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    ALCUNI DATI PER UNA STRATEGIA DI EDUCAZIONE SESSUALE
     
    Riferimento bibliografico:
    Perussia F., "Alcuni dati per una strategia di educazione sessuale". Rivista di Scienze Sessuologiche - Journal of Sexological Sciences, 1993, 6(1), 33-42.
     
     
    Felice Perussia
     
     
    ALCUNI DATI PER UNA STRATEGIA DI EDUCAZIONE SESSUALE
     
     
    E' opinione diffusa, nella psicologia del nostro tempo, che sia impossibile non comunicare. Il concetto è stato variamente espresso da molti autori, specie di impostazione strutturalista. E' bagaglio culturale comune agli psicologi la convinzione secondo cui il contesto determina comunque una situazione dotata di significato, indipendentemente dalle intenzioni e dalle azioni comunicative degli attori.
    La situazione in cui il soggetto si trova non può prescindere dalla dimensione temporale. La situazione in un cui avviene il comportamento è comunque dinamica. Qualsiasi cosa succeda, ovvero il fatto che non succeda nulla, rappresentano comunque un evento. Qualsiasi elemento di un sistema, anche solo il fatto che questo rimane immutato, ne rappresenta una definizione.
    L'educazione è comunicazione. E la comunicazione è educazione. Le differenze tra i due concetti possono essere molte, ma ciò che le distingue è principalmente la pretesa consapevolezza dell'attore. Ogni elemento della realtà ambientale comunica qualcosa, ovvero obbliga il soggetto che lo incontra (nel senso percettivo del termine) ad attuarne una lettura interpretativa. Nel caso della comunicazione educativa i nuovi elementi, o l'assenza di elementi, vengono costruiti sulla base di una strategia finalizzata alla produzione di un cambiamento, o quanto meno alla certificazione di una teoria del mondo. Nella comunicazione educativa è presente una significativa componente metaforica, in quanto, più che esprimere un contenuto, l'attore propone una ipotesi di contenuto. Più che mettere in atto un'azione, testimonia di una possibilità e di una teoria dell'agire.
    L'educazione, in misura maggiore e più consapevole di quanto non avvenga nella comunicazione in genere, si propone come una sequenza di stimoli esterni, variamente strutturati, che interferiscono con la situazione preesistente modificandola. La gran parte di tali interferenze tuttavia, anche nel caso dell'intervento con intenzioni educative, è molto più implicita che esplicita.
    Poichè l'universo dei segni è una struttura integrata in cui ogni elemento rimanda implicitamente a tutti gli altri, l'attore è costretto, che lo voglia o no, a scegliere sempre tra infinite possibili alternative. E poichè la comunicazione comprende comunque in sè almeno tre dimensioni (semantica, sintattica e pragmatica), ogni scelta, per quanto sfumata ed eventualmente inconsapevole, implica: la definizione del proprio oggetto (semantica, appunto), la costruzione di una relazione fra tale oggetto ed il resto dei segni presenti in quel contesto (sintattica), l'indicazione di un comportamento (pragmatica).
    Venendo più specificamente al tema della educazione sessuale. E' facile notare che anche questa può essere esaminata in termini di analisi della comunicazione. Il comportamento sessuale consiste di azioni, ma anche di significati e di relazioni causali. Lo stesso vale per un intervento educativo al riguardo. Ogni elemento del mondo che può richiamare anche lontanamente il tema della sessualità è un dato di riferimento attraverso cui questa viene definita, viene messa in relazione con il mondo, e viene inquadrata in una teoria del comportamento corretto.
    Parlare di sesso, comunque lo si faccia, significa fornire delle informazioni su di questo (definizione "obiettiva"), collocarlo nel contesto intrapsichico di chi lo agisce (inquadramento delle motivazioni), metterlo in relazione con il resto dello spazio di vita proprio ed altrui (qualificazione nell'ambito dell'interazione), suggerire un modello di comportamento ottimale al riguardo (prescrizione, ovvero scelta, di un "tipo ideale" di azione). Tale meccanismo vale per qualsiasi oggetto della comunicazione, ma nel caso del sesso acquista di spessore sia per le sue forti valenze emozionali sia per la complessa stratificazione di valori, impliciti ed espliciti, che si sono accumulati nel tempo per definirlo da tutti i punti di vista.
    E' evidente che esiste una educazione sessuale anche nel fatto di non parlare affatto di sesso. Un contenuto di educazione sessuale è presente altresì in temi che apparentemente non vi si riferiscono direttamente quali, per non fare che qualche esempio: l'evoluzione biologica (e le modalità "naturali" di riproduzione), la storia dell'abbigliamento (e i criteri di definizione dei generi), la gestione delle impressioni interpersonali (e le modalità di seduzione), lo studio degli usi alimentari (ed i modelli fisici ideali), ecc. In sostanza, quando si parla di natura fisica dell'essere umano ci si trova ad evocare questo riferimento.
    Descrivere un comportamento significa anche attribuirgli dei significati. Analizzare il comportamento sessuale, o proporne una lettura educativa, significa costruire un sistema di attribuzioni definite da questa voce. Analogamento a quanto avviene nella teoria dell'attribuzione, occorre definire le quattro dimensioni fondanti del comportamento, così da poterne ricavare una teoria normativa ed un metro di giudizio su cui strutturare l'azione.
    Si tratta in primo luogo di definire che cosa si fa, e cioè di condurre una analisi obiettiva dei comportamenti. Quindi occorre determinare la gamma delle alternative realistiche rispetto a quanto effettivamente avviene (ciò che si può, ovvero si è in grado, di fare), poi il quadro delle intenzioni (ciò che si vuole fare) e infine il quadro normativo (ciò che si deve fare). In altre parole: occorre descrivere, informare, motivare e prescrivere. E' in ogni caso, che lo si volgia o no, si finisce col farlo sempre.
    La questione, posta in questi termini, permetterebbe, e richiederebbe, uno sviluppo assai ampio di ricorso a dati e di riflessioni. Nella presente occasione, dati gli ovvi limiti di un intervento circoscritto, mi limiterò a passare in rassegna alcuni temi, ed alcuni dati, che ci possono aiutare a capire il quadro in cui avviene la comunicazione sessuale. Si tratta di esempi fra gli altri, ma che possono minimamente contribuire a cogliere il difficile problema di un'educazione sessuale che si trova comunque ad intervenire in un quadro culturale altamente strutturato.
    Qualsiasi iniziativa si intenda attuare per l'educazione sessuale del pubblico, non si può evitare di confrontarsi con un'educazione diffusa e piuttosto strutturata. Benchè di educazione sessuale consapevole ce ne sia assai poca, il tema ricorre in molti aspetti della vita quotidiana.
     
