbara Krahé, qui
tempestivamente pubblicato in versione italiana, rappresenta
un punto di riferimento importante per comprendere gli sviluppi
contemporanei della psicologia della personalità. Esso
descrive la ricerca personologica attuale, inquadrandola soprattutto
nel suo crescente integrarsi con vari aspetti della psicologia
sociale. Tale integrazione rappresenta una delle tendenze evolutive
maggiormente di punta alla soglia degli anni '90.
La natura innovativa del testo è particolarmente evidente
per la cultura psicologica nel nostro Paese, dove il costrutto
"personalità" forse non ha ancora raggiunto
appieno quell'aggiornamento, in termini di oggetti di ricerca,
di metodi e di riferimenti teorici, che invece sembra caratterizzare
la disciplina nel movimento psicologico internazionale. Si assiste
infatti, non di rado, ad un parziale scollamento fra il lavoro
degli specialisti del settore, decisamente orientato alla ricerca
innovativa, e l'immagine diffusa della disciplina, talvolta ancorata
a schemi teorici ed interpretativi ormai desueti.
Per capire meglio il significato del testo, e per contribuire
ulteriormente allo sforzo di sistematico aggiornamento che l'autrice
efficacemente persegue, potrà allora risultare utile fornire,
specie al lettore italiano, qualche cenno introduttivo di inquadramento.
Tali note non vogliono certo esaurire il tema di una messa a
punto della attualità personologica, ma solo disegnare
uno schizzo di alcuni aspetti del quadro di riferimento in cui
la disciplina si muove oggi, fornendo anche qualche indicazione
bibliografica ulteriore alle molte già indicate dalla
stessa Krahé.
Il quadro concettuale
Il dato fondamentale da sottolineare è
che la moderna psicologia della personalità rappresenta
ormai un campo autonomo ed indipendente di elaborazione teorica
e di ricerca. Essa si trova tuttavia all'incrocio fra almeno
quattro aree principali dell'indagine psicologica: la psicologia
generale, la psicologia sociale, la psicometria (assessment),
la psicologia dinamica. Nessuno di questi importanti settori
di riferimento può essere ignorato, pena l'impossibilità
di capire la peculiarità del settore disciplinare in esame.
Storicamente, la psicologia della personalità, prima di
venire incorporata nella "nuova psicologia" scientifica
di fine '800, è stata oggetto di interesse soprattutto
della filosofia e della patologia, benchè in forma più
impressionistica che sistematica (Watson, 1980). Il tema della
persona, a partire dalla sua "invenzione" che si suole
far risalire al Rinascimento, è sempre stato uno dei punti
forti dell'analisi filosofica (e teologica). Un'altra disciplina
che vi si è dedicata ampiamente, a partire dallo studio
della definizione giuridica della personalità (habeas
corpus, diritto naturale, concetto di responsabilità e
di proprietà, eccetera) è stata appunto la scienza
del diritto. Più di recente, alle sytrutture di personalità
si è interessata particolarmente la psicopatologia ottocentesca,
soprattutto attraverso lo studio dei grandi quadri psichiatrici.
In tutti questi campi (filosofia, religione, diritto, psichiatria)
la tradizione italiana è stata particolarmente ricca e
fondativa, anche per culture diverse dalla nostra. Questo dato,
tanto evidente, può essere tuttavia solo evocato, in questa
sede, senza ulteriori approfondimenti.
In ogni caso, le implicazioni della psicologia della personalità
sono in primo luogo filosofiche (Sanchez Bernardos, 1989). L'intitolazione
dell'insegnamento relativo alla personalità, nella prima
versione dei corsi di laurea italiani fino al 1984, si riferiva
del resto proprio alle "Teorie della personalità".
Tale concetto, largamente diffuso nella tradizione personologica,
viene generalmente presentato in una forma che ricorda da vicino
quella del manuale di storia della filosofia, basato su teorie
riferite ai nomi di singoli autori molto più che sulla
descrizione di un sapere cumulativo derivato dalla ricerca, come
avviene invece nelle scienze naturali. Ciò dipende certamente
in parte dalla tipica tendenza della scienza psicologica a tenere
da sempre come punto di riferimento in primo luogo gli psicologi
eminenti, più che ad elencare semplicemente i risultati
delle loro indagini (Perussia, 1994). In questa prospettiva,
comunque, qualsiasi teorico della psicologia può essere
interpretato anche come uno studioso, quanto meno implicito,
della psicologia della personalità.
Lo studio scientifico della personalità, in quanto paradigma
di indagine, ha acquistato però una sua identità
autonoma, rispetto allo sfondo della ricerca psicologica complessiva,
solo con gli anni '30 (Burnham, 1968). I testi fondativi della
materia, dal punto di vista di una sua sistematizzazione scientifica,
vengono identificati in due manuali, usciti contemporaneamente,
l'uno a firma di Allport (1937) e l'altro ad opera di Stagner
(1937). Il primo ha acquisito una notorietà assai superiore
al secondo, discretamente noto negli Stati Uniti ma pressochè
ignoto in Italia (anche per il fatto di non essere mai stato
tradotto nella nostra lingua).
