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Perussia F., "Introduzione
alla psicologia della vita quotidiana". In: Perussia F.,
a cura, Materiali di psicologia sociale e della personalità,
Vol.1, Torino: Celid, 1997, 7-42.
Felice Perussia
Introduzione alla psicologia della vita quotidiana
Abstract
- An introduction to the psychology of everyday life -
A preliminary survey has been droven on how psychology faces
the every-day-life issue. Various theoric references have been
identified: these may be followed for a first systematic approach.
Among these, we briefly analysed the contributions about: basic-research;
field phenomenology; naïve psychology; personality psychology;
etho-biological paradigm; symbolic interactionism; critic theory;
philosophy of science; social psychology; anthropological, historical
and sociological approaches; motivation and learning psychology;
public-opinion and consumptions study; analysis of possible sources
which to draw data from. Altogether, the outcome is a stimulating
and rich picture, though very magmatic and still in making.
Premesse
I modi in cui il movimento psicologico si
esprime sono principalmente tre: l'analisi razionale (costruzione
di teorie), la ricerca (raccolta di dati quanto più possibile
oggettivi) e l'intervento (modificazione di situazioni con il
fine di produrre un cambiamento). Un primo obiettivo della disciplina
è quello di raggiungere (attraverso l'analisi e la ricerca)
la conoscenza del comportamento e delle dinamiche intrapsichiche
del soggetto (descrizione dei contenuti e dei processi). Un secondo
obiettivo è invece quello di stimolare (attraverso l'intervento
applicativo) il verificarsi di nuove condizione negli individui
e nei gruppi, sempre in relazione alla loro soggettività
(terapia, sviluppo personale, formazione, comunicazione, ecc).
I due punti di riferimento (ricerca e azione)
sono strettamente connessi fra di loro, anche se possono venire
messi in atto dagli psicologi in modo relativamente indipendente.
Si può di fatto produrre della ricerca senza specifici
fini di intervento. Così come si può intervenire
senza avere esplicitato nel dettaglio i riferimenti teorici su
cui ci si basa.
I modelli concettuali che avvicineremo brevemente
in queste pagine introduttive rappresentano un insieme piuttosto
variegato e relativamente contradditorio. Si riferiscono alla
realtà soggettiva così come si presenta spontaneamente,
ma partono da questo oggetto comune di interesse per sviluppare
interventi divergenti. Si va dallo sforzo di quantificazione
puntuale di tale soggettività, in un contesto che si vorrebbe
ateoretico, fino al rifiuto del dato empirico in quanto presunta
espressione della volontà di quantificare la natura della
realtà (considerata ontologicamente irriducibile a un
dato), passando attraverso svariate gradazioni di impiego del
contesto quotidiano come prova di teorizzazioni a largo respiro
o come dato da presentare senza definirne più che tanto
il quadro teoretico.
La psicologia della vita quotidiana, cui
si accenna nelle pagine che seguono, risente quindi di un'impostazione
affatto particolare, che discende da una scelta attuata fra una
grande gamma di opportunità concettuali cui è possibile
di fatto attingere. Esistono cioè varie modalità
per affrontare il problema. In questa sede, ho scelto di perseguirne
una in particolare.
Poichè la psicologia della vita quotidiana
ha come oggetto la generalità dei comportamenti e dei
pensieri che l'uomo esprime di volta in volta nell'arco della
sua biografia, potrebbe apparire come una riedizione della psicologia
in genere. Essa ha infatti come oggetto di studio il comportamento,
il pensiero, le interazioni e cioè i temi della ricerca
psicologica nella sua totalità. Ciò che in particolare
distingue lo studio psicologico della vita quotidiana è
però il fatto di riferirsi ai contenuti piuttosto che
ai processi. La psicologia della vita quotidiana non si propone
come un modo diverso per definire la psicologia in genere, bensì
come un suo strumento, limitato e attualmente poco sviluppato,
ma potenzialmente molto utile.
La psicologia, nei limiti in cui è
definibile, consiste soprattutto nello studio dei processi di
pensiero che sottostanno al comportamento, ovvero dei comportamenti
che il pensiero produce in virtù dei suoi processi. In
quanto tale, si confonde con lo studio delle funzioni di base,
con l'identificazione dei processi cognitivi, con la storia (individuale
e collettiva) dell'integrazione tra motivazioni di base e referenti
identificati come adeguati al loro soddisfacimento, ovvero, secondo
alcuni, con l'evoluzione del rapporto tra principio del piacere
(espresso nel pensiero primario-infantile-magico) e riscontro
di realtà (che da luogo al pensiero secondario-adulto-razionale).
La psicologia della vita quotidiana studia
soprattutto le modalità secondo cui tale meccanismo si
struttura concretamente. E' il punto di partenza della ricerca
sui processi, non un suo sostituto. Essa si propone di definire
qual'è il pensiero e il comportamento attuale del soggetto,
al di fuori del laboratorio, in modo tale da poterne dedurre,
attraverso un successivo inquadramento nella teoria dei processi,
le dinamiche sottostanti.
In sostanza: è lo studio della psicologia
in vivo. Cerca di partire dalla immediatezza del rapporto
con la realtà per dedurne eventualmente a posteriori le
ragioni, invece che di costruire a priori una realtà circoscritta,
specie tramite la situazione del laboratorio, per verificare
se noi siamo in grado di prevederne gli sviluppi (attraverso
il controllo delle variabili che vi intervengono).
La ricerca di laboratorio, una volta constata
la complessità delle variabili in gioco, ne isola la maggiore
quantità possibile cercando di sorvegliare tutte le restanti.
La ricerca sulla vita quotidiana tenta il percorso contrario:
lasciare tutte le variabili così come sono trovando il
modo di elencarne dettagliatamente il maggior numero, eventualmente
per cercare di ridurle a un numero minore.
La psicologia della vita quotidiana non
rappresenta un approccio antagonista rispetto al laboratorio
bensì una sua integrazione. Una disciplina complessa come
la psicologia si trova nella necessità di strutturarsi
in una serie di sottosettori che forniscano ognuno il proprio
contributo al quadro globale.
Esiste una certa tendenza da parte di ciascuna
disciplina a interpretare il mondo sulla base della propria specificità.
In modo analogo, le diverse sotto-discipline faticano a evitare
la ricorrente tentazione di spiegare qualsiasi oggetto di indagine
secondo i propri criteri. In questo lavoro non mi sforzo di produrre
nuove riduzioni disciplinari, ma semplicemente di fornire un
quadro di riferimento parziale.
In quanto psicologia dei contenuti, la psicologia
della vita quotidiana viene messa a confronto con diversi problemi.
Il primo riguarda la rappresentatività dei contenuti di
coscienza per uno studio della soggettività. L'individuo
esprime il proprio vissuto del mondo, ma potrebbe non essere
pienamente consapevole del proprio stesso pensiero. Si tratta
del mai sopito dibattito sull'introspezione, ovvero sulla possibilità
per ciascuno di noi di descrivere completamente ciò che
gli passa per la testa.
Esiste infatti un problema di comparabilità
fra le rappresentazioni e la realtà. La costruzione delle
rappresentazioni mentali parte infatti dalla percezione di dati
di fatto. Se, ad esempio, un soggetto culturalmente definito
(poniamo: il cittadino italiano) esprime mediamente un particolare
vissuto della propria dimensione corporea (si sente in sovrappeso),
è utile conoscere anche quali sono i dati obiettivi, nei
limiti in cui possono essere determinati, su cui basa questa
sua valutazione (il suo peso reale, il peso medio di altri individui
a lui simili per qualche aspetto). Ciò fornisce un utile
quadro di riferimento per identificare la struttura della "biologia
ingenua" del soggetto, e in particolare offre la possibilità
di identificare i criteri di normalità e di anormalità
cui quel soggetto spontaneamente si riferisce.
Per una corretta valutazione dei dati disponibili
occorre dunque tenere conto di numerosi fattori, messi ampiamente
in luce dalla ricerca psicologica relativamente al problema delle
autovalutazioni, cioè delle valutazioni espresse dal soggetto
su se stesso. Occorre essere infatti sempre molto attenti alla
distinzione tra comportamenti (ciò che ciascuno realmente
fa), atteggiamenti (ciò che uno pensa di fare) opinioni
(le valutazioni che ciascuno esprime rispetto a ciò che
fa o che pensa si dovrebbe fare). Occorre distinguere tra i dati
testimoniati direttamente dal soggetto (ciò che dice di
fare o di pensare) e quelli effettivamente testimoniati dalla
osservazione del soggetto stesso attuata dall'esterno (ciò
che egli sembra effettivamente fare, le sue reazioni fisiologiche,
ecc). In particolare: occorre tenere conto del problema della
desiderabilità sociale, che spesso può rappresentare
un elemento caratterizzante le risposte che l'individuo fornisce
su temi connotati da una dimensione morale (ciò che sta
bene fare, ciò che ci si aspetta uno faccia, ecc) ovvero
che vengono fornite di fronte a terzi (l'intervistatore o lo
sperimentatore).
Per non presentare che qualche esempio,
di carattere generale: è possibile che il soggetto fornisca
dichiarazioni sui doveri dei genitori, sui propri atteggiamenti
sessuali, o sul proprio reddito che non necessariamente coincidono
con "i fatti". Tutto ciò conferma, peraltro,
la natura relativa della realtà, specie quando la si osserva
da un punto di vista psicologico. Inevitabilmente: la realtà
quotidiana è fenomenica e mutevole, per cui non c'è
speranza di ridurla a qualche cosa di assoluto e di stabile.
Un possibile antidoto all'eccessivo relativismo, cui potrebbe
indurre un simile approccio, è comunque rappresentato
dallo sforzo, tipico della ricerca scientifica, di comparare
dati di origine diversa e di mettere a confronto le dichiarazioni
del soggetto con misurazioni di tipo esterno e oggettivo. Uno
dei portati fondamentali della ricerca psicologica è del
resto quello secondo cui, seppure la realtà è soggettiva,
tale soggettività non si esprime però a caso bensì
secondo delle regole relativamente costanti e identificabili.
Prima di affrontare operativamente i contenuti
della psicologia della vita quotidiana (obiettivo che è
successivo rispetto agli scopi di questa introduzione), è
necessario definirne concettualmente e teoreticamente lo statuto.
Sulla materia esistono infatti varie ipotesi e poche descrizioni
sistematiche. Una definizione teorica, apparentemente un po'
in contrasto con il carattere pragmatista della disciplina, non
risulterà affatto pleonastica. Solo comprendendo i presupposti
epistemologici di questo approccio è infatti possibile
svilupparlo in una prospettiva euristicamente produttiva.
Il concetto di vita quotidiana in psicologia
viene definito in primo luogo dal modo e dalle occasioni in cui
gli psicologi utilizzano questo termine nei loro scritti. Una
prima definizione dell'argomento consisterà dunque, almeno
in prima battuta, nella prospezione delle varie forme in cui
il concetto di everyday, ovvero di vita quotidiana, viene
impiegato nel lavoro di ricerca. Il corpus dottrinale che ne
deriva appare dunque costituito da una serie disparata di contributi,
che tuttavia sembrano confluire omogeneamente in un quadro comune.
Ne fornisco qui di seguito una sintesi parziale che spero sia
sufficiente a evocare il modello di approccio.
La definizione del modo in cui gli psicologi
hanno affrontato il tema della quotidianità è una
premessa necessaria alla identificazione puntuale dell'oggetto
del loro lavoro. La vita quotidiana è infatti un tema
di ricerca apparentemente molto evidente ma che in realtà
non risulta per nulla facile da definire. In prima approssimazione,
ma con la consapevolezza che una risposta più appropriata
al problema è proprio lo scopo di un lungo lavoro rispetto
al quale questa introduzione può rappresentare solo un
inizio, posso proporre che la psicologia della vita quotidiana
sia quella parte della ricerca sul comportamento che si occupa
di definire le modalità secondo cui i processi psicologici
interni al soggetto trovano la propria espressione (e reificazione)
nella realtà.
In questa sede (lo ricordo, ancora una volta,
introduttiva quanto relativamente rapsodica e necessariamente
incompleta) mi limiterò dunque a sottolineare che la ricerca
sulla vita quotidiana si occupa di definire ciò che avviene
nell'esperienza "normale" dei soggetti, più
che di spiegare i processi in base a cui le cose avvengono proprio
in questo modo. La psicologia della vita quotidiana è
in primo luogo una fotografia del chi e del cosa,
eventualmente del dove e in parte del come, ma
solo in secondo istanza si propone di servire a una ricostruzione
(e magari una previsione) del perchè.
Modelli di riferimento
Apparentemente, nella tradizione psicologica
(soprattutto italiana ma anche internazionale), esiste solo marginalmente
un settore di ricerca specifico che si richiami al campo della
vita quotidiana. E' difficile trovare qualche testo che contenga,
come progetto strategico di approccio, un esplicito richiamo
alla quotidianità. Può dunque apparire curiosa
l'idea di redigere un testo, ancorchè di dimensioni contenute
e in forma di note preliminari, per una materia che forse non
c'è. L'apparenza, tuttavia, inganna.
