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© Copyright 1997 e successivi
by Felice Perussia e Laboratorio di PSICOTECNICA ®
Il colloquio, che ruota attorno
ai temi della psicotecnica e del lavoro realizzato nell'ambito
del Laboratorio di ricerca e sviluppo, prende spunto dall'uscita
di Theatrum Psychotechnicum per realizzare una rapida
carrellata su alcuni temi di fondo che caratterizzano questo
particolare stile di lavoro.
Il breve testo può aiutare
a farsi una prima idea, in forma immediata e discorsiva, del
lavoro concreto e di alcuni dei modelli di riferimento teorici
e storici che stanno alla base dell'intervento di Counseling
con le tecniche attive.
Dallo
sciamanesimo a Stanislavskij
Dall'Yddish
all'ipnotismo
L'incontro
tra psicologia e teatro ritualizza ciò che è sempre
esistito
Intervista
con Felice Perussia
a
cura di Salvo Pitruzzella
CATARSI: I
TEATRI DELLA DIVERSITA', n.28
È un fatto conclamato che nel
secolo appena trascorso i legami fra teatro e psicologia sono
stati fitti e molteplici.
Molti studiosi e clinici, collocati
in punti diversi dello spettro degli orientamenti psicologici
hanno fatto ricorso a metafore teatrali per raccontare il funzionamento
dell'essere umano, o addirittura utilizzato tecniche drammatiche
per favorire processi terapeutici; molti direttori, registi e
a pedagoghi teatrali hanno attinto a piene mani, più o
meno consapevolmente, nel repertorio delle metafore psicologiche
per rinvigorire processi teatrali.
Sono nate delle discipline che programmaticamente
si collocano nell'intersezione tra i due ambiti, come lo Psicodramma
e la Drammaterapia, nonché numerose pratiche di confine,
di cui questa rivista ha costantemente portato testimonianza.
Le tesi di fondo dell'ultimo libro di Felice Perussia, docente
di Psicologia della personalità all'Università
di Torino, è che quest'incontro tra psicologia e teatro,
ampiamente documentato nel testo, spaziando dallo sciamanesimo
a Stanislavskij, dal teatro Yiddish all'ipnotismo, non è
che la riattualizzazione di qualcosa che è sempre esistita,
di un'area in cui i due ambiti non sono sostanzialmente distinguibili,
che definisce col termine di Psicotecnica.
Perussia espone la sua tesi seguendo
vari fili conduttori, con gran ricchezza di riferimenti - alcuni
dei quali rappresentano delle straordinarie riscoperte -, cercando
di delineare non tanto un modello teorico inclusivo, quanto uno
sfondo integratore, che può aggiungere una consapevolezza
storica e culturale di ampio respiro alle varie pratiche di confine.
Abbiamo incontrato il professor Perussia
a Busto Arsizio (VA), nell'ambito di un innovativo corso di formazione
per insegnanti e con lui abbiamo cercato di seguire alcuni di
questi fili.
Vorrei iniziare questa conversazione chiedendoti una breve ricognizione
sulla parola Psicotecnica, che mi sembra una parola chiave della
tua ricerca.
Naturalmente, parto dall'etimologia: Psyche e Techné,
ricordando che Psyche indica - non marginalmente - tutta una
serie di cose, tra cui anche in qualche modo l'anima, ma non
tanto.
È la farfalla.
Quando si va a vedere l'iconografia di
Psiche, si può notare che quasi sempre viene rappresentata
alata.
Quindi può essere vista non solo
come anima, ma anche aria - per i Greci l'anima è aria:
pneuma; un'aria però non completamente ariosa.
Le ali di Psiche sono ali di farfalla;
ali non scheletrate, quindi, come quelle di un uccello, ma impalpabili,
qualcosa che fa parte del corpo, leggerissima ma non eterea.
E questo rende bene l'idea dell'anima
nel senso della psicologia: una caratteristica dell'essere umano
che è impalpabile ma che esiste, non è solo immaginaria.
L'altra cosa è la Techné,
che, è bene ricordarlo, per i Greci vuol dire soltanto
"arte", e non ha affatto il significato che le attribuiamo
noi moderni, di arte che produce oggetti, "artefatti",
che danno testimonianza dell'azione dell'uomo.
Quindi oggi si dice " tecnica"
intendendo la tecnologia, il modo per produrre e modificare oggetti
materiali, mentre in origine è semplicemente arte, quindi
la capacità espressiva e reattiva.
Di conseguenza, sommando le due cose,
la Psicotecnica è l'arte della mente.
E non dimentichiamo che "mente"
deriva da "mentire": è solo attraverso la testa
che possiamo mentire, gli animali non mentono.