Storicamente, la suddivisione della disciplina viene cadenzata
in fasi diverse a seconda degli autori. E' evidente comunque
una struttura sequenziale comune alle diverse descrizioni. C'è
chi parla di tre fasi: le macroteorie del primo novecento, le
microteorie del periodo fino agli anni '50, il rinnovamento attuale
seguito alla crisi postbellica ed alla ridefinizione della psicologia
connessa con il movimento culturale detto del "sessantotto"
(Caprara e Luccio, 1986-1992; Caprara, 1992). Queste tre fasi
vedrebbero anche la presenza di tre modelli concettuali che si
sostituiscono l'uno all'altro: quello di tipo meccanicistico,
quello teleologico ed un terzo, il più attuale, di impostazione
sistemica. Nel primo prevale l'accento sulle cause pregresse
del comportamento; nel secondo quello sugli obiettivi che il
comportamento si propone; nel terzo (che vuole essere una sintesi
degli altri due) quello dell'uomo come sistema ad autoregolazione
che interagisce inevitabilmente con tutti gli altri sistemi coi
quali entra in contatto (biologici, individuali, sociali), in
connessione con i relativi concetti basali di: tempo, trasformazione,
emergenza, interazione, crisi, continuità, stabilità,
coerenza.
Secondo Craik (1986), le fasi storiche attraversate dalla psicologia
della personalità sarebbero cinque. Si susseguirebbero
dunque: il periodo della pre-identità, basato sull'analisi
razionale più che sulla ricerca, connesso ai primi tentativi
di definire i tipi psicologici e le strategie psicodiagnostiche;
il periodo che precede la seconda guerra mondiale, con lo sviluppo
di tecniche multimetodo; il periodo immediatamente post-bellico,
con l'invenzione dei test personologici sia obiettivi (specie
lo MMPI) sia proiettivi; il periodo contemporaneo, con la diffusa
elaborazione di scale ed inventari, specie relativi a singoli
tratti; il periodo attuale, di rivitalizzazione. Dal punto di
vista dei metodi, Craik propone di distinguere tra: alcuni paradigmi
che hanno visto un continuo sviluppo nel tempo (e cioè:
il laboratorio, l'osservazione, gli inventari e la scale di personalità,
le tecniche proiettive); altri che hanno subito una partenza
decisa per poi scomparire quasi ed essere rilanciati solo con
gli anni '80 (e cioè: gli approcci biografici e d'archivio
nonchè le indagini sul campo); altri infine (in particolare:
l'osservazione naturalistica a fini di valutazione) che hanno
caratterizzato i primi passi della diciplina ma sono stati ben
presto abbandonati senza venire più ripresi.
Per quanto riguarda i modelli concettuali, o meglio le aree,
della psicologia della personalità, c'è chi ne
ha identificati quattro: "i tratti (lo studio delle differenze
individuali), il situazionismo, la psicodinamica e l'interazionismo"
(Endler e Parker, 1992). Altri propongono invece quattro paradigmi
differenti, sempre in termini di approccio metodologico e concettuale,
come tendenza emergente di fine secolo (ventesimo): cross-culturale,
etnopsicologico, della ricerca di impostazione statunitense e
del modello di Eysenck (Diaz Guerrero, 1992).
I manuali dedicati alla personalità vedono prevalere almeno
tre linee principali di riferimento, in parte simili (benchè
non esattamente coeve) alle varie stagioni della disciplina,
che si susseguono in ordine di tempo. Un gruppo di manuali punta
sulla proposta di teorie in qualche modo compiute e onnicomprensive.
Un altro racconta la storia evolutiva delle teorie. Un terzo
si propone come raccolta dei risultati di ricerca disponibili.
Il primo modello rappresenta una sorta di fuga in avanti rispetto
ai dati effettivamente conclamati. Il secondo si propone come
un tentativo di recupero del passato, specie filosofico. Il terzo
pare un modo di stare alla finestra in attesa di più chiari
sviluppi.
Il dibattito che forse ha maggiormente agitato la ricerca personologica
si è incentrato peraltro sul rapporto persona-situazione,
ovvero sulla relazione che intercorre fra l'individuale-intrapsichico
e l'interpersonale-sociale, specialmente nell'arco degli anni
'70. Tale dibattito viene fatto risalire in particolare alla
pubblicazione del lavoro di Mischel (1968) che mette in dubbio,
sulla base di molti dati di ricerca e di considerazioni teoriche,
la natura effettivamente stabile dei tratti, promuovendo una
linea di situazionismo radicale, che l'autore ha poi sottolineato
non voler essere così decisa, ma che è stata interpretata
da molti come tale. Una simile impostazione ha risentito certamente
della propensione a fare riferimento molto più volentieri
al sociale ed al politico, piuttosto che al personale ed alla
volontà singola, caratteristica della temperie culturale
degli anni sessanta.