La psicologia della vita quotidiana si trova
in una condizione non dissimile da quella di altri settori della
psicologia. In Italia, ad esempio, l'insegnamento universitario
ufficiale della psicologia applicata rappresenta un fatto raro,
così come è raro che si pubblichino libri o manuali
intitolati all'argomento. Ci sono però molti insegnamenti
ufficiali, nei corsi di laurea, che affrontano il campo di quello
che generalmente si intende per psicologia applicata, anche se
solo in pochi casi l'insegnamento tenuto si definisce formalmente
come dedicato appunto alle applicazioni della psicologia. La
scarsa presenza di una definizione formale non significa tuttavia
che tale approccio disciplinare non esista o non trovi un suo
ampio spazio anche nella nostra realtà culturale.
In modo analogo, pur non esistendo apparentemente
una tradizione sistematica relativa alla psicologia della vita
quotidiana (e nessun insegnamento universitario in materia),
la disciplina esiste, anche se forse richiede di essere meglio
inquadrata e, per certi aspetti, rifondata istituzionalmente.
Benchè non vi siano che modesti riferimenti formali alla
psicologia della vita quotidiana, questa permea talmente il movimento
psicologico contemporaneo che, ad esempio, Mantovani (1995) dedica
le prime parole del primo capitolo (intitolato peraltro: "La
nuova scatola nera: le situazioni quotidiane") del suo importante
volume sui nuovissimi sviluppi della ricerca cognitivista (specie
in relazione al costituirsi delle realtà virtuali) proprio
ad affermare che "le situazioni della vita quotidiana sono
attualmente al centro dell'attenzione nella ricerca psicologica"
(1995, p.17). Per capire il senso di tale ormai pervasiva presenza
è opportuno sottolineare una serie di debiti teorici,
e di ricerca, che tale approccio contrae con altre tradizioni
limitrofe.
Sul piano storico, le ricerche classiche
significative sono molte. Un titolo che viene subito alla memoria
è naturalmente il lavoro di Freud (1901) sulla psicopatologia
della vita quotidiana. Si tratta però di un riferimento
più apparente (per via del titolo) che sostanziale. In
quel saggio, infatti, il riferimento alla vita quotidiana è
un'occasione per dimostrare l'utilità del riferimento
psicoanalitico per una comprensione di molti nostri atti apparentemente
marginali e poco significativi molto più che un tentativo
di sviluppare una teoria psicologica della quotidianità.
Andando più indietro, e con riferimento
a una psicologia della vita quotidiana in senso più generale,
la nostra attenzione si rivolge agli Stati Uniti. In quel contesto
culturale l'origine della psicologia della vita quotidiana viene
spesso identificata con il pragmatismo di Peirce, di James e
di Dewey (cioè con l'origine storica della psicologia
statunitense) ovvero col loro porre l'accento sulla natura concreta
dell'esperienza umana e sull'empirismo scientifico quale criterio
metodologico fondamentale (Adler e Adler, 1980). Come immediata
conseguenza di tale prima impostazione emerge anche il lavoro
di Cooley (1902), fortemente incentrato sulla natura soggettiva
della costruzione della realtà e sulla struttura della
società come insieme di abitudini mentali che trovano
una parte rilevante delle loro ragioni nella natura adattativa
ed evolutiva delle interazioni e delle rappresentazioni sociali
in una prospettiva sostanzialmente darwiniana.
La ricerca sulla vita quotidiana è
collegata, oltre che al pragmatismo, anche alla Scuola di Chicago,
che si definiva volentieri come scuola ecologica della fenomenologia
sociale. Ai suoi riferimenti concettuali accennerò più
avanti a proposito dell'interazionismo simbolico. In questo ambito
sono stati prodotti alcuni studi estensivi sulla quotidianità
che hanno utilizzato spesso metodi qualitativi e in particolare
l'osservazione partecipante. Tra gli interventi più o
meno ispirati a tale tradizione, si ricordano, a titolo di esempio,
quanto meno le ricerche classiche di Thomas e Znaniecki sul contadino
polacco (1918-1920), quella di Wirth (1928) sul ghetto, quella
di Thrasher (1927) sulle bande delinquenziali giovanili, quella
di Whyte (1943) sulla vita a Little Italy, quella di Becker e
Altri (1960) sulla comunità degli studenti di medicina,
quelle di Lynd e Lynd (1929, 1937) su Middletown, quella sul
soldato americano del gruppo di Stouffer (1949-1950), quella
sulla personalità autoritaria di Adorno et Al (1950),
e molte altre.
Un contributo decisamente significativo
è stato poi sviluppato nell'ambito delle indagini demoscopiche
(opinione pubblica, comunicazioni di massa, marketing), a partire
soprattutto dalle rilevazioni di Gallup. Tali indagini si propongono
di rilevare gli atteggiamenti e i comportamenti diffusi presso
la popolazione, fornendone un quadro quantitativo e analitico
(con scarso interesse per una contestualizzazione teorica dei
vari temi affrontati). L'approccio di Gallup persegue soprattutto
scopi pratici finalizzati alla identificazione di punti di di
riferimento obiettivi per le scelte politiche e imprenditoriali
che coinvolgono i cittadini. Esso contiene tuttavia un potenziale
di conoscenza notevole, quanto in genere piuttosto sottovalutato
dalla psicologia accademica ufficiale.
Una lunga tradizione nel senso qui delineato
ci viene testimoniata anche dal mondo culturale francese. Si
possono ricordare gli studi sul campo di Quetelet (1835), che
fonda la statistica come rilevazione empirica di comportamenti
diffusi, per continuare con le ricerche clinico-sociali (ante
litteram) di Emile Zola, che raccoglieva sistematicamente
dati, con il metodo dell'osservazione partecipante, su quegli
ambienti sociali che poi avrebbe descritto nei suoi romanzi,
fino a quelle di Chombart De Lauwe (1956) sulla vita quotidiana
degli operai parigini. In tale prospettiva, la psicologia della
quotidianità si inscrive nell'importante dibattito teorico
che contrappone Tarde (1890), sostenitore della natura individuale
e quindi riconducibile al concetto di imitazione interindividuale
dei comportamenti collettivi, a Durkheim (1895), che invece tratta
il comportamento quotidiano come realtà sociale sovraindividuale
che esiste in sè al di là del riferimento ai singoli
individui (Perussia, 1978). Le tesi di Durkheim, dal nostro punto
di vista, sono ben rappresentate soprattutto dal suo lavoro sul
suicidio (1897).
Altri contributi generali sulla psicologia
della vita quotidiana sono quelli di Sorokin e Berger (1939),
Lefebvre (1968), Douglas (1970), Chapin e Stuart (1974), Joynson
(1974), Brofenbrenner (1977, 1979), Cohen e Taylor (1978), Douglas
e Altri (1980), Shiffman e Kanuk (1983), Beauvois (1984), Norman
(1988), e molti altri. In questi, il tentativo di definizione
dell'homo quotidianus si confonde principalmente con il
dibattito sull'epistemologia della ricerca sociale e con lo studio
della condizione quotidiana per eccellenza che caratterizza il
nostro secolo, e cioè con la condizione di vita urbana.
Per un'altra esemplificazione recente, benchè
precedente l'ampia ristutturazione della ricerca psicologica
che si è andata sviluppando per tutti gli anni '70 e '80,
può essere utile un accenno a ciò che Franklin
e Kohout (1973) hanno catalogato sotto la voce di psicologia
sociale della vita quotidiana. I concetti di fondo cui si ispirano
i contributi da loro raccolti sono quelli: di fuzzy set,
di contesto naturale, di compresenza (all'interno di una singola
situazione) di una quantità sostanzialmente incontrollabile
di variabili intervenienti. Dal punto di vista dei contenuti,
l'oggetto di studio è particolarmente variegato e relativamente
occasionale, dato che nel testo si affrontano temi assai disparati
quali: i pregiudizi verso le donne, l'aggressività, l'obbedienza
all'autorità, il noviziato nella prostituzione, le relazioni
sociali dei non vedenti, il reclutamento dei manifestanti per
un corteo, il contagio isterico, l'attrazione fisica nelle prime
fasi del corteggiamento.
Un'altra utile esemplificazione, questa
volta di origine completamente italiana, può essere rappresentata
dal lavoro sulla vita quotidiana sviluppato nell'ambito del Progetto
Finalizzato Medicina Preventiva del Consiglio Nazionale delle
ricerche a cura di Conte e Miceli (1984). I temi affrontati dagli
autori vanno dalla scopistica all'autovalutazione, all'abitare,
ai conflitti tra genitori e figli, alla solitudine, al sentirsi
aiutati, ai conflitti di ruolo nel rapporto medico-paziente,
all'esperienza psichiatrica. In italiano esistono anche vari
altri lavori utili come primo riferimento (Dogana, 1976; Calvi,
1977; Girard, 1980; Giasanti e Jedlowski, 1982; Meroni e Vecchia,
1984; Ragone, 1985; Frontori, 1986; Massimini e Inghilleri, 1986;
Campedelli, 1988; Farbè e Sacco, 1995, ecc).
Che cosa eventualmente intendere come psicologia
della vita quotidiana in un senso molto attuale può essere
desunto dall'esame del recente lavoro di Argyle (1992) sull'argomento.
I vari capitoli del libro sono infatti dedicati ai seguenti temi:
la conversazione, le relazioni sociali, il lavoro, il tempo libero,
gli atteggiamenti e i comportamenti religiosi, l'aggressività
e le relazioni intergruppo, le classi sociali, la salute, la
salute mentale, la felicità. Per un riferimento ancora
più recente, il lavoro di Gulotta e collaboratori (1995)
appare ricco e stimolante, quanto vario nelle aree comportamentali
che analizza, che vanno, per non fare che qualche esempio qui
e là: dalle tecniche dell'intervista all'analisi del contenuto,
dal conflitto all'influenza sociale, dalla menzogna all'ipnosi,
dalla spazzatura ai disastri naturali, dagli auguri di Natale
al fare il bagno, e via dicendo.
Secondo Weigert (1981), l'idea di vita quotidiana
è un concetto tipico dell'epoca moderna, che manca quasi
totalmente nel pensiero classico greco-latino così come
nella tradizione medioevale e in molte culture non occidentali.
L'idea di una trattazione specifica della vita quotidiana si
basa, secondo l'autore, su di un paradigma concettuale che persegue
uno sforzo di razionalizzazione della condizione sociale e del
significato della vita, quale viene espresso nella dialettica
costante fra Sè e Società. I suoi contenuti riguardano,
in particolare: la strutturazione soggettiva dello spazio e del
tempo; la costruzione di unità significative della vita
individuale; l'attualizzazione del Sè mediante comportamenti
in forma di recitazione ripetuta attuati in situazioni concrete;
l'interazione con gli altri soggetti, i quali vengono percepiti
e interagiti nella prospettiva di un altro Sè. La metafora
della quotidianità proposta dall'autore è quella
di un meccanismo automatico, che opera continuamente per conto
proprio e in cui l'individuo non può fare a meno di venire
coinvolto, anche se può non rendersene conto.
Il vivere quotidiano del soggetto viene
analizzato in termini di situazioni, motivazioni, interpretazioni,
fantasie, attese e intenzioni, che rappresentano anche l'oggetto
principale della ricerca sulla quotidianità. Altre modalità
attraverso cui la quotidianità dell'individuo trova espressione
sono la dinamica del potere e lo strutturarsi della società
in classi, le quali rappresentano il risultato finale, e continuamente
mutevole, delle negoziazioni situazionali. La quotidianità
consiste allora nella costruzione di un sistema di fiducia nella
pregiudiziale di realtà, ovvero nella concretezza del
mondo dato-per-scontato come oggetto di conoscenza e di osservazione
naturalistica. L'agire quotidiano costruisce un sistema di credenze,
in termini di psicologia ingenua, relativo alla fondatezza della
scienza, della religione, della magia quotidiana, dei riti, delle
celebrazioni, della famiglia, dei mezzi di comunicazione di massa,
e via dicendo. La chiave di volta, per collegare la nostra vita
reale a una teoria della vita quotidiana, è identificata
nel riferimento alla biografia, che agisce come mediatore fra
le occasioni di ciascuna storia individuale da una parte e le
condizioni storiche, culturali, sociali in cui essa ha luogo
dall'altra.
La vita quotidiana, sempre secondo Weigert
(1981), può essere utilmente studiata solo se si tiene
conto di alcune sue caratteristiche fondamentali, e cioè
che: "1) La vita quotidiana è una realtà data-per-scontata,
che fornisce un background indiscusso di significato per
la vita di ognuno; 2) La vita quotidiana è un contesto
sociale plausibile e un mondo personale credibile attraverso
cui ciascuna persona ricava un senso di sè come vivente
una biografia reale; 3) La vita quotidiana è nello stesso
tempo il punto di partenza empirico fondamentale e il tema di
riferimento finale per comprendere la vita umana e la società
come realtà naturali; 4) Per cui, la vita quotidiana non
può essere conosciuta solo passivamente o obiettivamente,
ma deve anche essere criticata e interpretata attivamente e soggettivamente
così da poter essere adeguatamente capita" (p.37).
