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Action
Methods Approcci
e strumenti per la gestione di piccoli e grandi gruppi
Pardes - Bologna
- 2007
Riferimento bibliografico:
Perussia F. -
"Sulla inossidabile efficacia delle chiavi a stella.
Prefazione al
volume: Zanardo A. - Action Methods nella formazione: Approcci
e strumenti per la gestione di piccoli e grandi gruppi. Bologna:
Pardes, 2007.
Felice Perussia
dirige lo psicodramma sul palco dell'Aula Magna, all'Università
Statale di Milano, il 28 ottobre 2010
Felice Perussia*
Sulla
inossidabile efficacia delle chiavi a stella
(Prefazione)
Alcuni studiosi
hanno ritenuto di definire il Novecento come il secolo (anche)
della psicologia. Si può, infatti, dire che, fino ad un
centinaio di anni fa ovvero più o meno fino all'ultimo
quarto dell'Ottocento, quasi non esistessero se non con testimonianze
molto marginali, almeno ufficialmente, né psicologi né
loro clienti (persone o istituzioni che fossero) né cattedre
né facoltà di psicologia nelle università.
Mentre durante il ventesimo secolo si può calcolare che,
nel mondo, i clienti delle molte forme di psicologia siano stati
nel complesso almeno le diecine e diecine di milioni, che gli
operatori definibili più o meno come professionisti della
psiche (o simili e affini) siano stati anche loro qualche milione
e che i dipartimenti ovvero le cattedre relative allo studio
della soggettività antropologica siano state migliaia
e migliaia e i corsi di laurea centinaia e centinaia almeno.
Tale idea, di un Novecento inteso come culla delle psicologie,
può suonare però vagamente realistica solo a patto
di restringere il termine "Psicologia" alla sola sperimentazione
in laboratorio ovvero al tentativo accademico di costruire una
scienza della mente che avrebbe voluto essere simile alla fisica.
Tale manifesto scientifico delle buone intenzioni biologico-organiciste
della psicologia ha, infatti, permesso alla riflessione sulla
mente e sulla soggettività di diventare una disciplina
con pretese di oggettività e di esattezza molto radicata
nelle università di tutto l'Occidente.
E' accaduto peraltro che tale tentativo abbia funzionato ben
poco sul piano pratico delle applicazioni della psicologia stessa,
pur avendo permesso alla disciplina di perseguire a parole il
fascinoso quanto perverso esercizio intellettuale di tentare
una riduzione simbolica della persona umana a macchina nervosa
astratta dalla coscienza soggettiva. Per cui, in effetti, sono
in pochi quelli che considerano il Novecento come il secolo della
psicologia solo per via dei modesti risultati raggiunti dalla
ricerca scientifica in laboratorio sulla mente o sul sistema
nervoso.
Secondo altri studiosi, il Novecento sarebbe invece il secolo
delle psicologie, poiché in tale periodo si sarebbe realizzato
un processo di professionalizzazione della disciplina. Come abbiamo
già ricordato, ancora alla fine dell'Ottocento si può
dire che quasi non esistessero psicologi professionisti (o qualcosa
del genere), mentre al momento presente si può valutare
che non meno di un milione di persone nel mondo, ma secondo molti
indizi almeno il doppio (se non di più), trovi a vario
titolo buone fonti di sostentamento dichiarando il concetto di
psiche come punto di riferimento per il proprio modo di operare.
Tale processo di professionalizzazione delle psicologie è
però assai meno chiaro e definibile di quanto alcuni non
amino credere. I sindacati degli psicologi, che praticamente
solo in Italia hanno tentato quella forma corporativa chiusa
e finalizzata alla riduzione della concorrenza che cerca di definirsi
come un Ordine reso sacro dallo Stato, raccolgono nel mondo (quando
ci sono) soprattutto degli accademici oppure persone dalle formazioni
tanto diverse quanto poco "psicologiche", almeno nel
senso formalmente scientifico o accademico del termine.