Per tutti gli anni '70 si è messa dunque in primo piano
la crisi della psicologia della personalità dato che,
se i tratti non esistessero, la psicologia della personalità
si troverebbe priva di uno dei suoi costrutti fondativi. Tuttavia,
con l'avanzare degli anni '80, non se n'è parlato più
molto anche se in effetti, come ben sottolineano Endler e Parker
(1992), i motivi che davano spunto all'idea di crisi sono rimasti
tali e quali. La ripresa della personologia è peraltro
ricollegabile ad un recupero del costrutto relativo alla volontà-responsabilità
individuale che ha caratterizzato l'abbandono di modelli di spiegazione
del comportamento in termini necessariamente sociali (ovvero
il ritorno al privato) tipico degli anni '80.
Posto un simile quadro di fondo, peraltro qui appena accennato,
possiamo tornare a sottolineare come la psicologia della personalità
abbia molto in comune con la psicologia generale. Quest'ultima
infatti presenta due facce complementari. L'una riguarda le diverse
funzioni, o istituzioni, del funzionamento psichico (percezione,
memoria, pensiero, emozioni, problem solving, eccetera). L'altra
concerne i diversi funzionamenti del meccanismo nel suo insieme,
quali si presentano nel singolo individuo. Il primo settore è
sussunto nella categoria "psicologia generale" propriamente
detta, l'altro nella categoria "psicologia della personalità".
L'acquisizione ufficiale della psicologia della personalità
alla psicologia generale è ben rappresentata dal fatto
che in Italia, dal punto di vista dei raggruppamenti delle cattedre
di psicologia, la psicologia della personalità e delle
differenze individuali è attualmente collocata appunto
all'interno del raggruppamento di psicologia generale. Una conferma
scientifica in questo senso è ravvisabile anche nel fatto
che, a partire dal 1992, nell'ambito dell'annuale convegno della
Divisione Ricerca di Base della Società Italiana di Psicologia,
si tiene una seduta scientifica specificamente dedicata alla
psicologia della personalità (Perussia, 1992).
Un altro paradigma forte della psicologia della personalità
è rappresentato dalla tradizione psicometrica, ed in genere
da quella della psicologia differenziale, con cui largamente
coincide. Ne è prova evidente il fatto che l'insegnamento
relativo alla personalità, negli attuali corsi di laurea
italiani, si intitola appunto alla "Psicologia della personalità
e delle differenze individuali". Il modello dei tratti,
intesi come "i fattori interni che spiegano la costanza
del comportamento attraverso una varietà di situazioni
differenti" (Endler e Parker, 1992) deriva in modo diretto
dalla ricerca sulla costruzione dei test (Danziger, 1990). E'
appunto a questa tradizione di ricerca, basata sulle medesime
procedure di somministrazione (spesso "carta e matita")
e sugli stessi procedimenti di taratura e di elaborazione statistica,
che si collega il senso di unitarietà della psicologia
personologica, la cui cifra unificante, secondo Rorer e Widiger
(1983), è soprattutto il richiamo ad una struttura formale
ricorrentemente identica, ben al di là dei contenuti o
delle teorie, spesso assai poco esplicitati.
Il nuovo modello di riferimento che definisce il settore viene
fatto risalire del resto alla ripresa di interesse degli psicologi
sperimentali per le differenze individuali, allo sviluppo degli
studi genetici, alle opportunità permesse dallo sviluppo
dei computer (Caprara, 1992). Un dato evidente della rilevanza
del modello psicometrico, una volta superate le limitazioni ideologiche
degli anni '70, è fornito anche da lavori, di grande mole
ed impegno scientifico e teorico, che sono apparsi di recente
sulla valutazione psicologica (Goldstein e Hersen, 1990; Groth
Marnat, 1990; Boncori, 1993). Anche le rassegne apparse sulla
Annual Review of Psychology sono del resto quasi sempre dedicate
almeno nella stessa misura tanto ai metodi ed agli strumenti
di assessment (in sostanza a test e scale) quanto alla teoria
ed alle ricerche su temi particolari.
Un importante punto di riferimento della psicologia della personalità
è poi la psicologia dinamica. Il fatto di costituire un
modello concettuale rappresentativo non giustifica tuttavia una
certa tendenza alla confusione tra i due settori, tipica di una
parte della cultura psicologica italiana, la quale si collega
principalmente alla limitata abitudine alla ricerca.
Alcuni studiosi di psicologia amano presentarsi come promotori
di un modello teorico, invece che come esperti di un oggetto
di ricerca. Ciò è avvenuto spesso per i comportamentisti.