In sostanza, sviluppando ulteriormente i
temi proposti da questo autore, il comportamento quotidiano può
venire concettualizzato come la modalità concreta secondo
cui l'individuo trova la propria realizzazione e reificazione,
nonchè il proprio limite, nei gesti singoli dell'esperienza
diretta col mondo. La vita quotidiana è la traduzione
in atto del potenziale psicologico del soggetto. L'analisi del
comportamento quotidiano è lo studio delle modalità
secondo cui gli infiniti mondi possibili dell'individuo si sostanziano
concretamente in un essere-nel-mondo unico, ancorchè costantemente
in divenire e di volta in volta mutevole.
In base a un simile punto di vista, il riferimento
alla quotidianità rappresenta una tendenza che crescentemente
si diffonde nella ricerca sull'uomo del nostro tempo. La crisi
dei fondamenti, e il connesso abbandono delle grandi teorizzazioni
globali del XIX secolo, ha infatti spostato l'attenzione di molti
studiosi dall'analisi delle categorie astratte e generali della
conoscenza allo studio delle modalità secondo cui la volontà
di sapere si esprime in termini immediati. Poichè i grandi
modelli onnicomprensivi dell'ermeneutica idealistica e positivistica
appaiono tutto sommato esageratamente astratti, alcuni ricercatori
hanno scelto di indirizzarsi all'analisi di fenomeni sempre più
elementari e circoscritti, rivolgendosi dunque a una ricerca
parcellizzata e di dettaglio. Altri, affrontando invece i temi
della quotidianità, preferiscono correre il rischio dell'approssimazione
e tentare la strada di un approccio più ampio, ancorchè
relativo a classi relativamente circoscritte di atti, affrontate
senza porsi rigidamente il vincolo di controllare rifgorosamente
ogni variabile (nella convinzione, peraltro, che spesso non sia
possibile farlo, pena la perdita di significatività di
ciò che si sta cercando di studiare).
All'affermarsi dell'interesse per la vita
quotidiana ha contribuito anche il rilievo che viene attribuito
in termini crescenti a temi come quello dei bisogni ovvero del
privato, che rappresentano uno sforzo di adeguamento della ricerca
scientifica in psicologia ai temi della politica e del contratto
sociale. L'attenzione al quotidiano si propone cioè anche
come volontà di attribuire al pubblico (al cittadino)
un ruolo di primo piano nella ricerca. A tale intenzione, in
qualche modo "democratica", si affianca una relativa
insoddisfazione per la condizione del laboratorio, giudicata
sempre di grande interesse, ma non sufficiente da sola a comprendere
la realtà dell'uomo "concreto" o "reale"
quale si esprime spontaneamente nel contesto naturale.
Modelli di riferimento
L'approccio psicologico alla vita quotidiana
utilizza un po' tutti gli strumenti di analisi che sono stati
sviluppati in psicologia. Non coincide tuttavia con la Psicologia
nel suo insieme. I vari modelli teorici della ricerca sulla soggettività
rappresentano un punto di riferimento epistemologico e concettuale,
ma non sono il contenuto specifico della disciplina. Ne forniscono
una giustificazione teoretica, ma ne rappresentano la ragione
e la premessa piuttosto che la concretizzazione.
La psicologia della vita quotidiana segue
una prospettiva decisamente interdisciplinare, oltre che trasversale
rispetto alla psicologia stessa. Sarebbe naturalmente difficile,
per motivi di spazio e di opportunità, presentare in questa
sede tutti i contributi teorici significativi, psicologici e
non, da cui la psicologia della vita quotidiana trae la propria
ragione d'essere e il proprio statuto scientifico, e di cui nello
stesso tempo rappresenta una parte. Ciò appare tanto più
vero se si considera che una sistematizzazione della disciplina
è lungi dall'esistere, e anzi questo testo si propone
appunto come un modesto contributo in tale direzione. Varrà
tuttavia la pena di indicare una serie di momenti della ricerca
scientifica recente che hanno contribuito alla costruzione di
un approccio compiuto al tema.
Descriverò dunque brevemente alcuni
dei modelli principali, tra gli altri, che si dimostrano particolarmente
utili a concettualizzare la quotidianità del soggetto.
Si tratta, in sostanza, di una selezione basata maggiormente
sulla storia di questo stile di approccio e sulle concettualizzazioni
sviluppate da chi se ne occupa, piuttosto che di una rassegna
completa delle modalità possibili. Tenterò inoltre
di fornire alcune esemplificazioni del modo in cui i vari modelli
teorici risultano in relazione con il concetto di quotidianità.
L'elenco che propongo è certamente
incompleto, ma rappresentativo di una atmosfera culturale. Per
ciascun paradigma di riferimento presenterò dunque alcuni
temi classici. Va peraltro sottolineato che le singole voci vengono
qui semplicemente evocate, e non certo riportate per esteso in
tutta la loro complessità e profondità, rimandando
ai testi citati, e a successive occasioni di studio, per una
loro più compiuta descrizione e comprensione.
La distinzione tra i diversi settori della
ricerca, psicologica e non, è necessariamente arbitraria.
Le diverse discipline si sovrappongono in larga misura, e una
loro suddivisione nasce solo in parte da ragioni euristiche,
mentre è spesso derivata anche da motivi di natura squisitamente
accademica. Lo stesso oggetto viene di fatto studiato sotto denominazioni
diverse, che si collegano a chiavi di lettura teorica differenti,
ma che in parte sono semplicemente variazioni su di uno stesso
tema. L'unico punto di riferimento comune è quello del
vissuto e della soggettività come realta attuali, al momento
dato (qualcosa di molto vicino al cosiddetto quì e
ora). L'esplicitazione del singolo paradigma concettuale
ha dunque un valore relativo.
Rispetto a questo insieme di modelli la
psicologia della vita quotidiana intrattiene rapporti che potremmo
definire di scambio. Per un verso ne ricava ipotesi interpetative
e di approccio metodologico, per un altro verso fornisce loro
una base di dati con cui confrontarsi. La psicologia del quotidiano,
come tema di ricerca interdisciplinare più che come disciplina
autonoma, rappresenta un oggetto di studio e nel contempo un
riscontro di realtà.
Ricerca di base
Il principale modello teorico di riferimento
della psicologia della vita quotidiana è la psicologia
intesa come ricerca scientifica di base. In questo senso, il
punto di riferimento imprescindibile della teorizzazione è
il dato rilevato empiricamente. Tale dato viene raccolto senza
uno scopo specifico di applicazione. Si tratta infatti, nel caso
della ricerca di base, di definire gli scenari di riferimento
secondo cui il soggetto costruisce la propria rappresentazione
del mondo.
E' importante disporre di teorie interpretative
del modo in cui questi scenari si costruiscono. E il lavoro di
rilevazione sul campo offre notevoli potenziali di applicatività.
Ma la giustificazione epistemologica di un settore specifico,
denominato appunto vita quotidiana, relativamente autonomo rispetto
alle molte suddivisioni già esistenti in psicologia, discende
dalla volontà, e dalla possibilità, di fornire
una fotografia dei processi mentali e comportamentali al momento
dato (di nuovo: lo hic et nunc dell'evento).
La psicologia della vita quotidiana si giova
certamente di modelli teorici ampi e sofisticati, alla luce dei
quali leggere i dati raccolti sul campo, ma non può coincidere
con questi. La riflessione, l'elucubrazione, l'interpretazione,
l'analisi, devono basarsi sulla rilevazione sistematica del dato
in condizioni quanto più possibile naturali. Ciò
vale tanto di più in quanto l'oggetto stesso di questa
scienza è appunto la scienza spontanea (ingenua) del soggetto.
Nonostante il suo elevato potenziale di applicatività,
la psicologia della vita quotidiana è essenzialmente una
forma di ricerca di base.
Il concetto che meglio definisce, in forma
sintetica, questa disciplina è quello di "validità
ecologica". In molta della psicologia generale contemporanea
il riferimento alla validità ecologica rappresenta il
leit motiv più ricorrente, mentre il termine "vita
quotidiana" viene generalmente utilizzato come un suo sinonimo.
L'idea di fondo della validità ecologica, nella ricerca
di laboratorio così come nell'approccio alla vita quotidiana,
si lega alla diffusa impressione che la situazione sperimentale
rappresenti uno strumento di fondamentale utilità, ma
non una modalità definitiva. Uno dei principali obiettivi
perseguiti dall'approccio ispirato alla cosiddetta validità
ecologica si collega alla considerazione secondo cui, se si vuole
evitare di occuparsi di "pseudo-problemi", occorre
essere costantemente disposti sia a dimostrare la estensibilità
delle scoperte di laboratorio al mondo quotidiano esterno, sia
a verificare nel laboratorio le molte idee che insorgono durante
l'osservazione della quotidianità (Baddeley, 1981).
Secondo tali interpretazioni, la situazione
sperimentale può rappresentare talvolta l'introduzione
di una variabile ulteriore rispetto alla situazione naturale,
una variabile che può anche essere deformante. L'oggetto
studiato in laboratorio è sì riferito a persone
reali e a situazioni che si verificano nella realtà, ma
con l'aggiunta della variabile laboratorio, che di norma non
fa parte dello scenario soggettivo in cui l'individuo struttura
le proprie reazioni (quotidiane). L'esperimento è una
situazione in vitro, di grande utilità scientifica,
ma che non coincide con la realtà abituale del soggetto.
La comunicazione, piuttosto che l'aggressività,
studiate in una situazione di controllo delle variabili esterne
(il laboratorio appunto) non coincide con la comunicazione, piuttosto
che l'aggressività, quali si esprimono spontaneamente
nella turbolenta vita "normale" delle persone. Il laboratorio
rappresenta allora uno strumento fondamentale per isolare alcuni
aspetti del tema indagato, ma non ne esaurisce tutte le sfaccettature.
Serve da mezzo di contrasto per evidenziare processi poco visibili
nel fuzzy set del mondo, ma non è esattamente il
mondo. La situazione sperimentale non è infatti in grado
di verificare tutte le variabili, e può dunque trarre
giovamento dal confronto con le situazioni incontrollate (cioè
naturali).
In altre parole: ciò che avviene
quando nessuno ti vede, o quando non sai di essere visto, o quando
non sei osservato da un tecnico-giudice (lo psicologo sperimentatore)
può essere diverso da ciò che avviene in presenza
di un apparato sperimentale. Inoltre: l'apparato stesso può
rappresentare, specie per quanto riguarda comportamenti determinati
in buona parte da fattori culturali e relazionali, una variabile
strutturante specifica e molto significativa. Lo studio della
vita quotidiana vorrebbe essere invece uno studio delle situazioni
così come si presentano in un contesto naturale
e spontaneo. Da questo punto di vista, esso si collega anche
al concetto di "azione situata", tipico della psicologia
cognitivista contemporanea (Suchman, 1987; Vera e Simon, 1993;
Mantovani, 1995).
Tale concetto di immediatezza e spontaneità
viene attualmente definito dalla ricerca psicologica di base,
lo abbiamo già detto, con il termine di validità
ecologica, ovvero, con espressione che viene spesso utilizzata
quale suo sinonimo, di quotidianità. A tale impostazione
si collega l'idea di una psicologia che, sempre impostata in
termini di ricerca scientifica soprattutto di base, possa risultare
in qualche modo pratica.
Si è parlato dunque, con una notevole
frequenza che è costantemente cresciuta nell'arco degli
anni '80, di tali situazioni appunto quotidiane, dando luogo
a una serie di articoli e volumi che, già a partire dal
titolo, esplicitano tale riferimento alla situazione quotidiana.