    Una rivoluzione sessuale?
     
    La prima modalità di educazione sessuale è quella fornita dall'ambiente culturale in cui ci si trova a vivere. Le opinioni condivise, e riverberate dai mezzi di comunicazione di massa, sono lo sfondo che fa da riferimento all'educazione implicita. Attuare un intervento di educazione sessuale significa introdurre delle modificazioni rispetto al quadro delle immagini sociali diffuse al momento dato. Si dice che tale scenario si sia modificato negli ultimi decenni, ma molti dati di ricerca sembrano indicare che il cambiamento non è stato poi così rilevante.
    A partire dagli anni '60, e particolarmente dal 1963-64 i mass media hanno cominciato a parlare, specie negli Stati Uniti, di "rivoluzione sessuale". A più di vent'anni di distanza ci si è chiesti in che cosa questa è consistita e se effettivamente c'è stata. Per verificare la natura del fenomeno Smith (1990) ha comparato una serie di indagini di opinione, su vari temi relativi alla sessualità, condotte presso vasti campioni nazionali in quest'ultimo quarto di secolo. Dall'esame complessivo dei dati si rileva che il concetto di rivoluzione sessuale ha rappresentato una metafora efficace per il linguaggio corrente ma non sembra avere prodotto un cambiamento sostanziale nei valori di riferimento.
    In realtà l'evoluzione degli atteggiamenti verso il sesso sembra essere stata assai sfumata, e con una moderata tendenza a ridursi in questi ultimi anni, nella prospettiva di una certa involuzione, pure successivamente ad limitato sviluppo. In particolare: si è rilevata una crescita significativa (e tuttavia mai epocale) dell'accettazione sociale nei confronti del sesso prematrimoniale, dell'educazione sessuale e del controllo delle nascite. Non c'è stato invece un cambiamento rilevante negli atteggiamenti verso l'omosessualità, il sesso extra-matrimoniale e la pornografia. Si evidenziano anzi alcuni fenomeni di nuovo conservatorismo al riguardo.
    I dati riportati appunto da Smith (1990) sono molti e non è il caso di riprenderli tutti in questa sede. Varrà tuttavia la pena di presentare qualche esempio rappresentativo. I rapporti prematrimoniali sono giudicati negativamente da un 35/45% degli statunitensi in modo più o meno costante dagli anni '30 ad oggi. Il rifiuto è molto più deciso nel caso in cui tali rapporti prematrimoniali siano messi in atto da degli adolescenti. Le relazioni sessuali al di fuori del matrimonio vengono decisamente criticate, in modo costante, dalla gran parte degli intervistati (nell'ordine dell'85%), con alcune oscillazioni ma con tendenza al crescere del rifiuto dal 1970 al 1989.
    Lo stesso avviene per la diffusa sensazione secondo cui vi è stata una maggiore esplicitazione dei contenuti sessuali nei mezzi di comunicazione di massa. Un'analisi condotta sulla comunicazione pubblicitaria a stampa fra il 1964 e il 1984 mostra infatti come la percentuale di pubblicità a contenuto sessuale non sia cresciuta in modo significativo nel periodo (Schmitt, Leclerc e Dube-Rioux, 1988). Le illustrazioni a contenuto sessuale sono però diventate più esplicite, benchè sul piano visivo molto più che su quello verbale. La presenza di personaggi in abbigliamento ridotto o nudi, in particolare, è aumentata per le fotomodelle di sesso femminile più di quanto non sia avvenuto per i modelli maschili.