Avviene non di rado anche con gli psicoanalisti. Esiste del resto
una sorta di affinità elettiva tra certi oggetti e certe
teorie, per cui gli studiosi ideologicamente caratterizzati da
una teoria tendono a ritrovarsi anche in un oggetto di indagine.
Avviene così che molti insegnamenti di psicologia della
percezione siano tenuti da gestaltisti, molti insegnamenti di
apprendimento e memoria da comportamentisti, molti insegnamenti
di psicologia dinamica e clinica, o anche di personalità,
da psicoanalisti.
La teoria psicologica più diffusa in psicologia (Perussia,
1994), e con maggiori pretese di spiegazione globale, è
la psicoanalisi. Questa è anche più adatta ad una
diffusione popolare in quanto, stante la sua natura più
concettuale che sperimentale, chiunque ne abbia letto un po'
si sente in grado di parlarne. Inoltre, essendo questa legata
al modello ottocentesco di spiegazione universale, fornisce una
lettura rassicurante del mondo (in quanto si propone di spiegare
ogni cosa) e si presta particolarmente all'approccio personologico,
che vorrebbe appunto giungere ad una descrizione olistica. Benchè
culturalmente diffusa, e molto apprezzata da una parte degli
psicologi "prestati" alla psicologia della personalità,
da un punto di vista storico la psicodinamica ha però
sempre avuto un rilievo modesto all'interno della personologia
accademica, e cioè della ricerca nel settore.
Il limite maggiore delle teorie psicodinamiche nell'area della
psicologia della personalità ha riguardato la difficoltà,
e spesso lo scarso interesse, a condurre della ricerca empirica.
In realtà, è stato sottolineato che un impiego
della psicoanalisi per rilevazioni di assessment obiettivo è
certamente possibile ed anzi stimolante (Sugarman, 1991). Tuttavia,
non si è fatto molto in questa direzione cosicchè
il contributo delle teorie psicoanalitiche, esistenzialiste ed
in genere della terza forza, peraltro più orientate all'applicazione
terapeutica che alla ricerca di base, non sembra presentare quelle
caratteristiche di predicibilità e di evidenza empirica
che generalmente ci si attende da una psicologia scientifica
della personalità (Eysenck, 1986).
Un dato evidente, per ritornare più specificamente al
tema cui si ispira il lavoro della Krahè, riguarda comunque
lo sforzo, o se vogliamo la spontanea tendenza, della psicologia
della personalità a confrontarsi con la psicologia sociale.
La questione del rapporto tra concezione della psicologia sociale
come interazione tra individui o invece come prodotto della collettività,
risale almeno al dibattito tra l'azione degli individui che agiscono
per imitazione sostenuta da Tarde e la coscienza collettiva come
determinante dei comportamenti individuali sostenuta da Comte
e Durkheim. Essa sta alla base di una delle tradizioni psicologico-sociali
più antiche nell'Europa continentale, e cioè della
scuola francese (Perussia, 1978). Anche Kenrick (1989) fa risalire
la psicologia sociale e la psicologia della personalità
ad un modello originario comune, ma lo collega alla matrice anglosassone
rappresentata da Darwin e dalla sua teoria biologica della selezione
per adattamento.
L'interesse per un collegamento fra psicologia della personalità
e psicologia sociale ha avuto un certo spazio anche in Italia,
soprattutto nel senso di sottolineare la dimensione sociale della
disciplina. Tale impostazione, che pone l'accento specialmente
sulla personalità come prodotto della socializzazione
e sugli aspetti socio-politici della formazione dell'individuo,
è stata espressa, in termini più critici e di rassegna
che non sperimentali, in diversi lavori di qualche tempo fa (Zavalloni
e Montuschi, 1973; Del Corno e Spaltro, 1976; Salvini, 1977;
Sirigatti, 1978).
Al di là di questi esempi nostrani, va peraltro notato
che le riviste internazionali più rappresentative del
settore si richiamano da molto tempo ad entrambe le aree disciplinari.
Ciò vale per il Journal of Personality and Social Psychology,
che si intitola così sin dalla sua fondazione nel 1930,
nonchè per il Personality and Social Psychology Bulletin,
fondato nel 1974, ovvero per il Journal of Social Behavior and
Personality, dal 1986.