Sarebbe impossibile fornire il quadro completo
di un universo tanto variegato, ma anche solo un accenno a qualcuno
tra questi mostra come si sia parlato, ad esempio (sempre con
esplicito riferimento alla quotidianità sin dal titolo),
di everyday language (Psathas, 1979), piuttosto che di
everyday reasoning (Barker, 1981), di memory in everyday
life (Gruneberg, Morris e Sykes, 1988; Davies e Logie, 1993),
di situazioni quotidiane (Mantovani, 1995), di verbal behavior
in everyday life (Weintraub, 1989), di errori di ragionamento
(Gilovich, 1991), di pensiero magico (Codet, 1987), di senso
morale quotidiano (Sabini e Silver, 1982; Stebbins, 1993; Killen
e Hart, 1995), di emozioni (Oatley e Duncan, 1994), di humor
(Freckmall, 1994), di sadomasochismo (Chancer, 1982), di perversioni
(Meyers, 1992), di comunicazione (Orletti, 1983; Leeds-Hurwitz,
1989), di ruoli e di drammi (Perinbanayagam, 1987; Landy, 1993),
di tempo (Robinson, 1977), di geografia (Hanson e Hanson, 1993),
di consumi (Mackay, 1997) e di psicopatologia dei consumi (Dogana,
1972), di psicologia sociale (Argyle, 1992), di everyday problems
(Wegman, 1984), di everyday cognition (Rogoff e Lave,
1984; Lave, 1988; Poon, Rubin e Wilson,1990), di everyday
explanation (Antaki, 1988), di everyday life reporting
(Harrington, 1997), di everyday living (Martin e Osborne,
1989), di everyday understanding (Semin e Gergen, 1990),
di everydaylying and deception (Lewis e Saami,
1993), di personal storytelling in everyday life (Miller,
1995), di everyday phisics (Howe, 1993), di everyday
psychiatry (Schoneman et Al, 1993; Taylor, 1993), di architecture
of everyday life (Newman, 1995), di health in everyday
life (Saltonstall, 1993), di supportive structures of
everyday life (Horelli e Vepsa, 1994), di everyday psychotherapy
(Lomas, 1993), di terror and everyday life (Lake Crane,
1994), di delusions of everyday life (Shengold, 1995)
e via dicendo ancora molte volte. Tutti questi lavori, e molti
altri che si potrebbero citare in aggiunta, fanno per lo più
riferimento ai processi mentali "in azione" (working
intelligence) e in genere al pensiero come attività
pratica e cognizione quotidiana.
A tale impostazione si collega anche l'approccio
dell'intelligenza artificiale e in particolare lo studio delle
routines di elaborazione mentale. Una strutturazione concettuale
del tema è stata fornita pure attraverso il concetto di
piani o progetti di azione, ovvero di comportamento "concreto",
sia nella versione di Miller, Galanter e Pribram (1960) sia in
quella di Schutz (1962-1968).
Affontando il tema della memoria quotidiana,
ad esempio, Harris e Morris (1984) insistono costantemente su
alcuni semplici concetti, che coincidono in sostanza con quelli
ricorrenti nello studio della vita quotidiana in genere, riassumibili,
per usare più o meno le stesse parole degli autori, nel
riferimento ad: aspetti pratici, aspetti applicati, situazione
al di fuori del laboratorio, ambiente naturale ovvero autentico.
Dal canto suo, Windisch (1985), nel suo tentativo di inquadrare
il complesso dell'approccio ecologico alla ricerca sulla quotidianità,
si basa principalmente sui concetti di naturalità e di
parlato.
Per continuare con questi esempi, tipici
della ricerca più recente, possiamo ricordare la contrapposizione,
operata da Poon, Rubin e Wilson (1989), tra laboratorio da una
parte e real-life world setting, ovvero modalità
di approccio ai problemi complessi, dall'altra. Stanko (1990),
piuttosto che Essed (1991) o Nofsinger (1991), utilizzano il
termine "quotidiano" (riferito, nel loro caso, al tema
della violenza, a quello del razzismo e a quello della conversazione)
come espressione che definisce la normalità, l'abitudinarietà
e la ricorrenza di un comportamento. Nel testo di Zerubavel (1991)
la vita quotidiana sembra venire identificata con qualsiasi cosa
che avviene da sola, che non è stimolata artificialmente,
che insomma non è la conseguenza di una provocazione intenzionata
da processi comportamentali esterni allo scenario in cui si presenta
spontaneamente (e in particolare non è condizionata dalle
strategie sperimentali del ricercatore).
La ricerca di base sul problem solving
quotidiano e spontaneo viene intesa allora come uno sforzo per
rianalizzare la psicologia cognitiva di tutti i giorni (Sinnott,
1989). In tale prospettiva, il riferimento alla quotidianità
significa soprattutto occuparsi di quello che il soggetto fa
normalmente, intendendo con normalmente il risultato del
processo attraverso cui il nostro sistema vivente si adatta alla
realtà con il fine di sopravvivere e di interagire con
l'ambiente circostante nel modo più efficace possibile.
I punti di riferimento della ricerca diventano allora, in particolare:
le modalità spontaneamente messe in atto per affrontare
problemi mal strutturati (i più volte citati, e ricorrenti,
fuzzy set), la risoluzione di problemi interpersonali,
le strutture temporali estese come scenario di riferimento del
comportamento, i problemi interconnessi per blocchi a molte variabili
affrontati contemporaneamente ai valori cui ci si riferisce per
risolverli, nonchè le possibili soluzioni prodotte, ovvero
l'analisi del rapporto tra il ricercatore e il partecipante alla
ricerca.
Fenomenologia sul campo
La psicologia della vita quotidiana, come
in letteratura è stato sottolineato in varie circostanze
(specie con riferimento alla rappresentazione cognitiva del mondo
fisico ovvero alla psicologia ambientale), consiste di un'estensione
del concetto di ricerca psicologica come fenomenologia alla generalità
dei dati comportamentali. In questo senso, essa può rappresentare
un allargamento alla situazione di campo, e cioè a quello
che anche operativamente si chiama field, di quella che
è stata definita fenomenologia sperimentale, nel senso
indicato da Kanizsa (1983) piuttosto che da Gibson (1979).
Alla base di questo approccio si pone la
classica distinzione tra ambiente fisico-geografico e ambiente
psicologico-comportamentale, sviluppata in particolare da Koffka
(1935), secondo cui il soggetto vive in un mondo fisico per certi
aspetti obiettivo, ma costruisce le sue rappresentazioni, e mette
in atto i suoi comportamenti, in un mondo psicologico sostanzialmente
soggettivo. Le concrete strategie cognitivo-comportamentali del
soggetto si basano cioè sulla sua interpretazione del
mondo più che su di una presunta realtà delle cose.
Secondo tale prospettiva: un qualsiasi comportamento,
ad esempio il costituirsi dei valori politici piuttosto che il
comportamento elettorale che ne cosegue, non deriverebbe tanto
dalla obiettiva realtà dei dati sociali (indici economici,
vantaggi personali, considerazioni da homo economicus
in genere) quanto piuttosto dalla rappresentazione che il soggetto
se ne fa (ipotesi sul futuro, valenze emotive). Analogamente:
la scelta dei capi di abbigliamento da indossare non deriverebbe
tanto dalla loro natura materiale (ad esempio dalla loro capacità
di conservare e riscaldare il corpo) quanto piuttosto dalla loro
immagine e rappresentazione (il fatto di essere status symbol
in un determinato contesto sociale, ovvero di costruire una apparenza
del proprio corpo particolarmente adeguata agli ideali del soggetto)
nonchè da predisposizioni basali dell'uomo (desiderio
di protezione, pudore, ecc).
I grandi autori classici dell'analisi fenomenologica
si collocano ai confini della ricerca psicologica, ma vengono
spesso annoverati tra i riferimenti fondativi della disciplina.
Tra di essi, a puro titolo di evocazione, possiamo indicare,
dopo Kant e Schopenauer: Husserl, Merleau-Ponty, Heidegger e
Schutz. A questi forse si può aggiungere, in una prospettiva
allargata alla dimensione culturale, il concetto di "forma
elementare" dei fenomeni di cui parla Durkheim.
Nella prospettiva di questa tendenza, che
rappresenta anche la base filosofica fondativa di una parte della
psicologia generale contemporanea, ciò che conta, nello
studio dell'uomo, è il vissuto del soggetto, il suo rapporto
diretto col mondo (ciò che Metzger chiama "incontrato"),
la rappresentazione immediata della realtà così
come essa si presenta. Secondo questi autori, e in base a questi
principi, la ricerca psicologica deve allora evitare di spezzare
il senso globale dell'esperienza attraverso la sua riduzione
a variabili troppo circoscritte e delimitate.
L'approccio fenomenologico alla vita quotidiana
tenta insistentemente di analizzare il fluire dell'esperienza
in termini di soggettività, di intersoggettività,
di ricerca e attribuzione del senso. Il lavoro dello psicologo
consiste allora nel ricercare una estensione di questi modelli,
originariamente prodotti nell'ambito della riflessione filosofica,
alla realtà sociale (Natanson, 1970; Psathas, 1973; Luckman,
1978).
Mackie (1985), rifacendosi esplicitamente
a molti degli stessi autori che abbiamo appena citato, propone
un punto di vista radicalmente fenomenologico, dove la vita quotidiana
viene affrontata come costruzione della identità, dell'individualità
e dell'esperienza, come autenticità, concezione del mondo,
essere nel mondo, costruzione della conoscenza e della razionalità.
E' una psicologia della conoscenza, della ricerca di un significato,
dove hanno cittadinanza soprattutto i concetti di rappresentazione,
percezione, ambiente soggettivo e vissuto.
Non è facile sintetizzare in poche
parole tale approccio, che generalmente preferisce il linguaggio
metafisico ed evocativo della filosofia a quello descrittivo
e per certi aspetti riduttivo delle scienze naturali. In esso,
comunque, la quotidianità è il mondo dato-per-scontato
dal soggetto, il modo in cui esso appare immediatamente, la realtà
come costruzione autonoma dell'individuo, nella prospettiva del
suo personale progetto esistenziale, piuttosto che come puntuale
e automatica registrazione di una struttura ontologica dei fatti.
Psicologia ingenua
Lo studio della vita quotidiana, da un punto
di vista psicologico, è concettualmente legato anche alla
prospettiva della psicologia ingenua. I comportamenti, gli interessi
e le opinioni messi in atto nella pratica di tutti i giorni sono
cioè una delle modalità secondo cui meglio si esprime
la scienza ingenua del soggetto, in relazione ad aspetti del
Sè, della interazione e della ideologia. La valutazione
"spontanea" degli eventi in condizioni ecologiche,
e la identificazione dei nessi causali che li legano, rappresentano
una estensione al mondo degli oggetti degli studi sulla percezione
interpersonale.
Il termine di psicologia ingenua è
stato utilizzato in particolare da Heider (1958), nell'ambito
teoretico della psicologia della Gestalt. L'assunto che ne sta
alla base riguarda la natura in qualche modo ovvia del nostro
incontro col mondo, il fatto che, in qualsiasi momento, noi percepiamo
i fatti che ci circondano come dotati di una loro realtà
evidente, di un loro chiaro significato. Se riflettiamo su tali
dati di realtà, nutriamo naturalmente una serie di dubbi
sul loro senso profondo, e tuttavia ci comportiamo nei loro confronti
come se avessimo dei punti di riferimento precisi per valutarli.
Nel caso della percezione interpersonale,
ad esempio, si sviluppa una analisi ingenua dell'azione in termini
di caratteristiche disposizionali dei soggetti, di identificazione
dei fattori significativi offerti dal contesto, di definizione
della capacità specifica degli individui, di qualità
(personale o impersonale) del rapporto di causa-effetto tra gli
eventi. In base a questi meccanismi ciascun individuo costruisce
una valutazione immediata delle situazioni e delle loro cause,
in termini di attribuzione di un ruolo preciso ai diversi attori.
Nel caso dei comportamenti e dei valori,
e quindi dei fatti quotidiani in genere, ciascun individuo organizza
dentro di sè una vera e propria teoria generale del mondo
che si basa in parte su di una riflessione razionale, nonchè
sulla cultura e sull'apprendimento pregresso, e che in parte
nasce dalla percepita evidenza delle cose. Noi possediamo delle
specie di teorie per qualsiasi evento e per qualsiasi aspetto
della vita. Può trattarsi di una vera e propria ideologia,
o semplicemente di una vaga sensazione, ma abbiamo un'idea interpretativa
per tutto ciò che ci circonda.
Il processo vale in tutti i sensi. Così
come ci pare ovvio che gli eventi possiedano una loro intrinseca
evidenza, allo stesso modo riteniamo che l'osservazione degli
eventi ci fornisca una consapevolezza delle loro leggi. In vitù
del caratteristico errore dell'osservatore, noi pensiamo che
le cose siano così come appaiono. E riteniamo spontaneamente
che osservarne l'apparenza ce ne fornisca una conoscenza immediata
e convincente.
La psicologia della vita quotidiana studia
le reazioni ingenue del soggetto a contatto immediato con la
realtà, ovvero studia lo psicologo ingenuo (ciascuno di
noi, nella vita quotidiana) nel momento in cui osserva la realtà
che lo circonda, e con cui si trova necessariamente a interagire.
E' interessante, ad esempio, che la gran
parte (83%) di un campione rappresentativo di statunitensi adulti
ritenga che la semplice esperienza della vita quotidiana fornisca
a chiunque un buon training in psicologia (Wood, Jones
e Benjamin, 1986). Analogamente: l'osservazione di un campione
di scaffali proposti sotto la voce "psicologia", in
diverse librerie commerciali non specializzate degli Stati Uniti,
ha messo in evidenza come la gran parte dei testi lì catalogati
trattano temi relativi al self-help e al self-improvement,
specie nel senso di fornire semplici criteri per affrontare i
problemi che si incontrano nella pratica di tutti i giorni (Shaffer,
Moore e Johnson, 1983).