    In un'analisi complessiva che si propone un bilancio della letteratura sulla "rivoluzione sessuale" si sono rilevati vari elementi positivi ed altri invece negativi, anche se gli autori che hanno trattato l'argomento (di formazione psicologica e sessuologica) tendono a ritenere che i vantaggi sopravanzino tutto sommato gli svantaggi (Ellis, 1990). Gli aspetti positivi sono identificabili, in particolare, in: una crescita della democrazia, del pluralismo, della libertà e della flessibilità, sia a livello individuale che sociale, con una diffusione della educazione sessuale, della terapia sessuologica, della ricerca sui relativi comportamenti, un miglioramento delle relazioni coniugali ed amorose, una maggiore liberazione delle donne e degli omosessuali. Gli aspetti negativi vengono riassunti, in particolare, in: un aumento delle malattie trasmesse sessualmente, una crescita dei fenomeni di comportamento ossessivo-compulsivo ed in genere ansioso presso una parte della popolazione, lo sviluppo di nuove e diverse forme di censura e di repressione.
    Benchè la rivoluzione sessuale non sembri essere stata una rivoluzione quanto piuttosto una moderata evoluzione, si rilevano oggi delle tendenze evidentemente restauratrici (Money, 1988). Ci troviamo cioè di fronte alla situazione paradossale di una controriforma senza riforma. La sensazione diffusa che vi siano stati dei cambiamenti di un certo rilievo, benchè sia vera solo fino ad un certo punto, rappresenta un buon pretesto per sostenere un atteggiamento regressivo.
    Negli Stati Uniti (Niemi, Mueller e Smith 1989) è costantemente aumentato il favore per l'educazione sessuale nelle scuole in genere, passando dal 68% della popolazione adulta nel 1943 all'85% nel 1988. Fra il 1974 ed il 1988 è rimasto pressochè costante nelle donne, poco oltre l'80%, mentre è aumentato progressivamente negli uomini, dal 78% all'86%. Tuttavia, con buona costanza negli ultimi vent'anni, circa due terzi della popolazione ritiene che la trattazione esplicita di temi sessuali (particolarmente, ma non solo, la pornografia) induca una decadenza morale, uno stimolo alla violenza carnale ed un incremento dell'espressione degli istinti (in senso negativo) (Smith, 1990). Inoltre, si rileva che: l'educazione sessuale nelle scuole è molto più approvata nelle superiori che non nelle elementari; il fatto che venga fornita una informazione sul controllo delle nascite non è mai approvato da più di tre quarti della popolazione; la maggiore accettazione sociale della libertà sessuale è apprezzata da non più di un quarto della popolazione; la maggioranza del pubblico è sempre stata favorevole a leggi contro le relazioni omosessuali.
    Attualmente il tema dell'educazione sessuale si propone secondo nuovi modelli, che vedono affiorare spesso atteggiamenti di rifiuto più che di accettazione. In particolare, vi sono vari indizi del crescere di movimenti integralisti a sfondo sessuofobico. Da diverse fonti si rileva che almeno un terzo della popolazione adulta non desidera che si trattino i temi sessuali, nè in pubblico nè in privato, tanto con gli adulti quanto con i giovani. Il tema dell'aborto acquista di rilevanza come nodo politico-ideologico e finisce necessariamente con il coinvolgere questioni attinenti alla educazione sessuale.
    E' stato sottolineato che anche in Europa la diffusione dell'educazione sessuale si collega con tendenze politiche più generali, per cui nei paesi in cui si sviluppano delle svolte conservatrici anche l'educazione sessuale viene limitata (Stones, 1990). Il tema dell'educazione sessuale si collega dunque con la definizione in senso lato dei diritti umani e particolarmente dei diritti dei giovani. Nonostante gli indubbi progressi al riguardo, la situazione non sembra affatto rosea quanto talvolta si vorrebbe credere.
     