Sempre sul piano internazionale, ed in tempi più recenti,
grosso modo a partire dalla metà degli anni '80, il dibattito
si è rinnovato, stimolando contributi da parte di numerosi
autori, in sedi disparate ed in una prospettiva generalmente
di rassegna critica (Kenrick e Dantchik, 1983; Rosenberg, 1983;
Blass, 1984; Carlson, 1984; Gergen e Davis, 1985; Lott, 1985;
Lykes e Stewart, 1986; Ryff, 1987; Biaggio, 1992). Ne è
un segno evidente il fatto che sono stati dedicati a questo tema,
della integrazione reciproca, numeri monografici di importanti
riviste, come è avvenuto per il numero 53(6) del Journal
of Personality and Social Psychology sulla integrazione della
personalità e della psicologia sociale, nel 1987, ovvero
per il numero 15(3) del Journal for the Theory of Social Behavior
sulla riscoperta del Self in psicologia sociale, nel 1985. Molti
segni di frammistione fra le due aree si possono rilevare peraltro
in tanti contributi apparsi sulle altre più importanti
riviste scientifiche dedicate al tema della personalità,
quali il Journal of Personality, dal 1933, il Journal of Personality
Assessment, dal 1934, il Journal of Research in Personality,
dal 1967, Personality and Individual Differences, dal 1980, lo
European Journal of Personality ed il Journal of Personality
Disorders, entrambi dal 1987.
Nei fatti, l'integrazione fra le due discipline è piuttosto
visibile anche nella tendenza a trattare vari aspetti della ricerca
come problemi che sono contemporaneamente di psicologia della
personalità e di psicologia sociale. E' il caso, ad esempio,
delle scale relative a tratti di personalità, che non
appaiono facilmente separabili, in termini concettuali, dalle
scale di atteggiamento. Ciò risulta evidente nel fondamentale
lavoro curato da Robinson, Shaver e Wrightsman (1991), dove appunto
i medesimi inventari vengono trattati tanto in termini di atteggiamento
quanto di tratto.
Una delle strade, un po' curiose, che è stata seguita
nella integrazione della psicologia della personalità
e della psicologia sociale è anche quella della psicologia
ambientale, che peraltro si trova anch'essa a cavallo tra la
psicologia generale (da cui nasce) e la psicologia sociale (con
cui propende talvolta a confondersi). Il tema è complesso,
e mi limito a rimandare alle testimonianze del proprio percorso
di ricerca proposte da uno dei maggiori personologi "classici"
del nostro tempo (Craik, 1990; Walsh, Craik e Price, 1992) e
di uno dei più promettenti tra i "giovani" (Little,
1987). Il tema di fondo che viene affrontato in questa linea
di indagine riguarda comunque una questione centrale della ricerca
personologica, e cioè di come conciliare le tendenze strutturali
insite nel soggetto (i tratti), che ne determinano in modo costante
i comportamenti, con le condizioni ambientali esterne tanto interpersonali
quanto fisiche (le situazioni, in termini sia obiettivi che di
ambiente psicologico) le quali lo inducono ad agire di volta
in volta in modo diverso.
Il dato operativo
Abbiamo già sottolineato che il
concetto di personalità è uno degli assi portanti
della teoria e della ricerca psicologica. Avviene infatti che
si faccia riferimento a tale costrutto in un numero sempre crescente
di lavori scientifici, come si può notare conducendo un'analisi
del contenuto degli Psychological Abstracts, secondo la banca-dati
PsychLit. In tale contesto, la voce personality compare, fra
il 1974 ed il 1986, nell'ambito di 24.147 lavori (1.857 ogni
anno in media) e, fra il 1987 e il settembre 1993, in 19.944
lavori (2.935 ogni dodici mesi in media). La frequenza relativa
del termine diminuisce tuttavia leggermente con il tempo: durante
il 1974 esso compare nel 7.54% dei titoli citati; durante il
1984 compare nel 7.16%; durante il 1992 compare nel 6.91%. In
altre parole: sempre più lavori psicologici fanno riferimento
al concetto di personalità, anche se il campo della psicologia
nel suo complesso si va tendenzialmente allargando a nuovi ambiti,
che utilizzano altri costrutti oltre a questo. In ogni caso:
negli ultimi vent'anni, circa 1 lavoro scientifico ogni 14 si
richiama significativamente al tema della personalità,
mentre non sono molti gli altri temi che vedono una frequenza
di citazioni tanto intensa in psicologia.
La letteratura relativa alla psicologia della personalità
viene analizzata da tempo nella "cronaca psicologica"
per eccellenza e cioè nella Annual Review of Psychology.
All'interno di questo importante strumento di aggiornamento e
di codificazione ufficiale della psicologia, la personalità
ha sempre avuto un posto di primissimo piano. Già nel
numero inaugurale della rivista era presente una rassegna al
riguardo (Sears, 1950) ne seguirà subito un'altra l'anno
dopo (MacKinnon, 1951), ed una l'anno dopo ancora (Eysenck, 1952).
Fino ad oggi ne sono state pubblicate oltre una cinquantina.