Quindi la Psicotecnica è l'arte
della mente, la produzione creativa che nasce esclusivamente
dai contenuti mentali.
Che non produce artefatti, anche se può
lasciare tracce, come le tracce lasciate nella neve da un leone
di montagna che corre.
Per me la psicologia è esattamente
questo.
La psicologia ha però sempre tentato di definirsi come
scienza più che come arte.
Vi sono due anime della psicologia: quella della ricerca, la
dimensione scientifica che è il tentativo di oggettivare
il mondo; è interessante, però non è molto
più di questo esercizio.
Poi c'è la psicologia come azione,
che non ha interesse in quella logica scientifica - "scrivere
il libro della natura", come dice Galileo - ma desidera
esprimere questo libro, che non è della natura ma dei
soggetti.
Quindi, la soggettività come elemento
determinante di tutta la faccenda.
Esiste secondo te una sorta di Psicotecnica per così dire
originaria, priva di connotazioni di intenzionalità?
Esiste eccome.
Io credo fermamente che sia un'attitudine
naturale umana.
Poi la si pratica intenzionalmente, e
la si studia, parzialmente, perché il mondo moderno, il
mondo produttivo, è essenzialmente mimetico, e non poetico.
Ricordo sempre che la poiesis è
il contrario della mimesis, cioè è espulsione dei
contenuti interni, psicologicamente parlando; mentre la mimesis
è acquisizione del mondo, quindi impressiva, mentre la
poiesis è espressiva.
Questa attitudine espressiva è
posseduta da tutti, e tutti in qualche modo la sviluppano.
Però, poiché il nostro mondo
è costruito sulla mimesis, quindi sull'acquisizione delle
cose che il mondo ci propone - né potrebbe essere altrimenti,
perché senza tale acquisizione non si può produrre
-, ecco che si perde l'abitudine, e questa disposizione non facilita.
Io sono fermamente convinto, come ho scritto
nella prefazione al libro di Gigi Dotti, che "bambini si
nasce; adulti si diventa (se va male)".
Perché la capacità creativa,
poetica, dell'infanzia è straordinaria, e viene solitamente
uccisa durante l'adolescenza.
Dopodiché, alcuni riescono a sopravvivere
a questo schock, e riescono a mantenere vivi dei frammenti di
creatività; questi sono perlopiù soggetti diagnosticati
come "isterici".
Altri invece s'intronano completamente
e abbandonano la propria creatività, non perché
non la mantengano dentro di sé come il fuoco che cova
sotto la cenere, ma perché non si autorizzano, non si
lasciano essere espressivi.
Allora è necessaria l'acquisizione
di una certa modalità, che consiste fondamentalmente nel
lasciare che succeda quello che sta succedendo, una cosa molto
semplice da dire, molto sottile da fare, perché devi proprio
dimenticarti di dare una direzione alle cose.
Questa è una cosa che s'impara
dall'esperienza, lavorando con gente in situazioni in cui è
possibile esprimersi direttamente.
Sperimentandolo su di sé, s'impara
a proporlo agli altri, aiutandoli ad autorizzarsi ad esprimere
quello che hanno già dentro.
Il compito del terapeuta è quindi autorizzare
l'espressione...
Chi cura è il paziente.
Paziente è una parola orrenda,
se non del suo significato originario, che è "colui
che ha un'emozione".
Lo psicologo è semplicemente colui
che gli permette di curarsi.
Nel tuo libro, tu parli molto di trance. Questo è un tema
caro al teatro del Novecento, ed è in generale contrapposto
al tema del controllo. Come vedi questa polarità?
Dicevo prima che quelli che mantengono un minimo di creatività
sono solitamente detti isterici.
L'etimologia che ha attribuito Freud a
questo termine è semplicemente ridicola, anche perché
in greco il termine uster indicava semplicemente la pancia, maschile
o femminile; l'utero è chiamato metra, da cui deriva la
parola "madre".
Isteria deriva da Hyster, già secondo
Lattanzio, che indica gli abitanti dell'Istria; ovverosia: gli
attori.
Le espressioni usate nell'antichità
per definire gli attori sono hystrio o hypocrites (che significa:
colui che risponde).
Il riferimento all'Istria è nato
a Roma per sottolineare che gli attori - tutti gli attori in
Roma antica - sono etruschi.
Non dimentichiamo che buona parte di quella
che noi consideriamo cultura latina è è in realtà
di origine etrusca.
L'arte pantomimica a Roma era etrusca
ed era detta o isteria o ipocrisia.
Piano piano, in un percorso che è
possibile rintracciare negli autori medievali, queste espressioni
sono passate ad indicare la finzione: poiché l'attore
finge, allora tutti quelli che fingono sono ipocriti o isterici.