    Le aspettative del pubblico
     
    Un problema generale dell'educazione, così come dell'intervento psicologico in genere, è quello di distinguere strategicamente tra la domanda ed il bisogno. Si dice spesso, con un gioco di parole paradossale ma non privo di verità, che i soggetti i quali scelgono di sottoporsi ad una psicoterapia non sono quelli che ne hanno più bisogno, e viceversa. Analogamente, viene da chiedersi nel caso della educazione sessuale se i soggetti che richiedono un intervento educativo non siano proprio quelli che hanno già sviluppato un vissuto relativamente meglio organizzato e più sereno nei confronti della sessualità. La non aspirazione all'educazione sessuale può infatti derivare da semplice ignoranza ma anche da erotofobia.
    Si pone allora il problema di stabilire se lo sforzo principale dell'educazione sessuale, posto che le risorse sono limitate ed occorre dunque operare delle scelte strategiche, debba indirizzarsi verso i soggetti che chiedono di essere educati (dimostrando implicitamente di avere già una qualche forma di educazione) o invece verso i soggetti che non lo chiedono (e che fanno sospsettare così implicitamente di averne più bisogno).
    E' stato sottolineato che l'educazione sessuale deve tenere conto delle aspettative del pubblico, sia nel senso delle attese sociali nei confronti del comportamento ritenuto corretto, sia nel senso delle specifiche necessità di conoscenza dei soggetti. Campbell e Campbell (1990) hanno proposto ad esempio di utilizzare un modello derivato dal marketing, nel senso di studiare attentamente i bisogni e le immagini sociali degli adolescenti per costruire una educazione sessuale che tenga conto dei loro vissuti. Secondo gli autori, che fanno riferimento a vari dati di ricerca, la percezione dei temi sessuali tra gli adolescenti è infatti diversa da quella tipica degli adulti, per cui, quando ci si propone di educare i primi, può risultare limitativo il fatto di utilizzare i modelli concettuali elaborati dai secondi.
    Esiste una certa autoselezione nei confronti dei temi sessuali. E' stato rilevato, ad esempio, che gli studenti che dichiarano un maggiore interesse per seguire corsi di educazione sulla sessualità umana sono in partenza più tolleranti e più liberali in genere, ed hanno sviluppato un vissuto più sereno e favorevole rispetto alla loro stessa sessualità, di quanto non avvenga per gli studenti che dichiarano di non avere interesse per l'argomento (Stevenson, 1990). Ciò sembra confermare l'ipotesi secondo cui, di fatto, l'educazione sessuale avviene in primo luogo presso soggetti che sono in qualche modo già "educati".
    E' stato rilevato che quegli adolescenti i quali percepiscono all'interno della propria famiglia una situazione di comunicazione aperta e di interazione soddisfacente testimoniano anche di una presenza di educazione sessuale all'interno del nucleo familiare che è maggiore di quanto non avvenga per gli adolescenti che invece percepiscono la propria famiglia come meno soddisfacentemente interattiva (Baldwin e Baranoski, 1990). Il dato viene confermato dai loro genitori, anche se in misura maggiore da parte dei padri che non delle madri. Gli adolescenti disturbati esprimono diversi bisogni per i quali vorrebbero che ci fosse un intervento (Cockett, Kuh e Tripp, 1987). Uno delle loro maggiori aspirazioni è quella di un'educazione sessuale più aperta, un'altra è quella relativa alla costruzione di una maggiore confidenzialità con i genitori. Serenità nei rapporti tra le persone importanti della propria vita e consapevolezza della dimenzione sessuale sembrano insomma due concetti che si confondo uno con l'altro.
    In un'indagine presso bambini tra i 2 ed i 7 anni si è rilevata una variazione significativa delle conoscenze su temi relativi al sesso (quali le differenze di genere, la gravidanza, le parti del corpo, la prevenzione degli abusi, ecc) nel senso che vi è una consapevolezza che cresce con l'età (Gordon, Schroeder e Abrams, 1990). Notevoli differenze sono state rilevate anche in relazione alla classe socio-economica di appartenenza, nel senso che alle classi più elevate corrispondono conoscenze maggiori. Anche tra i genitori dei bambini si è rilevata un'analoga differenza, particolarmente nel senso che i genitori di classe socio-economica più elevata hanno atteggiamenti meno restrittivi verso il sesso e forniscono una maggiore educazione sessuale ai figli.
    Da questi dati si potrebbe dedurre, almeno in via indiziaria, che il concetto di educazione sessuale è fortemente coinvolto nel tema della comunicazione, e dell'incomunicabilità, tra genitori e figli. Il sesso rappresenta cioè un aspetto rilevante del contratto familiare implicito. Ciò avviene generalmente sulla base di una negazione connessa con il controllo emotivo della situazione di intimità familiare, specie sullo sfondo del fantasma dell'incesto ed in genere dell'abuso sessuale, ma anche del confronto intergenerazionale e di identità.
     