La psicologia della vita quotidiana è
un'estensione dello studio psicologico sull'attribuzione, in
quanto ordinary explanation del comportamento interpersonale
(Antaki 1981; Gulotta 1982; Hewstone 1989), al campo della immagine
di sè e delle regole generali relative alla interazione
e ai valori culturali. Lo studio della soggettività quotidiana
permette di identificare, nei limiti del possibile, le regole
secondo cui gli individui, in un momento dato e in un contesto
culturale specifico, organizzano spontaneamente la propria rappresentazione
immediata del mondo, la propria Weltanschauung.
La definizione degli atteggiamenti e dei
comportamenti "normali", come modello di base della
quotidianità, si collega infine alla definizione di patologia
in quanto modalità appunto a-normale, e quindi al concetto
basale di distribuzione gaussiana, ai test mentali e alla loro
teoria. Identificare i criteri medi secondo cui il soggetto struttura
la propria esistenza nella vita di tutti i giorni permette infatti
di identificare meglio anche i criteri attraverso cui stabilire
la ricorrenza e l'eccezionalità (relative) di ciascun
comportamento e di ciascun valore.
Per fare un solo esempio, tra i molti possibili,
possiamo rilevare che il fatto di stabilire quale percentuale
della popolazione soffre di insonnia, e quali caratteristiche
socio-anagrafiche possiede, può aiutare a capire meglio
se la difficoltà a prendere sonno da parte di un individuo
(ad esempio: un paziente in psicoterapia) rappresenta un preciso
sintomo individuale o se invece può essere definito, almeno
per certi aspetti, come un fenomeno tipico di gran parte dei
soggetti appartenenti alla sua stessa tipologia di vita.
Psicologia della personalità
La vita quotidiana è il luogo di
costruzione e di espressione della personalità, dove le
infinite variabili specifiche della persona e quelle specifiche
delle situazioni si organizzano nella unicità del singolo
individuo e del singolo atto comportamentale. Sono proprio le
situazioni incontrate nel corso della vita di tutti i giorni
che rappresentano il banco di prova e il punto di riferimento
per affrontare lo studio del rapporto fra stabilità e
cambiamento nel comportamento individuale, che rappresenta uno
degli obiettivi centrali della psicologia della personalità
nella sua versione scientificamente più attuale (Krahé,
1992).
Nella psicologia della vita quotidiana sono
coinvolti molti temi classici della psicologia della personalità
quali, ad esempio (rifacendosi al classico Mischel, 1973): i
processi di adattamento dell'individuo alle situazioni della
vita, lo studio delle differenze individuali, lo studio dello
sviluppo, del successo e del fallimento esistenziale, della normalità
e anormalità ovvero della devianza, della strutturazione
delle emozioni nel contesto del sistema sociale e culturale,
dell'attività mentale latente, della stabilità
e dell'evoluzione del comportamento.
Alla luce di una definizione delle ricorrenze
che intervengono nella vita quotidiana è possibile sviluppare
un approccio sistematico ad alcuni dei temi attualmente più
dibattuti nell'ambito di questo settore della psicologia. Tra
gli altri: il problema del rapporto tra persona e situazione,
il problema del rapporto tra variabili individuali e variabili
sociali, lo studio dello sviluppo individuale e della socializzazione.
La quotidianità rappresenta il tipico
banco di prova della contrapposizione fra gli psicologi situazionisti,
secondo cui sono le circostanze di volta in volta presenti al
momento dato che determinano il comportamento dell'individuo
seguendo modalità costantemente mutevoli, e i sostenitori
della esistenza di tratti di personalità, secondo cui
sono piuttosto le disposizioni basali del soggetto (i tratti,
appunto) a guidare con regolarità e omogeneità
le sue riposte pur al variare delle situazioni.
Per inciso: un forte mediatore del matrimonio
in atto tra psicologia della personalità e psicologia
sociale sembra essere il riferimento alla psicologia ambientale,
ovvero alla percezione dell'ambiente, in virtù della già
citata costante vocazione ecologica, che ne è anzi la
ragione fondativa, di questo settore disciplinare (Baron e Boudreau,
1987; Perussia, 1994). Il fatto appare tanto rilevante da coincidere
addirittura con la biografia scientifica di parecchi autori rilevanti
della psicologia contemporanea della personalità, nati
scientificamente come psicologi ambientali e successivamente
passati appunto, in termini più espliciti, al campo personologico
(tra gli altri, in particolare: Craik, 1990; Walsh, Craik e Price,
1992; Little, 1987, 1989).
E' proprio partendo dalle situazioni apparentemente
incongrue della vita quotidiana che Freud, come già abbiamo
ricordato, sviluppa una delle sue argomentazioni più efficaci
sulla possibilità di dimostrare l'esistenza di una determinazione
non consapevole, ma a suo modo razionale e per certi aspetti
comprensibile, del comportamento. Sono le transazioni ricorrenti
nella vita quotidiana (i giochi) che stanno alla base della evoluzione
della psicoanalisi proposta dall'analisi transazionale di Berne.
Lo studio della vita quotidiana, in questa
prospettiva, si propone come indagine sulla personalità
"concreta". I fatti di tutti i giorni, i comportamenti
e le opinioni relativi ai temi di attualità, possono essere
affrontati come una delle modalità attraverso cui l'unicità
idiografica del soggetto si estrinseca in atti e pensieri, ed
essere visti nel contempo come una delle modalità attraverso
cui si esprime la definizione nomotetica delle regole, benchè
secondo modalità precarie e mutevoli, che presiedono alla
regolarità diffusa dei comportamenti.
La vita quotidiana è il contesto
in cui si esprime la personalità del soggetto, permettendoci
di indagarla in termini di daily experience attraverso
i resoconti, i diari personali, gli eventi, le motivazioni, le
emozioni, le strategie cognitive, i temi, gli obiettivi e i sintomi
della vita di tutti i giorni. A tale approccio si collega il
problema della misurazione ed elaborazione statistica di tali
costrutti. L'insieme degli eventi quotidiani diventa così
una specie di lungo elenco di item per un test di valutazione
della personalità in azione. Di tale strategia di ricerca
è un'ottima testimonianza, ad esempio, un recente numero
monografico del Journal of Personality (Tennen, Suls,
Affleck 1991).
Il paradigma eto-biologico
Lo studio delle interazioni quotidiane può
trarre molte indicazioni dagli sviluppi della ricerca etologica,
e in genere dalla biologia del comportamento. Questa, nata come
indagine sulle popolazioni animali, ha fornito vari spunti di
analisi anche per il comportamento dei primati umani. Dal punto
di vista della psicologia generale, i contributi principali dell'etologia
si configurano attualmente come indicazioni utili ma solo parzialmente
estensibili al caso dell'uomo, specie in termini di psicologia
comparata, anche se esistono dei lavori specificamente di etologia
umana.
La validità ecologica presenta molte
continuità con la validità etologica, nel senso
della osservazione senza interferenze in contesti naturali, ovvero
della ricerca qualitativa supportata da criteri di rilevazione
sistematica. Le metodologie di esame del comportamento animale
spontaneo, e i paradigmi interpretativi che ne derivano, rappresentano
un modello particolarmente utile se si riesce a estenderlo al
caso dell'uomo. Ciò vale specialmente per la psicologia
dello sviluppo.
I concetti di adattamento, di selezione
per la sopravvivenza, di vantaggio riproduttivo, possono risultare
molto utili per capire alcune ragioni non evidenti che determinano
l'affermarsi di certi comportamenti e di certi valori piuttosto
che di altri. In tale prospettiva, la strutturazione attuale
della vita quotidiana può essere interpretata anche come
effetto della selezione e della lotta per la sopravvivenza, nel
senso ormai classico proposto da Darwin o in quello più
recente di Hinde. Il modello della selezione dei comportamenti
e dei valori come strumenti per realizzare un migliore adattamento
degli individui in termini di maggiore capacità di sopravvivenza
della specie sta del resto alla base anche di una parte del modello
funzionalista, assai diffuso nella ricerca sul comportamento
quotidiano.
Il paradigma biologico è particolarmente
utile ad analizzare, nel soggetto, anche le determinanti genetiche
e l'ereditarietà, in modo da poter separare queste componenti,
di natura predisposizionale, dalle componenti legate invece alle
situazioni. Tale opportunità, che si lega allo studio
della genetica del comportamento (molto attuale in psicologia
della personalità), fornisce contributi rilevanti ai tentativi
di risoluzione della classica antinomia psicologica che contrappone
ciò che è innato a ciò che è appreso.
La vita quotidiana offre numerosi spunti in questa direzione.
Lo studio delle opinioni sulla scelta del
partner, sugli stili amorosi, sul matrimonio, sulla quantità
ideale dei figli o sull'aborto, ad esempio, possono fornire indicazioni
utili per capire la rappresentazione soggettiva delle strategie
riproduttive messe in atto nel mondo contemporaneo. Qualcosa
di simile può avvenire anche con lo studio del comune
senso del pudore, mentre il giudizio sulla liceità o meno
di comportamenti violenti o criminali in genere, in determinate
circostanze, può aiutare a capire i modi di strutturazione,
e di contrattazione, dell'aggressività nella nostra cultura.
Esiste poi una letteratura di impostazione
esplicitamente psico-biologica che si propone di affrontare appunto
i temi della quotidianità. Ad esempio: nel lavoro di Tupper
e Cicerone (1991) esplicitamente dedicato alla neuropsicologia
della vita quotidiana, l'introduzione si apre facendo riferimento
alla "comprensione dei problemi neuropsicologici nella vita
di tutti i giorni" ovvero all'idea di "una scienza
più ecologica" che si proponga di affrontare i "bisogni
pratici" e "le situazioni del mondo reale". In
questo sforzo interessante, e in parte fondativo, la dimensione
fisiologica, e le sue determinanti, vengono affrontate come strumenti
significativi di comprensione anche di comportamenti che appaiono
molto più soggettivamente che non biologicamente determinati.
Sempre in tema di approccio alla quotidianità
attraverso modelli biologici, possiamo ricordare ad esempio il
saggio di Chelunc (1985), anch'esso di ispirazione neuropsicologica,
dove si parla di valutazione delle competenze pre- e post- trattamento,
di ruolo del paziente, di effetti della riabilitazione cognitiva
e delle sue risorse. Mendlewicz e Van Praag (1983), dal canto
loro, trattano gli aspetti del ritmo biologico connessi al comportamento
e alla psicopatologia. Nelson, Bandura e Goldman (1990) analizzano
le fluttuazioni stagionali dei comportamenti di base come modelli
di organizzazione della vita sia nell'animale sia nell'uomo,
in particolare per quello che concerne i seasonal affective
disorders (SAD), forse legati alle psicopatologie bipolari.
Thorneycroft (1987) mette in luce, con numerosi e interessanti
esempi, il fattore di stagionalità che struttura, spesso
senza che ne siamo consapevoli, molti aspetti della vita quotidiana,
come il ritmo dei decessi di soggetti umani piuttosto che l'acquisto
di immobili. Buss (1994) utilizza il modello darwiniano per studiare
le strategie di scelta del partner, sia nel contesto delle close
relationships in genere sia con riferimento agli obiettivi
riproduttivi.
L'efficacia del modello eto-biologico, dal
punto di vista trattato in queste pagine, nasce principalmente
dalla opportunità di studiare il comportamento quotidiano
sulla base di modelli interpretativi che vanno al di là
sia dell'autocoscienza del soggetto sia delle sue determinanti
psicologiche inconsapevoli. Attraverso l'inquadramento dei gesti
quotidiani in uno scenario di riferimento più ampio, e
cioè facendo riferimento allo sviluppo filogenetico, è
possibile capire meglio le scelte comportamentali attraverso
il riferimento a variabili di orgine extra-psicologica ma che
trovano nella strutturazione della soggettività uno strumento
di organizzazione particolarmente efficace.
Interazionismo simbolico
L'analisi delle interazioni rappresenta
uno dei contributi più sistematici della psicologia allo
studio della vita quotidiana (Blumer, 1969). Esso discende in
primo luogo, come già abbiamo accennato, dalla tradizione
pragmatista di Peirce, James e Dewey, ovvero da George Herbert
Mead (1934) e quindi si collega al lavoro di Blumer (1969) e
al fondamentale lavoro di Goffman.
L'influenza di Mead sulla cultura americana
va ben al di là del problema della vita quotidiana, arrivando
a definire in modo significativo tutto il quadro delle scienze
umane e sociali di questo secolo. Il suo lavoro, peraltro raramente
pubblicato da lui stesso in forma sistematica ma che anzi ci
è giunto principalmente attraverso pubblicazioni postume,
ha messo l'accento su alcuni concetti, oggi ormai largamente
condivisi, benchè non sempre in termini consapevoli, da
molti ricercatori. Tra questi, merita ricordare in accenno: la
realtà centrale del mondo sociale, pure attraverso gli
atti e la soggettività del singolo; la funzione primaria
del linguaggio nello strutturare simbolicamente e pragmaticamente
la realtà; la natura interpersonale del Sè, che
si esprime principalmente in termini di ruoli; la funzione centrale
del tempo.