E infine oggi si usa il termine ipocrita
per definire una persona che inganna: dice qualcosa - come fa
l'attore - che pensa piaccia al pubblico, anche se non la pensa
personalmente.
Ipocrita oppure isterico; ma il gioco
dell'isterico segue un'altra strada.
Che cosa fa in pratica l'attore etrusco?
Fa il pantomimo; cioè interpreta da solo tutte le parti.
Fa in scena quello che tutti noi facciamo
ogni giorno quando raccontiamo storie.
Siccome gli etruschi non si capiscono,
perché spesso non parlano latino o lo parlano male, fanno
delle messe in scena in cui il parlato non è centrale.
Quindi la faccenda è soprattutto
mimica, diremmo quasi clownesca - quella che poi sarà
la Commedia dell'Arte.
In questo quadro, isterico vuol dire semplicemente
attore.
La scelta di definire uterina l'isteria
è ovviamente - nel caso della psicanalisi il dato è
plateale - un modo di limitazione della dimensione femminile.
Non dimentichiamo che Freud discende da
una tradizione religiosa, quella ebraica, in cui, come in tutte
le religioni monoteiste, la donna è relegata in secondo
piano.
Cosa c'è di meglio che attribuire
la capacità di esprimere, la disposizione attoriale-isterica
al mondo femminile?
Perché un bravo uomo produce, non
si esprime.
Nella tradizione scientifica ottocentesca,
l'isteria è stata chiamata in molti altri modi: mesmerismo,
sonnanbulismo, ipnosi ecc.
Questi termini si riferiscono alla facilitazione
di stati di coscienza che sono diversi dalle normali condizioni
di veglia.
È interessante a questo punto soffermarsi
un attimo su Mesmer, che è stato il primo psicologo scientifico
della storia.
La sua attitudine non è né
mistica né magica, anche se oggi siamo abituati a intenderlo
così: basti pensare che tra i suoi sostenitori c'è
Kant, che non era certo un aspirante mago.
Mesmer voleva estendere la teoria della
gravitazione universale di Newton ai rapporti interpersonali;
ciò che gli psicologi del Novecento hanno continuato a
fare, pur chiamandolo in altri modi.
La sua pratica si basava sul "magnetismo
animale", che è un'espressione coniata da Galvani;
Mesmer è convinto che il fluido che agisce è di
natura fisica, quindi utilizza strumenti come conduttori.
Per fare che cosa?
Per evocare delle condizioni che sono
assolutamente normali ma che di solito, nella nostra cultura,
sono molto inibite; normali nel senso che tutti noi quando sogniamo
diventiamo isterici ipnotizzati, solo che lo diventiamo all'interno
di noi stessi, non nelle azioni nel mondo esterno.
Attraverso un processo, che di solito
è attribuito alla volontà del magnetizzatore, noi
possiamo spostare leggermente il confine tra le due condizioni,
ed entrare in quello stato detto ipnotico (da hypnos, sonno),
partecipando contemporaneamente sia alla veglia sia il sonno.
Una delle caratteristiche tipiche di questa
condizione è la concentrazione dell'attenzione in un campo
limitato.
In questo campo limitato, si sposta leggermente
la soglia tra quello che è cosciente e quello che non
lo è, e una serie di elementi, soprattutto emotivi e di
memoria connessa con le emozioni, possono emergere in misura
maggiore.
Questa è la condizione ipnotica;
non dobbiamo pensare all'ipnosi da baraccone, in cui un soggetto
è completamente succube dell'ipnotizzatore: la normale
condizione ipnotica è molto più leggera, è
quella di un soggetto che entra in questa condizione e non se
ne accorge nemmeno; è una condizione molto vicina a quella
della perfetta veglia.
Allora possiamo dire che tutte le situazioni
di psicotecnica, di azioni in cui la persona agisce dentro condizioni
che gli permettano di esprimere l'interno, sono di trance, ovvero
ipnotiche, solo che lo sono a un livello minimo, di un leggero
spostamento della soglia.
Poi si può andare anche più
avanti, fino al sonno: la mia esperienza mi dice che non è
inusuale che le persone che tendono ad immergersi di più
in questo stato, sia tra gli attori sia tra il pubblico, alla
fine s'addormentano.
Questo è ciò di cui si occupa
la psicologia: produrre stati di trance minima (o massima: dipende
dal contesto) che permette di esprimersi.
La differenza tra lo sciamanesimo e la
psicologia è che in quest'ultima lo sciamano è
il paziente, non lo psicologo.
Si possono conciliare sciamanesimo e psicologia?
Il problema è il modo cui si è affermata la psicologia
del Novecento.