Mentre, restando al solo caso dell'Italia, la preparazione universitaria
specialistica in psicologia, tutta impostata sulla descrizione
dei risultati della ricerca in laboratorio con a contorno alcune
piccole e timide aggiunte di filosofia e di metafisica psicopatologica,
pur rappresentando l'unico e obbligatorio viatico per poter assurgere
al sindacato statale degli psicologi, non ha mai veramente formato
nessuno, se non molto potenzialmente e teoricamente, ad una eventuale
applicazione sicura e professionale della disciplina.
Né l'etichetta di "Scuola psicoterapica" sovrapposta
a qualche master post-universitario privato, che la legge vuole
impostato sul piano formale più o meno negli stessi termini
dei corsi universitari pur non pretendendone lo stesso rigore
nei contenuti, ha potuto realizzare davvero una categoria professionale
che sia in grado di operare, con una certezza paragonabile a
quella della medicina (che alcune di tali formazioni si sforzano
penosamente di scimmiottare), in un qualche senso concreto sullo
sviluppo della persona.
La conseguente surreale categoria autocratica dello "Psicoterapeuta
professionista", tutta italiana e di fatto assente dagli
usi professionali così come dagli ordinamenti giuridici
degli altri Paesi del moderno mondo occidentale (posto che in
Oriente non se la immaginano nemmeno), permette la costruzione
nei concorsi pubblici di posti riservati a quanti siano affiliati
all'Ordine stesso, ma garantisce solo molto vagamente e sommariamente,
oltre che solo nominalmente, la qualità di quello che
viene somministrato dagli affiliati stessi.
Secondo una terza chiave di lettura infine, il Novecento sarebbe
invece il secolo delle psicologie principalmente in virtù
dello sviluppo di una serie di tecniche empiriche per lo sviluppo
psicologico ed esistenziale del soggetto ovvero per la formazione
personale della persona. E questa prospettiva appare certamente
la chiave di lettura più realistica per il presunto secolo
(anche) della psicologia, purché tuttavia si mettano a
fuoco almeno un paio di dettagli importanti.
E' infatti successo che, spesso ma non sempre utilizzando il
medesimo ombrello della Psicologia, gli sperimentalisti si siano
occupati delle illusioni ottico-geometriche, i filosofi del senso
della vita e gli iscritti all'Ordine di costruire posti di lavoro
che fossero riservati ai membri della loro confraternita.
Parallelamente a tali pur lodevoli sforzi, e nonostante questi,
si sono sviluppate però anche molte pratiche applicative
del rapporto con la soggettività, ovvero molte psicotecniche,
assai più ricche, sofisticate ed efficaci di quanto l'apparenza
accademica non possa far pensare. Tali pratiche sono cresciute
spesso senza alcun particolare riferimento all'Ordine degli Psicologi
o ad altre analoghe congregazioni, bensì sulla base dell'esperienza
scientifica, della conoscenza empirica e dell'approfondimento
filosofico.
Va sottolineato però, in primo luogo, che tali pratiche
e tali competenze non sono affatto un prodotto della ricerca
scientifica nata nel contesto accademico tedesco a partire dalla
fine dell'Ottocento, come recita uno dei più classici
argomenti di vendita degli psicologi novecenteschi.
Al contrario, gli strumenti per operare in questa direzione discendono
direttamente dall'esperienza dei medici (e affini), ovvero dei
sacerdoti e degli operatori delle professioni d'aiuto (come si
direbbe oggi), che operavano intensamente almeno dal Settecento
e per tutto l'Ottocento: in Francia, in Austria, in Italia, in
Svezia e in tanti altri Paesi dell'Europa e del mondo.