Il maggiore rappresentante contemporaneo
dell'interazionismo simbolico è probabilmente Erving Goffman
che, sin dal suo primo testo (1959) e poi nei molti lavori successivi
(ad esempio: 1963, 1971), si preoccupa appunto di studiare la
vita quotidiana come rappresentazione. E' difficile sintetizzare
in poche parole l'affascinante e vivace lavoro di questo autore.
Il suo modello interpretativo principale può tuttavia
essere ricondotto al tema di base secondo cui il comportamento
del soggetto viene interpretato come un costante sforzo per adeguare
i propri progetti individuali a un copione drammaturgico implicito,
che il contesto sociale propone come particolarmente efficace
per la sopravvivenza ovvero per il successo delle strategie individuali.
La vita quotidiana può venire indagata
allora come una performance teatrale, attuata sulla scena
di tutti i giorni, dove ogni personaggio non può fare
a meno di interpretare una parte, recitata a soggetto ma all'interno
di un canovaccio culturale, che è complementare a quella
degli altri attori (di tutti gli altri indidividui con cui il
singolo interagisce, in concreto e simbolicamente). La definizione
del sè si sviluppa attraverso le successive interpretazioni
di ruoli, in collegamento con quanto ciascuno riesce a esprimere
di proprio ovvero a quello che gli altri interpretano della sua
azione, ovvero ancora a quello che l'attore percepisce delle
parti interpretate dai soggetti con cui si trova a interagire.
La realtà è data per scontata, ma solo nel senso
in cui viene dato per scontato il canovaccio attorno a cui si
dipanano le vite di ciascuno.
Il dibattito successivo su Goffman (Ditton,
1980) ha sottolineato, come punti chiave della sua proposta teorica,
in particolare: la maschera, il concetto di Sè, la costruzione
sociale della realtà, le interazioni, le strategie, i
copioni, la recitazione. E' un contesto in cui le apparenze,
intese come rappresentazioni e percezioni, si confondono decisamente
con le realtà (soggettive). La vita ha un significato,
e proprio quel significato, solo in quanto noi, e il nostro contesto
di interazioni, glie lo attribuiamo di momento in momento.
Il modello dell'interazionismo simbolico
si è sviluppato, particolarmente nel periodo post-bellico,
nella teoria dei ruoli, nello studio delle interazioni comunicative
e nella teoria dei sistemi, oltre che nell'analisi delle transazioni
e nello studio delle interazioni quotidiane come giochi ripetitivi.
Ha ricavato molto dalla scuola interazionista anche il paradigma
della costruzione sociale della realtà di Berger e Luckman
(1966), nonchè il concetto di sociologia come studio della
dimensione sociale della vita quotidiana.
Per non fare che qualche esempio, possiamo
notare che le modalità secondo cui viene rappresentata
la giustizia piuttosto che i rapporti di lavoro possono fornire
una utile descrizione dei principi generali in cui si strutturano
appunto i ruoli nell'ambito di interazioni significative. Analogamente:
capire che cosa ci si aspetta da un marito, o quali sono le caratteristiche
dell'amico ideale, può aiutare a definire le rappresentazioni
di ruolo diffuse nella nostra cultura.
La prospettiva drammaturgica si è
sviluppata anche in una prospettiva psicoterapeutica e di esperienza
per la crescita personale. Il modello drammaturgico ha trovato
infatti una propria strutturazione operativa nel movimento dello
psicodramma (Moreno,1946, 1947; Moreno e Moreno Toeman, 1946),
basato sulla dimostrata possibilità di ristrutturare più
efficacemente i propri ruoli, abitualmente agiti secondo moduli
stereotipali nella vita quotidiana, attraverso una loro messa
in scena opportunamente organizzata da uno psicologo che dirige
il soggetto (divenuto protagonista della propria vita, seppure
in un contesto di semirealtà) verso soluzioni più
consapevoli, nuove e creative (De Leonardis, 1994; Boria, 1997).
Teoria critica
Tra gli studiosi che maggiormente hanno
affrontato l'esame della vita quotidiana si annoverano, paradossalmente,
quelli che ne hanno fondato in modo più netto il rifiuto
teorico. La scuola cosiddetta della "teoria critica",
come rifiuto dello status quo istituzionale, è
stata infatti, almeno in Europa, la principale ispiratrice dell'analisi
teorica della quotidianità.
La teoria critica è una filosofia
materialista-dialettica a vario titolo marxiano ma mediata da
una profonda complessità intellettuale di sapore anche
fenomenologico-esistenzialista. E' un atteggiamento di pensiero
per definizione orientato al cambiamento, ma in termini teorici
più che politici, e comunque non decisamente "di
sinistra" nè "di destra", che si collega
in particolare alla tradizione della scuola di Francoforte (da
Adorno e Horkehimer a Benjamin). Tale corrente teorica si è
molto occupata della vita quotidiana, che ne rappresenta anzi
uno degli oggetti di analisi più qualificanti, considerandola
principalmente come il prodotto di rapporti di forza economici
(capitalistici) che adempiono alla funzione di impedire, attraverso
lo sfruttamento del più debole da parte del più
forte, lo sviluppo dell'esistenza individuale a favore dell'alienazione
produttivistica (Lefebvre, 1968).
La teoria critica della cultura interpreta
le rappresentazioni sociali come espressioni del prevalere dell'interesse
egoistico e dell'ideologia, ponendo in primo piano il benessere
materiale, come feticcio dell'affermarsi della società
industriale, sopra a qualsiasi altro sviluppo delle qualità
(soprattutto intellettuali) della vita. In tale contesto "la
vita quotidiana è il mondo dato per scontato" e l'idea
di vita quotidiana "corrisponde al vissuto del tempo come
entità omogenea (...) il tempo della ripetizione, della
vita materiale come banalità triviale, come insieme assurdo
e volgare di routines" (Jedlowski 1986, p.7).
Secondo gli autori legati alla teoria critica,
la vita quotidiana viene fatta coincidere con il "senso
comune", con il consumo, la sussitenza, lo sfruttamento,
la tecnologia, la razionalità e il privato, ovvero in
genere con gli aspetti considerati più banali dell'esistenza
e con gli atteggiamenti conservatori. Tali istanze alienanti
e mistificatorie, espresse appunto nella presunta mediocrità
del quotidiano, vengono contrapposte, soprattutto negli anni
'60 e '70, alla creatività, alla fantasia e in genere
alle potenzialità di realizzazione e di progresso attribuito
al sociale e alle sue opportunità di sviluppare un cambiamento
verso il mondo nuovo dell'integrazione collettiva. L'intervento
critico consiste allora nel mettere in discussione questo assunto,
basato sulla ovvietà di un mondo quotidiano considerato
come falsa coscienza, per lo più con l'obiettivo di modificarlo
(Brown, 1973).
Il quotidiano viene avvicinato come un "dramma
uniforme" (Conti e Romano, 1979) e l'analisi degli stili
di vita si traduce inesorabilmente in una critica dello status
quo (Habermas 1979). La vita di tutti i giorni diventa il falso
riferimento della rete di miti e di ideologie che costituiscono
la funzione della società come sistema di condizionamento
del pensiero sociale, come repressione, burocratizzazione, discriminazione,
manipolazione. La vita quotidiana (Maffesoli, 1979) diventa non-senso
del sociale, accettazione del destino, messa in scena, maggioranza
silenziosa, prosaicità, insignificanza, ripetitività,
produttivismo, gioco del concreto, apparenza. Il fantastico quotidiano
è la finzione della realtà. Il tragico è
sentimento di un ciclo, simulacro, teatralizzazione.
La dimensione soggettiva della quotidianità
viene letta per contrasto rispetto ad altri paradigmi, considerati
per definizione preferibili. Essa rappresenta il consolidamento
istituzionale contrapposto allo stato nascente della creatività
innovativa (Alberoni, 1968). Alla luce del presupposto sessantottesco
secondo cui "il personale è politico", l'uniformità
conformista del day-by-day viene posta in antitesi con
il potenziale rivoluzionario attribuito all'uomo nuovo della
promessa marxista. Questa lettura si richiama frequentemente
al modello pessimista della personologia psicoanalitica e in
particolare al concetto di disagio della civiltà espresso
dall'ultimo Freud (1929) come rinuncia alla genuinità
delle pulsioni primitive per favorire le necessarie limitazioni
reciproche della vita in collettività. Concetto efficacemente
ripreso, nella versione che meglio può interessarci qui,
nel lavoro di Marcuse (1964, 1966).
La quotidianità viene dunque percepita
da molti intellettuali essenzialmente come il luogo dell'alienazione,
in cui si esprime la natura repressiva della civiltà (Caccamo
De Luca 1979). Ciò dipende anche dal fatto che il quotidiano
rappresenta il luogo della concretezza, e quindi necessariamente
del limite, rispetto alla fantasia e alla creatività.
Quotidianità è Principio di Realtà, per
dirla ancora con Freud, contrapposta alla grandiosità
della fantasia e del Principio di Piacere. Quotidianità
è il luogo della banalità prosaica e materiale,
contrapposto all'eleganza del pensiero astratto e intellettuale.
La quotidianità è una gabbia da cui tentare in
tutti i modi di fuggire (Cohen e Taylor, 1978). Il soggetto alienato
è rappresentato essenzialmente dalle masse eterodirette
che vengono descritte come folla solitaria (Riesman, 1950), come
uomini dell'organizzazione (Packard, 1956), come donne espropriate
della propria diversità (Smith,1987), e in genere come
proletariato e piccola borghesia rispetto a cui l'intellettuale
si propone come mente pensante e appunto critica.
Il rilievo della quotidianità diventa
la testimonianza della perdita di peso delle grandi teorizzazioni
onnicomprensive dell'ottocento, che lasciano spazio a microteorie
di piccolo cabotaggio. Nella semplicità elementare di
quello che avviene ogni giorno si perde la complessità
delle letture profonde del reale. E nel contempo acquista di
peso il concetto di "mondo privatizzato" (Brittan,
1977), l'idea della individualità e del singolo come attore
della storia (Derber, 1979).
In generale, comunque, lo studio della quotidianità
viene fatto coincidere, in tale prospettiva, con un intervento
di natura oppositiva. Non interessa tanto studiare la vita di
tutti i giorni, quanto piuttosto cambiarla. Il quotidiano, in
quanto staticità, viene cioè negato a favore del
cambiamento, in quanto eccezionalità. Invece che studiare
la gente, si preferisce adoperarsi, di solito a tavolino, per
favorire l'avvento del proletariato, o meglio l'avvento di una
concezione intellettualizzata di quest'ultimo. L'approccio della
teoria critica alla vita quotidiana è fondamentalmente
di natura morale, e spesso moralistica.
In non pochi dei testi appena citati, il
riferimento alla vita quotidiana è piuttosto vago e generico,
nel senso che la quotidianità viene fatta coincidere con
l'essere-al-mondo in senso lato. Inoltre: la metodologia applicata
dalla teoria critica consiste solo raramente di rilevazioni empiriche.
La ricerca viene concepita essenzialmente come esame razionale
di presupposti teorici e il dato quantitativo viene avvicinato
con diffidenza, in quanto espressione di quella stessa macchina
mistificatoria e oggettivante che si vuole invece contrastare.
La ricerca sul quotidiano viene insomma
fatta coincidere con la sua giustificazione. E il rifiuto del
quotidiano significa rifiuto della società classista,
alienante, reificata (Deleuze e Guattari 1972). Rifiutare lo
studio "fotografico" della quotidianità significa,
per gli epigoni della teoria critica, rifiutare la parcellizzazione
dell'uomo, la sua riduzione a gesti elementari, meccanici, parziali.
Le rilevazioni empiriche sui comportamenti,
sugli interessi e sulle opinioni del pubblico non vengono dunque
interpretate come un potenziale di democrazia, come fanno quasi
tutti gli esponenti del movimento per l'opinione pubblica, da
Gallup a Luzzatto-Fegiz, bensì piuttosto come giustificazione
implicita del potere e quindi come complicità con questo.
La teoria critica, pur ponendo la vita quotidiana al centro della
propria attenzione, si rifiuta di analizzarla con gli strumenti
di un approccio empirico, oggettivante e scientifico, poichè
questo viene giudicato come fondamentalmente autogiustificatorio.
Da un punto di vista più prosaicamente
(forse) oggettivista, possiamo notare, quanto meno, che anche
il concetto di falsa coscienza può essere capito meglio
(e in termini relativamente più "democratici"
in quanto più attenti al parere altrui, oltre che al proprio)
se lo si definisce in termini quantitativi. Rilevare se la tendenza
delle persone è quella di sentirsi soddisfatti oppure
no della propria vita, o definire quali sono le cause percepite
del proprio livello di soddisfazione (o insoddisfazione), aiuta
a capire meglio in che cosa consiste il sentimento dell'alienazione,
quanto meno per il vissuto quotidiano del pubblico (anche se
forse non per il mondo degli intellettuali spiritualisti che
se ne fanno portavoce). Una simile considerazione potrà
apparire ingenua a qualcuno, ma se non altro è un tentativo
di ragionare sulla base dei fatti (ovvero sulla loro rappresentazione
soggettiva empiricamente determinata) più che sulle loro
immagini soggettive sviluppate dai singoli studiosi.