Un secolo fa non c'erano né pazienti
nei psicologi; ricordo che negli Stati Uniti l'idea che la psicoterapia
sia fatta dagli psicologi è del secondo dopoguerra, non
prima.
Freud in America ebbe un grande successo
presso gli psichiatri; la maggior parte degli psicologi lo ignorarono.
E lo stesso Freud nei suoi scritti non
usa mai il termine psicologo o psicoterapeuta, ma sempre quello
di medico.
D'altra parte, nelle definizioni dell'OMS
la parola psicoterapia è riservata alla cura della schizofrenia,
della depressione profonda, dell'Alzheimer e di poche altre cose;
il resto è counseling psicologico.
In conclusione: la medicalizzazione della
psicologia è stata una mossa astuta, perché ha
permesso di reintrodurre tutta questa tradizione stregonesca,
o sciamanica, questa tradizione della mente che costruisce il
mondo, come se fosse scientifica.
Freud reintroduce queste correnti ipnotiche
e mesmeriste sotto un altro nome per permettere ad esse di esistere,
in un certo senso.
Perché contro l'ipnosi e il mesmerismo
c'erano dei pregiudizi di tipo scientista, che hanno fatto sì
che una buona parte della letteratura su questi argomenti, floridissima
dalla fine del Settecento a oggi, sia difficilmente reperibile.
La dimensione sciamanica, la possibilità
di fare un viaggio dentro la propria mente, è qualcosa
che abbiamo tutti; pensa solo ai momenti che tutti attraversiamo
di reverie, di immaginazione poetica.
Che cosa facevano in pratica gli ipnotisti
del Settecento e dell'Ottocento?
E questo meccanismo viene usato per recuperare
le memorie antiche: Janet, il maestro di Freud, lo fa continuamente.
Stimola lo stato ipnotico, cerca i collegamenti
tra le maggiori manifestazioni di disagio e gli episodi connessi
con queste manifestazioni, e poi li ri-recita insieme col paziente,
con esito positivo.
Non dà prescrizioni, compiti post-ipnotici
da eseguire: questa è una versione comportamentista dell'ipnosi.
Quindi l'ipnosi riguardava anche l'espansione
delle possibilità della persona?
Sì.
Non solo rivivere la storia ma reinventarla
in modo che funzioni.
Che poi è una costante di tutte
le pratiche psicotecniche: non ti limiti a mettere in scena,
ma faciliti anche un'evoluzione positiva; un passo avanti, qualunque
cosa esso sia.
In questo quadro, l'aspetto, tipico del teatro,
dell'esporsi, del lasciarsi guardare, che cosa c'entra?
C'entra perché in tutte le forme di psicotecnica uno degli
obiettivi è farsi guardare da se stesso.
La persona vede se stessa; è come
se il faro si spostasse dal fuori al dentro.
La percezione normale e degli stimoli
esterni; la percezione poetica è degli stimoli interni.
Quando si dorme si vive di questo, di
contenuti interni; quando si è svegli di contenuti esterni.
Questi non sono mai egemonici, ma sempre
compresenti.
Nella psicotecnica, la persona si guarda
dentro; invece di portare il fuori al dentro, porta il dentro
al fuori; prende i suoi contenuti interni, e, diciamo così,
li proietta all'esterno, mentre normalmente avviene il contrario.
In realtà chi fa queste cose ha
pochissimo di esibizionismo; essendo in uno stato di leggera
trance, la sua attenzione è concentrata, è come
se il mondo non esistesse.
Giro gli occhi verso l'interno (in-sight,
o inner sight), e lascio che l'interno diventi visibile.
Salvo
Pitruzzella
Salvo Pitruzzella, che ha realizzato
l'intervista, si occupa da molti anni di ricerca e sperimentazione
teatrale, specialmente in ambito formativo. Conduce gruppi di
Drammaterapia, di Psicodramma e di Teatro Creativo sia in campo
clinico che in campo socio-educativo. Il suo testo più
significativo è Persona e soglia: Fondamenti di drammaterapia,
Roma, Armando, 2003 (che è uscito contemporaneamente anche
in Inghilterra e negli Stati Uniti, con il titolo Introduction
to dramatherapy: Person and threshold, Londo New York: Routledge
). Ha pubblicato anche: Manuale di teatro creativo: 200 tecniche
drammatiche da utilizzare in terapia, educazione e teatro sociale
(Milano, Angeli, 2004).
Benvenuti nel sito ufficiale
di Felice Perussia, Professore Ordinario di Psicologia Generale
e di Psicotecnica nella Facoltà di Psicologia dell'Università
di Torino (di cui è stato Preside alla fondazione), Presidente
della Società Italiana
di Psicotecnica SIPSICO, Direttore Scientifico del Giornale
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