    La costruzione sociale della sessualità
     
    L'educazione sessuale, lo abbiamo già ricordato, avviene comunque, sia che questa segua una strategia consapevole sia che si verifichi "casualmente". Le agenzie di socializzazione al tema sono diverse. Tra le principali si possono indicare: il gruppo dei pari, la famiglia, la scuola, le istituzioni religiose, i mezzi di comunicazione di massa.
    Non credo possano esserci molti dubbi sul fatto che la sessualità rappresenta un elemento in qualche modo istintivo del comportamento umano. Come tutti gli istinti tuttavia, esso subisce una forte caratterizzazione da parte del sistema in cui ha luogo. La rilevanza relativa reciproca del fattore istintuale, o di tratto, rispetto a quello situazionale è tuttavia oggetto di controversia si può dire da sempre. In questo senso il problema dell'espressione della sessualità rappresenta un caso particolare di quella che è forse la principale controversia nello studio della psicologia della personalità, e cioè la definizione del rilievo dei tratti di personalità rispetto al carattere costrittivo delle situazioni.
    L'educazione sessuale ha a che fare con la definizione dei comportamenti, il contratto sociale, l'etica. Come tale ha dei punti in comune con l'educazione civica e con l'educazione religiosa. Si pone dunque il problema di chi debba impartirla. In paesi dove la chiesa è relativamente forte, come il sudamerica, è stato ad esempio sottolineata la necessità di evitare che questa educazione venga impartita da fonti a forte caratterizzazione religiosa o moralista, che possono finire col rappresentare elementi di deformazione più che di formazione (Caceres-Velasquez, 1988).
    Per un altro verso, si è sottolineato parecchie volte che l'educazione sessuale, esplicita o implicita che sia, presuppone una definizione di "normalità" sessuale che appare sempre discutibile, comunque essa venga presentata. Tale concetto di normalità è evidentemente relativo e risente del quadro culturale o ideologico cui ci si ispira (anche qui: più o meno consapevolmente).
    E' facile rilevare come il modello di sessualità "naturale" presenti molte caratteristiche del pregiudizio, in quanto esso implica di solito (quanto meno): una valutazione precostitutia della eterosessualità e della omosessualità, si ispira al modello legale di comportamento corretto, deriva da un quadro di natura morale e in molti casi non tiene conto di modelli ideologici fortemente implicati nel tema come ad esempio di quello ad impostazione femminista (Melia, 1989). L'educazione sessuale (specie quella implicita) socializzerebbe cioè le persone, e secondo molti critici soprattutto le donne, ad un modello precostitutio relativo a ciò che devono provare, a qual'è il modo corretto di sentire sessualmente, secondo un modello di costruzione sociale della realtà che vede nel sesso un punto centrale di definizione dell'identità (Jackson, 1989).
    E' del resto del tutto aperto il problema del rapporto tra amore e sessualità, concetti di per sè differenti ma che pure tendono a venire confusi o sovrapposti (Aron e Aron, 1991). Alla luce di questa considerazione l'educazione sessuale si confonde con una forma di educazione emozionale, con la costruzione dell'identità, con l'analisi dei rapporti di intimità con gli altri, ed in genere con una forma di educazione sentimentale, più che con una specie di educazione fisica a sfondo ideologico.
     