Tutti questi modi per operare, e relativi modelli di riferimento
concettuali, sono a loro volta una filiazione diretta e puntuale
dal lavoro condotto nei secoli precedenti dagli "operatori
di salute", variamente intesi, di tutto il mondo. E più
in generale da una tradizione plurimillenaria che continua ad
essere ben radicata nella pratica quotidiana della psicologia
latamente intesa, pur se mascherata sotto le parole di sapore
oggettivista che il rito scientifico contemporaneo richiede necessariamente
per fornire patenti agli ordini professionistici.
Un secondo aspetto da sottolineare, oltre alla natura assai antica
di una pratica che i principi del marketing professionale novecentesco
hanno invece voluto prospettare come giovanissima, è che
le psicotecniche, ovvero i modi efficaci di formazione e di crescita
della persona, hanno ben poco a che fare con le psicoterapie
(almeno con quelle intese nel senso modernamente para-medico
del termine; benché non certo in quello originale di therapeia).
Le pratiche di sviluppo della psiche possono infatti risultare
efficaci anche nel caso della vera e propria malattia mentale,
ma generalmente solo come importanti elementi di supporto ad
un intervento che nella sostanza è per sua natura medico
e che quindi richiede una competenza biologica la quale generalmente
manca o è del tutto carente nelle professioni d'aiuto.
Questo, naturalmente, se parliamo di "malattia mentale"
e se vogliamo proporci come "medici psicoterapeuti"
nel senso biologistico della parola.
Ma la generalità di quanti si rivolgono ad un operatore
psicotecnico, sia egli nella sua formazione uno psicologo o un
assistente sociale o un medico o un counselor o un filosofo o
un sacerdote o un formatore o quant'altro, non soffrono affatto
di una malattia mentale. Mentre l'operatore che di loro si occupa
non pretende affatto di stare somministrando un farmaco o una
qualche altra forma di "medicina" nel senso contemporaneo
del termine.
Va ricordato infine che per le psicotecniche è avvenuto
qualcosa di molto simile a quanto si è verificato nel
caso delle innumerevoli teorie che le psicologie del Novecento
(e con esse, almeno in parte, le sociologie, le antropologie,
le filosofie, le psichiatrie ecc) hanno voluto proporre. Le quali
teorie sono a grandi linee molto simili tra di loro (e non di
rado pressoché identiche) almeno agli occhi del medio
lettore, pur cercando di differenziarsi (dal punto di vista degli
autori) ciascuna con parole e dichiarazioni di originalità.
La cui principale ragione d'essere sta nella speranza di distinguere
il proprio prodotto rispetto a quello offerto dai professionisti
concorrenti, sul piano intellettuale e scientifico ma più
ancora sul piano delle strategie di politica accademica e commerciale.
Avviene cioè che le tecniche variamente riconducibili
all'arte della mente (le psicotecniche appunto) prendano i nomi
più diversi pur essendo generalmente in stretto legame
di parentela tra di loro, ovvero che i più diversi autori
vogliano proporsene come gli unici e veri padri (da non confondersi
assolutamente con i ciarlatani concorrenti) nonostante si tratti
sempre della stessa famiglia di pratiche.
Così, per non fare che un paio di casi tra le migliaia
possibili, Lewin inventava nel Novecento come valenze quelle
che Messmer inventava nel Settecento come attrazioni. Così
Moreno congegnava gli stessi psicodrammi, e Perls le stesse sedie
calde, che Janet o Sand attuavano un secolo prima. Mentre Freud
scopriva la revivificazione del trauma che Ribot realizzava con
maggiore efficacia qualche decennio prima e tanti altri molto
prima ancora. E così via.
Avviene insomma che la hall of fame della psicologia "scientifica"
contemporanea sia affollata anche di scienziati la cui maggiore
originalità consiste nell'avere appena inventato il modo
di accendere il fuoco o anche la ruota o, in qualche caso più
avanzato, l'ombrello. Il che non è male, visto che si
tratta di tecniche utili ed importanti, ma suona un po' grottesco
e non aiuta a capire il senso profondo e la complessità
storico-epistemologica di questi usi così come dei loro
derivati.