Filosofia della scienza
La teoria critica si è in parte rivitalizzata,
nell'ultimo ventennio, attraverso il moderno sviluppo della filosofia
della scienza e la crescita del cosiddetto pensiero debole. Secondo
molta della epistemologia contemporanea, il pensiero quotidiano
è la situazione in cui meglio si può documentare
la tesi generale dello scienziato come soggetto inesorabilmente
condizionato dalle proprie teorie più che dalla pretesa
evidenza dei fatti, ovvero dell'uomo come scienziato necessariamente
ingenuo. Il pensiero senza fondamenti (Gargani, 1978), che si
esprime nella quotidianità ma che può essere ritrovato
costantemente anche nell'operare dello scienziato più
sofisticato, è la prova del carattere relativo delle rappresentazioni
scientifiche.
L'ingenuità spontanea dell'uomo-in-situazione
(Tullio-Altan, 1971, 1974) può essere considerata il modello
originario della curiosità scientifica. Studiare le modalità
secondo cui questa si esprime in termini immediati offre l'opportunità
di definire un'ermeneutica più realistica di quella che
alcuni sistemi scientifici autopropongono (forse con ecessivo
trionfalismo) per se stessi. In tale prospettiva la filosofia
della scienza tende a presentarsi come psicologia della
scienza (Laudan, 1977) nel senso che l'azione dello scienziato
viene percepita come un caso particolare del processo di problem
solving tipicamente studiato dalla ricerca psicologica classica,
specie gestaltista e cognitivista. Essa può trovare inoltre
utili spunti di riflessione nel concetto di uomo come "scienziato
ingenuo" (Kelly, 1955), in quanto soggetto costantemente
preoccupato di controllare il corso degli eventi in cui si trova
coinvolto sviluppando previsioni attendibili sui loro meccanismi.
I valori, le opinioni, e anche i singoli
comportamenti di tutti i giorni, rappresentano allora la forma
elementare (il grado zero)della conoscenza umana quale si esprime
in assenza (o meglio: in limitata presenza) delle regolamentazioni
della realtà implicitamente sottese ai modelli scientifici
codificati. Lo studio del pensiero ingenuo, e delle sue teorizzazioni
poco strutturate, permette di evidenziare l'approccio naturale
alla complessità.
Ad esempio: la rappresentazione diffusa
della salute, e dei motivi che la determinano ovvero la insidiano,
è una buona esemplificazione della biologia, o della medicina,
ingenua tipica del nostro tempo. Lo stesso vale per i modi quotidiani
del risparmio o per la valutazione degli aiuti internazionali,
che testimoniano della teoria economica diffusa presso il pubblico
dei non specialisti.
La filosofia della scienza tende oggi ad
avvicinare le strategie epistemologiche dello scienziato a quelle
dell'uomo comune, e a utilizzare l'analisi delle une per comprendere
anche le altre. La ricerca sulla psicologia della vita quotidiana
può dunque risultare utile a completare i dati su cui
operare, poichè affianca alle strategie di ricerca degli
scienziati (relativamente note in quanto solitamente pubblicate
e descritte nel dettaglio) una descrizione sistematica delle
interpretazioni espresse dall'uomo comune. Queste ultime sono
state spesso evocate sulla base di ipotesi a tavolino, e possono
invece, attraverso l'indagine empirica, venire definite in termini
(relativamente) più obiettivi.
Psicologia sociale
Lo studio della psicologia della vita quotidiana
coincide in parte con la ricerca in psicologia sociale, a sua
volta molto legata alla psicologia della personalità,
specie per quanto riguarda temi quali la costruzione del Sè,
le rappresentazioni sociali, le interazioni quotidiane. Questo
settore della psicologia fornisce anche un importante contributo
metodologico, in termini di strumenti e di tecniche, sia per
la rilevazione sia per l'analisi dei dati.
E' nella psicologia sociale che hanno trovato
una sistemazione particolarmente brillante le ricerche sulla
pubblica opinione, gli studi quantitativi sulle relazioni interpersonali,
l'analisi dello sviluppo della personalità nel contesto
culturale. La psicologia sociale si è occupata tuttavia
più spesso dei processi che non dei contenuti. Ha cercato
di indagare, ad esempio, le dinamiche della leadership,
ma solo di rado si è proposta di fotografare quantitativamente
l'effettiva diffusione degli stili di influenza nei gruppi naturali.
Ha indagato le relazioni duali, ed i loro meccanismi, ma attribuendo
un rilievo limitato allo studio dei tipi effettivamente diffusi
di relazioni amicali e di scelte interpersonali.
Proprio l'analisi della vita quotidiana
offre allora una opportunità di rendere questi studi,
talvolta giudicati un po' astratti, più concreti di quanto
non avvenga in laboratorio (Conti e Romano, 1976). Ad esempio:
identificare sistematicamente gli usi del tempo libero, piuttosto
che la fruizione dei mezzi di comunicazione di massa, potrà
aiutare a verificare meglio le teorie e gli studi sperimentali
sul comportamento in situazioni strutturate liberamente. Produrre
un censimento dei comportamenti devianti, e delle loro immagini
sociali, aiuterà a inquadrare meglio le teorie sul rapporto
fra normalità e devianza nonchè quelle sulla strutturazione
dei gruppi sociali allargati.
In questa direzione si sono mossi molti
studiosi, producendo anche dei testi a carattere manualistico
di notevole interesse (ad esempio: Franklin e Kohout, 1973; Antaki,
1981; Furham e Lewis, 1986; Argyle, 1992; Gulotta, 1995). Fra
le aree più rappresentative della ricerca psicosociale
contemporanea in tema di vita quotidiana paiono altresì
specialmente interessanti le indagini che affrontano il tema
della comunicazione in genere e particolarmente quelli legati
all'analisi della conversazione.
Antropologia, storia e sociologia
La psicologia della vita quotidiana ricava
la sua legittimità scientifica, oltre che molti spunti
e modelli interpretativi, dalla generalità delle scienze
umane. Anche molti degli studi già citati possono essere
collocati solo con una certa forzatura nell'ambito di questa
o quella disciplina, appartenendo tutti a uno sforzo di comprensione
dell'uomo in azione che non può essere circoscritto a
un modello concettuale rigidamente definito. Il riferimento alla
quotidianità e alla pratica è una scelta diffusa
ben al di là della ricerca psicologica. Ne possiamo rilevare
ancora altri prototipi in ordine sparso.
Ad esempio, la lettura etnometodologica
(Garfinkel 1967; Mehan e Wood, 1975; Cicourel, 1973; Psathas,
1973; Schutz e Luckmann, 1973; Turner, 1974; Giglioli e Dal Lago,
1983; Suchman, 1987) si sforza di coniugare il funzionalismo
con la fenomenologia attraverso il concetto di people's methods,
ovvero delle modalità spontanee attraverso cui la razionalità
applicata costruisce continuamente un mondo e una società
funzionali alle proprie necessità secondo schemi più
sofisticati di quanto possa apparire a prima vista. Tale razionalità
"pratica" non coincide con quella scientifica, ma in
qualche modo vi somiglia, anche se nei termini di un efficace
dilettantismo. Attraverso l'etnometodologia, originariamente
sviluppata a partire dallo studio delle società cosiddette
primitive, è possibile talvolta rilevare le strutture
relativamente universali di queste regole generali di organizzazione
del mondo, le quali sottostanno all'azione umana in modo parzialmente
indipendente dal tipo di contesto sociale e culturale in cui
si manifestano.
Un altro concetto che sta a cavallo di diverse
scienze umane è quello di "personalità di
base" (Kardiner, 1939; Kardiner, Linton, Du Bois e West,
1945; Linton, 1945), intesa come punto di incontro tra la dimensione
individuale intrapsichica e quella socio-culturale interpsichica,
dove la natura individuale della personalità si trova
ad agire nei limiti tracciati dal contesto culturale (dalla lingua,
dagli usi, dalle ideologie) analogamente a come l'organizzarsi
della cultura e della società dipendono dai limiti specifici
dell'individuo (dalla sua predisposizione a essere condizionato,
dai suoi archetipi, dalle sue strutture biologiche e motivazionali).
L'uniformità del quotidiano, nella prospettiva antropologica
della personalità di base, perde la sua natura di drammatica
alienazione per diventare semplicemente la cornice di normalità
di un agire medio che non è necessariamente mediocre.
La personalità di base diventa il mediatore tra la dimensione
individuale, centrifuga, e quella collettiva, centripeta, e rappresenta
il prodotto sia dell'adattamento alla vita in collettività
sia dello sviluppo di opportunità d'azione attraverso
il confronto con gli altri. Rappresenta ciò che vi è
di generale ovvero di condiviso tra i soggetti, in quanto minimo
comune denominatore della loro unicità e individualità
ma anche del loro essere sociali e interagenti.
Sempre in questa direzione si muove la recente,
e ormai consolidata, tradizione di ricerca storica che parte
dai fin troppo citati Annales, attraverso l'accento che
gli autori di tale corrente pongono sulla vita materiale e sulla
dimensione sociale nella ricostruzione degli eventi. Oggetto
rilevante di questo approccio minimalista alla storia sono, ad
esempio secondo la ricca miscellanea di Gardner e Adams (1983),
le cose comuni, la vita quotidiana, passata o presente, i fatti
più prosaici e il privato. Tale storia sociale, detta
anche microstoria, è certamente legata all'influenza delle
scienze umane e sociali, e si è particolarmente affermata
nel clima politico che, dagli anni '60 in poi, ha portato in
primo piano il rilievo delle masse rispetto a quello delle élite.
Nel suo riferirsi alla costruzione soggettiva del proprio ambiente,
la social history viene allora identificata con un modello
di analisi che in buona parte è psicologico o quanto meno
psicosociale.
La vita quotidiana permette anche, tra l'altro,
una verifica in concreto della presenza di strutture universali
della cultura secondo il modello, ad esempio, di Levy Strauss
o dei formalisti russi. Tale modello si collega alle modalità
naturali di espressione del linguaggio, e quindi all'analisi
linguistica e allo studio delle strutture comunicative.
Psicologia della motivazione e dell'apprendimento
Alla base della psicologia della vita quotidiana
si trova un assunto fondamentale che deriva dallo studio della
motivazione. Secondo tale prospettiva, esiste una separazione
decisiva tra la pulsione-spinta, come fattore che fornisce l'energia
di base all'azione del soggetto, e le modalità di soddisfacimento
materiale di tale bisogno, che si riferiscono a un oggetto concreto
(tra i molti possibili) attraverso cui la pulsione viene soddisfatta.
E' il modello psicoanalitico dell'oggetto come gratificatore
sempre parziale, ovvero del costruirsi dell'Io come sistema di
adattamento ai "fatti", attraverso la funzione plasmante
del Principio di Realtà che trasforma il narcisismo primario
in possibilità di sopravvivenza. E' il modello generale
della motivazione, come moneta emozionale relativamente sempre
uguale e indeterminata che può essere spesa in comportamenti
gratificatori di volta in volta diversi.
Allo studio della motivazione, la psicologia
della vita quotidiana fornisce il riscontro delle modalità
generali secondo cui, al momento dato e nella società
data, l'insieme indistinto dei moventi basali degli individui
trova una sua effettiva realizzazione in una serie specifica
di oggetti e di valori cui ancorarsi. Definire ad esempio i punti
di riferimento giudicati come fondamentali per la propria soddisfazione
di vita, piuttosto che gli oggetti materiali verso cui si nutre
una maggiore propensione all'acquisto, fornisce un punto di partenza
molto utile alla comprensione dei meccanismi motivazionali e
delle loro interazioni.
La teoria della motivazione viene completata
dal modello dell'apprendimento. Questo, come è noto, viene
generalmente riassunto nella sequenza: attivazione, segnale,
comportamento, rinforzo. E lo studio della quotidianità
può fornire il quadro reale (ecologico), nel caso del
soggetto umano, secondo cui generalmente si presentano tutti
e quattro questi aspetti nella vita al di fuori del laboratorio.
Può aiutare a cogliere i modelli di attivazione (ad esempio:
quanto spesso e in che circostanze si sentono impulsi di fame),
i segnali (come vengono classificati i cibi secondo le categorie
spontanee diffuse nel pubblico), i comportamenti (che cosa si
mangia effettivamente e quando), i rinforzi (quali cibi vengono
considerati gratificanti, e in base a quali strategie di gratificazione).