    Il dato oggettivo
     
    La via maggiormente utilizzata dalla ricerca sessuologica per acquistare una credibilità sociale è sempre stata quella di definirsi come scienza, e particolarmente come scienza medico-biologica. Così ha fatto Freud, e così hanno fatto Masters e Johnson. Ma il riferimento al dato oggettivo si confonde spesso con uno sforzo di oggettivazione del dato. Dal punto di vista dell'educazione sessuale, informare sui dati ritenuti oggettivi significa anche stabilire dei punti fermi indiscutibili da cui partire. Ma non è affatto facile stabilire quali siano tali dati incontrovertibili, ed anche, talvolta, se ve ne siano di realmente certi.
    La generalità delle indagine sui comportamenti, gli atteggiamenti e le conoscenze relativi al sesso mette in luce come vi sia almeno una parte della popolazione che possiede delle conoscenze assai rudimentali e sostanzialmente inesatte in materia, specie per quel che riguarda la fecondazione ed il problema delle malattie trasmesse sessualmente. Il primo obiettivo dell'educazione sessuale è dunque quello di fornire un quadro di riferimento più realistico, specie nel caso dei giovani.
    Si pone dunque il problema di stabilire, accanto alle immagini ed alle aspettative diffuse presso il pubblico (il punto di partenza), anche i dati di fatto su cui basare il proprio intervento (la parte obiettiva dell'ideale punto di arrivo). La componente informativa dell'educazione sessuale presuppone ovviamente una identificazione dei dati scientifici da comunicare.
    Nelle scuole si tende a proporre un approccio scientifico alla sessualità, ma spesso nel senso di oggettivizzare e di rendere freddo il tema della comunicazione. Ciò svolge una funzione di rassicurazione e di de-emotizzazione della comunicazione, mentre rischia costantemente di negare artificiosamente il carattere problematico del tema e di allontanarlo dalla sua dimensione emotiva ed esistenziale. La scientifizzazione della sessualità non è molto lontana dal meccanismo di difesa definito come isolamento emotivo.
    Una analisi dei contenuti più frequenti dell'educazione sessuale impartita nelle scuole degli Stati Uniti rivela che si insegnano: anatomia e fisiologia, fecondazione, gestazione e parto, malattie trasmesse sessualmente, gravidanze adolescenziali (Kenney e Orr, 1984). E, secondo alcuni autori, il riferimento alla scienza, nella educazione che coinvolge i ruoli sessuali, rappresenta una strategia che da per implicito un approccio non valoriale e disinteressato a problemi che invece non sono affatto così oggettivi come un approccio biologico sembra lasciare credere (Bleier, 1984).
    Se si considerano i contenuti educativi relativi agli ormoni, ad esempio, si può notare che la letteratura scientifica contiene una grande quantità di informazioni, ma che queste fanno riferimento quasi esclusivamente alla ricerca sugli animali mentre per il caso dell'uomo esistono solo scarsi dati certi (Coleman, Goolen e Ross, 1989). Appare dunque verosimile la critica secondo cui il fatto di riferirsi alla differenziazione ormonale tra uomini e donne, nel mentre sembra presentare un tema di natura biologica oggettiva, può svolgere la funzione di sancire "oggettivamente" le differenze, che in realtà sono almeno in parte culturalmente e socialmente determinate, fra uomini e donne (Cater, 1985).
    Secondo Whatley (1987) il costante riferimento al ruolo degli ormoni nell'educazione sessuale rinforza di fatto gli stereotipi dei ruoli sessuali e il pregiudizio di una loro determinazione biologica. Ciò vale particolarmente per il tema dell'aggressività, che viene attribuita agli uomini e non alle donne, ovvero della spinta sessuale, che pure viene proposta come oggettivamente diversa negli uni e nelle altre. La passività femminile e l'attivismo maschile verrebbero cioè proposti come una tendenza oggettiva invece che come un modello comportamentale.
    Per rimanere alle prescrizioni implicite si può notare ad esempio che il fatto di non fare riferimento ad esercitazioni pratiche, comunica quanto meno che il sesso è un tema più teorico e di atteggiamento che non di azione. Il dato è talmente ovvio, nel senso di radicato nella morale diffusa, che il riferimento ad una realizzazione concreta dell'educazione sessuale appare intrinsecamente paradossale e comunque evocativo di un senso di rottura del contratto implicito relativo al sesso.
    Il tema è meno paradossale di quanto possa sembrare a prima vista. Se si considera che la terapia sessuale presuppone, secondo molti autori, un intervento di apprendimento anche fisico ed operativo, appare chiaro che l'educazione sessuale puramente teorica non può rappresentare che una parte del problema.
     