Anche le tecniche psicodrammatiche appartengono in qualche modo
a una tradizione del genere, fatta di pratiche millenarie cui
vengono sovrapposti cento cappelli diversi nella storia, pur
restando sempre le stesse. Solo che la tradizione detta psicodrammatica
si trova oggi a farlo con assai maggiore modestia ovvero maggiore
saggezza di tante altre.
Questo non vale certo per le millanterie di Jacob Nissim Levy
(dallo pseudonimo molto teatrale e mediterraneo di "Moreno")
il quale assembla più o meno consapevolmente (ma certo
non dichiaratamente) la tradizione dell'ipnotismo francese e
della memoria emotiva di Ribot, ma soprattutto il lavoro di Janet,
di Golfaden, di Stanislavskij e di Evreinov, per suonarsi la
tromba come "profeta dello psicodramma". Ma vale senz'altro
per la pratica quotidiana e concreta di questo importante filone
psicotecnico.
E di tale saggia tradizione concreta è appunto eccellente
erede e testimone proprio il lavoro di Antonio Zanardo, che qui
viene finalmente, quanto felicemente, pubblicato.
Nella competente prospettiva di Zanardo, le tecniche psicodrammatiche
non pretendono infatti di rappresentare chissà quale innovazione
rivoluzionaria che cancellerà ogni altra eventuale concorrenza
epistemologica o commerciale. Né pretendono di rappresentare
la medicina universale per ogni patologia riconducibile ad una
qualche malattia mentale.
Al contrario: si propongono come una eccellente tecnica da conoscere
e da usare, con tutta la serena tranquillità di uno strumento
efficace nella sua concretezza (senza alcun bisogno di sparate
mistico scientifiche), per aiutare le persone a sviluppare le
proprie potenzialità e le proprie migliori inclinazioni,
soprattutto nella vita quotidiana, nelle relazioni e nel lavoro,
attraverso interventi di formazione e di counseling ovvero di
aiuto e di presa in carico, intesi nel senso più ampio
del termine.
Nell'opera di Antonio Zanardo è infatti evidente l'obiettivo,
tanto prudente quanto efficace, di presentare in forma sintetica
e chiara il decantato di una lunga pratica che ricorre nelle
professioni di conforto alla quotidiana esistenza della persona,
la quale tradizione viene attuata da così tanto tempo
e con i nomi più diversi, ma che trova nella terminologia
e nell'inquadramento psicodrammatico un'ottima sintesi; tra le
altre, ma ai primi posti fra queste.
Non si tratta certo dell'unica modalità possibile di attuazione
delle psicotecniche. Ma ne rappresenta una bella ed assai utile
rappresentazione, secondo una prospettiva che è particolare
ma anche molto ricca di suggestioni e di operatività,
grazie alla quale potersi cimentare nell'affascinante sforzo
di affiancare l'altro per aiutarlo a divenire se stesso (e noi
con lui).
E Antonio Zanardo riesce molto efficacemente in questo sforzo,
puntuale nella sua apparente semplicità: presentare un
quadro sistematico delle psicotecniche di taglio drammatico in
modo chiaro, efficace, che risulta utile a chiunque abbia scelto
di operare nell'affascinante sforzo di aiutare le persone a vivere
e a svilupparsi.
* [Felice Perussia
è Ordinario di psicologia generale nell'Università
di Torino e Socio onorario dell'Associazione Italiana Psicodrammatisti
Moreniani]
Benvenuti nel sito ufficiale
di Felice Perussia, Professore Ordinario di Psicologia Generale
e di Psicotecnica nella Facoltà di Psicologia dell'Università
di Torino (di cui è stato Preside alla fondazione), Presidente
della Società Italiana
di Psicotecnica SIPSICO, Direttore Scientifico del Giornale
di Psicologia, del Programma
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alcuni brillanti colleghi del gruppo di lavoro.
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