Per restare solo all'ultimo decennio, ne sono state dedicate
molte a vari aspetti dell'area nel suo complesso (Jackson e Paunonen,
1980; Barron e Harrington, 1981; Loevinger e Knoll, 1983; Parke
e Asher, 1983; Rorer e Widiger, 1983; Lanyon, 1984; Pervin, 1985;
Singer e Kolligian, 1987; Carson, 1989; Wiggins e Pincus, 1992)
mentre altre affrontano singole prospettive nel settore, come
le sue connessioni con la teoria evoluzionista (Buss, 1991),
con la genetica del comportamento (Plomin e Rende, 1991), la
psicologia dell'età adulta (Birren, Cunningham e Yamamoto,
1983; Honzik, 1984; Datan, Rodeheaver e Hughes, 1987), la psicologia
dello sviluppo (Collins e Gunnar, 1990), i Big Five (Digman,
1990), eccetera. Si tratta di una quantità di interventi,
e di una continuità ed assiduità di monitoraggio
che ha ben pochi uguali nella vasta gamma di aree psicologiche
cui la rivista dedica attenzione.
Se si tiene conto di questi indicatori, l'area della personalità
sembrerebbe rappresentare dunque uno dei settori assolutamente
più significativi del movimento psicologico. Se si osservano
i contenuti di tali rassegne si nota tuttavia una certa sensazione
di incertezza e di vaghezza, di ruotare intorno, tanto che alcune
di tali rassegne parlano esplicitamente di un grande sforzo che
produce risultati molto vicini all'ovvietà ovvero di scarsa
cumulatività dei risultati (Carson, 1989).
Una conferma di questa sensazione ci deriva da una ricerca di
Barnett (1986), il quale somministra ad un gruppo di studenti
il Personality Research Test, una prova di livello per verificare
la conoscenza di quanto è presente in una serie di tipici
manuali universitari per i corsi introduttivi alla psicologia
della personalità. L'indagine evidenzia come la capacità
di rispondere correttamente sia più o meno la stessa tra
chi ha studiato psicologia della personalità e chi no,
mentre l'unica variabile che interviene in relazione diretta
col risultato è il buon livello dei voti conseguiti negli
studi, indipendentemente dall'area di riferimento. L'autore ne
deduce che buona parte di ciò che è contenuto nei
manuali di psicologia della personalità, pure generalmente
basati sulla presentazione di risultati di ricerca, può
essere noto agli studenti anche solo sulla base della loro cultura
e della comune esperienza quotidiana. Un'altra ricerca, di Mellor
(1987), mette in luce come non vi sia una chiara correlazione
fra le teorie della personalità più apprezzate
e quelle meglio conosciute, nè l'inverso, da parte degli
studenti di psicologia. Questi risultati possono forse essere
estesi (il dato andrebbe tuttavia verificato) anche ad altri
settori della psicologia, ma certo indicano una certa vaghezza
nel settore, che non rende l'idea della serietà che invece
è tipica della ricerca scientifica di punta.
Nel tentativo di definire quali siano i punti fermi della psicologia,
Boneau (1990) chiede ad un vasto campione di autori di manuali
di psicologia statunitensi di indicare i termini o concetti più
importanti della disciplina (inviando loro un primo elenco provvisorio
basato sugli indici analitici dei manuali stessi), e poi rimandandogli
l'elenco, ulteriormente completato dal campione stesso, affinchè
gli autori attribuiscano a ciascun termine un voto (tra 1 e 5)
relativo all'importanza della conoscenza di ciascun singolo concetto
per ogni psicologo. La graduatoria che ne deriva è strutturata
anche per 10 sottosettori disciplinari. Uno di questi riguarda
l'area della personalità.
Se si analizzano i 100 concetti principali relativi alla psicologia
della personalità, gli unici due su cui esiste un accordo
assoluto (punteggio 5.00) sono Io (Ego) e personalità.
Seguono: teoria psicoanalitica (4.82); inconscio (4.75); associazioni
libere (4.73); Es (4.73); tratti (4.67); motivazione inconscia
(4.67); introversione-estraversione (4.64); depressione (4.60);
modellamento (modeling) (4.58); apprendimento osservativo (4.58);
misurazione (assessment) della personalità (4.58); formazione
reattiva (4.57); meccanismi di difesa (4.55); istinti nella teoria
freudiana (4.55); conflitto edipico (4.55); stadio orale (4.55);
proiezione (4.55); rimozione (4.55); sublimazione (4.55); intelligenza
(4.50); controversia natura-cultura (nature-nurture) (4.50);
tecniche proiettive (4.50); concetto di Sè (Self concept)
(4.50). Continuando nell'elenco si incontra quasi escluviamente
una lunga serie di termini tipici della letteratura psicoanalitica
o comunque psicodinamica, con poche eccezioni quali: teoria dell'apprendimento
sociale (4.45); quoziente di intelligenza (4.33); MMPI (4.27);
condizionamento classico, paura, osservazione naturalistica (4.25
ciascuno); approccio nomotetico (4.18); gemelli monozigoti (4.17);
studio dei gemelli (4.17); genetica e tratti della personalità
(4.09); teorie umanistiche (4.09); ricerca longitudinale (4.08);
bisogno di successo (4.08); scala di intelligenza Stanford-Binet
(4.08); apprendimento vicario (4.08); test di livello (4.00);
approccio idiografico (4.00); socializzazione (4.00); desensibilizzazione
sistematica (4.00); TAT (4.00).