    Educazione sessuale ed educazione di genere
     
    La natura fondamentalmente implicita di molta educazione sessuale fa sì che l'educazione al riguardo si riferisca più ai ruoli collegati alle differenziazioni biologiche che non alla strutturazione sociale delle differenze tra i generi. In effetti però parlare di sesso, e cioè di una modalità attraverso cui si realizza la relazione interpersonale, significa anche definire dei ruoli. E' quindi facile, specie per il continuo riferimento alla presunta base biologica di tali ruoli, che si confondano le regole sociali contingenti con dei fatti.
    Negli Stati Uniti si parla spesso di curriculum nascosto (hidden curriculum) nel senso che vi sono molti elementi di trasferimento implicito nella educazione scolastica degli stereotipi di genere i quali agiscono potentemente pur senza venire mai dichiarati (Griffin, 1985). Nel caso dell'educazione sessuale, c'è chi sostiene che questa è più sessista che propriamente sessuale, nel senso che il sesso, di per sè, viene quasi ignorato mentre il riferimento ad esso viene utilizzato principalmente come strumento di discriminazione tra uomini e donne, generalmente in senso limitativo per il gruppo femminile (Weiner, 1985; Wolpe, 1988). Ad esempio: l'educazione sessuale, al di là degli aspetti biologici, tende a fare riferimento ad una dimensione familista del sesso, considerandolo in genere come positivo quasi esclusivamente all'interno di una relazione familiare o parafamiliare (David, 1984). Ciò rappresenta di fatto una promozione dell'istituto familiare, relativamente estrinseco al tema proprio del sesso, che può essere letto anche come una forma di costrizione ideologica.
    Il tema, già sottolineato da tempo (Council of Europe, 1982), riguarda il fatto che l'agenzia di socializzazione scolastica tende comunque ad educare ai ruoli prima che alle conoscenze. Negli Stati Uniti, accanto alla educazione di genere, si sottolinea la presenza della educazione di classe sociale e di razza (Skelton, 1989). Il fenomeno è stato riferito pricipalmente alle scuole primarie, ma può essere rilevato a tutti i livelli dell'educazione, ivi comprese le università (Statham, Richardson e Cook, 1991). In quest'ultimo caso si rileva, oltre ad una differenza generale nella descrizione dei modelli maschili e femminili all'interno dei contenuti dell'insegamento, anche una tendenza alla scelta di contenuti diversi da parte dei docenti maschi e dei docenti femmine.
    Il problema della educazione di genere è stato affrontato principalmente dal punto di vista femminile, nel senso che gli autori che se ne sono occupati hanno sottolineato principalmente la propensione delle agenzie di socializzazione a definire in modo separato le donne. La discriminazione è tuttavia attuata anche verso gli uomini. Va da sè che un modello di riferimento femminile ne implica anche uno maschile, e che se le donne subiscono un'educazione di genere, questa è complementare all'educazione di genere maschile, che per vari aspetti può apparire altrettanto discriminatoria. Se è unilaterale la presentazione, anche attraverso il tema del sesso, delle donne come sensibili, passive e oritentate alla relazione, non è meno arbitraria la definizione degli uomini come esclusivamente calcolatori, attivi e orientati al potere.
     