L'opinione pubblica e i consumi
A questo punto potremmo rilevare che esiste
già una forma sistematica di analisi psicologica della
vita quotidiana, utile nella prospettiva delineata in queste
pagine, anche se si presenta sotto un nome differente e relativamente
ostico per il ricercatore psicologico di base. Parlo della ricerca
sulla psicologia delle scelte economiche, dei comportamenti di
consumo e dell'opinione pubblica in genere.
Su questi temi esiste una ricca letteratura
pubblicata (per non ricordare che qualche esempio recente: Pitts
e Woodside, 1984; Juster e Stafford, 1985; Brinberg e Leutz,1986;
Umicker-Scbeok, 1987; Foxall,1990; Mullen e Johnson, 1990; Robertson
e Kassarjian,1991). Ma molto maggiore è il contributo
non pubblicato.
La ricerca sui comportamenti "di mercato"
rappresenta il polo applicativo estremo dell'indagine sulla vita
quotidiana. Essa viene condotta generalmente in un contesto relativamente
povero di riferimenti teorici espliciti, anche se ovviamente
ricco di una dimensione teorica implicita che viene data per
scontata in quanto largamente condivisa dalla comunità
degli operatori. Si tratta peraltro di un enorme corpus
di dati che sono cresciuti in un certo senso da soli, senza grandi
discussioni teoriche e senza farsi notare.
La ricerca detta di mercato è il
contesto di studio della soggettività entro il quale viene
raccolto l'insieme di dati empirici in assoluto più ricco
di tutta l'indagine psicosociale. Sulla base di una lunga frequentazione
diretta del settore, mi sentirei infatti di affermare con sicurezza
che non esiste quasi comportamento, atteggiamento o opinione,
per quanto marginale, strano o curioso esso sia, che non venga
sottoposto con una certa regolarità al monitoraggio della
ricerca (privata). Ogni giorno, in Italia e nel mondo, vengono
condotte centinaia di rilevazioni sugli aspetti più diversi
della vita quotidiana, sulla base di campioni altamente rappresentativi
e di metodologie non meno rigorose (anzi, spesso, più
rigorose) di quelle utilizzate in università.
Sull'indagine di mercato esistono peraltro
molti stereotipi negativi, oltre che molta ignoranza (dovuta
a mancanza di esperienza diretta). Gli attori di tale lavoro
di ricerca sono spesso professionisti di alto livello. A questa
attività si dedicano, o si sono dedicati, privatamente
quasi tutti i più bei nomi della ricerca scientifica universitaria
nel campo della psicologia e della sociologia, anche molti di
quelli più "puri" e "insospettabili".
La solidità scientifica del sistema è dunque molto
elevata.
Chi ha conoscenza di questo settore sa che
gli oggetti della ricerca sull'opinione pubblica sono molto più
ampi e "astratti" di quanto si creda. Questo tipo di
indagine è una delle aree maggiormente combattute dai
fondatori della teoria critica. Tale opposizione discende dalla
convinzione secondo cui la psicologia dei consumi si occupa della
reificazione dell'esistenza, in quanto trasformazione degli elementi
ideali in oggetti (Baudrillard, 1968, 1970). Solo che, nella
realtà quotidiana, l'oggetto della ricerca di opinione
e di marketing è molto più spesso un tema di base
(ad esempio: l'impatto dei media, la condizione giovanile) che
non un aspetto strettamente concreto-applicativo (ad esempio:
il consumo del tale detersivo). Il suo oggetto d'elezione non
è infatti il singolo comportamento elementare di consumo,
di per sè interessante ma relativamente poco utile sul
piano strategico, quanto piuttosto la costruzione, da parte del
pubblico, della immagine di sè, e del rapporto con gli
altri, attraverso la scelta degli oggetti d'uso, di quelli simbolici,
e degli stili di vita.
E' inoltre curioso notare che anche molti
esponenti di rilievo della teoria critica (valgano per tutti
Adorno e Horkeimer) hanno vissuto buona parte della loro vita
professionale conducendo ricerche di mercato (lavorando, ad esempio,
al Radio Project a New York). Anche Lewin, uno dei fondatori
riconosciuti della psicologia sociale, si è occupato costantemente
di ricerca motivazionale e ha sviluppato il suo concetto di ricerca-azione
nel medesimo contesto concettuale, e con gli stessi committenti,
della ricerca applicata alle strategie di mercato. E in generale
la psicologia sociale, o almeno quella di matrice nordamericana,
ha ricavato dal mondo della ricerca sull'opinione pubblica e
sulla comunicazione, per lo più in connesione con le strategie
di marketing, molti strumenti di ricerca, molte informazioni,
molte occasioni di sviluppo scientifico e anche molti finanziamenti
per gli studiosi più conosciuti e stimati.
Va poi sottolineato che i campioni e le
metodologie normalmente in uso nella ricerca d'opinione e di
mercato sono talmente più ricchi e sofisticati della media
ricerca universitaria in psicologia sociale, specie in Italia,
che il confronto è quasi privo di senso. Nella indagine
sull'opinione pubblica non esiste proprio il campione fatto di
studenti universitari, o il sample of convenience. Non
è pensabile che scelte imprenditoriali o politiche le
quali possono coinvolgere investimenti dell'ordine di molti miliardi,
ovvero la vita di milioni di persone, avvengano sulla base delle
risposte fornite da 50 matricole di psicologia intervistate a
lezione, come spesso avviene invece nella ricerca universitaria.
La psicologia dei consumi è mal vista
da una parte della tradizione accademica principalmente per le
sue presunte intenzioni manipolatorie. Uno dei grandi miti da
cui è circondata è riconducibile a quello, di derivazione
psicoanalitica, secondo cui il comportamento è determinato
principalmente da motivazioni inconsapevoli, che però
il ricercatore sarebbe in grado di capire attraverso la sua ricerca,
per cui ci sarebbe la possibilità, per l'astuto intellettuale
che sa, di aggirare la volontà e la coscienza dei soggetti
operando appunto su tali determinanti inconsce. Questa dimensione,
particolarmente accarezzata negli Stati Uniti, è stata
rappresentata, ad esempio, da intraprendenti autodidatti che
si proponevano come esperti nella manipolazione del pubblico
(Cheskin, 1957, 1959). Queste stesse argomentazioni, relative
alla capacità della psicologia di manipolare gli altri,
sono state del resto utilizzate anche da John Broadus Watson
che, come è noto, una volta lasciata l'università
dopo avere fondato il comportamentismo scientifico, passò
a occuparsi di pubblicità e di marketing "vendendosi"
al mondo industriale proprio sulla base delle proprie dichiarate
capacità manipolative (Buckley, 1982).
L'approccio tendenzialmente manipolatorio
alla psicologia della vita quotidiana è stato stigmatizzato
in alcuni concetti chiave della psicologia sociale moderna, che
abbiamo già citato, quale quello della "folla solitaria"
e alienata che è pronta ad affidarsi a qualsiasi autoritario
fornitore di senso sociale (Riesman 1950), o quello dei "persuasori
occulti" proposto nella fortuna monografia di Packard (1956),
ovvero quello, teoreticamente più sofisticato, di "uomo
a una dimensione" (Marcuse 1964).
Attorno alla psicologia dei consumi si sviluppa
insomma un dibattito parallelo, o speculare, a quello della teoria
critica, ma a un livello generalmente più pragmatista
oltre che spesso, ma non sempre, più ingenuo. Il tutto
si gioca sulla fantasia di fondo che sia possibile controllare
con facilità il pensiero degli individui. Per gli uni
ciò rappresenta una opportunità di successo imprenditoriale
da utilizzare senza pregiudizi, per gli altri si tratta di una
malefica volontà dei potenti a dominare le coscienze.
In entrambi i casi quella che domina è la teoria del complotto,
da attuare o da scongiurare, in cui il capitalismo, in quanto
espressione della razionalità che sa controllare le emozioni,
può, nel bene e nel male, dominare la gente (intesa variamente
come proletariato o come classe media) attraverso arti occulte
e vagamente stregonesche. Entrambe queste fantasie si sono storicamente
scontrate col misero fallimento di infinite iniziative, che si
proponevano appunto di manipolare il pubblico, le quali non hanno
sortito alcune successo.
E' interessante notare che il modello tentativamente
manipolatorio della psicologia dei consumi si collega di fatto
proprio a quella idea di conoscere il mondo per cambiarlo che
rappresenta un caposaldo della teoria critica, ma viene osteggiato
proprio dagli autori più "critici" per il fatto
che questo cambiamento sembra potersi attuare solo attraverso
la manipolazione, e comunque in una direzione diversa da quella
che i critici vorrebbero riuscire a realizzare.
Concettualmente distinta dalla psicologia
dell'opinione pubblica e dei consumi, ma ad essa strettamente
imparentata, è la psicologia economica su cui esiste,
almeno a partire dal fondamentale contributo di Katona (1951),
una bibliografia ormai notevole ed assai aggiornata (Gaunert
e Olander, 1989; Maital, 1988; Van Raaij, Van Veldhoven e Warneryd,
1988; Furham e Lewis, 1986; Baxter, 1988; Earl, 1988; Albanese,
1988). Questa si occupa di temi simili a quelli della psicologia
dei consumi, ma nel tentativo di definire una teoria psicologica
del comportamento economico nel suo complesso, piuttosto che
una descrizione circoscritta delle singole scelte di consumo,
di fruizione o di scambio.
Le fonti
Le fonti da cui ricavare informazioni sulla
psicologia della vita quotidiana sono molteplici, data l'ampiezza
dei temi che possono ricadere sotto questo titolo. Ci sono in
particolare numerose riviste scientifiche, soprattutto di psicologia
della personalità, di psicologia sociale e di opinione
pubblica, che riportano dati in questo settore. Tale letteratura
comprende analisi di impostazione molto variabile, che vanno
dallo studio teorico, talvolta assai elegante ma anche del tutto
a tavolino, alle ricerche con un disegno sperimentale sofisticato
ma piuttosto circoscritte dal punto di vista del campione, alle
rilevazioni ad ampio raggio ma teoreticamente poco fondate. Ci
sono insomma: quadri teorici brillanti ma astratti, indagini
molto puntuali ma basate su campioni di convenienza, rilevazioni
demoscopiche di base che non vogliono essere coinvolte in quadri
interpretativi a elevato contenuto teorico.
La fonte tipica per avere dati sui comportamenti,
gli interessi e le opinioni della vita quotidiana è rappresentata
comunque dalla ricerca sistematica nell'area della psicologia
sociale e dei consumi.
Esiste in effetti una vera e propria miniera
di materiale conoscitivo non sfruttato. Negli archivi degli istituti
di ricerca e delle agenzie di pubblicità, nonchè
di molte imprese private e ministeri, ovvero in pubblicazioni
fuori commercio che non raggiungono praticamente mai gli istituti
universitari nè il pubblico degli studiosi in genere,
giacciono milioni e milioni di informazioni sui più disparati
comportamenti della gente nella vita di tutti i giorni, sulle
loro opinioni, sulle loro attese, sulle loro scelte. Si tratta
spesso degli stessi temi di ricerca sviluppati nelle riviste
scientifiche, o degli stessi problemi conoscitivi che si incontrano
nella pratica professionale, ma senza che la gran parte dei ricercatori
e degli operatori abbia la consapevolezza della loro esistenza.
Questa miniera è parzialmente inaccessibile,
o comunque difficilmente consultabile, perchè i dati sono
spesso di proprietà dei committenti e dei finanziatori,
i quali non desiderano che vengano pubblicati, e perchè
gli stessi ricercatori privati non sempre si rendono conto del
loro valore, o non hanno il tempo e la voglia di occuparsi della
loro divulgazione. Se si ha l'opportunità di poterli consultare,
è possibile tuttavia ottenere un quadro della situazione
particolarmente ricco e diversificato.
Conclusioni
A conclusione di queste note introduttive,
è possibile rilevare come la psicologia della vita quotidiana
rappresenti un campo di studio particolarmente stimolante e complesso,
oltre che ricco di riferimenti teorici e di dati da cui partire,
di cui tuttavia non appare ancora ben definito il profilo.
Poichè questo settore di indagine
affronta sostanzialmente qualsiasi evento della vita degli individui
alla luce delle più disparate ipotesi interpretative e
partendo dai dati più vari, esso appare vastissimo, oltre
che non separabile chiaramente dalla prospettiva psicologica
in senso generale. Nello stesso tempo, la forte parcellizzazione
degli studi, connessa alla crescente specializzazione della scienza
e alle rigide suddivisioni sotto-disciplinari che derivano dalla
struttura organizzativa dell'università (specie in Italia),
tendono a oscurare le potenzialità di un approccio così
esplicitamente olistico e interdisciplinare.
Ho comunque provato, essenzialmente a puro
scopo di introduzione didattica, a definire qualche punto di
riferimento su cui appoggiarsi. Rimando quindi ad altre occasioni
un approfondimento del tema, che ne mostri anche tutte le potenzialità
concrete, mentre spero di non essere risultato troppo semplicistico
o troppo velleitario in questo tentativo pure ancora molto approssimativo.
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