Il caso italiano
Il panorama italiano attuale risente della
effervescenza internazionale nel settore. Ciò ha permesso
anche di collaborare alla costruzione di una tradizione europea.
Questa è ben rappresentata dalle centinaia di studiosi
riuniti nella European Association of Personality Psychology
(EAPP) e nella relativa rivista, da loro (noi) pubblicata: lo
European Journal of Personality. In Italia esiste comunque, con
netta tendenza a crescere, una letteratura abbastanza ampia in
materia. I limiti di spazio della presente circostanza non permettono
una descrizione estensiva del molto lavoro condotto nel nostro
Paese. Qualche citazione esemplificativa, anche limitata ai soli
volumi, potrà comunque rendere l'idea di uno sforzo in
vivace divenire.
Storicamente, la ricerca nazionale in tema di personalità
data da lungo tempo. I primi studiosi possono essere annoverati
nella schiera dei costituzionalisti, tra cui spiccano, a livello
internazionale, i nomi di Lombroso e di Gemelli. La brillante
partenza della psicologia italiana nel suo complesso ha subìto
tuttavia una certa riduzione di intensità nel periodo
fra le due guerre (Perussia, 1994), e di questa ha risentito
anche lo studio della personalità.
Più di recente, anche la ricerca nostrana ha ripreso ad
allinearsi con gli sviluppi più recenti della disciplina
in campo internazionale. A parte i molti contributi pubblicati
su riviste scientifiche, o presentati a congressi internazionali,
esistono dei veri e propri manuali, come quelli di Gius e Cavanna
(1978-1979) di Caprara e Gennaro (1987) di Carotenuto (1991),
nonchè quello di impostazione internazionale curato da
Caprara e Van Heck (1992), ovvero una disanima di carattere teorico-critica
(Fiora, Pedrabissi e Salvini, 1988) ed alcune introduzioni alla
materia di più contenuto respiro (Spagnuolo Lobb, 1982;
Capello, 1993). Per quanto concerne le teorie, è poi di
grande utilità l'antologia curata da Caprara e Luccio
(1986-1992). Tutti questi lavori sembrano tuttavia collegarsi
alla tradizione della presentazione di teorie della personalità,
più che alla ricerca empirica.
Non mancano certo contributi italiani impostati sull'attenzione
specifica alla ricerca. Fra i primi merita ricordare gli studi
ormai classici sull'età evolutiva della Falorni (1970)
e quelli di Andreani Dentici e Orio (1972) sul tema della creatività.
In tempi più recenti si segnalano diversi interventi sul
tema della aggressività nelle sue varie forme (Caprara,
1981; Caprara e Renzi, 1985; Salvini et Al, 1988), ovvero su
altri aspetti della ricerca personologica come l'identità
di genere (Cavallo Boggi, 1978; Del Miglio e Fedeli, 1980; Villone
Betocchi, 1980), l'esperienza quotidiana (Massimini e Inghilleri,
1986), l'attribuzione causale (De Grada e Mannetti, 1988), il
soggetto debole (Girard e Vecchiato, 1988), la vergogna (Battacchi
e Codispoti, 1992), e via dicendo. Un'ampia esemplificazione
degli interessi italiani nel settore è contenuta nel reading
curato da Caprara (1988) che spazia su vari e diversi aspetti
della realtà psicologica individuale, affrontati nei termini
di una psicologia della personalità attenta anche alla
lettura psicosociale. Tra gli argomenti affrontati in quest'ultima
sede sono annoverati: il Sè, le emozioni, la motivazione,
la categorizzazione sociale, l'esperienza quotidiana, l'attribuzione,
i pregiudizi, l'identità di genere, il corso di vita,
la famiglia, i gruppi, le organizzazioni, vari aspetti metodologici.
L'ultimo anno ha rappresentato in Italia un momento di vera e
propria esplosione dei lavori sulla personalità. Anche
in precedenza erano stati pubblicati studi significativi, ma
mai in misura così ampia. Sono apparsi infatti rilevanti
contributi su aree specifiche come quelli di Dogana (1993), di
Attili (1993), di Axia (1993) e di Salvini (1993), oltre alla
stesura del già citato testo introduttivo alla materia
redatto da Capello (1993).
Anche il settore del personality assessment, dove pure in Italia
si è avuto un buon sviluppo di ricerca ancorchè
al di fuori della certificazione universitaria e cioè
attorno ad una organizzazione privata (le Organizzazioni Speciali,
OS, di Firenze), si è assistito ad uno sviluppo potenzialmente
assai ricco. Ciò è testimoniato dalla pubblicazione
di un manuale sistematico e completo sui test, prodotto esclusivamente
da un autore nostrano (ma con una qualità di livello internazionale)
e tenendo particolare conto della realtà culturale europea
ed italiana in particolare, redatto da Boncori (1993).