    Conclusione: la pragmatica dell'educazione sessuale
     
    Veniamo dunque a qualche conclusione, alla luce dei dati e delle analisi brevemente riportati in queste pagine. Molte altre considerazioni si potrebbero aggiungere, ma limitiamoci a queste.
    Una prima constatazione riguarda il fatto che la sensazione di un ampio e recente cambiamento nel vissuto del sesso da parte della popolazione sembra essere più una percezione degli addetti ai lavori, o quanto meno dei soggetti maggiormente informati e critici, che non del pubblico in genere. I temi sessuali sono affiorati decisamente ed esplicitamente alla consapevolezza di chi vive il nostro tempo, ma i valori di fondo non sembrano essere cambiati gran che. Insomma: il sesso si vede di più, se ne parla di più e forse viene agito in misura maggiore oltre che meno drammatica, ma non per questo il rapporto con tale dimensione della nostra esistenza ha perso il carattere originario di realtà problematica, coinvolgente ed ambivalente
    Il tema dell'educazione sessuale è almeno in parte un problema di comunicazione. Da molti indizi sembra di poter ritenere che una educazione sessuale più libera venga percepita fondamentalmente come una comunicazione più libera, indipendentemente dai temi cui si riferisce, tra le persone in generale e particolarmente all'interno del nucleo familiare. Il tema del sesso sembra essere in primo luogo un punto di riferimento importante per la chiarezza dei rapporti interpersonali.
    La strategia di educazione sessuale sembra essere più spesso determinata da fattori di natura ideologica, politica o religiosa che non da questioni strettamente tecniche sviluppate dagli specialisti del settore. E questo anche perchè la certezza sui dati oggettivi non è affatto stata raggiunta in modo incontrovertibile (ammesso che mai possa esserlo). Ragionare di una teoria dell'educazione sessuale significa di fatto sviluppare questioni che attengono alla visione generale del mondo, compresi i problemi di natura etica e di filosofia della scienza.
    La gran parte dei temi relativi all'educazione sessuale viene affrontata in primo luogo sotto forma di problemi di opinione, invece che coriferimento ad improbabili realtà di fatto. La generalità dei temi sessuali suscita controversie e sentimenti di ambivalenza. Esiste inoltre una costante circolarità paradossale per cui la scarsa motivazione all'esame della sessualità è per certi aspetti il segno di un forte bisogno di trattare questi argomenti.
    Praticamente ogni elemento che attiene all'educazione sessuale risulta oggetto di controversia. Tale controversia riguarda sia i dati oggettivi sia l'insieme di modelli interpretativi della realtà cui fare riferimento. Si parla di educazione sessuale, ma di fatto si sta parlando anche di immagine della scienza, di orientamento progressista o conservatore, di rappresentazione sociale dei ruoli di genere.
    Se una descrizione biologico-determinista della sessualità appare poco fondata nei fatti, ciò vale anche per la determinazione culturalista. La scarsa linearità dei dati vale in entrambe le direzioni, per cui entrambe rappresentano in qualche modo un pregiudizio. Affermare la determinazione biologica del sesso è evidentemente un pregiudizio tanto quanto il negarla.
    L'educazione sessuale si trova inserita in un contesto di socializzazione sessuale diffuso, anche se in larga parte più implicito che esplicito. Essa si propone dunque come un moderatore rispetto a molte voci che esistono comunque: la scuola, la famiglia, i coetanei, i media. Il suo intervento deve dunque tenerne conto.
    Il concetto di educazione sessuale è imparentato infine, sia detto per inciso, con quello di terapia, di cui non abbiamo parlato in questa sede ma che rappresenta comunque una modalità educativa potenzialmente assai rilevante. Tutto quanto abbiamo detto (sulle attese del pubblico, i dati di fatto, il concetto di normalità, la sovrapposizione tra educazione sessuale ed educazione di genere, ecc) vale infatti anche per la forma più strutturata e sistematica di educazione sessuale, e cioè per la terapia sessuologica.
    Da tutto questo si può ipotizzare, come ultima conclusione, che il contributo psicologico ad un approccio all'educazione sessuale potrebbe essere quello di sottolinearne la problematicità. Si tratterebbe allora di porre l'accento sulla soggettività del tema, e sulla variabilità dei modi individuali con cui questo può venire inquadrato. L'educazione sessuale dovrebbe allora porre l'accento sul vissuto del sesso più che sulla sua oggettivazione, e quindi sulle diversità idiosincratiche di approccio al problema più che sulla loro uniformità. I suoi modelli potrebbero dunque utilmente rivolgersi, pure accanto ad una indispensabile dimensione informativa, verso il tema della discussione finalizzata alla autocoscienza, in cui lo psicologo svolge la funzione di animatore e catalizzatore, piuttosto che verso il trasferimento di conoscenze oggettivanti.
     
    RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
     
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