Conclusioni
E' evidente che il tema della personalità
rappresenta da sempre un'area fondamentale della ricerca psicologica.
E' altrettanto evidente che questa si propone come uno dei settori
di maggiore attenzione, in particolare, della psicologia italiana
degli anni '90. Si tratta di una situazione in divenire, sul
cui futuro si sta sviluppando un dibattito molto ampio. In questa
prospettiva, il lavoro di Krahè rappresenta un ottimo
punto di riferimento per un aggiornamento che permetta di riallinearsi
meglio con le tendenze internazionali, contribuendo anche ad
un loro sviluppo.
Benchè il testo offra una notevole opportunità
di ridefinizione del campo personologico, esso non può
tuttavia venire considerato del tutto esaustivo (come del resto
è sempre inevitabile in un lavoro scientifico). Varrà
dunque la pena di esemplificare conclusivamente qualche altra
area rilevante che il lavoro della Krahè sceglie di non
affrontare in modo approfondito, e che potrebbe contribuire ulteriormente
alla focalizzazione dello stato disciplinare attuale.
Un tema importante riguarda gli approcci "minoritari"
alla psicologia della personalità o, più in generale,
le analisi epistemologico-dialettiche dei fondamenti ideologici
impliciti nella ricerca specifica. Il caso forse principale è
quello del cosiddetto approccio femminista al tema (Likes e Stewart,
1986; Torrey, 1987; Ballou, 1990; Lewin e Wild, 1991). Qualcosa
di simile avviene per le prospettive della Black Psychology (Azibo,
1990), per quelle del materialismo dialettico (Perez Lovelle,
1985; Sole Arrondo, 1987; Subbotskii, 1989) o per quelle della
psicologia religiosamente orientata (Shontz e Rosenak (1988).
Si tratta di letture impostate in termini spesso decisamente
ideologici, ma non per questo meno potenzialmente stimolanti
da un punto di vista euristico.
Un altro riguarda la psicologia dei costrutti personali, che
suscita attualmente un'attenzione davvero notevole nell'ambito
della psicologia della personalità in sede internazionale
(e particolarmente negli Stati Uniti). Pur trattandosi di un
approccio settoriale, i contributi recentemente usciti in quest'area
sono talmente numerosi da non permetterne una esemplificazione
in questa sede. Indipendentemente dal fatto di avere o meno fiducia
nella specifica teoria, si tratta di una mole di lavori, spesso
a carattere empirico sistematico, che meriterebbe un approfondimento
a parte. Una eco della crescente attenzione al tema è
rilevabile nella recente antologia di saggi sul tema pubblicata
in Italia da Mancini e Semerari (1985).
Un altro argomento ancora, di carattere più generale,
riguarda la questione della integrazione fra le teorie del funzionamento
psicologico "normale" (di base) e le strategie di intervento
in termini di terapia. Un'anima della psicologia della personalità
si è sempre proposta di unificare la ricerca sulla patologia
con quella sulla normalità. Ogni teoria psicopatologica
è infatti anche, almeno implicitamente, una teoria della
personalità, e viceversa. La teoria svolge la funzione
di descrizione e di diagnosi, rispetto a cui la terapia rappresenta
il modello di intervento. E' evidente che, anche quando il paradigma
di riferimento non viene esplicitato, qualsiasi intervento sul
soggetto implica una ipotesi sui meccanismi del suo funzionamento.
La tendenza all'osmosi è ben evidenziata dalla fondazione,
nel 1987, del già citato Journal of Personality Disorders,
che si richiama sin dal titolo a tale integrazione.
La fusione tra i due approcci pone molteplici problemi, specie
dal punto di vista di una strategia di formazione che cerchi
di integrarli (Lomranz, 1986), della redazione della diagnosi
ovvero della valutazione degli esiti (Vane e Guarnaccia, 1989;
Klein, 1993) ed in genere dello assessment connesso con l'intervento
che si richiama alle diverse teorie (Widlocher, 1989; Staats,
1993). Si tratta comunque di un filone di indagine decisamente
emergente.
Qualche altra area, tra quelle di rilievo, può riguardare
infine il contributo francese alla psicologia della personalità,
che molti studiosi sottolineano essere ormai piuttosto defilato
dal quadro psicologico internazionale ma non per questo meno
interessante, nonchè la ricerca relativa alla psicologia
dell'attribuzione (ovvero alle teorie implicite della personalità).
Al di là di queste (ed altre) ulteriori aree innovative
di indagine, il presente volume fornisce comunque una introduzione
di base alla nuova psicologia della personalità da cui
uno studioso aggiornato non potrà sicuramente prescindere
per molto tempo.
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